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venerdì 24 novembre 2017

Le api muoiono

Susanna Tamaro per il Corriere della Sera

SUSANNA TAMAROSUSANNA TAMARO 
Una vasta area della mia biblioteca è dedicata ai libri di scienze naturali, e una buona parte di questa è focalizzata sulla vita degli insetti. Tra entomologia e scrittura infatti c' è una relazione molto stretta perché ambedue richiedono una profonda capacità di osservazione dei dettagli anche minimi. Spesso la letteratura entomologica si discosta dal campo strettamente tecnico per trasformarsi in letteratura vera e propria.

Penso ad autori come Jean-Henri Fabre, Marcel Rolland o Maurice Maeterlinck che con la sua Vita delle api , un classico intramontabile, è stato insignito nel 1911 del premio Nobel. Così quando mi è arrivato Il piacere delle api di Paolo Fontana (edizioni WPA Books, pag. 610) ho avuto un sussulto di gioia. Avevo già letto diversi testi sulle api, per lo più molto dotti e tecnici, ma in nessun titolo mi era capitato di trovare la parola «piacere».

ALVEARE - APIALVEARE - API 
Dato che le api pungono, e le loro punture sono dolorose e spesso anche rischiose - io stessa sono finita una volta in ospedale -, riesce difficile immaginare dove possa risiedere il piacere. Eppure è così. Come il suono di un pianoforte rende una casa misteriosamente più accogliente, così le api sono in grado di trasformare un semplice giardino in una sinfonia rigenerante. In aprile e maggio, ad esempio, durante le grandi fioriture dell' acacia e del tiglio, la mia piccola fattoria viene letteralmente avvolta dal laboriosissimo ronzio delle bottinatrici al lavoro.

Chi non si è soffermato sotto uno di questi alberi in fiore non può rendersi conto di quanto sia potente la vibrazione dell' OM cosmico. L' ape in sé come individuo non esiste. Una apis, nulla apis , dice un motto latino. Ma la comunità delle api, nel suo insieme, crea un organismo unico e complesso che siamo ancora ben lontani dal comprendere.

ALVEARE - APIALVEARE - API
La mia personale impressione è che l' essere umano e l' ape siano, in qualche modo, ai vertici di due processi evolutivi. La ricchezza di condivisione e comunicazione di uno sciame, infatti, non mi sembra essere molto diversa dalla danza dei neuroni che avviene nella nostra testa.

Il piacere delle api è un' opera imponente, di profonda erudizione, che scandaglia ogni lato della vita di queste creature e del loro legame con l' uomo: dalla storia dell' evoluzione, all'antropologia, dalla filosofia, alla letteratura, dalla musica leggera alle tecniche per gestire le arnie più innovative, nessun argomento è stato tralasciato, ma pur essendo un libro divulgativo si legge con lo stesso piacere di un grande romanzo. Già perché la storia delle api è la nostra stessa storia, abbiamo rapporti con loro fin dai tempi del Mesolitico.

La pittura rupestre più antica che testimonia questo nostro legame risale a 10.000 anni fa. Gli egiziani sono stati dei grandi apicultori e da lì, probabilmente grazie anche ai Fenici, questa loro sapienza si è estesa all' Asia Minore, all' Egeo fino ad arrivare a tutti i paesi del Mediterraneo. Nel libro IV delle Georgiche di Virgilio, dedicato proprio alle api e ai fiori, si trovano nozioni tutt' ora assolutamente valide.

APIAPI 
È interessante notare che l' apicultura fiorisce quando è in atto una grande civiltà, mentre quando la civiltà decade, l' apicultura si inabissa. Un' apicultura degna di questo nome, infatti, preleva dalle arnie soltanto il surplus del miele prodotto, mentre quella che chiamerei predatoria, - o meglio la non-apicultura, perché non coltiva niente - per accaparrarsi tutto il miele sa compiere solo l' apicidio, cioè lo sterminio di tutte le api.

È stata proprio questa non-apicultura a diffondersi in Europa dopo la caduta dell' Impero Romano, restando per quasi mille anni la principale forma di sfruttamento delle nostre laboriose amiche. Niente civiltà, niente apicultura. C' è da riflettere.
E adesso a che punto siamo?

ALVEARE - APIALVEARE - API 
Ad un punto estremamente critico. L' evoluzione delle tecniche agricole, la diffusione nell' aria di un' infinità di sostanze chimiche nocive per gli insetti, le modifiche del paesaggio e il cambiamento climatico stanno portando l' apicultura sull' orlo del collasso. Personalmente, in solo due anni ho perso il 70% delle arnie. La crisi c' è ed è veramente grande, ma ogni crisi può essere anche una grande possibilità di cambiamento. Ripensare l' agricoltura vuole dire riuscire ad immaginare un mondo diverso.

Un mondo che non prema l' acceleratore unicamente sulla leva del profitto ma che sappia abbracciare anche l' idea dell' interdipendenza tra tutto ciò che è vivente. Una delle principali cause di declino delle api - sembra perfino imbarazzante dirlo - è la mancanza di fiori.

MIELEMIELE
I fiori si trovano ormai solo nelle serre dei fiorai e non più nei campi, per lo più abbandonati e coperti di rovi o ipersfruttati. I fiori dovrebbero essere il pane quotidiano delle api, senza di essi è necessario ricorrere alla nutrizione artificiale ma essendo l' ape un animale selvatico alla lunga questa pratica è destinata a indebolire la forza vitale dello sciame.

Spesso le grandi rivoluzioni nascono da piccoli gesti. «Piantate dei fiori nei vostri cannoni», cantavano i Giganti cinquant' anni fa. Forse ora, se abbiamo a cuore il nostro futuro, è arrivato il momento di intonare un nuovo inno: «Piantate dei fiori nei vostri balconi».

sabato 16 settembre 2017

La melanzana

Giancarlo Saran per “la Verità”

Le sue origini partono da lontano, sicuramente dall' India, anche se qualcuno sostiene che il tutto sia iniziato in Cina, alcune migliaia di anni fa. In realtà le melanzane sono giunte a noi tramite l' invasione araba dell' Andalusia e di lì si sono diffuse in tutta l' Europa meridionale. Nella penisola la porta di entrata è stata molto probabilmente la Sicilia: ora l' Italia è il primo produttore europeo con una serie di varietali che si traducono in un uso estremamente versatile in cucina.

melanzane vanno tenute a temperature ambienteMELANZANE VANNO TENUTE A TEMPERATURE AMBIENTE
Il debutto in società non fu dei più facili. Gli arabi le chiamavano al badingian (più o meno «uova del diavolo») e, se consumate a crudo, potevano dare mal di testa, insonnia, perfino isteria nella vulgata popolare, tanto è vero che, nel 1513, l' agronomo Gabriel Alonso de Herrera arrivò a sostenere che «gli arabi le portarono in Europa per uccidere con essa i cristiani». In Occitania, invece, l' idioma locale le appella vietase (tradotto letteralmente «pene d' asino») ascrivendo alle innocenti melanzane addirittura effetti afrodisiaci.

Nel Bel Paese la melanzana vanta un' anagrafe molto varia a seconda dei campanili. È chiamata petronciana da Pellegrino Artusi nell' idioma toscano, marignana nel Lazio, molignana in Campania, mulingiana in Sicilia. La radice verbale «mela» nell' italiano medievale spesso era premessa a nomi stranieri di frutta e verdura, come il melangolo e il melograno. Nell' Italia centro meridionale la melanzana si è trovata bene perché adatta al clima degli orti mediterranei, caldi d' estate, mai freddi d' inverno.

PARMIGIANA DI MELANZANEPARMIGIANA DI MELANZANE 
La prima citazione letteraria si trova nel Trattato della coltura degli orti e giardini dell' agronomo Giovanni Vittore Soderini, pubblicato nel 1550. Era stata adottata dai frati carmelitani che la coltivavano nei loro orti, assieme ad altre piante medicamentose e alimentari. La diffusione extra conventuale avvenne agli inizi del diciannovesimo secolo. Indipendentemente dalla forma (lunga, tonda) o dal colore (nero, viola, rosso, bianco) la melanzana è un prodotto poco conosciuto per le sue proprietà.

Appartiene ai 30 smart food, cioè i prodotti che fanno bene alla salute, e addirittura ai sette super cibi anticellulite, in quanto combatte la ritenzione idrica.
Ricca di fibre, povera di zuccheri, parte da una base di 17 chilocalorie per 100 grammi.
In realtà bisogna andarci piano nelle preparazioni perché assorbe molto i condimenti.
Contiene nasunina (che combatte i radicali liberi, quindi invecchiamento e malattie cardiovascolari), antocianine (antitumorali), quercetina (abbassa il colesterolo) e altri principi attivi che la rendono materia prima per la buona dieta.
melanzaneMELANZANE

Al palato è regina. Alcune sue preparazioni sono leggenda nella tradizione gastronomica italiana. La più conosciuta è sicuramente la parmigiana, la cui origine è contesa alla città emiliana da Napoli e la Sicilia.

Vince quest' ultima. Diversi gli elementi a comprovarlo. Innanzitutto il fatto che il Parmigiano è emigrato verso l' Italia meridionale solo dopo il secondo conflitto mondiale. Poi l' etimologia stessa, in quanto per parmiciana, dalle parti di Palermo, si intendono quelle listarelle di legno che vanno a formare le persiane, un richiamo quindi alla formazione a strati della parmigiana stessa.

PARMIGIANA DI MELANZANEPARMIGIANA DI MELANZANE 
È pur vero che sono intese «alla parmigiana» quelle composizioni a strati di verdure molto in voga alla corte rinascimentale parmense.
La prima traccia scritta della preparazione della parmigiana la si ritrova in un testo pubblicato nel 1837 dal nobile napoletano Ippolito Cavalcanti, duca di Buonvicino: «Cucina teorico pratica». Questo orgoglio del made in Italy ha un marchio identitario nell' isola del Gattopardo, anche perché dai locali viene da sempre chiamata «parmigiana di melanzane», mentre altrove recita «melanzane alla parmigiana».

VINCENZO BELLINIVINCENZO BELLINI
Con varianti che, risalendo lo stivale, trovano ulteriori impronte locali legate ai prodotti della tradizione. Se in Sicilia fondamentale è il caciocavallo (e uova sode come optional), in Campania diventa la mozzarella fior di latte. Discorso tutto diverso in Calabria, dove la ricca imbottitura oltre al pomodoro d' ordinanza, e uova sode affettate, si arricchisce della salsiccia piccante affumicata.

Nella Sila si passano le fette di melanzana alla brace, senza friggerle, per cui quel sentore di lieve affumicatura dà ulteriore turbo al tripudio calorico. Il segreto per gustare al meglio la parmigiana è papparsela ripusata», cioè dopo che avrà smaltito i bollori del forno perché così «si lascerà tagliare docilmente a fette come una torta». Proprio per le proprietà assorbenti della polpa, può amalgamare al meglio gli umori delle diverse componenti.

Nella hit parade delle preparazioni che vedono la melanzana protagonista non può mancare la pasta alla Norma, la quale non è la prima cuoca che si è inventata la ricetta, ma una precisa citazione dell' opera di Vincenzo Bellini, catanese, che gli dedicò il commediografo Nino Martoglio quando gliela servirono in maniera impeccabile ed egli esclamò: «Ma è come una Norma». Oltre alla ricetta, in questo piatto quello che fa la differenza, è il rito che la accompagna.
PARMIGIANA DI MELANZANEPARMIGIANA DI MELANZANE 

«Quannu a pasta è 'nta pignata, cci voli a taula conzata» che, tradotto per i non residenti, vuol dire questo. La pasta (generalmente maccheroni) va spadellata con la salsa di pomodoro. Giunto il piatto al tavolo, si versa un altro cucchiaio di pomodoro, si pone una fogliolina di basilico, quindi ogni commensale piglia a proprio piacere le fette di melanzane fritte servite a parte. Su questo ognuno si grattugia in proprio la ricotta di pecora (salata o infornata).

Tra le molte varietà di melanzane non tutte sono l' ideale per le diverse ricette (un' antologia) cui si presta questo prodotto in base alle valenze organolettiche anche se, oramai, nella grande distribuzione si trovano solo due varietà, la lunga palermitana e la tonda fiorentina. Motivo in più per elogiare l' impegno di chi si è attivato a risollevare le sorti della melanzana rossa della Basilicata (che, in realtà, si trova anche in alcune zone del Cilento campano). Una storia curiosa, di immigrazione di ritorno.

Tra la fine dell' Ottocento e gli inizi del Novecento molte di queste popolazioni emigrarono in cerca di fortuna nelle colonie italiane in Eritrea. Molti di loro tornarono poi in patria, prima del conflitto mondiale, portando tra i ricordi d' oltremare una curiosa melanzana rossa che ricordava un pomodoro, la meringiana a pummadora, la melanzana a pomodoro.
PARMIGIANA DI MELANZANEPARMIGIANA DI MELANZANE 

Della stessa forma e colore, con la polpa dal sapore fruttato, leggermente amarognolo e piccante. Fu la salvezza di quelle zone durante gli anni della miseria, grazie alla pianta, molto resistente, commestibile in tutto, foglie comprese, che ricordano un po' gli spinaci usati nelle minestre.

Prodotto in via di estinzione (veniva consumato generalmente sott' olio o sott' aceto, proprio per quei suoi sentori di peperoncino), ultimamente è stato valorizzato con un pieno recupero, sia nelle aree coltivate che nell' inventiva delle preparazioni culinarie, in particolare nella capitale di coltivazione, Rotonda, nel Potentino, assieme al confratello locale, il fagiolo bianco. Le melanzane sono molto eclettiche, come detto, dalle insalate ai contorni (la caponata su tutti), in varianti diversissime: a bistecca, impanate (le napoletane melanzane in carrozza), ripiene (la Puglia avrebbe molto da dire) ma forse non tutti sanno che le melanzane, al dessert, meritano un capitolo a parte.

PARMIGIANA DI MELANZANEPARMIGIANA DI MELANZANE 
Le melanzane al cioccolato sono un vanto della costiera amalfitana e sorrentina. Leggenda racconta che a Maiori le suore di Santa Maria della Misericordia erano particolarmente abili in cucina. Capitò che, da quelle parti, venisse in vacanza una nipote dello zar di tutte le Russie, Nicola II. Talmente presa dalla bellezza dei luoghi, la fanciulla si trattenne sino a completare una gravidanza nel frattempo avviata.

Per allietare puerpera e infante, le premurose suorine portarono all' albergo dov' era alloggiata un cesto con il meglio dei loro prodotti, tra cui una curiosa preparazione in cui le melanzane, fritte d' ordinanza, erano tuttavia abbinate a una crema di cioccolato e a un trito di mandorle, amaretti e pezzetti di cioccolato. Il tutto debitamente frollato in ghiacciaia.
La neomamma ne fu talmente conquistata che la voce presto si sparse e le suore regalarono la loro ricetta ai maestri pasticcieri della costiera tanto è vero che, adesso, le melanzane al cioccolato sono diventate testimonial della festa dell' Assunta dove tutto il paese ne consuma beate quantità.

Una redenzione recente, tuttavia, perché una ventina d' anni fa, allo scrivente, capitò un episodio divertente. In uno storico locale di Amalfi, al momento del dessert, incuriosito da questa singolare proposta, alla richiesta di lumi dopo averne scoperto le intriganti proprietà, il cameriere rispose: «Sa, devo presentarlo come una specie di tiramisù, altrimenti l' abbinamento scoraggia molti turisti». Ma forse le melanzane hanno trovato ora chi le protegge da lassù, tra le suorine di Maiori.

martedì 15 agosto 2017

Animali e droga

scimmie cappuccinoSCIMMIE CAPPUCCINO

Se pensiamo che la dipendenza da sostanze che alterano le percezioni sia una prerogativa umana, commettiamo un grosso errore. In natura, infatti, sono più di trecento le specie animali che si abbandonano ai vizi volontariamente e in qualche caso in maniera abituale. Eccone alcune...

ricciRICCI
L'animale più studiato per verificare le dipendenze da sostanze inebrianti è il gatto. A partire dall'erba gatta - o gattaia - che serve per pulire l'apparato digerente, il gatto selvatico sviluppa una dipendenza verso alcune piante che poi cercherà regolarmente. Tra queste, oltre alla già citata Nepeta Cataria (erba gatta, vedi i suoi effetti), ci sono il Teucrium Marum (camedio maro) e la Valeriana: la prima è un afrodisiaco che dà al maschio maggiore potenza prolungando l'erezione e alla femmina un comportamento voluttuoso. La valeriana invece è un potente allucinogeno.

pettirossi americaniPETTIROSSI AMERICANI
Alla capra si deve la scoperta di sostanze che poi sono state consumate anche dall'uomo, come il caffè. Diversi racconti popolari spiegano come l'uomo, osservando il comportamento bizzarro ed esagitato delle capre che si erano cibate delle bacche di caffè, si sia spinto a provarle. In Etiopia e nello Yemen, invece, le capre sono ghiotte delle foglie di khat (Catha edulis Forsk, famiglia delle Celastraceae), pianta dalle proprietà euforico-eccitanti la cui masticazione impegna quotidianamente gli uomini che vivono in quelle regioni. Anche il consumo del 'fagiolo del mescal' - il seme della leguminosa Sophora secundiflora - che provoca stati allucinatori pari a quelli del peyote, è stato indotto dalla curiosità che suscitava il bizzarro comportamento delle capre.
orsoORSO

rennaRENNA
In tema di "droghe animali", la predilezione degli elefanti va all'alcol: sono capaci di aspettare la maturazione dei frutti di diverse specie di palme di cui poi si cibano, visto che solo dopo l'inizio del processo di fermentazione il frutto diventa alcolico. Quest'attesa indica che la ricerca dell'alcol è intenzionale. Gli elefanti ubriachi diventano poi ipereccitati e, cosa più grave vista la mole, perdono la coordinazione motoria, si impauriscono facilmente e quindi diventano aggressivi. Un branco di elefanti ubriachi è un serio pericolo per l'uomo: non è raro leggere tra le cronache notizie di disastri provocati da questi animali. Per questo vizietto, in India, i pachidermi sono perfino utilizzati per stanare distillerie clandestine.

Il caso più divertente di sbornia collettiva è rappresentato però dai pettirossi americani. Questi si nutrono di bacche, specie quelle dell'arbusto conosciuto come California Holly, capaci di farli ubriacare. I pettirossi si cibano smodatamente di questa pianta (circa trenta bacche quando in realtà, per nutrirsi, ne basterebbero cinque). Dopo la scorpacciata, è possibile vedere stormi di uccelli che volano in modo caotico e comico; molti si divertono spingendosi in inseguimenti e giochi stupidi tra di loro, altri giacciono al suolo sbattendo le ali in una sorta di intorpidimento, altri ancora svolazzano addentrandosi in case e auto. Non si riporta nessuna morte per "overdose" da bacca, ma molti uccelli rimangono uccisi dalla interazione con l'uomo oppure sono facile preda di gatti e cani.
insettiINSETTI

Anche comunissimi insetti come formiche e mosche non sono esenti dall'uso di sostanze stimolanti. Le mosche, ad esempio, sono molto attratte dal fungo chiamato amanita muscaria, il cui nome deriva proprio da "mosca", in quanto è noto che questi insetti sono attratti dai cappelli del fungo e ne rimangono "stecchiti".
Il comportamento più bizzarro che si osserva in natura tra gli insetti è quello del cervo volante. Queste creature sono consumatrici avide della secrezione di linfa in fermentazione delle querce. Il liquido in questione rappresenta una specie di birra naturale con la quale i cervi volanti si ubriacano. Dapprima cominciano a schiamazzare, poi cadono barcollando dall'albero, cercano di reggersi goffamente sulle zampe, peraltro senza successo, e smaltiscono la sbornia dormendo.
elefantiELEFANTI

Anche le renne, che come aiutanti di Babbo Natale dovrebbero mantenere un certo decoro, sono animali "viziosi". La loro droga preferita è l'amanita muscaria (Agarico muscario), di cui sono abilissime ricercatici nelle foreste di betulle.
Dopo la scorpacciata di funghi, le renne iniziano a correre e rincorrersi in modo scoordinato, si isolano dal branco e ciondolano vistosamente la testa, comportamento che, in generale per tutti gli animali, è segnale di stato alterato.
mandrilloMANDRILLO
L'auto-isolamento dal branco ha gravi ripercussioni sul gruppo: i piccoli, lasciati incustoditi, possono rimanere vittime dei lupi. Le renne sono anche molto attirate anche dall'urina dei propri simili, dato che contiene una percentuale molto alta di sostanza inebriante.

I cinghiali e i mandrilli sono i più grandi consumatori di iboga. Si tratta di una pianta (Tabernanthe iboga Baill., famiglia delle Apocynaceae) le cui radici sono allucinogene. Il maschio del mandrillo, in particolare, ha un comportamento interessante nei confronti di questa droga perché se ne ciba poco prima di un combattimento per stabilire la supremazia all'interno del branco, oppure per la conquista di una femmina.
Il maschio, generalmente, si ciba della radice dell'iboga e attende circa un paio d'ore prima della lotta, proprio per permettere alla sostanza di sprigionare gli effetti.
Alcuni studiosi hanno ipotizzato che l'iboga venga utilizzata per aumentare la potenza e per attutire il dolore provocato dai colpi subiti.

gattoGATTO
Proprio come succede per noi con la medicina omeopatica, anche il mondo animale regala esempi di assunzione di vegetali per i loro poteri medicamentosi.
L'erba è usata come vermifugo e depurativo da gatti e cani, mentre l'ingestione di terra è necessaria a scimmie e uccelli per liberarsi dalle tossine dei cibi.
Gli scimpanzé della Tanzania usano le foglie di una pianta delle Asteraceae più che altro per l'agente antibiotico che contiene. Tartarughe e donnole mangiano origano e ruta disintossicanti, dopo aver divorato un serpente. I serpenti, dal canto loro, stimolano la capacità visiva cibandosi di finocchio.
E l'orso, non appena esce dalla tana del letargo, si "tuffa" sull'aro selvatico, che stimola la funzione intestinale ormai assopita.
muccheMUCCHE

A metà strada tra l'utilizzo delle piante e degli insetti a scopo curativo e quello intenzionalmente usato per raggiungere una sorta di ebbrezza, ci sono le scimmie cappuccino. Come tutte le scimmie, anche questa specie utilizza le foglie di alcune piante - diverse a seconda della specie - come lenitivo per le punture di insetti e come antiparassitario.
La particolarità delle scimmie cappuccino, però, è che cospargono il proprio manto con esemplari di un particolare tipo di millepiedi (l'Anadenobolus monilicornis), ottenendo in tal modo uno stato di eccitazione che dura circa una trentina di minuti.
Gli etologi hanno ipotizzato che la reazione è causata da qualche principio psicoattivo contenuto nelle piante di cui il millepiedi si nutre.

 Anche i ricci sono molto ghiotti di vino. Essendo un formidabile insettivoro, il riccio è stato considerato dall'uomo un grande alleato per proteggere gli orti dall'attacco di larve e insetti. Un modo efficace per far sì che il riccio si senta a casa e divenga un ospite fisso dell'orto che si desidera preservare è quello di lasciare a sua disposizione una ciotola contenente del vino.
capraCAPRA
Anche le lumache sono in qualche modo 'alcoliste': vanno matte per birra e vino. Un vecchio rimedio per disinfestare le piante da quello che può diventare un vero flagello consiste, anche in questo caso, di servire loro una ciotolina contenente una delle due bevande. È il modo più biologico per catturarle ed eventualmente disfarsene...

 Mucche, cavalli e anche pecore possono impazzire (e non è un eufemismo) se si cibano di alcune erbe che crescono in nord America e che vengono comunemente dette locoweed.
Sono piante selvatiche e psicoattive per gli animali da pascolo, i cui effetti sono principalmente l'auto-isolamento e la perdita di appetito: i soggetti possono diventare cattivi e diffidenti anche nei confronti della mandria.

mercoledì 12 luglio 2017

Estinzione animali

Eleonora Dusi - La Repubblica
La rana arboricola Ecnomiohyla - grandi occhi neri, corpo marrone, un' abilità senza pari nell' arrampicarsi sugli alberi e poi planare giù - se n' è andata alla fine dell' anno scorso. L' ultimo esemplare è morto allo zoo di Atlanta e nessuno si è preoccupato nemmeno di dare la notizia. Accade un paio di volte all' anno, che una specie scompaia: a un ritmo cento volte superiore rispetto a un secolo fa, e quasi sempre in silenzio. Se fossimo capaci di contare uno a uno gli animali non domestici attorno a noi, non arriveremmo nemmeno alla metà degli esemplari dell' inizio del '900, stima uno studio su Pnas.
  
Nell' indifferenza generale, avvertono gli autori, tre biologi delle università di Stanford e del Messico, siamo entrati nella sesta estinzione di massa: un «annientamento biologico», scrivono gli scienziati, che non riguarda solo gli animali, ma mette in pericolo anche «le fondamenta della civiltà umana».

L' espressione "sesta estinzione di massa" non è nuova e il dibattito sulla sua appropriatezza va avanti da alcuni anni, un po' come quello per il termine antropocene. Questa volta però Gerardo Ceballos dell' Universidad Nacional Autónoma de México, coordinatore dello studio di Pnas, invita a guardare i numeri e la realtà in tutta la loro crudezza. «La portata di questa estinzione è sottostimata» e l' umanità «pagherà a caro prezzo la decimazione dell'unico puzzle di vita dell'universo».

Tra i vertebrati, uno su tre è in declino sia in termini di esemplari che di estensione e qualità dell' habitat. Tutte le 177 specie di mammiferi studiate direttamente hanno perso almeno il 30% della loro area geografica.

Due su cinque hanno perso l' 80%. Lo spettro dell' estinzione minaccia il 41% delle specie di anfibi e il 26% di quelle di mammiferi. In 25 anni il numero di leoni si è ridotto del 43%. Oggi ne restano 35mila, concentrati in piccole oasi laddove il loro habitat comprendeva quasi tutta l' Africa, l'Europa del sud, il medio oriente e parte dell'India.

Nell' Asia del sud e del sud-est tutti i grandi mammiferi analizzati direttamente hanno perso almeno l' 80% dell' habitat. In generale il depauperamento della biodiversità è più alto fra i tropici. I rinoceronti, la maggior parte dei felini e i grandi primati si sono ugualmente ridotti a vivere nel 20% (quando non addirittura meno) dell' habitat di un secolo fa. Le giraffe sono passate da 115mila a 97mila in meno di 30 anni. I pangolini sono stati decimati dal contrabbando.

Per perdere 200 specie abbiamo impiegato un secolo. Normalmente (in tempi non legati alle estinzioni di massa) sarebbero serviti 10 mila anni. «Considerando la durata della vita umana - scrivono i ricercatori - si fa fatica ad apprezzare la gravità di quanto accade».

Spesso poi, lamentano i biologi, nel lanciare gli allarmi ci si concentra sulle specie già a rischio estinzione (solo 5 mila gli orango del Borneo e di Sumatra rimasti), senza rendersi conto che animali oggi molto diffusi come le rondini perdono ogni anno milioni di esemplari, avvicinandosi al baratro un passo dopo l' altro. Presto, avvertono gli autori, le nuove specie a rischio saranno loro: «I margini di tempo entro i quali agire per fermare la sesta estinzione di massa sono molto stretti. Due o tre decenni al massimo».

Nelle estinzioni di massa del passato la vita ha impiegato alcune decine di milioni di anni a crollare per poi riprendersi. Ma mai prima d' ora le specie animali erano state decimate da un unico grande predatore, capace da solo di consumare la stragrande maggioranza delle risorse del pianeta.

Distruzione dell'habitat, sfruttamento eccessivo della natura, inquinamento, invasione di specie aliene, malattie e ultimamente anche cambiamento climatico sono le cause principali della «perdita massiccia di vita» descritta nello studio. Una perdita che non riguarda ormai solo le specie notoriamente più bistrattate, ma che «ha raggiunto il livello di epidemia, attraversando tutte le regioni del mondo e tutte le linee filogenetiche, partendo dalle specie più rare, senza risparmiare quelle comuni».

2 - "CHI RESTERÀ ALLA FINE DI TUTTO? SOLO LE FORMICHE, IMMAGINO"   
Elena Dusi per “la Repubblica”

E alla fine chi resterà? «Le formiche immagino » risponde Luigi Boitani, biologo, ecologo, divulgatore attraverso libri e tv, professore alla Sapienza di Roma, che ospita il Global Mammal Assessment Programme ed elabora i dati su 5.600 specie di mammiferi nel mondo.

La sesta estinzione di massa è reale?
«Senza dubbio. Sui dati si può discutere, ma l'impoverimento di specie e popolazioni animali è innegabile».

Sempre su Pnas, la settimana scorsa avete pubblicato uno studio sull' importanza dell' habitat per la salute di una specie.
«Habitat vuol dire "lui abita". È un concetto che va pensato in relazione alla singola specie, non in termini generici. È importante che non sia frammentato, perché all' interno di aree troppo piccole non avviene il rimescolamento genetico».

La colpa delle estinzioni?
«Al primo posto la distruzione dell' habitat. Al secondo l' introduzione di specie aliene. Al terzo il prelievo insostenibile di risorse da parte dell' uomo».

Qual è la scena che più l'ha impressionata?
«Il delta del Niger, un tempo era un paradiso, un delta maestoso ricco di ogni forma di vita. Oggi è un posto allucinante zeppo di oleodotti e laghi di petrolio. Gli animali se li sono mangiati tutti».

Che effetti avrà la sesta estinzione di massa?
«Non ho idea. L' ultima estinzione ha permesso la diffusione dei mammiferi e quindi anche dell' uomo. Questa volta non so. Ma mi piace pensare che padrone del mondo resteranno le formiche».

sabato 8 luglio 2017

Droghe

Marco Belpoliti per “La Repubblica”

Le prime droghe risalgono al Paleolitico. Ne parlano testi arcaici indiani. In Europa arrivano con Colombo. Inizia così un viaggio nella storia delle sostanze psicotrope Che cosa è una droga? «Una sostanza che invece di essere vinta dal corpo (o assimilata come semplice alimento) è capace di vincerlo, provocando, seppur in dosi insignificanti se paragonate a quelle di altri alimenti, grandi cambiamenti organici, psichici o di entrambi i tipi».

Così scrive Antonio Escohotado autore di una monumentale Historia general de las drogas (1999). Non la vedevano certamente così gli sciamani dell' antichità, o gli estensori di trattati farmacologici, greci romani e arabi. Per loro era ancora qualcosa d' altro. Cosa?
Per capirlo bisogna partire dalle erbe.

Quando Colombo e i suoi successori sbarcano nel Nuovo Mondo sono colpiti dal fatto che gli indigeni usino vegetali a loro sconosciuti per ottenere energia, oltre che celebrare i loro riti. I nomi sono: cohaba, coca, peyote, stramonio, ololiuqui, caapi, tabacco, e altri ancora. In Europa la maggior parte di queste piante sono ancora sconosciute.

L'unica che fornisce risorse simili, ed effetti quasi analoghi, è la vite, oppure i cerali fermentati, da cui si ottiene la birra. I navigatori probabilmente non sanno che in Europa da migliaia di anni si fa uso di piante ed erbe per ottenere risultati simili a quelli che Pizarro e i suoi compagni vanno osservando.

C' è una cesura che separa il mondo moderno che sta per nascere, con la scoperta di Colombo, e il passato. Si chiama Medioevo. Questo periodo storico ha comportato una rottura con la tradizione medica dell' antichità, prima greca e poi romana. Le sostanze che chiamiamo "droghe", tratte da erbe, arbusti, fiori e piante - cosiddette "naturali"- erano parte essenziale della farmacopea in uso. Ma c' è anche un' altra frattura, che precede questa, senza la quale non si capisce che ruolo avessero nel passato le sostanze che chiamiamo "droghe".

Tra il VI e V secolo a. C. nelle civiltà antiche tramontano le religioni estatiche sorte nel corso della preistoria, fondate sull' uso di sostanze "psicoattive". Nonostante il perdurare di eventi misterici, religione e medicina si stanno separando a vantaggio della seconda. La medicina tende a diventare una realtà a sé. Le "droghe" prima di tutto curano.

Con il Medioevo cade però un interdetto sulla farmacopea fondata sul mondo vegetale. La caccia alle streghe mette al bando i farmaci antichi; il cristianesimo stabilisce un rapporto stretto tra droga, lussuria e stregoneria, decretandone la loro assoluta pericolosità. Le erbe curative sono ritenute uno degli elementi certi nelle pratiche sataniche.

Nel Paleolitico l'Homo sapiens raccoglieva già radici, funghi ed erbe, e tra gli effetti che cercava con le sostanze usate c'era quello euforizzante. Lo sciamanesimo è il fenomeno che accompagna la conoscenza del mondo vegetale, e comporta capacità terapeutiche e insieme il dialogo con il mondo del divino.

La farmacopea vegetale serviva a far "apparire" gli spiriti usando erbe dotate di proprietà psicoattive con reazioni stimolanti, effetti narcotici e sedativi, o stati inebrianti. Le sostanze provenienti dal mondo vegetale erano viste come una sorta di dono dato agli uomini dalle divinità per consentire di comunicare con loro. La prima droga-farmaco indicata in un testo arcaico, i Rg-Veda, è il soma, pianta magica e misteriosa, liquore estratto da piante sconosciute mescolato con miele e latte e altri elementi.

La più antica delle fusioni di medicina, religione e magia, lo sciamanesimo, perseguiva lo scopo di gestire le tecniche dell' estasi cancellando le barriere tra veglia e sonno, cielo e terra, vita e morte. Il numero delle piante utilizzate era vasto: alloro, aloe, cannabis, cassia, olio di ricino, mirra, melograno, senape, oltre all'onnipresente papavero.

In Asia, e nella sua propaggine detta Europa, sono diffusi i funghi psicoattivi che producono visioni ed effetti inebrianti, il cui uso risale a tempi remotissimi. Viste con l'occhio del naturalista, due sono le tipologie chimiche e farmacologiche dei funghi: il gruppo dell'Amanita muscaria e quello dei funghi psilocibinici (Psilocybe e Panaeolus).

L'Amanita è il più conosciuto, perché il più rappresentato in disegni e incisioni. Come fa notare Giorgio Samorini, etnobotanico, si tratta del fungo delle fiabe europee: grossa taglia e cappello rosso cosparso di macchie bianche. La sua indigestione provoca uno stato di ebbrezza che dall' euforia trascina alle visioni.

Prima che i funghi della visione tornassero di moda nel corso del XX secolo, grazie al lavoro etnografico di un banchiere americano, Robert Gordon Wasson, e della moglie, Valentina Pavlovna, erano perfettamente noti, tanto da essere presenti nelle rappresentazioni dell' antica arte rupestre del Sahara e in altri siti archeologici.

Nel 1953, quasi cinque secoli dopo l' arrivo dei Conquistadores, i coniugi Wasson si recano in Messico, e due anni dopo, nel corso della loro terza missione, partecipano a una cerimonia in cui Maria Sabina pratica esperienze curative a base di funghi psilocibinici seguendo uno schema molto antico. Il 1953 è anche l' anno in cui William S. Burroughs va in Perù, Colombia, Panama ed Ecuador alla ricerca dello yagé, la liana amazzonica da cui si ricavano decotti, con lo scopo di raggiungere lo "sballo supremo".

Lo racconterà dieci anni dopo in Lettere dello yage, scambio epistolare con Allen Ginsberg, destinato a diventare un libro cult. Nello stesso periodo, un aspirante antropologo peruviano con studi californiani, Carlos Castaneda, sta completando la sua istruzione in Messico presso don Juan, come racconta in A scuola dello stregone (1968). Gli sciamani con le loro droghe sono tornati.

giovedì 8 giugno 2017

La morte

Vittorio Sabadin per www.lastampa.it

La morte è un’esperienza più piacevole di quanto siamo portati a pensare e l’idea che si tratti di qualcosa di triste e terrificante è molto lontana dalla realtà. L’università del North Carolina ha condotto una ricerca, pubblicata su Psycological Science, prendendo in esame le frasi pronunciate da malati terminali o da condannati a morte, e ha scoperto che più si avvicina il momento della fine, più i loro pensieri diventano positivi, al punto che la morte viene considerata quasi un’esperienza felice. 

Queste considerazioni sono state messe a confronto con quelle di un gruppo di volontari, ai quali è stato chiesto di immaginare la propria morte. Quasi tutti l’hanno descritta come un momento terrificante, triste e doloroso, solitario e privo di significato. Ma per chi sta per morire davvero non è mai così: i malati e i condannati a morte trovano grande conforto e serenità anche nella religione e nella famiglia, com’è testimoniato persino dalle lettere dei soldati delle due guerre mondiali. Le loro ultime parole sono piene di amore, di perdono, di connessione sociale e di significato. 

«Gli esseri umani – ha detto il professor Kurt Gray, uno degli autori della ricerca – si adattano a ogni situazione, sia fisicamente che emotivamente, e lo fanno anche nel momento estremo della morte. Pensiamo che sia un evento terrificante perché la nostra cultura ce lo fa credere, ma non è così: più ci si avvicina alla fine e più la visione della morte è positiva».  

Anche le persone che hanno avuto esperienze «ai confini della morte» (Near Death Experience), che hanno cioè ripreso le funzioni vitali dopo averle perse per alcuni minuti, hanno raccontato di avere provato una sensazione di pace e serenità mai avvertita prima nella stessa misura, e di tale intensità da generare la paura di «tornare indietro» allo stato precedente. Ma cosa ci sia davvero dall’altra parte di questo confine nessuno lo sa: logico quindi averne un po’ di paura. 

ANIMA

  Niente, oggi, è più triste e penoso dell'uomo di Chiesa. Ci appaiono come una piccola congrega di funzionari che, pateticamente, non p...