giovedì 29 ottobre 2026

PREGHIERA

 Ovunque nel mondo la preghiera è stata la principale risorsa di ogni popolo di cui abbiamo conoscenza. Dagli Apaches agli Indù, dai Romani agli Egizi, dai Greci ai Giapponesi, dai Vikinghi ai Russi, dai Padri Pellegrini agli Aztechi, dagli Arabi ai Bantù. Non esiste popolo che non abbia pregato. Solo ora, su iniziativa della scienza e del suo fratello sciocco, il capitalismo, la preghiera è stata derisa e messa in cantina. Come mai è di facile esplicazione: perché i tecnici ci hanno fatto rilevare che raramente o quasi mai alle invocazioni delle preghiere è seguito qualche effetto congruente. Dunque fiato sprecato, demenziale superstizione credere chi sia un Dio che ascolta le nostre richieste e, a sua discrezione, decide se esaudirle o meno.

Se è vero che la gente comune, nella preghiera immagina di rivolgersi ad un ente di beneficienza che può sistemarti o meno, è ancora più vero che il significato della preghiera non è questo, sebbene questo sia il più accessibile per i poveri di spirito, che proprio grazie a questa elementare interpretazione, possono comunque accedere al suo significato reale e liberatorio.
La preghiera è la presa di coscienza dei limiti del mondo e della loro contestuale interruzione, facendo distogliere lo sguardo dalle cose che rimandano ad altre cose, per rivolgerlo ad un piano superiore nel quale il limite del finito è visto nel suo assoluto limite, ragion per cui si deve elevare se stessi a significati esistenziali e morali che non possono essere contenuti nei limiti del finito. Con facile osservazione possiamo rilevare che l’abolizione della preghiera, dunque della messa fra parentesi del finito, il livello morale, ma persino di acutezza intellettuale, degli uomini di medio valore è in caduta libera verso il basso e, se da un lato genera analfabetismo di ritorno, dall’altro una dimensione etica da carcerati.

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