giovedì 29 ottobre 2026

McCarthy

 CORMAC McCARTHY. IL MALE, LA FINE DEL MONDO E QUEL FUOCO CHE NON DEVE SPEGNERSI.

____Ho letto sul Foglio un lungo e bellissimo articolo di Giulio Meotti dedicato a Cormac McCarthy, morto nel giugno del 2023, e alla sua prima grande biografia, scritta da Tracy Daugherty. Una lettura che mi ha riportato alla memoria uno dei romanzi e dei film più sconvolgenti che abbia mai conosciuto: La strada, The Road.
Cormac McCarthy era un uomo singolare, appartato, difficilissimo da incasellare. Non usciva mai senza una pistola, frequentava più volentieri fisici e matematici che letterati, era affascinato dalla filosofia, dalla gnosi, dal mistero dell’esistenza e soprattutto dalla natura del male.
Non cercava di rendere il mondo più rassicurante attraverso la letteratura. Al contrario, voleva costringere il lettore a guardare ciò che normalmente preferisce non vedere.
Per lui le grandi questioni della narrativa non erano soltanto politiche o sociali. Erano il destino, la morte, la violenza, l’origine del male e il significato stesso dell’esistenza.
Era un uomo profondamente pessimista. Riteneva che qualcosa si fosse spezzato nella civiltà occidentale dopo la Seconda guerra mondiale. Non parlava semplicemente di decadenza culturale, ma di una vera e propria perdita della cultura, del suo significato e delle sue radici.
Era convinto che il male non fosse qualcosa di estraneo all’uomo, ma che avesse origine proprio dentro di noi.
____Tra i suoi romanzi più celebri c’è Meridiano di sangue, un’opera di violenza quasi insostenibile, che il grande critico Harold Bloom considerava uno dei capolavori della letteratura americana del Novecento.
E poi Non è un paese per vecchi, dal quale i fratelli Coen trassero nel 2007 uno splendido film, con Javier Bardem, Tommy Lee Jones e Josh Brolin.
Ma è soprattutto di un altro suo romanzo che voglio parlare.
LA STRADA. THE ROAD.
Pubblicato nel 2006, vincitore del Premio Pulitzer nel 2007.
___Dal libro fu tratto nel 2009 l’omonimo film, diretto da John Hillcoat, con uno straordinario Viggo Mortensen nel ruolo del padre e il giovanissimo Kodi Smit-McPhee in quello del figlio.
Io quel film l’ho visto a Venezia, alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, e ne sono rimasta sconvolta.
Non l’ho mai dimenticato.
Mi è rimasto impresso Viggo Mortensen, con quel volto scavato dalla fame, dalla sofferenza, dalla disperazione, ma soprattutto dall’amore assoluto per suo figlio.
___E quel bambino meraviglioso, interpretato con una sensibilità e un’intensità impressionanti, capace di conservare la propria innocenza in un mondo che aveva perduto quasi ogni traccia di umanità.
Ci sono film che si guardano e si dimenticano. The Road è uno di quelli che ti entrano dentro e non ti abbandonano più.
Il mondo è finito.
Non sappiamo esattamente che cosa sia accaduto. Una catastrofe ha cancellato quasi ogni forma di vita. Non c’è più vegetazione, non ci sono animali, non cresce nulla. Il cielo è grigio, la terra è coperta di cenere, il sole sembra essersi spento.
Un padre e il suo bambino camminano verso sud, spingendo un carrello con i pochissimi oggetti che possiedono.
Hanno fame. Una fame atroce, continua, che consuma il corpo e la mente. Cercano qualcosa da mangiare nelle case abbandonate, nei supermercati saccheggiati, tra le rovine di una civiltà scomparsa.
Ma non sono soli.
Ci sono altri sopravvissuti.
E alcuni sono diventati qualcosa di mostruoso.
Gli uomini mangiano altri uomini.
Esistono bande che catturano esseri umani per nutrirsene. In una delle scene più terrificanti, padre e figlio scoprono in una cantina persone tenute prigioniere, mutilate, conservate vive come riserve di carne.
E poi c’è l’immagine insopportabile di un neonato arrostito allo spiedo, presente nel romanzo.
McCarthy non ci risparmia niente. Ci mostra quanto rapidamente possa scomparire ciò che chiamiamo civiltà quando vengono meno le sue strutture e le sue regole.
Eppure, in mezzo a quell’orrore, esiste qualcosa che resiste.
Un padre che ama suo figlio.
___Il bambino continua a domandare se loro siano i buoni. Se possono aiutare qualcuno. Se devono avere pietà degli altri.
È incredibile: in un mondo dove la sopravvivenza sembra giustificare qualsiasi atrocità, è proprio quel bambino affamato, terrorizzato, indifeso, a custodire il senso della bontà.
Il padre gli ripete che loro portano il fuoco.
Non è un fuoco materiale. È ciò che rimane dell’umanità: la coscienza, la compassione, la capacità di non diventare mostri anche quando tutto intorno è diventato mostruoso.
___Ma il padre sta morendo.
È sempre più debole, tossisce sangue, il suo corpo non riesce più a sostenere quella marcia interminabile. Sa che presto dovrà lasciare solo il bambino. Ed è questo il suo tormento più grande, ancora più della morte.
Perché lui non ha paura soltanto di morire.
Ha paura di ciò che accadrà a suo figlio senza di lui.
Arriva il momento in cui non riesce più ad alzarsi. Il bambino è accanto a lui, terrorizzato.
Non vuole lasciarlo, non vuole nemmeno immaginare di continuare senza di lui. Gli chiede di portarlo con sé, di non abbandonarlo in quel mondo spaventoso.
E il padre, che fino a quel momento aveva vissuto soltanto per proteggerlo, deve compiere il gesto più doloroso: convincerlo a vivere anche senza di lui.
___Gli dice che deve andare avanti. Che deve trovare i buoni. Che non deve arrendersi. E quando il bambino gli domanda chi porterà il fuoco, gli fa capire che non deve cercarlo altrove.
Il fuoco è dentro di lui. C’è sempre stato.
Gli promette che potranno ancora parlarsi, che lui potrà sentirlo dentro di sé, anche quando non sarà più lì.
Poi il padre muore.
E il bambino rimane solo.
___Resta accanto al suo corpo per tre giorni. In quel paesaggio di cenere, senza più una voce familiare, senza più una mano da stringere, senza nessuno che gli dica dove andare.
È forse il momento più terribile dell’intera storia. Non ci sono più mostri da cui fuggire, né uomini armati da temere. C’è soltanto un bambino davanti al corpo di suo padre, l’unico essere umano che fino a quel momento aveva rappresentato per lui il mondo intero.
Poi compare uno sconosciuto.
È un uomo che viaggia con una donna e due bambini. Gli parla, cerca di rassicurarlo. Il piccolo ha paura, naturalmente. Suo padre gli ha insegnato a diffidare degli estranei, perché fidarsi della persona sbagliata può significare morire.
Ma gli ha insegnato anche a riconoscere i buoni.
E quell’uomo sembra essere uno di loro.
___Il bambino gli domanda se anche lui porta il fuoco. È la domanda più importante che possa fargli. Non vuole sapere soltanto se quell’uomo lo nutrirà o lo proteggerà. Vuole sapere se appartiene ancora a quell’umanità che suo padre gli ha insegnato a custodire.
___Alla fine decide di seguirlo.
E va.
Va perché suo padre gli ha detto di andare. Perché, nonostante il dolore, la paura e la solitudine, sente che deve continuare a vivere.
Non sa dove arriverà, né che cosa troverà lungo quella strada. Non sa se il mondo potrà mai tornare a essere un luogo abitabile.
Ma sa che deve proseguire.
___Perché suo padre gli ha lasciato qualcosa che nessuna catastrofe, nessuna fame e nessuna crudeltà sono riuscite a distruggere.
Quel fuoco che porta dentro di sé.
E ora tocca a lui portarlo nel mondo, ovunque quella strada lo condurrà.

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