giovedì 24 settembre 2026

VECCHI COSTRUTTORI

 La domanda è...come facevano?

Come facevano con i mezzi che avevano a realizzare questi capolavori?
Sono le domande ricorrenti.
Cio' che era diverso era il processo edilizio, in tutte le sue fasi.
1) Le maestranze.
L'apprendistato nelle imprese edili cominciava prestissimo, non esistendo praticamente la scuola. A 18 anni erano già mastri, a 20 sapevano fare tutto. Era, per la sua sopravvivenza, un sistema basato sulla meritocrazia...il sistema non poteva permettersi gente che non sapeva lavorare.
Il risultato era un livello tecnico degli operai infinitamente piu' elevato di quello di oggi. Se non sapevi lavorare ti sbattevano fuori in mezza giornata, e non esistevano sindacati;
Ovviamente esistevano anche i raccomandati, anche per entrare nelle botteghe, ma era impensabile che il raccomandato non avesse un livello tecnico molto elevato.
2) La Committenza.
La committente doveva trovare i fondi per queste opere. Siccome erano lavori impegnativi, per tutti i lavori importanti come le chiese, esistevano commissioni tecniche di altissimo livello.
A Roma, potevi trovarti Bramante o gente di questo livello, a valutare i tuoi progetti.
Nel Rinascimento e nel barocco i committenti era spesso appassionati e grandi intenditori, soprattutto Papi e Signori fiorentini.
Esistevano i concorsi di progettazione, per le grandi opere.
Il livello era quindi destinato a salire vertiginosamente, perchè gli studi dovevano produrre plastici costosissimi, disegni accuratissimi.
Spesso era esattamente la perfezione geometrica a premiare un grande progetto. Ecco perchè sono perfetti.
Se la giocava Ghiberti con Brunelleschi...
3) La stabilità politica.
La stabilità politica è essenziale per le grandi opere. I cantieri duravano decenni, e nel caso delle cattedrali, centinaia di anni. I cantieri delle cattedrali erano considerati un elemento immodificabile del sistema sociale. Se cambiava il re, o subentrava una forma politica diversa, non si toccavano né bloccavano i grandi cantieri.
Poteva capitare che venisse modificato il monumento, ma non era immaginabile bloccare i lavori, per un cambiamento di assetto politico o di potere;
La Cattedrale era il luogo di lavoro per un operaio, per tutta la sua vita;
4) il fattore tempo.
I cantieri duravano quanto dovevano durare. Se una malta aveva bisogno di un tempo di asciugatura, si aspettava il tempo necessario. Il fattore tempo era essenziale per la buona riuscita delle opere, perchè uno dei fattori peggiori dell'edilizia moderna è il tentativo di risparmiare sul costo orario.
Il fattore tempo è la chiave della speculazione edilizia, ed è la piu' grande differenza con l'attuale sistema;
5) Una burocrazia diversa.
Nelle città comunali come Firenze, Parma, Bologna, Pavia...esistevano già nel medioevo dei sistemi normativi che regolavano l'edilizia. Ma erano totalmente diversi dagli attuali. Erano norme finalizzate a costruire, non ad alimentare un mostro burocratico di impiegati da campare.
Esistevano le corporazioni, e difendevano i lavoratori, ma non diventarono mai delle forme iperburocratiche paralizzanti;
6) i materiali da costruzione.
La tipologia di costruzione in muratura ha una caratteristica: si deve realizzare necessariamente bene, perchè viene giù tutto. Un solaio in legno montato male non conviene economicamente.
Ogni elemento della costruzione necessitava dunque di tempi corretti, di maestranze qualificate nella lavorazione delle pietre, dei legnami, di tutto.
E' innegabile come il cemento armato abbia purtroppo aperto le maglie ad una realizzazione approssimativa da parte di chiunque.
7) la preparazione degli architetti
Gli architetti ricevevano una preparazione micidiale sugli ordini architettonici. Dovevano saper disegnare ogni modanatura, la voluta di un capitello, alla perfezione.
Siccome erano realizzate in pietra, tutte le modanature dovevano essere disegnate...per consegnare agli scalpellini il disegno esecutivo.
Producevano tonnellate di disegni, e quando questi disegni sono stati ritrovati, come per Andrea Pozzo, si comprende come disegnassero migliaia di elementi.
Una chiesa andava disegnata in ogni millimetro.
Per orientarsi, gli architetti disponevano di una ampia trattatistica, da Palladio a Scamozzi, da Vignola a Piero della Francesca.
Pochi sanno che moltissimi architetti campavano disegnando altari in marmo, quindi ogni altare importante di una chiesa barocca ha un progetto esecutivo, un computo metrico preciso.
Ma al netto del disegno degli architetti...qualsiasi marmista disponeva di forme in legno e sagome per ottenere qualsiasi cosa.
Soprattutto...gli architetti disegnavano.
😎 Disponevano di grande tecnologia;
non possedevano laser, ma un laser è meno preciso di una livella ad acqua analogica professionale. Avevano pantografi, strumenti topografici avanzati, ottici. Possedevano sagome in legno e metallo per qualsiasi cosa. Possedevano una disinvoltura nella creazione di ponteggi a sbalzo.
Gli strumenti di lavoro erano perfetti. Una squadra rinascimentale era un capolavoro. Un compasso a due punte in metallo era di una perfezione operativa spettacolare.
Piombi, strumenti per moltiplicare le misure.
Possedevano libretti per le misure, per le giornate di cantiere, scrivevano tutto e annotavano tutto.
Erano maniacali.
Avevano tutto, tranne autocad, e infatti le misure quadravano.
In definitiva, era tutto il processo edilizio a funzionare. E funziono' perché nei libri di storia dell'architettura non si parla delle migliaia di edifici che crollarono, e che costrinsero alla ricerca della perfezione.
In foto la facciata della Cattedrale di Catania, esempio di perfezione costruttiva.

COMUNISTI

 Invece di «sforzarci di preparare in noi una piccola anima con le ali»... abbiamo seguito la molle malinconia di Veltroni... Pietro Citati e ...

I comunisti
Cinquantaquattro anni fa, una nave americana sbarcò Palmiro Togliatti nel porto di Napoli. Da quel momento, non solo la storia ma la psicologia e l’antropologia italiana sono profondamente cambiate. Chi tornava in Italia dopo vent’anni, aveva conosciuto la Rivoluzione sovietica, la morte di Lenin, il trionfo di Stalin, l’invasione nazista: aveva conosciuto la delazione, il furore, il terrore, l’assassinio di massa, la follia, i campi pieni di milioni di vittime. Aveva assistito, spesso guidato, le riunioni dell’Internazionale comunista. Nemmeno oggi sappiamo completamente quanto fosse stato complice, e quanto vittima. Era sopravvissuto: con quella malleabilità, flessibilità, quasi mostruosa duttilità intellettuale, di cui avrebbe dato prova in Italia: il dono del pesce che sfugge alla rete preparata per lui. Di quella Rivoluzione e di quella follia, che lo aveva colpito così da vicino, Togliatti non portava tracce né nel volto né nel linguaggio. Nulla ricordava, in lui, che fosse passato attraverso delitti di massa. Se lo ascoltavate parlare, dipingeva il dominio di Stalin con i colori dell’idillio e del pastello. Adesso l’esiliato traeva fuori dalla sua riserva di maschere una maschera che certo doveva avere coltivato per lungo tempo, fin dagli anni di Torino. Era quella della virtù: una vecchia maschera rivoluzionaria, di cui egli diede un’interpretazione inconfondibile, come il più geniale degli attori. Con quale untuosa efficacia e quale profonda convinzione, atteggiava il volto al buon senso, all’onestà, alla moralità, alla rispettabilità, sopratutto alla serietà della vita – serietà, questa era la parola che prediligeva fra tutte. Parlava di politica seria, di cultura seria, di preparazione seria, di studi serii, di persone serie. Detestava i dilettanti, gli eccentrici, gli ironici, i fantastici, i sognatori, gli utopisti. Nessun capo comunista d’Europa recitò così superbamente, e con una tale capacità di inganno e di autoinganno. Cosa importa che lassù, a Mosca, egli non fosse stato né virtuoso né rispettabile? Che fosse responsabile o corresponsabile di tremendi massacri? Togliatti aveva dimenticato tutto. La sua memoria aveva inghiottito il passato. Era puro: come un ragazzo, o una vergine. In un paese apparentemente poco serio come l’Italia, quella superba recitazione suscitò un immenso entusiasmo. Ricordo che negli anni dal 1947 al 1956 le università italiane erano piene di ragazzi, che imitavano il suo linguaggio, il suo modo di gestire; e, sopratutto, la sua forma mentis. I professori universitari lo amavano con slancio ancora maggiore, come se fosse uno dei loro. Così, in quegli anni, cominciò in Italia una vera e propria mutazione antropologica. Togliatti convinse gli italiani che l’unica esistenza decente, per un uomo, è quella di vivere nella storia, come un umile impiegato del Progresso. In fondo, era una convinzione che l’italiano medio, costretto a destreggiarsi tra un padrone e l’altro, aveva sempre avuto. Ma Togliatti diede a questa fede inconscia una sicurezza e un orgoglio che un italiano non aveva mai posseduto. Adesso ognuno era sicuro del suo posto nella storia: nessuno glielo avrebbe tolto più; milioni di uomini avevano vissuto prima di lui, vivevano accanto a lui, e avrebbero vissuto dopo di lui, camminando verso un radioso futuro. Togliatti aveva un solo dio – la forza –; e adorava tutte le forme di cui la forza ama rivestirsi. Diceva di servire i deboli: ma nessuno ebbe mai un simile disprezzo per i deboli. In Unione Sovietica aveva appreso che il consenso non serve a nulla, se non è accompagnato dalla forza dell’organizzazione, dalla decisione del programma, dal fermo furore della volontà, dall’intreccio dei soviet. In Unione Sovietica apprese altre due cose. In primo luogo, l’avversione per la verità, che gli ripugnava come al pesce ripugna la terraferma. Mentiva: mentiva sempre; e dava alle sue menzogne quella bronzea fermezza, quella sontuosa costruzione che la verità – così nuda, modesta ed amabile – non ha mai. L’altra cosa era l’organizzazione della cultura. Non aveva nessuna importanza, per lui, che scrittori solitari scrivessero bellissimi libri di versi, o romanzi, o saggi geniali. La solitudine della letteratura lo disgustava. Guai ai soli, avrebbe potuto dire. A lui interessava soltanto che una rete di mezze verità, di rassicuranti luoghi comuni, di banalità fatte passare per verità avvolgesse a poco a poco tutto il paese, e lo soffocasse nelle sue spire. Rammentava di continuo che non possediamo altro che il nostro posto nella storia. Tutto quello che la religione e la letteratura avevano sempre preteso – che siamo qui di passaggio, che ciò che conta, o almeno i momenti che contano, sono quelli che otteniamo contro la storia o al di là della storia, che dobbiamo sforzarci di preparare in noi una piccola anima con le ali – era vano e ridicolo. Con quale feroce sarcasmo gli allievi di Togliatti, negli anni del suo predominio intellettuale, schernivano tutti coloro che avevano una vocazione letteraria o artistica. E come odiavano chi amava l’ironia: la quale ci porta a non condividere mai tutto ciò che facciamo e diciamo, e avvolgere di nuvole e di parentesi ogni realtà, ogni pretesa di essere soltanto qui, nell’assoluto presente. Un letterato era sospetto: ma un uomo ironico era da fucilare subito, su due piedi. Così l’Italia si educò in quegli anni a una specie di sorda sicurezza. Non c’era altro che questa vita. Tutto ciò che sta oltre il limite veniva abolito: non bisognava mai guardare al di là, nel mondo dell’eterno, del gioco o dell’impossibile. E, al di dentro di questo limite, venivano raccomandati tutti i sentimenti che rendevano la vita grigia, mediocre, ottusa, beata della propria mediocrità senza fine. Mi chiedo con quali occhi Palmiro Togliatti, se potesse penetrare da qualche quinta dell’aria nel nostro presente, giudicherebbe gli anni dove viviamo. Forse sarebbe lieto di vedere che i suoi allievi hanno preso il potere, sia pure con mille cautele, debolezze e incertezze. Lui avrebbe un pugno molto più sicuro. Quali sconvolgenti manovre politiche escogiterebbe contro la sinistra e la destra. Ma i suoi allievi sono molto diversi dal sogno che egli coltivò allora. Non leggono i libri che egli aveva raccomandato: non più Lenin e Gramsci, ma Heidegger e Hannah Arendt: non più Neruda ma Rilke e la Cvetaeva; non più Fadeev e Šolochov, ma Joseph Roth, Kundera e Chatwin. Quale sorpresa deve essere stata, sopratutto per i più anziani fra i comunisti, leggere tanti libri rimossi: quale improvvisa sensazione di ricchezza e di vitalità, di freschezza e di libertà e di crescita spirituale. Anche le sensazioni e i sentimenti dei nuovi comunisti sono mutati; e i loro pensieri non obbediscono più alla dialettica marxista di una volta. A poco a poco, si sono lasciati trasformare dalla società nella quale hanno vissuto, e che hanno rinunciato a combattere. La amano perfino troppo, a volte con un entusiasmo che meraviglia. Persino i volti sono mutati. Quando guardiamo i più giovani, non scorgiamo più quei lineamenti netti, massicci, sicuri. Nessuno assomiglia a Togliatti o a Longo o a Secchia. Spesso hanno occhi spenti, che celano l’espressione, miopia che impedisce di scorgere il futuro, naso incerto, guance molli e cadenti, e degli strani nei, che un tempo facevano spicco soltanto sulle facce dei Forlani, dei Rumor e dei Colombo. Sia pure da lontano, hanno attraversato avvenimenti storici grandiosi come quelli che aveva conosciuto Togliatti: la crisi, e poi il crollo dell’Unione Sovietica e del comunismo. Qualsiasi persona porterebbe in sé il segno di questa delusione: si sentirebbe colpevole per aver creduto e fatto credere in ideali tremendi. Ma niente di questo è accaduto agli ex comunisti: o a pochissimi tra loro. Di Togliatti, i suoi eredi hanno conservato un aspetto fondamentale. Con quale rapidità, con quale assenza di dramma e di ferite si sono adattati alla nuova condizione del mondo. Se li incontri in privato, ti parlano con allegria ed euforia del crollo del muro di Berlino: sembra che non si pentano di nulla, che non si sentano colpevoli di nulla, che abbiano attraversato indenni i disastri della storia, e ora siano qui, ben fermi sui piedi, come se tutto fosse stato soltanto un gioco di prestigio. L’idea di mettersi da parte, di stare in silenzio per qualche anno, riflettendo su sé stessi e la propria vita, non li ha mai sfiorati. E poi ti insegnano. Ormai, sono loro i veri liberali. Come il vecchio maestro, sono di nuovo dalla parte della verità. Come sempre, sono sempre nel giusto. I volti sono cambiati: sono cambiati i nasi, le guance, i nei, i gesti, i libri, i quadri, le idee, le sensazioni. Ma non è cambiata in nulla la sicurezza con cui stanno seduti nella storia come nel più comodo e avvolgente dei divani: la virtù, la rispettabilità, la serietà. Allora, Togliatti era il Migliore; e adesso sono rimasti i migliori. Se si nutre qualche dubbio sulle loro qualità intellettuali e morali, si offendono: si offendono così profondamente, che uno rilutta a dire cose crudeli. Siccome sono eccellenti, nessuno può indignarsi che abbiano grandi appetiti. I democristiani avevano qualche dubbio e vergogna nella loro occupazione del potere: avevano una vaga sensazione di peccare e di prevaricare (che non li induceva a desistere); loro, che non conversano con Dio ma soltanto con il più bonario dio della storia, non hanno mai dubbi, non si vergognano mai, non perdono per un istante le loro certezze invidiabili. Insomma, sono qui, fra noi, e ci resteranno a lungo. Con tutta la loro virtù e rispettabilità, fanno parte del paesaggio italiano: come i pioppi nella pianura padana, i cipressi nelle colline toscane, gli inglesi a Firenze, nel Chianti e sui laghi. E, tra le pochissime certezze che posseggo, una è certissima. Sul letto di morte, mentre le forze mi verranno meno, vedrò balenare per un istante i baffi appuntiti di D’Alema, i baffi folti di Mussi, la molle melanconia di Veltroni.
Pietro Citati, Da "L'armonia del mondo", Rizzoli,

DC

 Pietro Citati e i... democristiani.

Ricordo che lessi questo pezzo, o parte di esso, su "Repubblica". Non amavo Citati. Secondo una formula, che forse avevo letto da qualche parte, aveva il vizio del cuculo di deporre le proprie uova nel nido di altri uccelli (grandissimi) col risultato se non l'intento che i propri nati rubassero il cibo dei legittimi proprietari. Ma questo pezzo mi colpì. L'ho cercato, l'ho trovato: è accolto ne "L'armonia del mondo" Adelphi ebook 2015 (ma 1a ed. Rizzoli 1998). È un pezzo col suo mordente. Eccolo
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EPICEDIO DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA
Chi era ragazzo negli anni tra il 1945 e il 1948, vide improvvisamente apparire alla luce una razza che non aveva mai conosciuto: i democristiani. Fino allora, avevano condotto una vita nascosta attorno agli arcivescovadi, le sacrestie, le scuole e le associazioni cattoliche; e sembravano stupefatti di comparire ai raggi del sole. Della loro lunga esistenza segreta conservavano una specie di profumo: quel profumo di tisane, sonno, sudore, borotalco e marmellata di prugne, che intride gli ambienti ecclesiastici. Anche ora, che dopo tanti anni cerco di fissarne il ricordo, non riesco a riportare alla memoria nessun lineamento preciso. Li confondo tra loro. Avevano dei visi molli e un poco informi, dove non si distinguevano bene i lineamenti: il naso si scioglieva tra le guance, le mascelle non erano mai nette, il colore dei capelli indugiava tra il bruno e il biondiccio, gli occhi erano sbiaditi, sulle labbra errava un sorriso indeciso. Non guardavano negli occhi. Stringevano fiaccamente la mano. E, se cominciavano a parlarti, guardavano da un’altra parte. Non esibivano mai verità perentorie: le loro parole si perdevano in un bisbiglio materno e rassicurante, che ti induceva al sonno e alla fantasticheria. Confesso (e me ne vergogno) di aver provato da principio qualche resistenza verso di loro. Ma, poi, fu una vera passione: mi pareva che quei volti indecisi e quei bisbigli materni portassero con sé un’aura romanzesca, come conveniva a quegli anni di libertà appena ritrovata. Nei loro gesti e nelle loro parole non c’era nemmeno il più lontano ricordo del linguaggio fascista, che aveva ammorbato per vent’anni tutta la popolazione italiana: come se avessero vissuto miracolosamente intatti nelle loro catacombe odorose d’incenso. Non levavano il mento verso l’alto, non parlavano al popolo dai balconi, non guidavano trattori, non baciavano bambini, non attraversavano di un balzo cerchi di fuoco, non parlavano della patria. E se aprivano bocca, mai, mai si permettevano una di quelle allusioni falliche e viriloidi, che rendono così insopportabile il linguaggio degli esseri umani. D’altra parte, non avevano nulla in comune con i nuovi potenti, che erano appena arrivati dall’Unione Sovietica. Nessuna esibizione di cultura, nessuna apparente ideologia politica, nessuna promessa di benessere universale, nessuna virtù proclamata, né quella mescolanza tra delitto e pedanteria professorale, che rendeva così odiose le figure di Togliatti e dei suoi scolari. Col 1948, all’improvviso, i democristiani occuparono quasi completamente il potere, come una lenta, ordinata e assorbente marea. Lo amarono e ne approfittarono. Ma, al tempo stesso, si vergognarono del potere, quasi fosse una colpa inespiabile che dovevano nascondere. Ne detestarono i simboli. Preferivano il potere occulto: la ragnatela che si tesse in silenzio, la macchinazione che non lascia tracce, la mano nell’ombra. Lo esercitarono in coro: schiacciando chi di loro cercasse di esercitarlo in prima persona, e possedesse un volto troppo deciso, o si rivolgesse direttamente al popolo. Nessuno doveva distinguere con troppa precisione tra i visi di Forlani e Bisaglia, di Rumor e Colombo – tutte note della stessa pittura. Non avevano nessuna simpatia per la storia, dove invece Mussolini e Togliatti si sedettero con arroganza, come se spettasse loro per diritto. Quelle trombe, quei colonnati di pietra o di gesso, quegli spettacoli, quelle promesse definitive di futuro li infastidivano. Con una specie di beatitudine infantile, pensavano al grembo materno delle catacombe provinciali, dalle quali erano usciti. Non amavano la forza – la divinità grandiosa e terribile, alla quale gli uomini hanno sempre sacrificato e dalla quale si sono sempre lasciati sacrificare. Né tutto ciò che ricorda la forza: la costruzione, il programma, la decisione, il progetto – quanto la sinistra ha sempre divinizzato.
Avevano un’idea passiva della politica. Pensavano inconsciamente che un paese dovesse muoversi per proprio conto: moltitudini si spostavano dal Sud al Nord, le campagne si svuotavano, nascevano industrie; e il loro compito era quello di intervenire il meno possibile, lasciando che tutto accadesse, e assecondando il movimento con una mano molle e paziente. E se qualcuno si levava contro di loro, un istinto profondo li spingeva a non offrire resistenza, ad arretrare o ad abbarbicarsi al terreno. Finché il nemico si estendeva troppo, si spossava, si sfiniva; e allora essi lo avvolgevano, lo penetravano, lo trasformavano a poco a poco in sé stessi, con quell’arte dell’assimilazione nella quale erano maestri. Era il metodo con il quale Kutuzov, in "Guerra e pace", sconfigge Napoleone. Come gli imperatori e i mandarini cinesi, sapevano corrompere. Offrivano a un popolo i massimi favori – pensioni a ventenni, assegni di invalidità a sani, parrucchiere gratis alle deputatesse – pensando che la corruzione penetra molto più in profondo di qualsiasi ordine e imposizione.
Avevano due grandi debolezze. La prima era la lingua italiana. Nessuno, nemmeno i peggiori marxisti, parlava e scriveva male come loro. La prosa di Fanfani, di Zaccagnini e di Moro toccò dei vertici disgustosi. Spesso, avevano una cattiva cultura, a cui aggiungevano pessime abitudini di avvocati e di professori. Preferivano non esprimersi mai chiaramente. Volevano che la luce e l’oscurità, il positivo e il negativo, il sì e il no si intrecciassero sulla loro bocca e si confondessero a vicenda. Non volevano scegliere. Detestavano l’affermazione netta: coltivavano la cautela, la perplessità e l’incertezza, che ritenevano positive e feconde. Avevano una specie di allergia per la verità. Amavano mentire o, per meglio dire, trovare forme in cui verità e menzogna si accoppiassero, e la verità prendesse i colori della menzogna e la menzogna quelli della verità. Pensavano che una specie di nebbia servisse al loro potere. Nessuno di loro (tranne De Gasperi) parlò mai con chiarezza al popolo italiano, che qualche volta avrebbe desiderato sapere. E credo che, almeno per qualche anno, il popolo italiano abbia amato essere avvolto dalle lente e indescrivibili ragnatele, che dall’alto scendevano sopra di lui. La seconda debolezza era il denaro. Non pensavano che è una cosa indifferente: luccica, splende, poi se ne va, e se lo usiamo con gioia può rendere piacevole e divertente la vita. Avevano letto troppe scomuniche ecclesiastiche contro l’usura e la banca. Uscendo dalle loro modeste ed oneste catacombe, si convinsero che il denaro era il male. E per questo esercitava su di essi un’immensa, peccaminosa attrazione. Se dovevano gestirlo, lo affidavano a personaggi che non avrebbero potuto essere più infidi. Proprio questo prediligevano: il losco che avvolge il denaro. Così furono protagonisti di alcune farse esilaranti, che appartengono ai massimi capolavori della storia italiana: come l’affare Calvi, dove un banchiere vuota come un topo industrioso la banca della quale è amministratore, si mescola ai personaggi più abbietti, si confonde con prostitute, fugge, va a chiudersi in un residence inglese colle moquette bruciacchiate dalle sigarette, e finisce impiccato a un ponte di Londra – senza perdere mai la sua venerazione per i valori cattolici.
I democristiani hanno governato questo paese per quasi cinquant’anni; e gli storici, che oggi hanno una banale passione per il periodo fascista, non si sono ancora occupati di loro. Forse è difficile raccontarli. Col passare del tempo, la loro matrice si è esaurita: quegli oratorii, quelle sacrestie, quelle scuole private hanno smesso di produrre una ordinata folla di democristiani; mentre l’Italia che essi amavano – il paese o la cittadina raccolti attorno alle parrocchie – scompariva. Hanno appreso troppo facilmente i vizi del popolo italiano. Hanno cambiato visi, sguardi, linguaggio. E, negli ultimi anni, il mio occhio desolato non riusciva più a distinguerli da tutti gli altri che occupavano la scena. Nel loro tramonto hanno avuto una specie di grandezza: si sono suicidati pubblicamente, accettando una legge elettorale che li condannava all’estinzione. Così sono piombati nel vuoto come un castello di carte. Ora sono dappertutto: a destra, al centro, a sinistra, in compagnie che apprezzano poco. Non sappiamo quale sarà la loro sorte: forse si estingueranno, come il sale che a poco a poco si perde nell’acqua: le qualità che li distinguevano al primo sguardo si dissolveranno nell’atmosfera generale; e i pochi rimasti torneranno nelle catacombe. Oppure – ma mi sembra più difficile – contageranno tutti gli altri con la loro grigia grazia, con il loro ambiguo veleno. In questo paese, non sono mai stati veramente amati: eppure per cinquant’anni hanno espresso l’anima dell’Italia assai più dei fascisti e dei comunisti. Per questo il paese vuole dimenticarli: non desidera riflettersi nel loro specchio.
(1996)
[La Democrazia Cristiana s'era dissolta due anni prima: il 18 gennaio1994.

RELIGIONE

 RELIGIONE E CONTRAFFAZIONE RELIGIOSA

Sul concetto stesso di "religione" la maggior parte degli occidentali di oggi non possiede nemmeno le conoscenze più elementari.
Infarciti di duemila anni di cattolicesimo, annientati dall'ultimo secolo di totale distruzione del concetto stesso di "sacro", per gli occidentali attuali il "Dio è morto" di Nietzsche andrebbe completato in "Dio è morto e sepolto".
La gente crede che prima del Cristianesimo esistessero solo delle religioni "fasulle", collettivamente indicate come "paganesimo".
"Pagano" (dal latino "pagus", "villaggio") era solo il modo dispregiativo con cui il cattolicesimo dei primi secoli iniziò a indicare le convinzioni religiose precedenti al cattolicesimo stesso, con l'intento di farle passare per superstizioni da gente di poco conto, da "abitanti del villaggio", rustici, poco istruiti.
Le religioni precedenti a quella cattolica in Europa, cioè la religiosità greco-romana, hanno rappresentato il collante spirituale più importante della storia del nostro continente, in perfetta analogia con tutte le altre tradizioni antiche, dalla religiosità dell'Egitto antico a quella della mezzaluna fertile, dal madzeismo persiano di Zarathustra all'induismo vedico, dal buddhismo al taoismo.
Tradizioni che avevano come proposito quello di "collegare" gli individui in una società ancora permeata da valori collettivi, e integrare l'uomo in una realtà più ampia della sua stessa specie animale, allargata a tutti gli altri elementi della Natura.
"Religo", cioè "Collego": questa era la funzione dell'elemento religioso nelle culture del mondo antico, cioè necessità di mantenere integra la collettività e di creare un benefico rapporto tra uomo e Natura.
Questa funzione, profonda e nobilissima, che portò Greci e Romani, Egizi e Persiani, Indiani e Cinesi alle più alte vette di civiltà mai raggiunte dall'umanità, venne sostituita dal semplicistico e sciagurato rapporto uomo-demiurgo creatore e proiezione dell'egoismo umano.
Un rapporto inventato dal nazionalismo ebraico post-esiliaco col culto del dio-nazione YHWH, poi passato per contaminazione al cristianesimo istituzionale della Chiesa di Roma interessata all'esercizio del potere temporale e alla teocrazia islamica, che perseguì il medesimo obiettivo.
E mentre l'ebraismo e l'Islam seppero comunque mantenere aspetti religiosi autentici, propri delle tradizioni pre-ecclesiastiche, il cattolicesimo europeo, poi estesosi col protestantesimo alla realtà anglosassone e nordamericana, avrebbe definitivamente affossato il concetto stesso di religiosità, riducendolo a contraffazione religiosa.
L'unica, vera e possibile definizione di religione è proprio quella che oggi con disprezzo viene chiamata "pagana". Una religione che si basava solo sull'esperienza diretta del rapporto tra uomo e Natura, e che aveva nella Natura stessa il suo unico Dio, che veniva simbolicamente rappresentato nelle sue diverse manifestazioni con i vari nomi degli Dèi, che non erano altro che declinazioni diverse della stessa, unica e incontrovertibile realtà: la Natura.
Chi avesse la fortuna di visitare la bellissima mostra dedicata ai Bronzi di San Casciano, attualmente allestita al Museo Archeologico di Reggio Calabria, potrebbe rendersi conto ampiamente di tale realtà davanti alle meravigliose, straordinarie raffigurazioni del rapporto simbiotico tra uomo e Natura, rappresentate nella statuaria etrusca e romana.
Immagini di autentica religiosità naturale, di legame indissolubile tra uomo ed evento naturale, cioè tra uomo e Realtà, una realtà fatta di terra e di cielo, di fulmini e di vento, di costruzione e distruzione. Una Realtà fatta di Verità.
Dal cristianesimo ecclesiastico in poi, nel mondo occidentale e medio-orientale ha invece preso piede la più assoluta superstizione, la credenza in dogmi sciocchi e privi di senso, inventati da un potere bramoso di assoggettare individui resi stupidi e "scollati" da qualunque idea di collettività, e quindi controllabili e manipolabili.
Le religioni cosiddette "abramitiche" hanno operato questa cosciente depauperazione della religiosità autentica, con i distinguo di cui sopra: l'ebraismo e l'islam hanno mantenuto parzialmente i propri valori tradizionali, le confessioni cristiane (cattolica, ortodossa e protestante) hanno letteralmente disintegrato tali valori.
Il culto della Natura è stato sostituito da una sciocca superstizione idolatra che crede in miracoli, aldilà, resurrezioni, angeli, diavoli, creature soprannaturali, oltre allo sciocco manicheismo della contrapposizione tra bene e male.
I Vangeli, una delle espressioni massime dell'autentica religiosità arcaica, sono stati utilizzati strumentalmente dal Potere delle istituzioni cristiane mistificandone completamente il senso originale, e trasformando il messaggio del Cristo in un buonismo ipocrita praticato da egoisti cosmici che non perdono un'occasione, appena usciti dalle chiese, per fare esplodere la propria rabbia verso il prossimo e il proprio guerrafondaismo.
Come dimostrano gli eventi di guerra, di distruzione e di morte che attualmente coinvolgono Occidente, Israele e mondo islamico, le false religioni "abramitiche" hanno contribuito drasticamente alla regressione della civiltà umana, precipitandola in un'autentica barbarie.
Il vero "paganesimo", l'ignoranza circa sé stessi e la Natura, appartiene a queste religioni moderne, non certo alla religiosità tradizionale antica, davanti alla quale colui che abbia la volontà di accostarsi con rispetto e conoscerla, rimane commosso e ammirato.
"L'Islam, in molte sue espressioni concrete nella vita quotidiano, esprime ancora una sincera esigenza di collegamento interno tra gli individui, ponendosi limiti e contenimenti al desiderio egoico, e riconoscendo la necessità dell'integrazione in una collettività che sappia agire come tale. Tuttavia anche l'Islam nasce, già nel VII secolo dopo Cristo, da una visione di Dio-Nazione mutuata da ebraismo e cristianesimo istituzionale, e che fin dall'inizio portò all'idea di una Teocrazia, quando invece la Divinità nella religiosità tradizionale è proprio negazione del concetto di Potere. La necessità dell'affermare il Potere annacquerà l'Islam come aveva già contaminato ebraismo e cristianesimo, e farà emergere l'egoismo e tutte le divisioni e i conflitti che vediamo operare nell'umanità moderna. In questa deriva però, l'Islam appare come la religione moderna che ha manifestato le resistenze interne maggiori alla forza dirompente dell'egoicità, ed il Sufismo islamico è chiaramente il testimone più autentico, ancora oggi, della religiosità tradizionale quando invece nel cristianesimo e nell'ebraismo quella religiosità tradizionale non sopravvive più nemmeno negli "esoterismi", quali la massoneria cristiana o la kaballah ebraica, che sono nel tempo divenute solo ciarlatanerie che scimmiottano l'antico gnosticismo naturalistico senza più capirne nulla. Una danza sufi ha invece ancora in sé la coscienza della Tradizione."
"La parola Dio della religione antica è un sostantivo neutro. La Natura degli antichi comprende in sé tanto il mascolino sacro quanto il femminino sacro, che non sono sessi ma aspetti del reale. Quella dei sessi era soltanto una rappresentazione simbolica, e la Natura in modo simbolico era rappresentata come androgino. Ra, Brahma, Elohim, le parole che venivano usate per indicare la Natura, non hanno associato alcun genere e nemmeno numero, possono essere rappresentati indifferentemente come maschio oppure femmina, come uno oppure molti, la rappresentazione non ha a che fare con la sostanza del divino che per gli antichi è sempre Uno e Androgino. La Dea che era adorata dagli agricoltori del neolitico era semplicemente la Terra, cioè la declinazione della Natura come femminino sacro, ma gli stessi agricoltori adoravano allo stesso modo il mascolino sacro nella forma del Serpente. Sono state le religioni moderne a sentire la necessità di dividere maschile e femminile, a porsi questioni circa il sesso di Dio e naturalmente a proiettare queste loro esigenze sugli antichi, credendo che anche loro se le ponessero perché, ad esempio, gli sembra che per gli agricoltori neolitici avesse più importanza la Dea femmina mentre per i cacciatori indoeuropei avesse più importanza il Dio maschio, ma non era affatto così. La religiosità antica era Advaita, non conosceva alcun dualismo, ed il sesso, cioè la differenziazione, era inteso alla stessa maniera delle altre opposizioni luce-buio, gioia-dolore, alto-basso, cioè opposti che coincidevano nell'unica Natura che li conteneva tutti. La nostra attuale preoccupazione per il "gender" che abbiamo addirittura moltiplicato in miriadi di fantasiose sigle testimonia il passaggio della psiche umana a una visione dualistica del mondo dove esiste un'unica esigenza, il Conflitto, che è la negazione stessa della religiosità ed è il motivo del profondo malessere dell'attuale umanità. "
Prof. Domenico Rosaci

INTEGRAZIONE?

 Arrivati alla mia età succede che diminuisce drasticamente la voglia di perdere tempo con gli slogan e con le cazzate che quotidianamente riempiono le pagine dei giornali o le trasmissioni televisive.

E finisce la pazienza.
Perciò vorrei fare una domanda SERIA a quelli che, davanti a qualunque discussione sull’immigrazione, sull’integrazione o persino sulla necessità che un bambino possa seguire una lezione nella lingua del Paese in cui vive, estraggono immediatamente dal cilindro la formuletta magica:
“L’immigrazione è un arricchimento culturale e sociale.”
Bene.
Ma esattamente: in cosa consisterebbe questo arricchimento?
Perché vorrei finalmente uscire dal mondo delle frasi fatte e atterrare sulla Terra.
Una società si arricchisce quando incontra persone che portano conoscenze, lavoro, idee, capacità, cultura, voglia di partecipare e, soprattutto, disponibilità a entrare nella comunità che le accoglie.
Non basta attraversare una frontiera per diventare automaticamente un “arricchimento”.
Se arrivi in Italia e vuoi costruirti qui una vita, la prima cosa che considero normale aspettarmi è che tu impari l’italiano.
Non tra vent’anni. Non “forse”.
Lo impari.
Che tu rispetti le nostre leggi.
Che tu comprenda che uomini e donne hanno gli stessi diritti.
Che tu accetti che la religione – qualunque religione – è una scelta personale e non un regolamento da imporre alla società.
Che tu mandi i tuoi figli a scuola con l’obiettivo di farli diventare parte di questo Paese, non di costruire comunità parallele impermeabili a quella che le ospita.
Che tu comprenda che integrazione non significa che l’Italia debba integrarsi con te: significa anche che TU devi fare uno sforzo per integrarti nell’Italia.
È davvero diventato scandaloso e “fascista” dirlo?
Lavoro da decenni nell’immobiliare e sono entrato in migliaia di case. Non parlo quindi soltanto per ciò che leggo sui social: ho conosciuto personalmente situazioni normali di integrazione e situazioni disastrose, stranieri che, dopo anni, faticavano persino a comunicare in italiano.
E proprio per questo rifiuto le favole.
Quella secondo cui “lo straniero è un problema perché è straniero”
Ma considero altrettanto ideologica e forzatissima quella secondo cui “lo straniero è una ricchezza perché è straniero”.
No.
Una persona è una risorsa per una comunità per quello che fa, per come vive, per ciò che costruisce e per quanto è disposta a condividere responsabilità, regole e doveri.
E chi arriva, lavora, impara la lingua, rispetta le regole, cresce i propri figli dentro la società italiana e vuole davvero farne parte deve avere la possibilità di costruirsi dignitosamente il proprio futuro.
Ma proprio per rispetto verso queste persone, smettiamola di mettere nello stesso calderone integrazione riuscita e immigrazione senza regole.
E smettiamola soprattutto con questa stucchevole parola: “arricchimento”.
Perché c'è poi un altro “arricchimento” del quale si parla molto meno.
Quello di chi ha scoperto nell'immigrazione una riserva praticamente inesauribile di manodopera a basso costo.
Quello di chi può pagare meno perché, se un lavoratore italiano non accetta determinate condizioni, qualcun altro disperato le accetterà.
E alla fine chi presenta il conto?
Il lavoratore – italiano o straniero – che vede diminuire il valore del proprio lavoro.
Questa non è integrazione.
È sfruttamento travestito da solidarietà.
Quindi sì: accogliamo chi può essere accolto, integriamo chi vuole integrarsi, rispetta questo Paese e pretende da se stesso prima ancora che dagli altri.
Ma non chiedetemi più di applaudire per principio.
Non chiedetemi di chiamare “ricchezza” qualsiasi fenomeno migratorio semplicemente perché pronunciare la parola immigrazione con un aggettivo negativo è diventato sconveniente.
E soprattutto non spiegatemi che porre regole, pretendere la conoscenza della lingua o chiedere integrazione significhi automaticamente essere contro gli stranieri.
Significa essere a favore di una società che abbia ancora il diritto di stabilire le condizioni della propria convivenza.
A 63 anni almeno un lusso voglio concedermelo:
non fingere più di credere alle favole per sembrare una brava persona.

MONDI DIVERSI

Ci sono incontri che, in poche parole, mostrano quanto possano essere lontani due modi di vedere il mondo.

Umberto Galimberti racconta di aver rivolto a un imam una domanda molto diretta:
«Perché ci state osteggiando con tanta forza?»
La risposta, riferisce Galimberti, riguardava soprattutto la sessualità e i modelli di vita dell’Occidente.
Secondo quell’imam, se quei modelli fossero entrati pienamente nella loro cultura, avrebbero potuto mettere in crisi qualcosa di molto più grande del semplice comportamento individuale: la famiglia, il clan, le relazioni tra uomo e donna e, più in generale, la struttura sociale sulla quale quella comunità si riconosceva.
Ed è proprio qui che il racconto di Galimberti diventa interessante.
Perché non riguarda soltanto l’Islam.
Riguarda l’incontro — e talvolta lo scontro — tra culture diverse.
Noi occidentali siamo abituati a pensare che libertà individuale, autonomia personale, sessualità e autodeterminazione siano conquiste quasi naturali.
Ma non tutte le culture costruiscono la propria identità sugli stessi valori.
Ciò che per una società può significare libertà, per un’altra può essere percepito come perdita dell’ordine tradizionale.
Ciò che da una parte viene considerato emancipazione, dall’altra può essere vissuto come una minaccia alla famiglia, alla religione o alla comunità.
E allora nasce una domanda enorme:
Possiamo davvero capire un’altra cultura giudicandola soltanto con le categorie della nostra?
Galimberti, attraverso questo episodio, ci porta proprio davanti a questo problema.
Quando due civiltà si incontrano, non si incontrano soltanto due economie.
Non si incontrano soltanto persone con vestiti, lingue o abitudini differenti.
Si incontrano due idee dell’essere umano.
Due idee della famiglia.
Due idee della libertà.
Due idee del corpo.
Due idee della religione.
Due idee di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato.
Ed è qui che il dialogo diventa difficile.
Perché per dialogare davvero non basta dire:
“Io ho ragione e tu hai torto.”
Bisogna prima capire su quali fondamenta l’altro ha costruito il proprio mondo.
Questo non significa accettare tutto.
Non significa rinunciare ai propri valori.
E non significa nemmeno mettere sullo stesso piano qualsiasi comportamento.
Significa una cosa molto più seria:
comprendere prima di giudicare.
Perché una cultura può cambiare.
Può trasformarsi.
Può discutere le proprie tradizioni.
Ma se la si vuole comprendere, bisogna sapere da dove quelle tradizioni provengono e quale funzione hanno avuto per secoli.
⚠️ E una precisazione è fondamentale.
La risposta raccontata da Galimberti è attribuita a un singolo imam incontrato da lui.
Non rappresenta automaticamente tutti i musulmani, tutti gli imam o l’intero Islam.
Trasformare la frase di una persona nel pensiero di oltre un miliardo di esseri umani sarebbe una semplificazione sbagliata.
E sarebbe esattamente il contrario di ciò che una riflessione seria dovrebbe fare.
Forse il punto più importante di questo racconto è proprio questo:
quando conosciamo poco l’altro, lo riduciamo a un’etichetta.
“L’Occidente.”
“L’Islam.”
“Noi.”
“Loro.”
Ma dietro queste parole ci sono milioni di persone differenti, famiglie differenti, interpretazioni differenti, storie differenti.
E allora forse la domanda non è:
“Chi ha ragione?”
La domanda più difficile è:
“Riusciremo mai a vivere insieme senza pretendere che l’altro diventi identico a noi?”
Perché il futuro non sarà fatto da culture che non si incontrano.
Sarà fatto proprio dal contrario.
Da persone diverse che dovranno imparare a conoscersi, discutere, confrontarsi e trovare uno spazio comune senza cancellare completamente la propria identità.
E questa, forse, sarà una delle grandi sfide del nostro tempo.
💬 Secondo te è possibile rispettare una cultura diversa dalla nostra senza rinunciare ai valori in cui crediamo?
Parliamone con rispetto.
Opinioni diverse sono benvenute. Insulti, generalizzazioni contro popolazioni o religioni e attacchi personali non sono confronto: sono soltanto rumore.
Se questa riflessione ti ha fatto pensare, condividila e continua a seguire Focus 3.0 – Il Mistero della Vita.
Sostenere e condividere i nostri contenuti aiuta Focus 3.0 – Associazione No Profit a continuare a creare spazi di cultura, riflessione e dialogo.
UMBERTO GALIMBERTI

VECCHI COSTRUTTORI

  La domanda è...come facevano? Come facevano con i mezzi che avevano a realizzare questi capolavori? Sono le domande ricorrenti. Cio' c...