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mercoledì 8 novembre 2023

POLVERIERA ISLAM

 (Pierluigi Panza) Nel 1978-79 furono pubblicati sul «Corriere della Sera» nove reportage del filosofo francese Michel Foucault sulla rivoluzione iraniana, frutto di un accordo tra il quotidiano e la «Équipe Foucault» impegnata a elaborare riflessioni sui problemi internazionali. Il primo reportage, intitolato «L'esercito quando la terra trema» (28/9/1978), precede di tre mesi la fuga dello scià e il successivo ritorno in Iran, da Parigi, dell’ayatollah Khomeini. Lo scià, sostenuto dagli Usa che avevano favorito il colpo di Stato contro il primo ministro Mossadeq, aveva da poco celebrato con sfarzo i 2500 anni dell’impero persiano. I reportage di Foucault illustrano la rivoluzione a Teheran accompagnati dalla riflessione militante del filosofo che, iscritto al Partito comunista francese, vedeva con entusiasmo il «cambio di potere» in Iran, frutto di un’azione rivoluzionaria dal basso, «con le mani nude», di impronta maoista. Progressivamente, però, specie nell’ultimo reportage del 13 febbraio 1979 intitolato «Una polveriera chiamata Islam», Foucault incominciò a intuire che quella non fosse una rivoluzione comunista popolare, bensì una rivoluzione islamica, religiosa. E fu profetico nel temerne lo sviluppo, anche in rapporto alla Palestina. Scrisse che i Paesi arabi non avevano mai ascoltato i «giusti diritti del popolo palestinese» e si chiedeva, con timore, cosa sarebbe potuto accadere in futuro se ad animare la causa palestinese non fosse più stato il marxismo bensì l’islamismo radicale. 

11 febbraio 1979: rivoluzione in Iran. Questa frase ho l’impressione di leggerla nei giornali di domani e nei futuri libri di storia. È vero che in questa serie di strani avvenimenti che hanno caratterizzato gli ultimi dodici mesi della vita politica iraniana una figura nota, infine, appare. Ma questa lunga successione di feste e di lutti, questi milioni di uomini nelle strade per invocare Allah, i mullah nei cimiteri che gridano la rivolta e la preghiera, questi sermoni distribuiti in minicassette, ed il vecchio che ogni giorno attraversava la strada in una cittadina della periferia di Parigi per inginocchiarsi in direzione della Mecca; tutto questo ci era difficile chiamarlo «rivoluzione». 

Oggi ci sentiamo in un mondo più familiare: ci sono state delle barricate; delle riserve di armi saccheggiate; ed un consiglio riunito in fretta ha lasciato ai ministri solo il tempo di dare le dimissioni prima che le pietre spaccassero i vetri e che le porte cadessero sotto la spinta della folla.La storia ha posto in fondo alla pagina il sigillo rosso che autentica la rivoluzione. La religione ha svolto il suo ruolo di sollevare il sipario; i mullah ora si disperderanno in un grande volo di abiti neri e bianchi. La scena cambia. L’atto principale sta per cominciare: quello della lotta di classe, delle avanguardie armate, del partito che organizza le masse popolari, eccetera. Sarà veramente così?

Non c’era bisogno d’essere un gran profeta per vedere che lo Scià, l’estate scorsa, era già politicamente morto; né per rendersi conto che l’esercito non poteva costituire una forza politica indipendente. Non c’era bisogno d’essere veggente per constatare che la religione non era una forma dì compromesso, ma una forza reale: quella che poteva far sollevare un popolo non solo contro il sovrano e la sua polizia, ma contro tutto un regime, tutto un modo di vivere, tutto un mondo. 

Ma le cose appaiono oggi abbastanza chiare, permettono di rintracciare quel che bisogna chiamare la strategia del movimento religioso. Le lunghe manifestazioni — sanguinose talvolta, ma incessantemente ripetute — erano altrettanti atti giuridici e politici ad un tempo che privavano lo Scià della sua legittimità e il personale politico della sua rappresentatività. Il Fronte nazionale si è inchinato. Baktiar ha voluto invece resistere e ricevere dallo Scià una legittimità che avrebbe meritato garantendo la partenza senza ritorno del sovrano. Invano.

Il secondo ostacolo erano gli americani. Questi sembravano veramente temibili. Hanno invece ceduto. Per impotenza, ed anche per calcolo: piuttosto che sostenere con tutte le forze un potere morente e con cui erano troppo compromessi, preferiscono lasciare che si sviluppi una situazione di tipo cileno, che si acuiscano i conflitti interni ed intervenire in seguito. Forse pensano che questo movimento, che in fondo preoccupa tutti ì regimi della regione, quali che siano, accelererà un accordo in Medio Oriente. Questo è stato percepito immediatamente anche dai palestinesi e dagli israeliani: i primi facendo appello all’ayatollah per la liberazione dei Luoghi Santi, i secondi proclamando: ragione di più per non cedere su nulla.

Quanto all’ostacolo dell’esercito, era chiara la sua paralisi provocata dalle correnti che lo attraversavano. Ma questa paralisi che costituiva un vantaggio per l’opposizione finché lo Scià regnava, diventava un pericolo, non appena ciascuna tendenza si fosse sentita libera, in assenza di ogni potere, di agire a suo modo. Perciò: bisognava far aderire l’esercito per settori successivi, senza sfasciarlo troppo presto. Ma la rottura si è prodotta prima di quanto si prevedesse. Provocazione, incidente, poco importa. Un gruppo di «duri» ha attaccato la frazione dell’esercito che era passata dal lato dell’ayatollah precipitando fra questa e la folla un ravvicinamento che andava ben al di là della semplice manifestazione gomito a gomito. Si è passati alla distribuzione delle armi. Classico punto culminante di ogni sollevamento rivoluzionario.

È questa distribuzione che, da sola, ha capovolto tutto, ed ha circoscritto la guerra civile. Lo Stato Maggiore si è reso conto che una parte molto importante delle truppe sfuggiva al suo controllo; e che c’era negli arsenali materiale per armare decine e decine di migliaia di civili. Meglio aderire in blocco, prima che la popolazione sia in armi, e per anni forse. I capi religiosi hanno subito ricambiato la cortesia: hanno dato l’ordine di restituire le armi.

Oggi si è a questo punto: in una situazione che non ha trovato uno sbocco preciso, la «rivoluzione» ha mostrato, a tratti, alcune sue forme familiari. Ma le cose sono ancora stranamente ambigue. 

L’esercito passato dalla parte dei religiosi, senza essersi davvero spaccato, avrà un peso importante: le sue diverse tendenze si scontreranno nell’ombra per determinare chi sarà la nuova «guardia» del regime , quella che lo protegge, che lo sostiene, e che lo tiene fra le mani. 

All’altra estremità, è certo che non tutti restituiranno le armi. I «Marxisti-leninisti», il cui ruolo non è stato del tutto secondario nel movimento, pensano probabilmente che bisogna passare dall’unione delle masse alla lotta di classe. Non essendo stati l’avanguardia, che unifica e solleva, vorranno essere la forza: che decide nell’equivoco e che chiarifica. Scavalcare per meglio dividere. 

La scelta è decisiva per questo movimento che è giunto ad un risultato infinitamente raro nel XX secolo: un popolo senza armi che si solleva tutto intero e rovescia con le sue mani un regime «onnipotente». Ma la sua importanza storica non dipenderà forse dalla sua conformità ad un modello «rivoluzionario» riconosciuto. La dovrà piuttosto alla possibilità che avrà di sconvolgere gli elementi della situazione politica del Medio Oriente, dunque l’equilibrio strategico mondiale. La sua singolarità, che ha fatto fino ad oggi la sua forza, rischia di diventare in seguito la sua potenza di espansione. È infatti come movimento «islamico» che può incendiare tutta le regione, rovesciando i regimi più instabili, ed inquietando i più solidi. L’Islam — che non è semplicemente religione, ma modo di vita, appartenenza ad una storia e ad una civiltà — rischia di costituire una gigantesca polveriera, formata da centinaia di milioni di uomini. Da ieri ogni stato musulmano può essere rivoluzionario dall’interno, a partire dalle sue tradizioni secolari. 

Infatti: bisogna riconoscere che la rivendicazione dei «giusti diritti del popolo palestinese» non ha quasi per niente fatto sollevare i popoli arabi. Che cosa accadrebbe se questa causa ricevesse il dinamismo di un movimento islamico, ben più forte di un riferimento marxista-leninista o maoista? D’altro lato: quale vigore riceverebbe il movimento «religioso» di Khomeini se proponesse la liberazione della Palestina come suo obiettivo?

Il Giordano non scorre più molto lontano da Israele.

lunedì 6 novembre 2023

LE COLPE DI OBAMA

 L’Amministrazione Obama è entrata in funzione dopo la débâcle politica, più che militare, irachena orchestrata da George W. Bush e da una maggioranza bipartisan dopo le stragi islamiste dell’11 settembre 2001. Per allontanarsi da quello schema, Obama si è fatto guidare dall’idea del disimpegno americano, non solo da quel preciso quadrante geopolitico, ma anche da quello più tradizionale europeo e mediorientale.

Obama ha scelto di fare perno sull’Asia («pivot to East Asia») per motivi geopolitici ed economici, ma anche per le ragioni anagrafiche e culturali di una nuova generazione di leader americani, democratici e repubblicani, cresciuta senza quel legame familiare e storico con il vecchio continente europeo forgiato nelle battaglie contro i totalitarismi del Novecento. Il mondo dei cold war warriors sembrava finito ai tempi di Obama, da archiviare, e si credeva illusoriamente che non ci fosse più bisogno di un poliziotto del mondo.

Così Obama ha ridotto il numero dei soldati nelle basi americane in Europa, ha fermato il progetto di scudo missilistico europeo in Polonia e Repubblica Ceca che avrebbe tenuto a bada l’Iran e la Russia, ha abbandonato la Georgia alle grinfie di Mosca non accorgendosi del progetto imperialista di Putin, non ha mosso un dito quando la Russia ha invaso anche la Crimea e il Donbas, ha sottovalutato la nascita e la penetrazione dell’Isis nelle aree abbandonate dal ritiro dell’esercito americano, ha guidato dal sedile posteriore l’intervento militare in Libia e, non intervenendo nemmeno di fronte alle stragi con le armi chimiche, ha consegnato la Siria alla Russia non curandosi delle atrocità commesse da Assad e da Putin, del dramma delle migrazioni in Europa e delle conseguenze populiste e autoritarie che si sarebbero create nei paesi democratici suoi alleati.

Obama, anzi, ha promosso l’idea di un «reset» con la Russia, condonando la strategia imperialista putiniana e di diffusione del caos in Occidente, e soprattutto facendo credere al dittatore di Mosca che le democrazie liberali, deboli e divise al loro interno, non avrebbero mai più avuto la forza morale, civile e militare di affrontare altri conflitti.

La gestione a Washington del declino americano è stata interpretata a Mosca come una resa americana. Tanto più che la Casa Bianca, malgrado ne fosse pienamente al corrente, non ha fatto niente, ma proprio niente, per fermare l’ingerenza russa sul processo democratico americano, lasciandola inquinare fino a far eleggere Trump.

Obama, infine, ha spostato l’asse geopolitico mediorientale dall’Arabia Saudita sunnita all’Iran degli Ayatollah sciiti, con la conseguenza che il regime islamico di Teheran ha ripreso a respirare economicamente, a lavorare alla costruzione di un arsenale atomico, a opprimere la popolazione civile e a riannodare il filo della campagna islamica per la distruzione di Israele (ieri, a proposito, la Guida Suprema della teocrazia iraniana ha ricevuto a Teheran il gran capo di Hamas, e chissà che bell’incontro tra due anziani reazionari, misogini e assassini che vogliono estendere il loro regno delle tenebre ovunque nel mondo).

Fidandosi degli Ayatollah, Obama non solo ha offerto una carota ai nemici dell’Occidente e di Israele, ma ha anche bastonato gli alleati israeliani, i quali per reazione, e per timore di non essere più protetti da Washington, si sono radicalizzati come mai nella storia dello Stato ebraico, con i risultati visti in questi anni. (Trump, invece, nel 2017 ha rimesso nell’angolo l’Iran, consegnando la politica mediorientale ai sauditi chissà per quali interessi personali e lasciando via libera totale agli estremisti israeliani già radicalizzati da Obama).

Quindici anni dopo, le parole di John McCain sulla Georgia, sull’Isis e sull’Afganistan, e poi quelle di Mitt Romney sulla Russia «senza dubbio il nostro nemico geopolitico principale», ridicolizzate come retaggi della Guerra Fredda da Obama e dai suoi giovani consiglieri, risuonano come un’analisi geopolitica più accurata del mondo in cui vivevamo allora e oggi.

La storia ovviamente non si fa col senno di poi, ma non si può nemmeno sorvolare sul fatto che qualcuno queste cose le ha puntualmente previste, avvertendo Obama e i suoi che il rischio sarebbe stato esattamente quello che stiamo vivendo oggi, sia ai confini orientali sia ai confini meridionali dell’Europa.

giovedì 2 novembre 2023

COLONIALISMO

 di Federico Rampini

«Vi chiediamo scusa per il colonialismo arabo e ottomano». No, questa frase non l’ha detta nessun leader islamico in visita in Africa o in Asia. L’ultimo in ordine cronologico, a riconoscere pubblicamente le sofferenze causate dall’imperialismo ad un popolo sottomesso, è stato re Carlo d’Inghilterra durante la sua visita in Kenya ieri. Il suo gesto si è aggiunto alla lunga lista di pentimenti ufficiali che capi di Stato, capi di governo e monarchi di tutto l’Occidente hanno compiuto. 


Dall’elenco di queste giuste ammissioni di responsabilità storica mancano però gli esponenti di altri colonialismi. Gli imperi arabo e ottomano sono importanti alla luce di quel che sta avvenendo in Medio Oriente, e del dibattito sulla questione palestinese che infiamma e lacera anche le nostre società. Nelle università americane, per esempio, è un dogma pressoché universale il fatto che Israele sia una moderna potenza coloniale e i palestinesi le vittime di una occupazione di tipo imperialista. Il fatto che tanti paesi occidentali abbiano solidarizzato con Israele dopo la mattanza di civili e bambini ebrei compiuta il 7 ottobre da Hamas, è stato interpretato nei campus e nelle manifestazioni di piazza come una conferma della diabolica complicità tra le potenze «bianche» colpevoli del colonialismo, e Israele. 

Quella di Hamas viene difesa da tanti giovani americani come una lotta «di resistenza», perciò legittima perfino quando fa stragi di innocenti. Una panoramica sui corsi di storia insegnati in molte università americane ed europee indica che i mali del colonialismo occidentale vengono studiati e denunciati; gli altri no. Ma i palestinesi non parlavano arabo alle origini, né erano destinati necessariamente a praticare la religione islamica. Non sono di etnìa araba i marocchini e gli algerini, i tunisini o gli egiziani. Oggi tutti parlano l’arabo. Perché? Lingua e religione sono state imposte nelle loro terre da uno dei più grandi imperialismi della storia, quello arabo

L’avanzata delle armate arabe ha portato l’Islam in molte parti dell’Africa (dal Sudan alla Nigeria) e, nella direzione opposta, si è spinta fino all’India, l’Indonesia, la Malesia. E’ una religione mondiale perché lo è diventata attraverso le armi e la conquista coloniale. Lo stesso impero arabo è stato un grande profittatore nel business degli schiavi, prima ancora che nel commercio di esseri umani entrassero le potenze bianche. All’impero arabo è poi subentrato quello ottomano, con il suo centro nell’attuale Turchia, ma sempre di religione musulmana. 

L’impero ottomano ha avuto fasi di tolleranza religiosa e di rispetto per le minoranze — inclusi gli ebrei — però ha ereditato un’ampiezza quasi paragonabile alle conquiste arabe, e ha comunque imposto un dominio straniero su vaste aree del Nordafrica e del Medio Oriente fino alla prima guerra mondiale. Quindi il suo dominio intercontinentale (Europa Asia Africa) è arrivato al Novecento. La convivenza tra ebrei e palestinesi conobbe tensioni anche sotto la dominazione ottomana (e sì, gli ebrei in quella terra abitano da millenni, non sono stati «catapultati» nel 1947 da Inghilterra e Stati Uniti per risarcirli dell’Olocausto, come si narra nelle leggende dei campus universitari americani). 

Ma né i monarchi sauditi né Erdogan hanno mai accennato a scusarsi con i popoli sottomessi dai loro imperi, o per il ruolo avuto nella storia dello schiavismo. A dire il vero non risulta che dei leader africani abbiano mai preteso queste scuse, mentre le esigono dai leader occidentali. È solo una questione cronologica, cioè conta solo il fatto che il colonialismo occidentale è più recente quindi fresco nella memoria? «Recente» è una definizione opinabile. La quasi totalità delle ex-colonie dell’Occidente divennero indipendenti negli anni Sessanta. 

Oggi una bambina o un bambino africano nascono con tre generazioni post-coloniali alle spalle. Per molti paesi africani il periodo di sottomissione a imperi occidentali è durato «solo» ottant’anni, quello post-coloniale ormai si avvicina ai settanta. Quel «solo» tra virgolette va messo in relazione con le storie di altre parti del mondo che furono colonie dell’Occidente molto più a lungo, dall’India all’Indonesia. La vera conquista dell’Africa da parte degli europei di fatto cominciò alla fine dell’Ottocento con la conferenza internazionale di Berlino. È opinabile se gli effetti del colonialismo europeo siano stati più profondi, più durevoli, più nefasti rispetto a quelli del colonialismo arabo e ottomano. 

L’idea che il colonialismo infligga danni incancellabili che compromettono le capacità di sviluppo è confutata da storie di miracoli economici asiatici che vanno da Singapore (ex colonia inglese) al Vietnam (ex colonia francese), dall’India (inglese) all’Indonesia (olandese). Negli anni Sessanta, al momento della sua indipendenza, Singapore era più povera di molti paesi africani e mandava delegazioni governative a studiare il modello virtuoso delKenya: il paese dove re Carlo ha riconosciuto ieri le colpe del colonialismo. Se re Carlo andasse a chiedere scusa a Singapore oggi si dubiterebbe della sua salute mentale: quella città-Stato per reddito pro capite è quasi due volte più ricca del Regno Unito. 

Il dibattito non riguarda solo gli storici. L’insegnamento a senso unico che viene impartito nelle università americaneha conseguenze concrete nel clima politico che in questi giorni condiziona Joe Biden. Il suo partito è lacerato sul Medio Oriente, come non lo era stato sull’Ucraina. Quando la Camera dei deputati di Washington ha votato una risoluzione di condanna della carneficina di Hamas, 15 parlamentari dell’ala sinistra del partito democratico si sono dissociati. In seguito, una vasta coalizione di movimenti che si definiscono progressisti ha pubblicato una «Dichiarazione di Gaza» che si riferisce alle elezioni presidenziali del 2024. In questa si legge che gli attivisti radicali non voteranno per Biden «se non cessa il supporto americano per Israele, la sua pulizia etnica e il genocidio in atto a Gaza». 

Tornando all’atmosfera delle università, ho già raccontato la dottrina pro-Hamas che domina fra molti studenti. Continuano episodi raccapriccianti come quello di studentesse pro-Hamas che vanno in giro a strappare e distruggere i manifesti incollati ai muri con le foto degli ostaggi civili di Hamas. Concentrarsi sui giovani però rischia di essere fuorviante. I professori non sono da meno. Questa settimana una lettera aperta di cento docenti della Columbia University di New York ha definito il massacro di Hamas «la risposta militare di un popolo che ha sofferto l’oppressione e la violenza di Stato da parte di una potenza d’occupazione». 

Questo clima ideologico sta già condizionando Biden. Ieri la Casa Bianca ha annunciato «il varo della prima strategia nazionale per combattere l’islamofobia». L’annuncio è apparso come una concessione all’ala sinistra del partito democratico, che denuncia un clima di aggressione, odio razziale e intimidazione unicamente diretto verso i musulmani d’America. È indubbio che la tragedia del 7 ottobre e la guerra di Gaza stiano resuscitando anche nella società americana animosità, razzismi, pulsioni aggressive, crimini di odio, un po’ come accadde dopo l’11 settembre 2001. Il caso più spaventoso è stata l’uccisione di un bambino palestinese-americano di sei anni, a Chicago. Ma secondo i dati forniti dall’Fbi non c’è proporzione tra la crescita dell’islamofobia e quella dell’antisemitismo. Gli ebrei sono solo il 2,4% della popolazione Usa ma sono il 60% delle vittime di crimini di odio.

sabato 28 ottobre 2023

L'IRAN E L'OCCIDENTE

 

di Federico Rampini

L’Iran ha un ruolo centrale nella nuova guerra in Medio Oriente, come protettore di Hamas, Hezbollah, e altre milizie jihadiste in tutta l’area. Ma perché questo paese ha una posizione così antagonista verso Israele, l’America, l’Occidente? Non è sempre stato così, al contrario. Prima che a Teheran prendesse il potere il clero sciita con la rivoluzione khomeinista del 1979, questo paese era un alleato dell’Occidente e ne abbracciava molti valori, anche se non tutti. Ricostruire la storia persiana degli ultimi cent’anni è essenziale per avere una comprensione delle dinamiche attuali. (Persia e Iran sono la stessa cosa e gli iraniani oggi rivendicano orgogliosamente l’eredità dell’impero persiano). 

Per capire l’anno tremendo che fu il 1979, è necessario fare un salto all’indietro, nella seconda guerra mondiale. Precisamente nell’agosto 1941, quando l’Iran subisce due invasioni militari in rapida sequenza: dalle truppe britanniche e da quelle sovietiche. È allora che le antichissime vie della seta si trasformano nelle moderne vie del petrolio, implicano l’Occidente nelle vicende politiche del mondo arabo-persiano, con comportamenti predatori e ingerenze golpiste.

Su quell’area del mondo a volte aleggia l’impressione di essere rimasti inchiodati in quel periodo, un passato che non passa mai. A qualcuno fa comodo che sembri così. Le loro classi dirigenti autoritarie si sono prodigate per indottrinare i popoli in quel senso, racchiuderli in una bolla ideologica in cui si ripete all’infinito la storia dei soprusi occidentali.

È un alibi comodo per distrarre l’attenzione dalla corruzione spaventosa, dall’incapacità di diffondere benessere e diritti. Però quei soprusi nel passato ci furono. E la nozione di Occidente va spesso intesa in senso lato, includendo quell’Unione sovietica che era ideologicamente europea in quanto marxista, soprattutto atea. Perciò è simbolico il fatto che l’agosto del 1941 si apra con quelle due invasioni rivali ma solidali, inglese e sovietica

L’importanza dell’Iran in quel frangente della seconda guerra mondiale – in agosto non c’è ancora stato l’attacco di Pearl Harbor e quindi gli Stati Uniti non sono entrati nel conflitto – è due volte strategica. Per contrastare l’avanzata delle truppe tedesche che sembra travolgente sia in Europa sia in Medio Oriente, inglesi e sovietici hanno bisogno di bloccare l’accesso di Adolf Hitler agli idrocarburi. Il greggio sta diventando la fonte di combustibile più usata a fini militari, soppianta il carbone. L’Iran è già allora uno dei paesi più ricchi di petrolio. Inoltre i suoi porti controllano rotte marittime cruciali anche per collegare altre nazioni petrolifere. Infine il vasto territorio persiano è una via di transito tra l’Europa e l’India, la più vasta colonia britannica. 

Gli strateghi nazisti nella fase dell’avanzata trionfale pensano di poter conquistare la parte più vicina dell’impero britannico; l’altra, più orientale, la lasciano agli alleati giapponesi. Le vie della “seta-petrolio” sembrano sul punto di vacillare da un dualismo russo-britannico a un controllo nippo-germanico. È a questo punto che scatta l’offensiva congiunta di Londra e Mosca per blindare il Golfo Persico con l’invasione a tenaglia dell’Iran. Le divergenze tra i due alleati Winston Churchill e Josef Stalin (quest’ultimo è stato fino a poco prima il complice di Hitler) furono messe da parte per promuovere gli interessi comuni in una regione di vitale importanza strategica ed economica. Per molti iraniani una simile interferenza esterna era intollerabile. Nel novembre 1941 ci furono manifestazioni al grido di «Lunga vita a Hitler!».

Nel duello tra l’Occidente e la Russia per il controllo dell’Iran, in questo periodo è in vantaggio il primo. Londra ha messo le mani sulle risorse energetiche del paese. La sua forza è la multinazionale Anglo-Persian Oil Company, poi ribattezzata Anglo-Iranian, cioè la madre dell’attuale Bp (British Petroleum). La pessima fama di quest’azienda tra gli iraniani è giustificata dalla sua avidità. Si tratta di un’azienda privata, però l’intreccio d’interessi con il governo di Londra a quell’epoca è totale. È in questo periodo che sulla scena politica iraniana si affaccia Mohammad Mossadeq: un nazionalista laico, il cui primo obiettivo è l’indipendenza economica, il controllo sulla ricchezza petrolifera. 

Dopo Pearl Harbor, con l’ingresso degli Stati Uniti nella guerra l’importanza del petrolio diventa ancora più evidente. La partecipazione americana fa fare un salto di dimensione “industriale”, le sorti del conflitto si giocano sulla produzione di armamenti e sulla logistica intercontinentale, perciò anche sull’accesso alle materie prime. Il presidente Franklin Roosevelt fa irruzione dentro il Grande Gioco per il controllo sulle vie della seta-petrolio, in parte come alleato-fiancheggiatore di Londra, in parte con un disegno autonomo: già s’intravvede l’aspirazione americana a sostituire la Gran Bretagna nel ruolo di potenza globale. In Iran i primi ventimila soldati americani arrivano nel dicembre 1942. A Teheran alla fine del 1942 s’insedia il quartier generale dell’intero comando Usa per il Golfo Persico. Arrivano i petrolieri americani; le loro prime valutazioni rivelano immense potenzialità per l’estrazione dell’oro nero. Gli accordi tra compagnie petrolifere dei due paesi, benedetti da Churchill e Roosevelt, vengono equiparati a una Yalta delle materie prime (il riferimento è al vertice di Yalta dove Stalin e Roosevelt si divisero buona parte del mondo in sfere d’influenza).

Ma questa Yalta delle materie prime giunge quando l’era degli imperi coloniali sta tramontando. Gli Stati Uniti praticano un’egemonia di tipo nuovo; hanno un atteggiamento ambivalente, abbracciano la causa dell’emancipazione dei popoli, non sono interessati a prolungare il colonialismo tradizionale degli inglesi. E poi sulla scena mondiale si affaccia l’Urss con un messaggio anti-imperialista. Ben presto questa diventa – dopo la sconfitta dei nazifascismi – la nuova priorità degli americani: arginare la marea comunista. L’ideologia comunista sostiene le aspirazioni dei popoli arabi e persiano all’indipendenza. Il socialismo di matrice sovietica sembra agli americani una versione moderna dell’Islam, capace di dilagare in una conquista-lampo lungo le vie della seta. 

Per fermare l’avanzata dei rossi, l’America oscilla tra diversi approcci: cerca dei compromessi ragionevoli con gli interessi dei petro-Stati; oppure aizza il clero locale contro i pericoli del marxismo ateo; o infine ricalca i metodi inglesi e organizza trame, ingerenze nella politica locale. Comincia un travaso di denaro verso le classi dirigenti del Medio Oriente, che prefigura su scala ridotta quel che accadrà con gli shock petroliferi degli anni Settanta e lo tsunami di petro-dollari. Nuovi flussi di “ricchezza facile” ed enormi rendite parassitarie.

L’episodio più importante per il futuro dell’Iran – l’antefatto per capire la rivoluzione khomeinista del 1979 – avviene dopo la fine della seconda guerra mondiale, ed è segnato dall’allineamento tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Nel 1951 Mossadeq diventa primo ministro. Immediatamente fa quello che aveva promesso: nazionalizza la compagnia petrolifera Anglo-Iranian. Apre una strada maestra verso il controllo sulle ricchezze del sottosuolo, che poi ispirerà Nasser in Egitto, Gheddafi in Libia, e molti altri leader nazionalisti. Il laico Mossadeq trova inizialmente l’appoggio del clero musulmano. L’ayatollah Kashani per sostenerlo nel settembre 1951 proclama una «giornata nazionale di odio contro il governo britannico»

A Londra è il panico. E non solo nel quartier generale dell’Anglo-Iranian. Proprio per l’intreccio fra pubblico e privato, le sorti di quell’azienda si ripercuotono sulle casse dello Stato. Il governo di Sua Maestà è sull’orlo della bancarotta. Le spese militari della seconda guerra mondiale hanno dissanguato il Tesoro britannico. Quattro anni prima ha dovuto accettare la liquidazione della colonia più vasta, l’India. Se perde anche il petrolio persiano, la Gran Bretagna rimane senza la sua fonte più ricca di valuta pregiata. Collasso finanziario e crisi valutaria sono alle porte. È una questione di vita o di morte, così la percepisce la classe dirigente di Londra. 

Per bloccare Mossadeq bisogna coinvolgere gli americani. I servizi segreti britannici riescono a convincere la neonata Cia, che si fa complice di questo disegno: bisogna dimostrare che dietro Mossadeq spunterà ben presto il demonio comunista dell’Urss. La tesi non è del tutto infondata: Mosca tesse le sue trame, il partito filo-sovietico Tudeh ha organizzato manifestazioni popolari in Iran contro gli inglesi, a cui hanno partecipato soldati dell’Armata rossa. L’Urss soffia sul fuoco delle rivolte anti-occidentali e potrebbe diventarne la beneficiaria: il precedente più importante è la vittoria di Mao Zedong in Cina nel 1949. 

In combutta con gli inglesi la Cia si procura la complicità dello scià Reza Pahlavi; e anche l’appoggio dell’ayatollah Kashani, rapidamente convintosi che il pericolo maggiore è l’avanzata del comunismo ateo. Il 19 agosto 1953 col nome in codice di Operazione Ajax va in porto il primo di una serie di golpe targati Cia. Per le sue conseguenze di lungo termine forse questo è il più nefasto di tutti i colpi di Stato orditi dagli occidentali. Mossadeq viene arrestato, al suo posto lo scià nomina come primo ministro un generale. Per la Gran Bretagna il sollievo è solo temporaneo, il golpe si rivela una vittoria di Pirro. Washington infatti impone la fine del monopolio dell’Anglo-Iranian, sostituta da un consorzio di cui fanno parte ben cinque compagnie petrolifere Usa. Ha inizio una nuova storia, quella dell’Iran come alleato di ferro degli Stati Uniti, piattaforma essenziale per l’influenza americana sulle vie della seta-petrolio.

Dal 1953 al 1979, per un quarto di secolo l’Iran diventa laboratorio per un esperimento di modernizzazione e secolarizzazione di un grande paese a maggioranza musulmana. Qualcosa di simile lo aveva fatto Ataturk in Turchia. A Teheran l’aggancio con l’Occidente è ancora più stretto. Quell’esperimento viene descritto così dallo storico Ervand Abrahamian: «Per decenni l’Iran fu diretto da uomini moderni, ben rasati, capaci di parlare perfettamente l’inglese e il francese, e vestiti da stilisti italiani. Per decenni l’Iran fu ammirato negli Stati Uniti come un alleato indispensabile, un eccellente cliente dell’industria bellica, perfino un gendarme nel Golfo Persico». 

L’Iran dello scià era coccolato da Washington come oggi lo è l’Arabia saudita. Con una differenza non marginale. Sotto lo scià ci furono riforme laiche all’avanguardia rispetto ad altri paesi islamici: la parità dei diritti delle donne, insieme con un notevole miglioramento del loro accesso all’istruzione, anche universitaria. Quello che l’Arabia saudita accenna a voler iniziare solo oggi, e timidamente, fu fatto in modo radicale dallo scià di Persia settant’anni prima. Ma proprio lì matura una premessa per l’avvento della teocrazia degli ayatollah. Lo scià che riconosce pieni diritti alle donne, è lo stesso che viene percepito da molti iraniani come un servo dell’America. Respingere l’imperialismo yankee e ripudiare l’emancipazione femminile, volere il riscatto nazionale e il ritorno ai tabù di una società patriarcale, per una parte degli iraniani diventano tutt’uno

Patriottismo e religiosità retrograda si alleano fino a confondersi. L’eredità di Mossadeq, cioè l’aspirazione all’indipendenza economica, viene raccolta da due forze in competizione tra loro: da una parte la sinistra marxista del partito Tudeh legato a Mosca; dall’altra i mullah. Negli anni Sessanta e Settanta un pezzo del clero sciita diventa il principale concorrente dei comunisti, nella gara per la leadership dell’opposizione allo scià. L’ago della bilancia saranno i mercanti dei bazar: è una borghesia medio-alta di antichissime tradizioni imprenditoriali, per due millenni tra i più attivi intermediari delle vie della seta. I mercanti, e i loro figli diplomati nelle università dello scià come medici o ingegneri, diventano la base sociale di una nuova predicazione sciita che risale a pensatori radicali come Ali Shariati. Quest’ultimo è formato alla Sorbona, in quella Parigi dove l’ayatollah Khomeini vive in esilio negli anni finali dello scià, preparando il terremoto che rovescerà il monarca

La rivoluzione islamica è sconvolgente, e non solo nella “nostra” prospettiva. Nel 1978-79 esplodono le rivolte e si consuma la fine della monarchia. L’America perde un alleato cruciale, l’Iran le si ritorce contro e diventa un avversario indomabile. L’episodio che rimane più impresso nella nostra memoria (rievocato anche dal film «Argo») è l’occupazione dell’ambasciata americana a Teheran, la lunga odissea dei funzionari americani tenuti in ostaggio. L’irruzione degli studenti militanti espugna la sede diplomatica il 4 novembre 1979. Tra le motivazioni degli studenti c’è la protesta contro l’asilo offerto allo scià fuggiasco in America (Reza Pahlavi morirà di cancro poco tempo dopo). Negli archivi dell’ambasciata i militanti islamici sperano anche di trovare le prove che fu la Cia a organizzare il golpe contro Mossadeq. L’occupazione-sequestro dura 444 giorni. L’impotenza degli Stati Uniti in quel frangente contribuisce alla perdita di credibilità del democratico Jimmy Carter, presidente per un solo mandato: un anno dopo l’irruzione nell’ambasciata di Teheran verrà sconfitto dal repubblicano Ronald Reagan. In mezzo al lungo sequestro ci sta pure un altro episodio tragico per l’America: quando Carter dà il via libera a un’operazione di commando speciali per liberare gli ostaggi (partendo dalla portaerei Uss Nimitz nel Golfo Persico), il blitz fallisce in modo disastroso per la collisione nel deserto fra un elicottero e un aereo Usa, in cui muoiono otto militari

Fra le vittime della rivoluzione khomeinista ci sono i tanti iraniani uccisi o imprigionati e torturati; più un milione di esuli. A cominciare dai comunisti iraniani filo-sovietici, tra i primi a finire in carcere o uccisi. E poi tutto quel che ne segue: il cocktail esplosivo che dal 1979 alimenta l’idea di uno “scontro di civiltà”. L’antiamericanismo portò molti occidentali a simpatizzare per gli islamismi, senza prevedere le stragi di cui avrebbero disseminato il pianeta. L’obiettivo proclamato dalla teocrazia sciita di distruggere lo Stato d’Israele, il sostegno a milizie di terroristi in tutto il Medio Oriente, va visto in questo scenario più ampio, di una guerra santa contro gli infedeli e l’Occidente.

lunedì 23 ottobre 2023

IL DISPREZZO PER LA DEMOCRAZIA DI ANTONIO GRAMSCI

Antonio Gramsci che ha pagato per le sue idee con la sofferenza del carcere, lunghi anni, quasi tutta una vita rinchiuso in gattabuia, è una cosa; Antonio Gramsci degli scritti sociologici dell'Italia del suo tempo, ancora oggi utilissimi per definirne il carattere, nello scorrere della storia d'Italia, è un'altra cosa; ma Antonio Gramsci è davvero letto dai suoi estimatori che lo citano anche online come un santino del socialismo che non fu?

Gramsci odiava la piccola e media borghesia, e scrisse che i commercianti di città, i piccoli proprietari "sono la classe più vile, la più inutile, la più parassitaria, corrotta, dissoluta, putrescente, servile...È gente che va espulsa dal campo sociale, come si espelle una volata di locuste da un campo semidistrutto, col ferro e col fuoco".
(Forse questa "classe" sociale citata da Gramsci ha letto davvero questo passaggio, questo giudizio senza speranza, e così sta politicamente vicina alla sinistra politica come un'ancora di ferro pesante sta a galla nel mare).
Poi ci sono "I Quaderni del carcere", diari e appunti, annotazioni che Gramsci iniziò a scrivere nel febbraio del 1929. Li ho ripresi in mano dopo vari anni. Nei "Quaderni" la dittatura è considerata un sistema di governo necessaria, poiché piega la resistenza delle classi borghesi al benessere collettivo delle classi subalterne. Il partito comunista è elevato a Principe, al quale sta il compito di "disciplinare", "ordinare", "selezionare", ogni settore della vita pubblica, culturale, scientifica, artistica, economica. Bisogna conquistare l'egemonia. Prima della signora Meloni e dei suoi Fratelli d'Italia a cui sta a cuore l'egemonia culturale, televisiva, era il Partito Comunista di Gramsci e Togliatti ad avere questa fissa, necessaria per scolpire l'uomo nuovo, l'italiano nuovo.
Sugli "Scritti giovanili 1914-1918" (l'edizione che possiedo, è del 1975, Einaudi) c'è l'opinione del giovane Gramsci sulla democrazia, il liberalismo (che non mi risulta da lui cambiata nel tempo) in uno scritto del 1918 che apparve su "Il Grido del Popolo".
"La democrazia- scrive Gramsci- ha una funzione morbosa, di confusionismo, di scrocco, di predicazione della incoerenza. È impaludamento, più che effettivo progresso".
Non mi stupisce, quindi, della destra italiana l'interesse alle opere di Antonio Gramsci.
Il suo giudizio sulla democrazia, il liberalismo non e' così difforme da quanto dicono o scrivono i populisti destrorsi delle autarchie, o "democrazie autoritarie" dei tempo d'oggi in Europa orientale.
Ora le democrazie rappresentano una piccola parte del globo, minoritaria, che tende a rimpicciolirsi, e sono sotto costante attacco, esterno e dalle quinte colonne che lavorano a corroderla internamente. Ci si domanda dove andremo a parare di questo passo, con vari nemici delle democrazie: esterni e interni; e a che serve riempire le strade d'Italia di figure umane e politiche di cui si è letto poco o nulla, e di cui si fa un gran parlare senza l'umiltà e la fatica necessaria che si deve fare prima di proferir giudizio e dire tante belle cose, senza dirle tutte.
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domenica 15 ottobre 2023

PRIMA DI PIAZZA NAVONA

 La famosissima Piazza Navona, che nasconde molteplici bellezze e punti segreti di Roma, un tempo aveva un’altra utilità. Nell’antica Roma, lì dove oggi sorgono le Fontane dei Fiumi e di Nettuno oltre a Palazzo Pamphilj, c’era lo Stadio di Domiziano. un’ arena per gli eventi voluti dall’imperatore romano, dove lui e i nobili erano soliti assistere alle leggendarie gare tra bighe romane.

Questa storica piazza di Roma nasconde molteplici segreti, come la leggenda del lago o la famosa finestra di Palazzo Pamphilj. Quello che non possiamo vedere, però, sono i resti dello Stadio di Domiziano. I ruderi dell’arena imperiale, infatti, si trovano a quasi 5 metri di profondità sotto il manto stradale che compone questa zona.
Se ci hanno affascinato numerosi particolari “poco conosciuti” di Piazza Navona, la particolarità dello Stadio di Domiziano vede addirittura un unicum in tutta la storia romana e mondiale. L’arena voluta dall’Imperatore, infatti, è l’unica costruita in muratura per lo svolgimento di eventi. Ma nessun’altra, da quel momento in poi, vide una simile costruzione da parte degli architetti
A confermare l’unicità di una struttura come lo Stadio di Domiziano, inoltre, sono anche i dati scientifici raccolti dalle varie università che studiano la Roma Antica. Sul suolo del Centro Storico e nel resto del territorio capitolino, infatti, non sono state rilevate strutture analoghe fatte con la muratura. Possiamo pensare, a questo punto, come sia stato un unico utilizzo di questa particolare tecnologia edilizia per l’epoca.
È possibile vedere lo Stadio di Domiziano o quello che ne rimane? Assolutamente sì. Infatti, lo spazio rientra nell’area di riferimento al Parco Archeologico di Piazza Navona. Come spesso accade nelle aree abitate con ruderi romani, possiamo vedere una “città sotterranea” sotto il manto stradale del Centro Storico e soprattutto dell’area del Rione VI del Parione, ovvero cuore del I Municipio capitolino.
Come Viterbo e Napoli, anche Roma possiede una sua Città
Lo Stadio di Domiziano, al pari degli altri ruderi romani, hanno la capacità di farci tornare nella Roma di 2000 anni fa. Quello che è stato riportato alla luce dagli archeologi, tra antiche strutture o segni di civiltà romana, proiettando qualunque persone nelle abitudini del cittadino antico romano. Una visita capace di dare molto culturalmente, come spiegano anche le guide chiamate a far visitare questi spazi dove trasuda storia e leggenda.
Non solo la società che viveva Roma oltre due millenni fa, ma anche la concezione dello sport per uno dei popoli su cui si fonda la cultura occidentale. Perché a riprova dello Stadio di Domiziano, il popolo romano aveva una fortissima propensione per l’attività sportiva (anche se le discipline erano molto diverse da quelle attuali).
Si ricorda che l'imperatore Domiziano era il secondo figlio di Flavio Vespasiano, colui che dopo guerre civili al seguito della morte di Nerone, fu proclamato sovrano dai legionari e che progetto' la costruzione del Colosseo costruito ove era sito il lago della Domus Aurea di Nerone,
anfiteatro che continuo'Tito ( delizia del genere umano che distrusse il tempio di Gerusalemme e sotto il cui regno di verificò l'eruzione del Vesuvio) e poi ultimato da Domiziano che morì dopo una rivolta dei centurioni romani .

venerdì 13 ottobre 2023

IL BUIO CHE CI STA DAVANTI

 JOHN J. MEARSHEIMER

23 GIUGNO 2023

Questo articolo esamina la probabile traiettoria futura della guerra in Ucraina.[1] Affronterò due questioni principali.

 

Primo: è possibile un accordo di pace significativo? La mia risposta è no. Siamo in una guerra in cui entrambe le parti – l’Ucraina e l’Occidente da una parte e la Russia dall’altra – si vedono come una minaccia esistenziale che deve essere sconfitta. Dati gli obiettivi massimalisti di entrambe le parti, è quasi impossibile raggiungere un trattato di pace praticabile. Inoltre, le due parti hanno divergenze inconciliabili per quanto riguarda il territorio e il rapporto dell’Ucraina con l’Occidente. Il miglior risultato possibile è un conflitto congelato che potrebbe facilmente trasformarsi in una guerra calda. Il peggiore esito possibile è una guerra nucleare, che è improbabile ma non si può escludere.

 

In secondo luogo, qual è la parte che probabilmente vincerà la guerra? La Russia alla fine vincerà la guerra, anche se non sconfiggerà in modo decisivo l’Ucraina. In altre parole, non conquisterà tutta l’Ucraina, ciò che sarebbe necessario per raggiungere tre degli obiettivi di Mosca: rovesciare il regime, smilitarizzare il Paese e tagliare i legami di sicurezza di Kiev con l’Occidente. Ma finirà per annettere un’ampia porzione di territorio ucraino, trasformando l’Ucraina in un moncone di Stato disfunzionale. In altre parole, la Russia otterrà una brutta vittoria.

 

Prima di affrontare direttamente questi temi, sono necessarie tre considerazioni preliminari. Innanzitutto, sto cercando di prevedere il futuro, cosa non facile da fare, visto che viviamo in un mondo incerto. Pertanto, non sto sostenendo di avere la verità; infatti, alcune delle mie affermazioni potrebbero essere smentite. Inoltre, non sto dicendo ciò che vorrei che accadesse. Non sto facendo il tifo per una parte o per l’altra. Sto semplicemente dicendo ciò che penso accadrà con il procedere della guerra. Infine, non sto giustificando il comportamento russo o le azioni di nessuno degli Stati coinvolti nel conflitto. Sto solo spiegando le loro azioni.

 

Ora passiamo alla sostanza.

 

Dove siamo oggi

Per capire dove sta andando la guerra in Ucraina, è necessario innanzitutto valutare la situazione attuale. È importante sapere come i tre attori principali – Russia, Ucraina e Occidente – pensano alle minacce che li circondano e concepiscono i loro obiettivi. Quando parliamo di Occidente, tuttavia, ci riferiamo soprattutto agli Stati Uniti, poiché gli alleati europei prendono ordini da Washington, quando si tratta di Ucraina. È inoltre essenziale comprendere l’attuale situazione sul campo di battaglia. Cominciamo con le minacce che circondano la Russia e i suoi obiettivi.

 

Le minacce secondo la Russia 

È chiaro sin dall’aprile 2008 che i leader russi considerano una minaccia esistenziale gli sforzi dell’Occidente per far entrare l’Ucraina nella NATO e farne un bastione occidentale ai confini della Russia. In effetti, il Presidente Putin e i suoi luogotenenti lo hanno ripetutamente sottolineato nei mesi precedenti l’invasione russa, quando stava diventando chiaro che l’Ucraina era quasi un membro de facto della NATO.[2] Dall’inizio della guerra, il 24 febbraio 2022, l’Occidente ha aggiunto un ulteriore livello a questa minaccia esistenziale, adottando una nuova serie di obiettivi che i leader russi non possono fare a meno di considerare estremamente minacciosi. Di seguito dirò di più sugli obiettivi occidentali, ma è sufficiente dire che l’Occidente è determinato a sconfiggere la Russia e ad espellerla dai ranghi delle grandi potenze, se non a provocare un cambiamento di regime o addirittura a innescare una disgregazione della Russia analoga a quella dell’Unione Sovietica nel 1991.

 

In un importante discorso pronunciato lo scorso febbraio (2023), Putin ha sottolineato che l’Occidente è una minaccia mortale per la Russia. “Durante gli anni che hanno seguito la dissoluzione dell’Unione Sovietica“, ha detto, “l’Occidente non ha mai smesso di cercare di incendiare gli Stati post-sovietici e, soprattutto, di finire la Russia in quanto maggiore porzione sopravvissuta dell’estensione storica del nostro Stato. Hanno incoraggiato i terroristi internazionali ad aggredirci, hanno provocato conflitti regionali lungo il perimetro dei nostri confini, hanno ignorato i nostri interessi e hanno cercato di contenere e sopprimere la nostra economia“. Ha poi sottolineato che “l’élite occidentale non fa mistero del suo obiettivo, che è, cito, ‘la sconfitta strategica della Russia’. Cosa significa questo per noi? Significa che hanno intenzione di finirci una volta per tutte“. Putin ha poi aggiunto che: “questo rappresenta una minaccia esistenziale per il nostro Paese“.[3] I leader russi vedono anche il regime di Kiev come una minaccia per la Russia, non solo perché è strettamente alleato con l’Occidente, ma anche perché lo considerano figlio delle forze fasciste ucraine che hanno combattuto a fianco della Germania nazista contro l’Unione Sovietica nella Seconda Guerra Mondiale.[4]

 

Gli obiettivi della Russia

La Russia deve vincere questa guerra, poiché ritiene di dover affrontare una minaccia alla propria sopravvivenza. Ma che aspetto ha la vittoria? Il risultato ideale, prima dell’inizio della guerra nel febbraio 2022, era trasformare l’Ucraina in uno Stato neutrale e risolvere la guerra civile nel Donbass, che opponeva il governo ucraino ai russi etnici e ai russofoni che volevano una maggiore autonomia, se non l’indipendenza, per la loro regione. Sembra che questi obiettivi fossero ancora realistici durante il primo mese di guerra, e sono stati infatti alla base dei negoziati di Istanbul tra Kiev e Mosca nel marzo 2022.[5] Se all’epoca i russi avessero raggiunto questi obiettivi, l’attuale guerra sarebbe stata evitata o sarebbe finita rapidamente.

 

Ma un accordo che soddisfi gli obiettivi della Russia non è più possibile. L’Ucraina e la NATO sono legate a doppio filo per il prossimo futuro e nessuna delle due è disposta ad accettare la neutralità ucraina. Inoltre, il regime di Kiev è un anatema per i leader russi, che lo vogliono eliminare. Essi parlano non solo di “de-nazificare” l’Ucraina, ma anche di “smilitarizzarla”, due obiettivi che presumibilmente richiederebbero la conquista di tutta l’Ucraina, la costrizione alla resa delle sue forze militari e l’insediamento di un regime amichevole a Kiev[6].

 

Una vittoria decisiva di questo tipo non è probabile per una serie di ragioni. L’esercito russo non è abbastanza numeroso per un compito del genere, che richiederebbe probabilmente almeno due milioni di uomini.[7] In effetti, l’attuale esercito russo ha difficoltà a conquistare tutto il Donbass. Inoltre, l’Occidente farebbe di tutto per impedire alla Russia di conquistare tutta l’Ucraina. Infine, i russi finirebbero per occupare enormi quantità di territorio densamente popolato da ucraini etnici che detestano i russi e si opporrebbero ferocemente all’occupazione. Cercare di conquistare tutta l’Ucraina e piegarla alla volontà di Mosca finirebbe sicuramente in un disastro.

 

A parte la retorica sulla de-nazificazione e la smilitarizzazione dell’Ucraina, gli obiettivi concreti della Russia prevedono la conquista e l’annessione di un’ampia porzione di territorio ucraino, trasformando al contempo l’Ucraina in un moncone di Stato disfunzionale. In questo modo, la capacità dell’Ucraina di condurre una guerra contro la Russia sarebbe notevolmente ridotta ed è improbabile che essa si qualifichi per l’adesione all’UE o alla NATO. Inoltre, un’Ucraina distrutta sarebbe particolarmente vulnerabile alle interferenze russe nella sua politica interna. In breve, l’Ucraina non sarebbe un bastione occidentale al confine con la Russia.

 

Che aspetto avrebbe questo stato disfunzionale? Mosca ha ufficialmente annesso la Crimea e altri quattro oblast’ ucraini – Donetsk, Kherson, Luhansk e Zaporozhe – che insieme rappresentano circa il 23% del territorio totale dell’Ucraina prima dello scoppio della crisi nel febbraio 2014. I leader russi hanno sottolineato di non avere alcuna intenzione di cedere quel territorio, che in parte non è ancora controllato dalla Russia. In effetti, c’è motivo di pensare che la Russia annetterà altro territorio ucraino, se avrà la capacità militare di farlo a un costo ragionevole. È difficile, tuttavia, dire quanto ulteriore territorio ucraino Mosca cercherà di annettere, come chiarisce Putin stesso[8].

 

È probabile che il pensiero russo sia influenzato da tre calcoli. Mosca ha un forte incentivo a conquistare e annettere permanentemente il territorio ucraino che è densamente popolato da etnie russe e russofone. Vorrà proteggerli dal governo ucraino – che è diventato ostile a tutto ciò che è russo – e assicurarsi che in Ucraina non ci sia una guerra civile come quella che ha avuto luogo nel Donbass tra il febbraio 2014 e il febbraio 2022. Allo stesso tempo, la Russia vorrà evitare di controllare un territorio largamente popolato da ucraini di etnia ostile, il che pone limiti significativi a un’ulteriore espansione russa. Infine, per trasformare l’Ucraina in un moncone di Stato disfunzionale bisognerà che Mosca si appropri di notevoli quantità di territorio ucraino, in modo da essere ben posizionata per arrecare danni significativi alla sua economia. Il controllo di tutte le coste ucraine lungo il Mar Nero, ad esempio, darebbe a Mosca una notevole influenza economica su Kiev.

 

Questi tre calcoli suggeriscono che la Russia probabilmente tenterà di annettere i quattro oblast’ – Dnipropetrovsk, Kharkiv, Mykolaiv e Odessa – che si trovano immediatamente a ovest dei quattro oblast’ che ha già annesso – Donetsk, Kherson, Luhansk e Zaporozhe. Se ciò accadesse, la Russia controllerebbe circa il 43% del territorio ucraino prima del 2014.[9] Dmitri Trenin, uno dei principali strateghi russi, ritiene che i leader russi cercherebbero di conquistare ancora più territorio ucraino, spingendosi a ovest nell’Ucraina settentrionale fino al fiume Dnieper e prendendo la parte di Kiev che si trova sulla sponda orientale del fiume. Scrive che “un passo logico successivo“, dopo aver preso tutta l’Ucraina da Kharkiv a Odessa, “sarebbe quello di espandere il controllo russo a tutta l’Ucraina a est del fiume Dnieper, compresa la parte di Kiev che si trova sulla sponda orientale del fiume. Se ciò accadesse, lo Stato ucraino si ridurrebbe fino a comprendere solo le regioni centrali e occidentali del Paese“.[10]

 

Le minacce secondo l’Occidente

Può sembrare difficile da credere oggi, ma prima dello scoppio della crisi ucraina nel febbraio 2014, i leader occidentali non vedevano la Russia come una minaccia per la sicurezza. I leader della NATO, ad esempio, al vertice dell’Alleanza del 2010 a Lisbona, parlavano con il presidente russo di “una nuova fase di cooperazione verso un vero partenariato strategico”.[11] Non sorprende che l’espansione della NATO prima del 2014 non fosse giustificata in termini di contenimento di una Russia pericolosa. In realtà, è stata la debolezza russa a permettere all’Occidente di far passare a Mosca le prime due tranche di espansione della NATO, nel 1999 e nel 2004, e poi a permettere all’amministrazione di George W. Bush di pensare, nel 2008, che fosse possibile costringere la Russia ad accettare l’ingresso nell’alleanza di Georgia e Ucraina. Ma questa ipotesi si è rivelata sbagliata e quando nel 2014 è scoppiata la crisi ucraina, l’Occidente ha improvvisamente iniziato a dipingere la Russia come un nemico pericoloso che doveva essere contenuto, se non indebolito[12].

 

Dall’inizio della guerra nel febbraio 2022, la percezione dell’Occidente nei confronti della Russia si è costantemente inasprita fino al punto in cui Mosca sembra essere vista come una minaccia esistenziale. Gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO sono profondamente coinvolti nella guerra dell’Ucraina contro la Russia. In realtà, fanno praticamente tutto tranne premere il grilletto o i comandi per l’invio dei missili.[13] Inoltre, hanno chiarito il loro impegno inequivocabile a vincere la guerra e a mantenere la sovranità dell’Ucraina. Pertanto, perdere la guerra avrebbe conseguenze enormemente negative per Washington e per la NATO. La reputazione di competenza e affidabilità dell’America ne risulterebbe gravemente danneggiata, con ripercussioni sul modo in cui i suoi alleati e i suoi avversari – in particolare la Cina – si rapporterebbero con gli Stati Uniti. Inoltre, quasi tutti i Paesi europei che fanno parte della NATO ritengono che l’alleanza sia un ombrello di sicurezza insostituibile. Pertanto, la possibilità che la NATO venga gravemente danneggiata – forse addirittura distrutta – se la Russia vince in Ucraina è motivo di profonda preoccupazione tra i suoi membri.

 

Inoltre, i leader occidentali dipingono spesso la guerra in Ucraina come parte integrante di una più ampia lotta globale tra autocrazia e democrazia, in una prospettiva intrinsecamente manichea. Inoltre, si dice che il futuro del sacrosanto ordine internazionale basato sulle regole dipenda dalla vittoria contro la Russia. Come ha detto Re Carlo lo scorso marzo (2023), “la sicurezza dell’Europa e i nostri valori democratici sono minacciati“.[14] Allo stesso modo, una risoluzione introdotta nel Congresso degli Stati Uniti in aprile dichiara: “Gli interessi degli Stati Uniti, la sicurezza europea e la causa della pace internazionale dipendono dalla… vittoria ucraina“.[15] Un recente articolo del Washington Post illustra il modo in cui l’Occidente tratta la Russia come una minaccia esistenziale: “I leader degli oltre 50 altri Paesi che sostengono l’Ucraina hanno definito il loro sostegno come parte di una battaglia apocalittica per il futuro della democrazia e dello Stato di diritto internazionale contro l’autocrazia e l’aggressione, che l’Occidente non può permettersi di perdere“.[16]

 

Gli obiettivi dell’Occidente

Come dovrebbe essere chiaro, l’Occidente è fermamente impegnato a sconfiggere la Russia. Il Presidente Biden ha ripetutamente affermato che gli Stati Uniti sono in questa guerra per vincere. “L’Ucraina non sarà mai una vittoria per la Russia“. Deve finire con un “fallimento strategico“. Washington, ha sottolineato, resterà in lotta “per tutto il tempo necessario“.[17] In particolare, l’obiettivo è sconfiggere l’esercito russo in Ucraina – cancellando le sue conquiste territoriali – e paralizzare l’ economia russa con sanzioni letali. In caso di successo, la Russia verrebbe estromessa dai ranghi delle grandi potenze, indebolendola al punto da non poter più minacciare di invadere l’Ucraina.[18] I leader occidentali hanno altri obiettivi, tra cui il cambio di regime a Mosca, la messa in stato d’accusa di Putin come criminale di guerra e l’eventuale smembramento della Russia in Stati più piccoli[19].

 

Al contempo, l’Occidente rimane impegnato a far entrare l’Ucraina nella NATO, anche se c’è disaccordo all’interno dell’alleanza su quando e come ciò avverrà.[20] Jens Stoltenberg, segretario generale dell’alleanza, ha dichiarato in una conferenza stampa a Kiev in aprile (2023) che “la posizione della NATO rimane invariata” e che ” l’Ucraina diventerà un membro dell’alleanza“. Allo stesso tempo, ha sottolineato che “il primo passo verso un’eventuale adesione dell’Ucraina alla NATO è garantire che l’Ucraina prevalga, ed è per questo che gli Stati Uniti e i loro partner hanno fornito un sostegno senza precedenti all’Ucraina“.[21] Dati questi obiettivi, è chiaro perché la Russia veda l’Occidente come una minaccia esistenziale.

 

Minacce e obiettivi dell’Ucraina

Non c’è dubbio che l’Ucraina si trovi di fronte a una minaccia esistenziale, dato che la Russia è intenzionata a smembrarla e ad assicurarsi che il nuovo Stato superstite non solo sia economicamente debole, ma non sia nemmeno un membro de facto o de jure della NATO. Non c’è dubbio, inoltre, che Kiev condivida l’obiettivo dell’Occidente di sconfiggere e indebolire seriamente la Russia, in modo da poter riconquistare il territorio perduto e tenerlo per sempre sotto il controllo ucraino. Come ha detto di recente il Presidente Zelensky al Presidente Xi Jinping, “non ci può essere una pace basata su compromessi territoriali“.[22] I leader ucraini restano, com’è naturale, fermamente impegnati ad aderire all’UE e alla NATO e a rendere l’Ucraina parte integrante dell’Occidente[23].

 

In sintesi, i tre attori principali della guerra in Ucraina credono tutti di dover affrontare una minaccia esistenziale, il che significa che ognuno di loro pensa di dover vincere la guerra o subire terribili conseguenze.

 

Il campo di battaglia oggi

Passando agli eventi sul campo di battaglia, la guerra si è evoluta in una guerra di logoramento in cui ogni parte è principalmente interessata a dissanguare l’altra, facendola arrendere. Naturalmente, entrambe le parti si preoccupano anche di catturare territorio, ma questo obiettivo è di secondaria importanza rispetto al logoramento dell’avversario.

 

L’esercito ucraino ha avuto il sopravvento nella seconda metà del 2022, il che gli ha permesso di riprendere territorio dalla Russia nelle regioni di Kharkiv e Kherson. Ma la Russia ha risposto a queste sconfitte mobilitando altri 300.000 uomini, riorganizzando l’esercito, accorciando le linee del fronte e imparando dai propri errori.[24] I combattimenti del 2023 si sono svolti nell’Ucraina orientale, principalmente nelle regioni di Donetsk e Zaporozhe. I russi hanno avuto la meglio, quest’anno, soprattutto perché hanno un vantaggio sostanziale nell’artiglieria, che è l’arma più importante nella guerra di logoramento.

 

Il vantaggio di Mosca è stato evidente nella battaglia per Bakhmut, che si è conclusa con la conquista della città da parte dei russi a fine maggio (2023). Sebbene le forze russe abbiano impiegato dieci mesi per prendere il controllo di Bakhmut, hanno inflitto enormi perdite alle forze ucraine con la loro artiglieria.[25] Poco dopo, il 4 giugno, l’Ucraina ha lanciato la sua tanto attesa controffensiva in diverse località delle regioni di Donetsk e Zaporozhe. L’obiettivo è penetrare nelle prime linee di difesa della Russia, sferrare un colpo sconvolgente alle forze russe e riprendersi una parte sostanziale del territorio ucraino ora sotto il controllo russo. In sostanza, l’obiettivo è duplicare i successi dell’Ucraina a Kharkiv e Kherson nel 2022.

 

Finora l’esercito ucraino ha fatto pochi progressi nel raggiungere questi obiettivi ed è invece impantanato in battaglie di logoramento mortali con le forze russe. Nel 2022, l’Ucraina ha avuto successo nelle campagne di Kharkiv e Kherson perché il suo esercito combatteva contro forze russe in inferiorità numerica, con una densità di presenza sul territorio troppo scarsa. Oggi non è così: L’Ucraina sta attaccando linee di difesa russe ben preparate. Ma anche se le forze ucraine dovessero sfondare queste linee difensive, le truppe russe stabilizzerebbero rapidamente il fronte e le battaglie di logoramento continuerebbero.[26] Gli ucraini sono in svantaggio in questi scontri perché i russi hanno un significativo vantaggio nella potenza di fuoco.

 

Dove siamo diretti

Permettetemi di cambiare marcia e di allontanarmi dal presente per parlare del futuro, iniziando da come gli eventi sul campo di battaglia potrebbero svolgersi in futuro. Come ho già detto, credo che la Russia vincerà la guerra, il che significa che finirà per conquistare e annettere un consistente territorio ucraino, lasciando l’Ucraina come uno stato disfunzionale. Se ho ragione, questa sarà una grave sconfitta per l’Ucraina e per l’Occidente.

 

C’è tuttavia un lato positivo in questo risultato: una vittoria russa riduce notevolmente la minaccia di una guerra nucleare, poiché è più probabile che si verifichi un’escalation nucleare se le forze ucraine ottengono vittorie sul campo di battaglia e minacciano di riprendersi tutti o la maggior parte dei territori che Kiev ha perso a favore di Mosca. È sicuro che i leader russi penserebbero seriamente di usare le armi nucleari per salvare la situazione. Naturalmente, se mi sbaglio sulla direzione della guerra e l’esercito ucraino prende il sopravvento e inizia a spingere le forze russe verso est, la probabilità di un uso del nucleare aumenterebbe in modo significativo, il che non significa che sarebbe una certezza.

 

Su cosa si basa la mia affermazione che i russi probabilmente vinceranno la guerra?

 

La guerra in Ucraina, come ho sottolineato, è una guerra di logoramento in cui la cattura e il mantenimento del territorio sono di secondaria importanza. L’obiettivo della guerra di logoramento è logorare le forze della controparte fino al punto in cui questa abbandona la battaglia o è talmente indebolita da non poter più difendere il territorio conteso.[27] Chi vince una guerra di logoramento è in gran parte funzione di tre fattori: il rapporto tra la determinazione delle due parti, l’equilibrio demografico tra di esse e la correlazione del numero di caduti. I russi hanno un vantaggio decisivo nella dimensione della popolazione e un netto vantaggio nella correlazione del numero di caduti; le due parti sono equamente bilanciate in quanto a determinazione.

 

Consideriamo l’equilibrio della determinazione. Come si è detto, sia la Russia che l’Ucraina ritengono di dover affrontare una minaccia esistenziale e, naturalmente, entrambe le parti sono pienamente impegnate a vincere la guerra. Pertanto, è difficile vedere una differenza significativa nella loro determinazione. Per quanto riguarda le dimensioni della popolazione, la Russia aveva un vantaggio di circa 3,5:1 prima dell’inizio della guerra nel febbraio 2022. Da allora, il rapporto si è notevolmente spostato a favore della Russia. Circa otto milioni di ucraini sono fuggiti dal Paese, sottraendo popolazione all’Ucraina. Circa tre milioni di questi emigranti sono andati in Russia, aggiungendosi alla sua popolazione. Inoltre, ci sono probabilmente altri quattro milioni di cittadini ucraini che vivono nei territori ora controllati dalla Russia, spostando ulteriormente lo squilibrio demografico a favore della Russia. Mettendo insieme questi numeri, la Russia ha un vantaggio di circa 5:1 in termini di popolazione[28].

 

Infine, c’è la correlazione del numero di caduti, questione controversa sin dall’inizio della guerra nel febbraio 2022. Il senso comune in Ucraina e in Occidente è che i livelli di caduti da entrambe le parti siano all’incirca uguali o che i russi abbiano subito più vittime degli ucraini. Il capo del Consiglio nazionale di sicurezza e difesa ucraino, Oleksiy Danilov, arriva a sostenere che i russi hanno perso 7,5 soldati per ogni soldato ucraino nella battaglia per Bakhmut.[29] Queste affermazioni sono sbagliate. Le forze ucraine hanno sicuramente subito perdite molto maggiori rispetto ai loro avversari russi, per un motivo: la Russia ha molta più artiglieria dell’Ucraina.

 

Nella guerra di logoramento, l’artiglieria è l’arma più importante sul campo di battaglia. Nell’esercito americano, l’artiglieria è ampiamente conosciuta come “la regina delle battaglie”, perché è la principale responsabile dell’uccisione e del ferimento dei soldati in combattimento.[30] Pertanto, il rapporto tra artiglierie conta enormemente in una guerra di logoramento. Secondo quasi tutti i dati, i russi hanno un vantaggio nell’artiglieria compreso tra 5:1 e 10:1, il che pone l’esercito ucraino in una posizione di svantaggio significativo sul campo di battaglia.[31] Coeteris paribus, ci si aspetterebbe che la correlazione tra i caduti si avvicini alla correlazione tra artiglierie. Pertanto, correlazione tra i caduti dell’ordine di 2:1 a favore della Russia è una stima prudente.[32]

 

Una possibile sfida alla mia analisi è sostenere che la Russia è l’aggressore in questa guerra, e l’aggressore soffre invariabilmente livelli di perdite molto più alti rispetto al difensore, soprattutto se le forze attaccanti sono impegnate in ampi assalti frontali, che spesso si dice siano il modus operandi delle forze armate russe.[33] Dopo tutto, l’aggressore è allo scoperto e in movimento, mentre il difensore combatte principalmente da posizioni fisse che forniscono una copertura sostanziale. Questa logica è alla base della famosa regola empirica del 3:1, secondo la quale una forza attaccante ha bisogno di un numero di soldati almeno triplo rispetto a quello del difensore per vincere una battaglia.[34] Ma questa linea di argomentazione presenta dei problemi quando viene applicata alla guerra in Ucraina.

 

In primo luogo, non sono solo i russi ad aver avviato campagne offensive nel corso della guerra.[35] Infatti, gli ucraini hanno lanciato due grandi offensive lo scorso anno che hanno portato a vittorie ampiamente annunciate: l’offensiva di Kharkiv nel settembre 2022 e l’offensiva di Kherson tra agosto e novembre 2022. Sebbene gli ucraini abbiano ottenuto sostanziali guadagni territoriali in entrambe le campagne, l’artiglieria russa ha inflitto pesanti perdite alle forze attaccanti. Il 4 giugno gli ucraini hanno appena iniziato un’altra grande offensiva contro forze russe più numerose e molto più preparate di quelle contro cui hanno combattuto a Kharkiv e Kherson.

 

In secondo luogo, la distinzione tra attaccanti e difensori in una grande battaglia non è solitamente in bianco e nero. Quando un esercito attacca un altro esercito, il difensore lancia invariabilmente contrattacchi. In altre parole, il difensore passa all’attacco e l’attaccante alla difesa. Nel corso di una battaglia prolungata, è probabile che ogni schieramento finisca per attaccare e contrattaccare e per difendere posizioni fisse. Questo tira e molla spiega perché i rapporti di scambio di perdite nelle battaglie della Guerra Civile americana e della Prima Guerra Mondiale sono spesso più o meno uguali, non favorevoli all’esercito che ha iniziato sulla difensiva. In effetti, l’esercito che sferra il primo colpo a volte subisce meno perdite dell’esercito bersaglio.[36] In breve, la difesa di solito implica molto attacco.

 

Dai resoconti giornalistici ucraini e occidentali emerge chiaramente che le forze ucraine lanciano spesso contrattacchi contro le forze russe. Si consideri questo resoconto del Washington Post sui combattimenti dell’inizio di quest’anno a Bakhmut: “C’è questo movimento fluido in corso”, ha detto un primo tenente ucraino… Gli attacchi russi lungo il fronte permettono alle loro forze di avanzare di qualche centinaio di metri prima di essere respinte ore dopo. È difficile distinguere esattamente dove si trovi la linea del fronte perché si muove come una gelatina”, ha detto. “[37]Dato l’enorme vantaggio della Russia in termini di artiglieria, sembra ragionevole supporre che la correlazione dei caduti, in questi contrattacchi ucraini, favorisca i russi, probabilmente in modo asimmetrico.

 

In terzo luogo, i russi non stanno impiegando – almeno non spesso – assalti frontali su larga scala che mirano ad avanzare rapidamente e a catturare il territorio, ma esporrebbero le forze attaccanti al fuoco incessante dei difensori ucraini. Come ha spiegato il generale Sergej Surovikin nell’ottobre del 2022, quando era al comando delle forze russe in Ucraina, “abbiamo una strategia diversa… Risparmiamo ogni soldato e continuiamo a schiacciare il nemico che avanza“.[38] In effetti, le truppe russe hanno adottato tattiche intelligenti che riducono il livello di caduti.[39] La loro tattica preferita non è lanciare attacchi frontali su larga scala che mirano a conquistare rapidamente il territorio, ma che esporrebbero le forze d’attacco al fuoco feroce dei difensori ucraini. La loro tattica preferita è quella di lanciare attacchi di sondaggio contro le posizioni fisse ucraine con piccole unità di fanteria, che inducono le forze ucraine ad attaccarle con mortai e artiglieria.[40] Questa risposta permette ai russi di determinare dove si trovano i difensori ucraini e la loro artiglieria. I russi sfruttano quindi il loro grande vantaggio in termini di artiglieria per colpire gli avversari. In seguito, unità di fanteria russa avanzano nuovamente e, quando incontrano una seria resistenza ucraina, ripetono il procedimento. Queste tattiche spiegano perché la Russia sta facendo lenti progressi nella conquista del territorio ucraino.

 

Si potrebbe pensare che l’Occidente possa fare molto per pareggiare la correlazione dei caduti. fornendo all’Ucraina molti più tubi e proiettili di artiglieria, eliminando così il significativo vantaggio della Russia in quest’arma di importanza critica. Tuttavia, questo non accadrà presto, semplicemente perché né gli Stati Uniti né i loro alleati hanno la capacità industriale necessaria per produrre in massa tubi e proiettili d’artiglieria per l’Ucraina; e neppure possono aumentare la loro capacità industriale rapidamente.[41] Il meglio che l’Occidente possa fare – almeno per il prossimo anno – è mantenere l’attuale squilibrio di artiglieria tra Russia e Ucraina, ma anche questo sarà un compito difficile.

 

L’Ucraina può fare poco per rimediare al problema, perché la sua capacità di produrre armi è limitata. È quasi completamente dipendente dall’Occidente, non solo per l’artiglieria, ma per ogni tipo di sistema d’arma importante. La Russia, d’altra parte, aveva una formidabile capacità di produrre armi durante la guerra, che è stata incrementata dall’inizio dei combattimenti. Putin ha recentemente dichiarato: “La nostra industria della difesa sta guadagnando slancio ogni giorno. Nell’ultimo anno abbiamo aumentato la produzione militare di 2,7 volte. La nostra produzione delle armi più critiche è aumentata di dieci volte e continua ad aumentare. Gli impianti lavorano su due o tre turni e alcuni sono impegnati 24 ore su 24[42]. In breve, dato il triste stato della base industriale ucraina, l’Ucraina non è in grado di condurre una guerra di logoramento da sola. Può farlo solo con il sostegno dell’Occidente. Ma anche in questo caso, è destinata a perdere.

 

C’è stato un recente sviluppo che aumenta ulteriormente il vantaggio della Russia nella potenza di fuoco rispetto all’Ucraina. Per il primo anno di guerra, la potenza aerea russa ha avuto poca influenza su ciò che è accaduto nella guerra di terra, soprattutto perché le difese aeree dell’Ucraina erano abbastanza efficaci da tenere gli aerei russi lontani dalla maggior parte dei campi di battaglia. Ma i russi hanno seriamente indebolito le difese aeree dell’Ucraina, il che ora permette alle forze aeree russe di colpire le forze di terra ucraine sulle linee del fronte, o direttamente dietro di esse.[43] Inoltre, la Russia ha sviluppato la capacità di equipaggiare un suo enorme arsenale di bombe da 500 kg con kit di guida che le rendono particolarmente letali.[44]

 

In sintesi, la correlazione tra caduti e feriti continuerà a favorire i russi nel prossimo futuro, il che è molto importante in una guerra di logoramento. Inoltre, la Russia è in una posizione migliore per condurre una guerra di logoramento perché la sua popolazione è molto più numerosa di quella ucraina. L’unica speranza di Kiev di vincere la guerra è che la determinazione di Mosca crolli, ma ciò è improbabile, dato che i leader russi vedono l’Occidente come un pericolo esistenziale.

 

Prospettive di un accordo di pace negoziato

Un coro crescente di voci in tutto il mondo chiede a tutte le parti in causa nella guerra ucraina di abbracciare la diplomazia e negoziare un accordo di pace duraturo. Tuttavia, questo non accadrà. Ci sono troppi ostacoli formidabili per porre fine alla guerra in tempi brevi, tanto meno per trovare un accordo che produca una pace duratura. Il miglior risultato possibile è un conflitto congelato, in cui entrambe le parti continuano a cercare opportunità per indebolire l’altra parte e in cui il pericolo di nuovi scontri è sempre presente.

 

A livello più generale, la pace non è possibile perché ogni parte vede l’altra come una minaccia mortale che deve essere sconfitta sul campo di battaglia. In queste circostanze non c’è quasi spazio per il compromesso con l’altra parte. Ci sono anche due punti specifici di disputa tra le parti in guerra che sono irrisolvibili. Uno riguarda il territorio, l’altro la neutralità ucraina.[45] Quasi tutti gli ucraini sono profondamente impegnati a recuperare tutto il territorio perduto, compresa la Crimea.[46] Chi può biasimarli? Ma la Russia ha ufficialmente annesso la Crimea, Donetsk, Kherson, Luhansk e Zaporozhe ed è fermamente intenzionata a mantenere questo territorio. In realtà, c’è motivo di pensare che Mosca annetterà altro territorio ucraino, se ne avrà la possibilità.

 

L’altro nodo gordiano riguarda le relazioni dell’Ucraina con l’Occidente. Per comprensibili ragioni, l’Ucraina vuole una garanzia di sicurezza una volta terminata la guerra, che solo l’Occidente può fornire. Ciò significa l’adesione di fatto o di diritto alla NATO, poiché nessun altro Paese può proteggere l’Ucraina. Quasi tutti i leader russi, tuttavia, chiedono un’Ucraina neutrale, il che significa nessun legame militare con l’Occidente e quindi nessun ombrello di sicurezza per Kiev. Non c’è modo di far quadrare il cerchio.

 

Ci sono altri due ostacoli alla pace: il nazionalismo, che ora si è trasformato in ipernazionalismo, e la totale mancanza di fiducia da parte russa.

 

Il nazionalismo è una forza potente in Ucraina da oltre un secolo e l’antagonismo verso la Russia è stato a lungo uno dei suoi elementi centrali. Lo scoppio dell’attuale conflitto, il 22 febbraio 2014, ha alimentato questa ostilità, spingendo il parlamento ucraino ad approvare, il giorno successivo, una legge che limitava l’uso del russo e di altre lingue minoritarie, una mossa che ha contribuito a far precipitare la guerra civile nel Donbass.[47] L’annessione della Crimea da parte della Russia, poco dopo, ha peggiorato una situazione già difficile. Contrariamente al senso comune dell’Occidente, Putin aveva capito che l’Ucraina era una nazione separata dalla Russia e che il conflitto tra l’etnia russa e russofona che viveva nel Donbass e il governo ucraino riguardava la “questione nazionale“.[48] L’invasione russa dell’Ucraina, che ha contribuito a far precipitare la guerra civile nel Donbass, è stata un’azione che ha contribuito a peggiorare la situazione.

 

L’invasione russa dell’Ucraina, che mette direttamente i due Paesi l’uno contro l’altro in una guerra prolungata e sanguinosa, ha trasformato il nazionalismo in ipernazionalismo da entrambe le parti. Il disprezzo e l’odio nei confronti dell'”altro” soffocano le società russa e ucraina, creando potenti incentivi per eliminare questa minaccia, se necessario con la violenza. Gli esempi abbondano. Un importante settimanale di Kiev sostiene che famosi autori russi come Mikhail Lermontov, Fëdor Dostoevskij, Leone Tolstoj e Boris Pasternak sono “assassini, saccheggiatori, ignoranti“.[49] La cultura russa, dice un importante scrittore ucraino, rappresenta “la barbarie, l’omicidio e la distruzione“….. Questo è il destino della cultura del nemico [50].

 

Prevedibilmente, il governo ucraino è impegnato nella “de-russificazione” o “decolonizzazione“, che comporta l’eliminazione dalle biblioteche dei libri di autori russi, la ridenominazione di strade con nomi legati alla Russia, l’abbattimento di statue di personaggi come Caterina la Grande, la messa al bando della musica russa prodotta dopo il 1991, la rottura dei legami tra la Chiesa ortodossa ucraina e la Chiesa ortodossa russa e la riduzione al minimo dell’uso della lingua russa. Forse l’atteggiamento dell’Ucraina nei confronti della Russia è riassunto al meglio dal commento di Zelensky: “Non perdoneremo. Non dimenticheremo“.[51]

 

Passando al lato russo della medaglia, Anatol Lieven riferisce che “ogni giorno sulla TV russa si possono vedere insulti etnici pieni di odio rivolti agli ucraini“.[52] Non sorprende che i russi stiano lavorando per russificare e cancellare la cultura ucraina nelle aree che Mosca ha annesso. Queste misure includono il rilascio di passaporti russi, la modifica dei programmi scolastici, la sostituzione della grivna ucraina con il rublo russo, l’eliminazione di biblioteche e musei e la ridenominazione di città e paesi.[53] Bakhmut, ad esempio, è diventata Artemovsk e la lingua ucraina non viene più insegnata nelle scuole della regione di Donetsk.[54] A quanto pare, anche i russi non perdonano né dimenticano.

 

L’aumento dell’ipernazionalismo è prevedibile in tempo di guerra, non solo perché i governi si affidano pesantemente al nazionalismo per motivare la popolazione a sostenere il proprio Paese fino in fondo, ma anche perché la morte e la distruzione che derivano dalla guerra – soprattutto dalle guerre prolungate – spingono ogni parte a disumanizzare e odiare l’altro. Nel caso dell’Ucraina, l’aspro conflitto sull’identità nazionale getta benzina sul fuoco.

 

L’ipernazionalismo rende naturalmente più difficile la cooperazione tra le parti e dà alla Russia un motivo per impadronirsi di un territorio pieno di etnie russe e russofone. Presumibilmente, molti di loro preferirebbero vivere sotto il controllo russo, data l’ostilità del governo ucraino verso tutto ciò che è russo. Nel processo di annessione di queste terre, è probabile che i russi espellano un gran numero di ucraini etnici, soprattutto per il timore che si ribellino al dominio russo se rimangono. Questi sviluppi alimenteranno ulteriormente l’odio tra russi e ucraini, rendendo praticamente impossibile un compromesso sul territorio.

 

C’è un’ultima ragione per cui un accordo di pace duraturo non è fattibile. I leader russi non si fidano né dell’Ucraina né dell’Occidente per negoziare in buona fede, il che non significa che i leader ucraini e occidentali si fidino delle loro controparti russe. La mancanza di fiducia è evidente da tutte le parti, ma è particolarmente acuta da parte di Mosca a causa di una recente serie di rivelazioni.

 

La fonte del problema è ciò che è accaduto durante i negoziati per l’accordo di Minsk II del 2015, che costituiva un quadro per la chiusura del conflitto nel Donbass. Il presidente francese Francois Hollande e la cancelliera tedesca Angela Merkel hanno avuto un ruolo centrale nella definizione di tale quadro, sebbene si siano ampiamente consultati sia con Putin che con il presidente ucraino Petro Poroshenko. Queste quattro persone sono state anche le protagoniste dei successivi negoziati. Non c’è dubbio che Putin si sia impegnato a far funzionare Minsk. Ma Hollande, Merkel e Poroshenko – così come Zelensky – hanno tutti chiarito che non erano interessati all’attuazione di Minsk, ma di averla vista invece come un’opportunità per far guadagnare tempo all’Ucraina per costruire le proprie forze armate in modo da poter affrontare l’insurrezione nel Donbass. Come ha detto la Merkel a “Die Zeit”, si trattava di “un tentativo di dare all’Ucraina il tempo… di diventare più forte“.[55] Allo stesso modo, Poroshenko ha detto: “Il nostro obiettivo era fermare la minaccia, o almeno ritardare la guerra – per assicurarci otto anni per ripristinare la crescita economica e creare potenti forze armate“.[56]

 

Poco dopo l’intervista rilasciata dalla Merkel a Die Zeit nel dicembre 2022, Putin ha dichiarato in una conferenza stampa: “Pensavo che gli altri partecipanti a questo accordo fossero almeno onesti, ma no, si è scoperto che anche loro ci stavano mentendo e volevano solo rifornire l’Ucraina di armi e prepararla a un conflitto militare“. Ha poi aggiunto che l’essere stato ingannato dall’Occidente gli ha fatto perdere l’opportunità di risolvere il problema dell’Ucraina in circostanze più favorevoli per la Russia: “A quanto pare, ci siamo orientati troppo tardi, ad essere onesti. Forse avremmo dovuto iniziare tutto questo [l’operazione militare] prima, ma speravamo solo di poterlo risolvere nel quadro degli accordi di Minsk“. Ha poi chiarito che la doppiezza dell’Occidente complicherà i futuri negoziati: “La fiducia è già quasi a zero, ma dopo queste dichiarazioni, come possiamo negoziare? Su cosa? Possiamo fare accordi con qualcuno e dove sono le garanzie? “[57].

 

In sintesi, non c’è quasi nessuna possibilità che la guerra in Ucraina si concluda con un accordo di pace significativo. È invece probabile che la guerra si trascini per almeno un altro anno e che alla fine si trasformi in un conflitto congelato che potrebbe ritornare a essere una guerra guerreggiata.

 

 

Le conseguenze

L’assenza di un accordo di pace praticabile avrà una serie di terribili conseguenze. Le relazioni tra Russia e Occidente, ad esempio, rimarranno probabilmente profondamente ostili e pericolose nel prossimo futuro. Ciascuna delle due parti continuerà a demonizzare l’altra e a lavorare sodo per massimizzare la quantità di dolore e di problemi causati al rivale. Questa situazione prevarrà certamente se i combattimenti continueranno; ma anche se la guerra si trasformerà in un conflitto congelato, è improbabile che il livello di ostilità tra le due parti cambi molto.

 

Mosca cercherà di sfruttare le fratture esistenti tra i Paesi europei, lavorando al contempo per indebolire le relazioni transatlantiche e le istituzioni europee chiave come l’UE e la NATO. Visti i danni che la guerra ha causato e continua a causare all’economia europea, visto il crescente disincanto in Europa di fronte alla prospettiva di una guerra infinita in Ucraina e viste le differenze tra Europa e Stati Uniti riguardo al commercio con la Cina, i leader russi dovrebbero trovare terreno fertile per causare problemi in Occidente.[58] Questa ingerenza rafforzerà naturalmente la russofobia in Europa e negli Stati Uniti, peggiorando una situazione già di per sé negativa.

 

L’Occidente, da parte sua, manterrà le sanzioni su Mosca e ridurrà al minimo i rapporti economici tra le due parti, il tutto allo scopo di danneggiare l’economia russa. Inoltre, collaborerà sicuramente con l’Ucraina per contribuire a generare insurrezioni nei territori che la Russia ha sottratto all’Ucraina. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti e i loro alleati continueranno a perseguire una politica di contenimento a muso duro nei confronti della Russia, che molti ritengono sarà rafforzata dall’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO e dal dispiegamento di forze significative della NATO nell’Europa orientale.[59] Naturalmente, l’Occidente continuerà a impegnarsi per far entrare Georgia e Ucraina nella NATO, anche se è improbabile che ciò accada. Infine, le élites statunitensi ed europee manterranno sicuramente il loro entusiasmo per la promozione di un cambio di regime a Mosca, per poi processare Putin per le azioni della Russia in Ucraina.

 

Le relazioni tra la Russia e l’Occidente non solo rimarranno avvelenate in futuro, ma saranno anche pericolose, in quanto ci sarà la possibilità sempre presente di un’escalation nucleare o di una guerra tra grandi potenze tra la Russia e gli Stati Uniti[60].

 

La distruzione dell’Ucraina

L’Ucraina si trovava in gravi difficoltà economiche e demografiche prima dell’inizio della guerra dello scorso anno.[61]La devastazione inflitta all’Ucraina dall’invasione russa è orribile. Analizzando gli eventi del primo anno di guerra, la Banca Mondiale dichiara che l’invasione “ha richiesto un tributo inimmaginabile alla popolazione ucraina e all’economia del Paese, con una contrazione dell’attività pari a uno sconcertante 29,2% nel 2022“. Non sorprende che Kiev abbia bisogno di massicce iniezioni di aiuti stranieri solo per mantenere in funzione il governo, per tacere della guerra. Inoltre, la Banca Mondiale stima che i danni superino i 135 miliardi di dollari e che saranno necessari circa 411 miliardi di dollari per ricostruire l’Ucraina. La povertà, si legge, “è aumentata dal 5,5% nel 2021 al 24,1% nel 2022, spingendo 7,1 milioni di persone in più nella povertà e annullando 15 anni di progressi“.[62] Le città sono state distrutte, circa 8 milioni di ucraini sono fuggiti dal Paese e circa 7 milioni sono sfollati interni. Le Nazioni Unite hanno confermato 8.490 morti tra i civili, anche se ritengono che il numero reale sia “considerevolmente più alto“.[63]Sicuramente l’Ucraina ha subito oltre 100.000 caduti sul campo di battaglia.

 

Il futuro dell’Ucraina appare estremamente cupo. La guerra non mostra segni di cessazione a breve, il che significa più distruzione di infrastrutture e abitazioni, più distruzione di città e paesi, più morti civili e militari e più danni all’economia. Non solo l’Ucraina rischia di perdere ancora più territorio a favore della Russia, ma secondo la Commissione Europea, “la guerra ha avviato l’Ucraina su un percorso di declino demografico irreversibile“.[64] A peggiorare le cose, i russi faranno gli straordinari per mantenere la nuova Ucraina economicamente debole e politicamente instabile. Il conflitto in corso rischia anche di alimentare la corruzione, che da tempo è un problema acuto, e di rafforzare ulteriormente i gruppi estremisti in Ucraina. È difficile immaginare che Kiev possa mai soddisfare i criteri necessari per entrare nell’UE o nella NATO.

 

La politica degli Stati Uniti verso la Cina

La guerra in Ucraina sta ostacolando lo sforzo degli Stati Uniti di contenere la Cina, che è di fondamentale importanza per la sicurezza americana, dal momento che la Cina è un concorrente alla pari, mentre la Russia non lo è.[65] In effetti, la logica dell’equilibrio di potenza dice che gli Stati Uniti dovrebbero essere alleati con la Russia contro la Cina e rivolgere tutta la loro attenzione sull’Asia orientale. Invece, la guerra in Ucraina ha avvicinato Pechino e Mosca, fornendo alla Cina un potente incentivo per assicurarsi che la Russia non venga sconfitta e che gli Stati Uniti rimangano bloccati in Europa, ostacolando i loro sforzi di riorientamento verso l’Asia orientale.

 

Conclusione

Dovrebbe essere ormai evidente che la guerra in Ucraina è un enorme disastro che difficilmente finirà presto e che, quando finirà, il risultato non sarà una pace duratura. È necessario spendere qualche parola su come l’Occidente sia finito in questa terribile situazione.

 

Il senso comune sulle origini della guerra è che Putin abbia lanciato un attacco non provocato il 24 febbraio 2022, motivato dal suo grande piano di creare una grande Russia. L’Ucraina, si dice, era il primo Paese che intendeva conquistare e annettere, ma non l’ultimo. Come ho detto in numerose occasioni, non ci sono prove a sostegno di questa linea di argomentazione, anzi ci sono prove considerevoli che la contraddicono direttamente.[66] Sebbene non ci siano dubbi che la Russia abbia invaso l’Ucraina, la causa ultima della guerra è stata la decisione dell’Occidente – e qui stiamo parlando principalmente degli Stati Uniti – di fare dell’Ucraina un bastione occidentale al confine con la Russia. L’elemento chiave di questa strategia era l’ingresso dell’Ucraina nella NATO, una mossa che non solo Putin, ma l’intero establishment della politica estera russa, vedeva come una minaccia esistenziale da eliminare.

 

Spesso si dimentica che numerosi politici e strateghi americani ed europei si sono opposti all’espansione della NATO fin dall’inizio, perché avevano capito che i russi l’avrebbero vista come una minaccia e che questa politica avrebbe portato al disastro. L’elenco degli oppositori comprende George Kennan, il Segretario alla Difesa del Presidente Clinton, William Perry, e il suo Capo dello Stato Maggiore, il Generale John Shalikashvili, Paul Nitze, Robert Gates, Robert McNamara, Richard Pipes e Jack Matlock, per citarne solo alcuni.[67] Al vertice NATO di Bucarest dell’aprile 2008, sia il Presidente francese Nicolas Sarkozy che il Cancelliere tedesco Angela Merkel si sono opposti al piano del Presidente George W. Bush di far entrare l’Ucraina nell’alleanza. La Merkel ha in seguito dichiarato che la sua opposizione si basava sulla convinzione che Putin l’avrebbe interpretata come una “dichiarazione di guerra“.[68]

 

Naturalmente, gli oppositori dell’espansione della NATO avevano ragione, ma hanno perso la battaglia e la NATO ha marciato verso est, provocando alla fine una guerra preventiva da parte dei russi. Se gli Stati Uniti e i loro alleati non si fossero mossi per far entrare l’Ucraina nella NATO nell’aprile 2008, o se fossero stati disposti ad assecondare le preoccupazioni di Mosca in materia di sicurezza dopo lo scoppio della crisi ucraina nel febbraio 2014, probabilmente oggi non ci sarebbe alcuna guerra in Ucraina e i suoi confini avrebbero l’aspetto che avevano quando ottenne l’indipendenza nel 1991. L’Occidente ha commesso un errore colossale, per il quale, insieme a molti altri, non ha ancora finito di pagare.

 

 

 

[1] Questo documento è stato scritto come base per i discorsi pubblici che ho tenuto o terrò sul conflitto ucraino. Si veda, ad esempio: https://youtu.be/v-rHBRwdql8

[2]
https://nationalinterest.org/feature/causes-and-consequences-ukraine-crisis-203182

https://jmss.org/article/view/76584

https://harpers.org/archive/2023/06/why-are-we-in-ukraine/

https://nationalinterest.org/feature/course-correcting-toward-diplomacy-ukraine-crisis-204171

https://www.amazon.com/How-West-Brought-Ukraine-Understanding/dp/0991076702/ref=pd_vtp_h_vft_none_pd_vtp_h_vft_none_sccl_1/142-3537937-6121237?pd_rd_w=ezoTp&content-id=amzn1.sym.a5610dee-0db9-4ad9-a7a9-14285a430f83&pf_rd_p=a5610dee-0db9-4ad9-a7a9-14285a430f83&pf_rd_r=ZGPKTJ5C49MCEE3RVTNG&pd_rd_wg=TaIQh&pd_rd_r=a9e88789-cd82-47ab-95d8-03165a6f271b&pd_rd_i=0991076702&psc=1

https://scheerpost.com/2022/04/09/former-nato-military-analyst-blows-the-whistle-on-wests-ukraine-invasion-narrative/

 

[3] http://www.en.kremlin.ru/events/president/transcripts/70565

[4] http://en.kremlin.ru/events/president/news/71445

http://en.kremlin.ru/events/president/news/71391

 

[5] https://nationalinterest.org/feature/course-correcting-toward-diplomacy-ukraine-crisis-204171

https://tass.com/politics/1634479

 

[6] http://en.kremlin.ru/events/president/news/71391

Putin ha menzionato brevemente questi due obiettivi nel suo discorso del 24 febbraio 2023 che annunciava l’invasione dell’Ucraina. Ma non erano obiettivi realistici, dato che la Russia stava lanciando una “operazione militare speciale” che non mirava a conquistare tutta l’Ucraina. http://en.kremlin.ru/events/president/news/67843

Non sorprende quindi che Putin abbia abbandonato questi due obiettivi durante i negoziati di Istanbul nel marzo scorso. 2022. https://www.ft.com/content/7f14efe8-2f4c-47a2-aa6b-9a755a39b626

 

[7] La Germania invase la Polonia il 1° settembre 1939 con circa 1,5 milioni di soldati. Il territorio polacco conquistato ai fini dell’annessione e dell’amministrazione era di circa 188.000 chilometri quadrati ed era popolato da circa 22,1 milioni di polacchi. L’Ucraina senza la Crimea era di circa 603.601 chilometri quadrati e aveva una popolazione di 41 milioni di ucraini quando la Russia la invase il 24 febbraio 2022. In altre parole, l’Ucraina era geograficamente più di tre volte più grande della parte di Polonia conquistata dai tedeschi nel 1939 e la sua popolazione era quasi il doppio. Per i numeri dell’Ucraina, si vedano le note 9 e 28. Per i numeri della Polonia, si veda Robert M. Kennedy, The German Campaign in Poland (1939), (Washington, DC: Department of the Army, 1956), p. 77; Richard C. Lukas, Forgotten Holocaust: The Poles under German Occupation, 1939-1944 (Lexington, KY: University of Kentucky Press, 1986), p. 2; and http://rcin.org.pl/Content/15652/WA51_13607_r2011-nr12_Monografie.pdf

[8] http://en.kremlin.ru/events/president/news/71391

[9] L’Ucraina prima del 2014 era 603.628 km quadrati. Crimea (27.000), Donetsk (26.517), Kherson (28.461), Luhansk (26.684) e Zaporozhe (27.180) rappresentano circa il 23% del territorio ucraino. Se i russi annettessero anche Dnipropetrovsk (31.914), Kharkiv (31.415), Mykolaiv (24.598) e Odessa (33.310), controllerebbero circa il 43% dell’Ucraina pre-2014.

[10] https://russiancouncil.ru/en/analytics-and-comments/comments/six-months-into-the-conflict-what-exactly-does-russia-hope-to-achieve-in-ukraine/

https://www.newstatesman.com/world/europe/ukraine/2023/02/russia-cannot-afford-lose-need-victory-sergey-karaganov-what-putin-wants

 

[11] https://www.nato.int/nato_static_fl2014/assets/pdf/2020/4/pdf/2003-NATO-Russia_en.pdf

[12] https://www.rand.org/pubs/research_briefs/RB10014.html

[13] https://www.cfr.org/article/how-much-aid-has-us-sent-ukraine-here-are-six-charts

https://www.washingtonpost.com/national-security/2023/04/18/russia-ukraine-war-us-involvement-leaked-documents/

 

[14] https://www.france24.com/en/europe/20230330-live-charles-iii-addresses-german-parliament-during-first-trip-abroad-as-king

[15] https://www.congress.gov/bill/118th-congress/house-resolution/322/text

[16] https://www.washingtonpost.com/national-security/2023/06/14/ukraine-counteroffensive-biden-support/

[17] https://www.washingtonpost.com/national-security/2023/04/18/russia-ukraine-war-us-involvement-leaked-documents/

[18] https://www.washingtonpost.com/national-security/2023/04/18/russia-ukraine-war-us-involvement-leaked-documents/

[19] https://foreignpolicy.com/2023/04/17/the-west-is-preparing-for-russias-disintegration/

[20] https://foreignpolicy.com/2023/05/15/ukraine-nato-membership-europe-russia-war/?tpcc=recirc_latest062921

https://www.nytimes.com/2023/06/14/us/politics/biden-nato-ukraine.html

https://www.stripes.com/theaters/europe/2023-06-16/ukraine-status-nato-military-aid-10457960.html?utm_campaign=dfn-ebb&utm_medium=email&utm_source=sailthru

 

[21] https://kyivindependent.com/stoltenberg-says-ukraine-will-join-nato-vows-continued-support-despite-russias-dangerous-and-reckless-nuclear-rhetoric/

[22] https://www.wsj.com/articles/chinas-xi-makes-first-call-to-zelensky-since-russian-invasion-b784bb7f?mod=world_lead_pos2

[23] https://kyivindependent.com/zelensky-ukraine-applies-for-fast-track-nato-accession/#:~:text=30%2C%20President%20Volodymyr%20Zelensky%20said,and%20we%20protect%20each%20other

[24] https://bigserge.substack.com/p/russo-ukrainian-war-schrodingers?utm_source=substack&utm_campaign=post_embed&utm_medium=web

[25] https://bigserge.substack.com/p/the-battle-of-bakhmut-postmortem?utm_source=substack&utm_campaign=post_embed&utm_medium=web

[26] https://www.militarytimes.com/news/your-military/2023/06/12/russias-improved-weaponry-and-tactics-challenge-ukraine-offensive/

[27] https://tass.com/defense/1524515

[28] All’inizio del conflitto, la Russia contava circa 144 milioni di persone, mentre l’Ucraina ne contava 41 milioni, cifra che include gli abitanti del Donbass ma non i 2,4 milioni di persone che vivono in Crimea. Il rapporto è di 3,5:1 a favore della Russia. Come si è detto, circa 8 milioni di ucraini hanno lasciato il Paese dall’inizio della guerra – di cui circa 3 milioni sono andati in Russia e gli altri 5 milioni in Occidente. Inoltre, la Russia ha annesso territori in Ucraina, non tutti controllati. Prima dell’inizio della guerra, nel febbraio 2022, nei quattro oblast’ che la Russia ha annesso c’erano circa 8,8 milioni di persone, alcune delle quali si trovavano in un territorio che la Russia non controlla ancora e altre sono incluse nei 3 milioni di ucraini che si sono trasferiti in Russia. Sembra ragionevole supporre che 4 milioni degli 8,8 milioni che si trovavano in questi oblast prima della guerra siano ora sotto il controllo russo. Pertanto, la Russia ha ora una popolazione di 151 milioni (144 + 3 milioni di rifugiati + 4 milioni di persone nelle aree dell’Ucraina orientale che ora controlla). L’Ucraina, invece, ha 30 milioni di abitanti (41 milioni – 8 milioni di rifugiati – 4 milioni di persone nelle aree dell’Ucraina orientale che la Russia controlla). Questi numeri portano a un vantaggio russo di 5:1. Naturalmente, questi numeri potrebbero cambiare se un gran numero di rifugiati ucraini tornasse a casa o se la Russia conquistasse un numero sostanzialmente maggiore di territori ucraini e li annettesse. In ogni caso, l’Ucraina rimarrà decisamente in inferiorità numerica per quanto riguarda le dimensioni della popolazione.

https://publications.jrc.ec.europa.eu/repository/handle/JRC132458

https://www.economist.com/europe/2022/12/12/the-war-has-worsened-ukraines-demographic-woes

https://www.russiamatters.org/analysis/whats-ahead-war-ukraine

https://tass.com/society/1627949

https://www.rt.com/russia/577546-ukraine-population-shrink-half/

 

[29]
https://kyivindependent.com/danilov-ukraine-lost-7-5-times-fewer-troops-than-russians-in-bakhmut/

https://www.bbc.com/news/world-europe-64955537

 

[30] Per citare un fante ucraino che combatte a Bakhmut, “è un peccato che probabilmente il 90% delle nostre perdite siano dovute all’artiglieria – o ai carri armati e all’aviazione… E molto meno (perdite) nei conflitti tra fanterie“.

https://kyivindependent.com/battle-of-bakhmut-ukrainian-soldiers-worry-russians-begin-to-taste-victory/

https://www.moonofalabama.org/2023/03/ukraine-is-lying-about-casualty-ratios-to-justify-holding-of-bakhmut.html

 

[31]
https://english.elpais.com/international/2023-03-01/ukraine-outgunned-10-to-1-in-massive-artillery-battle-with-russia.html

https://www.nbcnews.com/politics/national-security/russia-ukraine-war-ammo-rcna56210

https://babel.ua/en/news/81312-forbes-russia-has-a-five-fold-advantage-in-artillery-but-western-weapons-can-change-the-situation

https://kyivindependent.com/why-ukraine-struggles-to-combat-russias-artillery-superiority/

https://www.washingtonpost.com/world/2023/04/20/bakhmut-ukraine-war-leaked-documents/

https://kyivindependent.com/battle-of-bakhmut-ukrainian-soldiers-worry-russians-begin-to-taste-victory/

https://kyivindependent.com/ukrainian-soldiers-in-bakhmut-our-troops-are-not-being-protected/

https://www.washingtonpost.com/world/2023/03/13/ukraine-casualties-pessimism-ammunition-shortage/

https://www.washingtonpost.com/world/2023/04/08/ukraine-ammunition-shortage-shells-ration/?utm_campaign=wp_post_most&utm_medium=email&utm_source=newsletter&wpisrc=nl_most&carta-url=https%3A%2F%2Fs2.washingtonpost.com%2Fcar-ln-tr%2F39a85b2%2F6431956453816d1ce09541f1%2F5972c5a9ae7e8a1cf4af1c87%2F31%2F72%2F6431956453816d1ce09541f1&wp_cu=45c484975590037f02458fe7cb0bc152%7CC0E249690CC33FB5E0430100007FF646

https://www.rt.com/russia/575278-ukraine-general-lament-state-army/?utm_source=Newsletter&utm_medium=Email&utm_campaign=Email

 

[32] È difficile determinare il numero di vittime russe e ucraine, poiché entrambe le parti forniscono poche informazioni sulle proprie vittime e informazioni discutibili sulle vittime dell’avversario. Vale la pena notare, tuttavia, che sia i resoconti pro-ucraini che quelli pro-occidentali degli eventi sul campo di battaglia parlano spesso dei livelli notevolmente elevati di perdite subite dalle forze ucraine, mentre non ci sono discorsi equivalenti nelle descrizioni pro-russe del campo di battaglia. Ci sono certamente discussioni sulle perdite russe, ma si vedono poche prove che le forze russe stiano subendo livelli di perdite particolarmente elevati come le loro controparti ucraine. Diversi governi, istituzioni e singoli individui offrono stime sulle vittime, ma non forniscono spiegazioni su come sono arrivati ai loro numeri. Una rara eccezione è rappresentata da un’attenta analisi della lunga battaglia di Bakhmut da parte di un blogger filo-russo, che stima la correlazione dei caduti in quella battaglia abbia favorito i russi per circa 2:1. https://bigserge.substack.com/p/the-battle-of-bakhmut-postmortem?utm_source=substack&utm_campaign=post_embed&utm_medium=web

[33] https://samf.substack.com/p/time-for-ukraines-offensive?utm_source=substack&utm_campaign=post_embed&utm_medium=web

https://www.washingtonpost.com/world/2023/03/06/bakhmut-wagner-mercenaries-russia-ukraine/

https://www.wsj.com/articles/wagner-and-russian-army-cooperate-in-fresh-push-to-take-bakhmut-114fe886

https://www.economist.com/graphic-detail/2023/03/08/how-many-russians-have-been-killed-in-ukraine?utm_content=article-link-3&etear=nl_today_3&utm_campaign=r.the-economist-today&utm_medium=email.internal-newsletter.np&utm_source=salesforce-marketing-cloud&utm_term=3/8/2023&utm_id=1517391

 

[34] https://www.jstor.org/stable/2538780

[35] https://www.russiamatters.org/analysis/whats-ahead-war-ukraine

[36] Per quanto riguarda la guerra civile americana, si vedano le cifre relative alle perdite degli attaccanti e dei difensori iniziali nelle prime dodici battaglie principali di quel sanguinoso conflitto in Richard E. Beringer et al., Why the South Lost the Civil War (Athens, GA: University of Georgia Press, 1986), p. 460. Per quanto riguarda la Prima guerra mondiale, si pensi a due delle principali battaglie che si svolsero nel 1916. Nella battaglia di Verdun, iniziata dalla Germania contro la Francia e in cui furono sparati 23 milioni di proiettili d’artiglieria dalle due parti, ci furono 350.000 vittime tedesche e 400.000 vittime francesi. Nella battaglia della Somme, in cui le forze britanniche e francesi iniziarono l’attacco contro l’esercito tedesco e in cui furono sparati 1.700.000 proiettili solo il primo giorno, gli Alleati subirono circa 620.000 perdite, mentre i tedeschi ne subirono 550.000. Martin Gilbert, Atlas of the First World War (London: Weidenfeld and Nicolson, 1970), pp. 53, 56; and https://www.historic-uk.com/HistoryUK/HistoryofBritain/Battle-of-the-Somme/https://www.britannica.com/event/Battle-of-Verdun

[37] https://www.washingtonpost.com/world/2023/04/20/bakhmut-ukraine-war-leaked-documents/

[38] https://tass.com/defense/1524515

[39] A dimostrazione che le forze di terra russe sono in buona forma dopo quattordici mesi di guerra e che probabilmente miglioreranno in futuro, si veda la recente testimonianza al Congresso del generale Christopher Cavoli, comandante supremo delle forze alleate in Europa.

https://www.stripes.com/theaters/europe/2023-04-26/ukraine-russia-offensive-eucom-congress-9928802.html?utm_campaign=dfn-ebb&utm_medium=email&utm_source=sailthru&SToverlay=2002c2d9-c344-4bbb-8610-e5794efcfa7d

https://armedservices.house.gov/sites/republicans.armedservices.house.gov/files/04.26.23%20Cavoli%20Statement%20v2.pdf

https://www.economist.com/syrsky-interview

https://www.kyivpost.com/post/15227#:~:text=War%20in%20Ukraine-,%27They%20Should%20Not%20Be%20Underestimated%27%3A%20A%20Ukrainian%20Soldier%20Describes,says%20a%20serviceman%20in%20Kreminna.

https://rusi.org/explore-our-research/publications/special-resources/meatgrinder-russian-tactics-second-year-its-invasion-ukraine

 

[40] search/publications/special-resources/meatgrinder-russian-tactics-second-year-its-invasion-ukraine

https://responsiblestatecraft.org/2023/04/17/lieven-inside-ukraine-some-real-breaks-and-insights/

https://kyivindependent.com/battle-of-bakhmut-ukrainian-soldiers-worry-russians-begin-to-taste-victory/

https://www.bbc.com/news/world-europe-64955537

https://www.kyivpost.com/post/15227

https://www.nytimes.com/2023/06/17/world/europe/russia-ukraine-war-tactics.html

https://www.militarytimes.com/news/your-military/2023/06/12/russias-improved-weaponry-and-tactics-challenge-ukraine-offensive/

https://rusi.org/explore-our-research/publications/special-resources/meatgrinder-russian-tactics-second-year-its-invasion-ukraine

https://www.economist.com/europe/2023/05/21/russias-army-is-learning-on-the-battlefield?utm_medium=cpc.adword.pd&utm_source=google&ppccampaignID=17210591673&ppcadID=&utm_campaign=a.22brand_pmax&utm_content=conversion.direct-response.anonymous&gclid=Cj0KCQjwnMWkBhDLARIsAHBOftrBBcuuqhkoC_blsz3jrXFjUYLFreTmzrqvsoZOQhKLRO6oUOAOvEQaAl1iEALw_wcB&gclsrc=aw.ds

 

[41] https://www.ft.com/content/aee0e1a1-c464-4af9-a1c8-73fcbc46ed17

https://www.wsj.com/articles/eu-to-send-ukraine-a-million-artillery-shells-as-russia-gains-ground-5e25a064

https://www.rt.com/russia/573610-russia-ammo-production-putin/

https://bigserge.substack.com/p/russo-ukrainian-war-leak-biopsy?utm_source=substack&utm_campaign=post_embed&utm_medium=web

https://www.wsj.com/articles/u-s-reaches-deep-into-its-global-ammunition-stockpiles-to-help-ukraine-8224d985

https://www.nytimes.com/2023/03/16/world/europe/ukraine-ammunition-bakhmut.html#:~:text=the%20main%20story-,Ukraine%20Burns%20Through%20Ammunition%20in%20Bakhmut%2C%20Putting%20Future%20Fights%20at,jeopardize%20a%20planned%20springtime%20campaign.

https://www.reuters.com/world/europe/germany-only-has-20000-high-explosive-artillery-shells-left-report-2023-06-19/#:~:text=BERLIN%2C%20June%2019%20(Reuters),the%20need%20for%20urgent%20purchases.

 

 

[42] http://en.kremlin.ru/events/president/news/71445

http://en.kremlin.ru/events/president/news/71391

 

[43] https://www.wsj.com/articles/ukraine-runs-into-russian-air-superiority-82c621c

[44] https://kyivindependent.com/russias-smart-bombs-pose-increasingly-serious-threat-to-ukraine/

https://www.rt.com/russia/575978-ukraine-glide-bombs-offensive/

https://www.nytimes.com/2023/05/25/world/europe/russia-ukraine-soviet-bombs.html?smid=nytcore-ios-share&referringSource=articleShare

 

[45] https://www.rt.com/russia/576996-russia-conditions-ukraine-peace/

[46] Un sondaggio condotto a febbraio e marzo [2023] dall’Istituto Internazionale di Sociologia di Kiev ha rilevato che l’87% degli ucraini considera inaccettabile qualsiasi concessione territoriale per raggiungere la pace. Solo il 9% ha dichiarato che accetterebbe concessioni se ciò significasse una pace duratura”.

https://www.ft.com/content/d68b4007-4ddf-4320-b29a-f2eee2662d6e

[47] https://www.atlanticcouncil.org/blogs/ukrainealert/the-truth-behind-ukraine-s-language-policy/

Questo articolo chiarisce quanto sia importante la lingua per alimentare i problemi all’interno dell’Ucraina.

[48] http://en.kremlin.ru/events/president/news/66181

[49] https://mondediplo.com/2023/01/04ukraine

[50] https://www.nybooks.com/online/2023/04/21/derussification-ukraine-libraries/?utm_medium=email&utm_campaign=NYR%2004-23-23%20Tallman%20Benfey%20Bell%20Rudick%20Debevec-McKenney%20Schaeffer&utm_content=NYR%2004-23-23%20Tallman%20Benfey%20Bell%20Rudick%20Debevec-McKenney%20Schaeffer+CID_b19f74f0617664032481c98beab30139&utm_source=Newsletter&utm_term=A%20Book%20is%20a%20Quiet%20Weapon

https://www.washingtonpost.com/world/interactive/2023/ukraine-russian-influence-destruction/?itid=hp-top-table-main_p001_f004

 

[51] https://goodfaithmedia.org/understanding-zelenskyys-we-will-not-forgive-we-will-not-forget

[52] https://www.thenation.com/article/world/ukraine-russia-nationalism-war/

[53] https://www.nytimes.com/2023/04/22/world/europe/zelensky-russian-ban-ukraine.html

https://www.wsj.com/articles/schools-in-occupied-ukraine-seek-to-turn-children-into-loyal-russians-d26cf4e?mod=hp_lead_pos6

 

[54] https://www.rt.com/russia/577407-donetsk-ukrainian-language-pushilin/

[55] https://consortiumnews.com/2022/12/13/patrick-lawrence-germany-the-lies-of-empire/

https://www.rt.com/russia/567873-zakharova-merkel-minsk-agreements/

 

[56] https://consortiumnews.com/2022/12/05/scott-ritter-merkel-reveals-wests-duplicity/

https://www.rt.com/russia/577553-poroshenko-minsk-accords-nato/

Su Zelensky, https://www.rt.com/russia/571243-zelensky-minsk-agreements-failure/

 

[57] https://www.rt.com/russia/567967-putin-thinks-shouldve-started-sooner/

http://www.en.kremlin.ru/events/president/transcripts/70565

http://en.kremlin.ru/events/president/news/71445

http://en.kremlin.ru/events/president/news/71391

https://www.rt.com/russia/578175-lavrov-ukraine-world-order/

 

[58] La Banca Mondiale riferisce che: “L’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa, la conseguente interruzione delle forniture di energia, cibo, metalli e altro, e l’inasprimento della politica monetaria e delle condizioni finanziarie hanno rallentato drasticamente la crescita in Europa e Asia Centrale (ECA) nel 2022. La crescita dell’attività regionale si è indebolita all’1,2% nel 2022 dal 7,1% del 2021”.

https://openknowledge.worldbank.org/server/api/core/bitstreams/004535c2-fbcd-4e96-9439-bc4bc502c2b3/content

https://www.wsj.com/articles/world-bank-warns-of-lost-decade-for-global-economy-aba506a4

https://www.politico.eu/article/74-percent-of-europeans-agree-with-french-president-emmanuel-macron-on-china-us-defense-report-shows/

 

[59] https://www.nytimes.com/2023/04/17/world/europe/nato-russia-ukraine-war.html

https://armedservices.house.gov/sites/republicans.armedservices.house.gov/files/04.26.23%20Cavoli%20Statement%20v2.pdf

 

[60] https://www.foreignaffairs.com/ukraine/playing-fire-ukraine

Si consideri, ad esempio, come l’adesione di Finlandia e Svezia alla NATO accrescerà il senso di pericolo della Russia. Non solo Mosca si troverà di fronte a un’alleanza occidentale più formidabile, ma la Finlandia condivide con la Russia un confine lungo 830 miglia e gli Stati Uniti stanno apparentemente pianificando di stabilire una presenza militare in Finlandia. Inoltre, il Mar Baltico, di vitale importanza strategica per la Russia – soprattutto per via di Kaliningrad – sarà ora circondato dai Paesi della NATO. A peggiorare le cose, c’è un serio potenziale di problemi nell’Artico, dove la Russia è uno degli otto Stati rivieraschi e dove è probabile che si verifichino controversie a causa del continuo scioglimento dei ghiacci. Gli altri sette Stati della costiera, tuttavia, sono ora tutti membri della NATO: Gran Bretagna, Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Stati Uniti. In caso di crisi nell’Artico, una Russia in inferiorità numerica e spaventata – con la maggior parte delle sue forze convenzionali bloccate in Ucraina – potrebbe perseguire una strategia militare altamente rischiosa per proteggersi.

https://www.indianpunchline.com/us-sees-in-finlands-nato-accession-encirclement-of-russia/

https://www.zerohedge.com/geopolitical/us-talks-establishing-military-bases-finland

https://www.thearcticinstitute.org/china-russia-arctic-cooperation-context-divided-arctic/#

https://warontherocks.com/2023/03/russia-wont-sit-idly-by-after-finland-and-sweden-join-nato/

https://www.nytimes.com/2023/05/31/world/europe/blinken-arctic-nato-russia.html

 

[61] https://carnegieendowment.org/2012/03/09/underachiever-ukraine-s-economy-since-1991-pub-47451

https://www.britannica.com/place/Ukraine/Economic-difficulties

https://consortiumnews.com/2023/05/08/ukraines-big-mistake/

Per quanto riguarda la popolazione ucraina, si vedano le fonti alla nota 28.

[62] https://reliefweb.int/report/ukraine/ukraine-rapid-damage-and-needs-assessment-february-2022-2023-enuk

https://openknowledge.worldbank.org/server/api/core/bitstreams/004535c2-fbcd-4e96-9439-bc4bc502c2b3/content

https://www.19fortyfive.com/2023/06/the-shocking-economic-damage-to-ukraine-from-russias-invasion/

 

[63] https://www.ohchr.org/en/news/2023/04/ukraine-civilian-casualty-update-10-april-2023

[64] https://joint-research-centre.ec.europa.eu/jrc-news-and-updates/war-exacerbates-ukraines-population-decline-new-report-shows-2023-03-08_en

https://www.rt.com/russia/577546-ukraine-population-shrink-half/

 

[65] https://www.politico.com/news/magazine/2023/06/09/america-weapons-china-00100373

[66] https://www.foreignaffairs.com/articles/russia-fsu/2014-08-18/why-ukraine-crisis-west-s-fault

https://www.nytimes.com/2014/03/14/opinion/getting-ukraine-wrong.html

https://nationalinterest.org/feature/causes-and-consequences-ukraine-crisis-203182

https://www.economist.com/by-invitation/2022/03/11/john-mearsheimer-on-why-the-west-is-principally-responsible-for-the-ukrainian-crisis

https://www.newyorker.com/news/q-and-a/why-john-mearsheimer-blames-the-us-for-the-crisis-in-ukraine

https://youtu.be/JrMiSQAGOS4

[67] https://www.armscontrol.org/act/1997-06/arms-control-today/opposition-nato-expansion#:~:text=Dear%20Mr.,policy%20error%20of%20historic%20proportions.

[68] https://www.theguardian.com/world/2022/jun/07/no-regrets-over-handling-of-vladimir-putin-says-angela-merkel

MORIRE

  www.leggo.it  del 5 aprile 2024   JULIE MCFADDEN- 1 Julie McFadden è un'infermiera molto famosa sui social perché condivide le sue esp...