giovedì 29 ottobre 2026

ANIMA

 Niente, oggi, è più triste e penoso dell'uomo di Chiesa. Ci appaiono come una piccola congrega di funzionari che, pateticamente, non potendo più vendere il bene fondamentale che dava senso e costrutto alla compagnia, si arrabatta per vendere un prodotto d'artificio del tutto strampalato, in questo caso Gesù Cristo umano. Ma non c'è nulla di più inconsistente che un Gesù ricondotto alla misura umana. E così diventa una specie di hippie, pieno di tante buone intenzioni, quelle che inteneriscono la donna col cane, l'impiegato preoccupato per i bambini del Congo. Ma se c'è un'immagine di Cristo che vale, questa è quella che ci hanno lasciato i maestri medioevali e rinascimentali, è l'immagine di Cristo che risorge dal sepolcro, trionfante sulla morte, come un cavaliere biondo sulle spoglie del nemico infine a terra. E' il Signore della Gloria perché, figlio di Dio, non conosce la morte, e, come uomo, la conosce per liberarsene. Ma come si può credere al figlio di Dio, quando non si può credere a Dio? Come può essere figlio di un ente che non esiste? Perché questa è la vera condizione dell'uomo attuale. Non può credere in Dio non per scetticismo ingiustificato o virulento ateismo, ma per puro e sano buonsenso. L'ordine delle cose come è stato imballato e incartato dal pensiero che si è fatto dominante esclude per principio che ci sia non solo una mente ordinatrice il pacco, ma persino un causante originario l'essere dell'esserci che sperimentiamo. Le categorie concettuali con le quali disegniamo il mondo escludono un fatto così irrazionale come la creazione di qualcosa (ex nihilo nihil; nulla si crea nulla si distrugge - il postulato metafisico che sta dietro l'immanentismo materialista), c'è sempre un qualcosa che preesiste a quello che si trasforma, che lo causa e lo spiega. C'è sempre una materia prima della materia, c'è sempre una causa che muove la materia secondo una sua necessità assoluta. E' il nostro modo di concepire il reale ed esso, per principio e per buonsenso, esclude che possa esser causato da un fattore non causante, ovvero da qualcosa che non ha appartenenza al principio di causa ed effetto e non abbia né tempo né misura, cioè durata ed estensione.

Per l'uomo del medioevo e anche per quello prima di lui, l'uomo del Partenone, era diverso. Credere in Dio era del tutto razionale, anzi solo le menti più meschine e irrazionali potevano negare l'azione e la presenza di Dio. Dipendeva dalla categorie messe in atto per raffigurasi il mondo, l'esistenza del reale. La realtà, che altro non era che un insieme di immagini, era quello che era, perché era generata dall'anima, che, immortale generava una illusoria immagine di sé, il proprio momentaneo vaso di creta, il corpo nel quale si manifestava temporaneamente a se stessa e dal quale lottava per uscirne libera e pura a ricongiungersi col padre di tutte le anime, Dio, il motore immobile che nella sua perfetta estraneità a tutto, a qualsiasi estensione e moto, rendeva possibile il moto di ogni cosa animata a ricongiungersi con il suo principio che l'avrebbe liberata della necessità di muoversi. Senza Dio dunque niente moto delle stelle, niente moto delle stagioni, niente moto delle nascite. Chi così folle allora da negare il moto circolare così evidente di ogni cosa e dunque negare Dio, il motore immobile dell'universo?
A demolire l'idea di anima, che per tanti secoli aveva spiegato il mondo, fu Cartesio.
L'immagine dell'essere che ci consegna è quella che abbiamo tutti, come un riflesso condizionato. C'è una cosa, che per quanto complessa e indecifrabile in tutte le sue proprietà, è essenzialmente estensione e movimento. I suoi moti sono, a differenza di quelli dell'anima che è appetitus, del tutto passivi e involontari. Sono moti meccanici causati dall'urto di qualcosa a sua volta esteso. Per quanto la definizione di cosa sia l'essenza della materia estesa sia alquanto dubbia e contraddittoria - non è un insieme di atomi che si muovono nel vuoto, perché il vuoto, ossia uno spazio dove non c'è res extensa non è ammissibile - la dobbiamo concepire come una specie di materiale plastico uniforme che nelle sue parti mostra dei groppi più o meno compatti a causa della quantità di moto di cui, ciascuno di essi, è investito. Una palla di plastilina al cui interno ruotano e si urtano vicendevolmente tante altre palle della medesima plastilina a diversi livelli di densità. Di contro, la res cogitans, il pensiero. In che cosa consiste il pensiero? Questa è la domanda di fondo del pensiero cartesiano, cioè moderno. Non è la sensazione, che è la ricezione puramente passiva di immagini che gli vengono fornite dall'urto nel cervello (res extensa) dei moti delle cose materiali. Questa sequenza di immagini è in qualche modo parte del corpo stesso, del modo in cui il corpo, che è estensione meccanica, si orienta in mezzo agli altri corpi. Lo avverte della fame e della sete, del buio e della luce, della presenza o dell'assenza di altri corpi, del colore e del sapore delle cose, ma si tratta solo di immagini che il corpo genera per conservare se stesso, non corrispondono affatto alla disposizione oggettiva della materia che li genera. Gli animali le hanno simili agli uomini, e siccome non pensano, dobbiamo escludere che siano espressione del pensiero. Il pensiero non è queste rappresentazioni sensibili di un mondo fuori di noi, bensì la coscienza di stare avendo delle rappresentazioni di qualcosa che è esterno a noi. Il pensiero, nella sua essenza, è esser coscienti di sé, ovvero di essere coscienti di essere coscienti. E' l'atto con il quale so di essere presente a me stesso. Il pensiero non ha nessun rapporto con la materia, ma ha la facoltà di ordinarla secondo la sua disposizione matematica o quantitativa. Il pensiero non ci mostra (ci fa capire) soltanto gli ingranaggi che tengono assieme i diversi corpi, ma può a sua volta costruirne a sua volontà secondo i suoi desiderata. L'orologio ne è la prova più semplice, l'attuale robot quella più elaborata. La potenza operativa che offre questa semplificazione del reale è, come possiamo ben vede, immensa. Ma non c'è posto, dentro di essa, per l'anima. Anzi l'anima è in contraddizione patente con essa. Il corpo semovente, quello in grado di muoversi nel suo ambiente grazie ai segnali che gli provengono dalla materia stessa, esclude che sia scindibile in due parti, ovvero una animata e una inerte (soma). Il pensiero non è un'anima, ossia qualcosa di vivente, qualcosa che è espressione e intrinseco al meccanismo che tiene in movimento il corpo al quale si riferisce. E' pensabile che un ente che non esiste, che è irrazionale immaginare possa esistere, possa poi godere di una vita eterna, fuori da quella corporea alla quale la nostra fantasia l'ha collegata? Non c'è alcuna immortalità, perché non c'è alcuna anima. E il pensiero di sé, quello per cui diciamo: io sono, io voglio, io credo...? Nulla di esso in concreto sappiamo, se non il fatto che sta pensando e dunque sa di essere nel momento stesso in cui pensa. Dopo di che, nulla, Cartesio non ci dice nulla e come avrebbe potuto del resto? Ma non ha importanza, perché accettando l'idea che ci sia una volontà e una materia inerte che essa immagina e può ordinare, conoscendone matematicamente le parti e i moti, si può operare con costruzioni dettate dalla razionalità/volontà matematica nel modo ritenuto più opportuno. Si possono costruire robot a piacimento, ma anche ordini sociali funzionanti come macchine. Non c'è limite al modo in cui puoi disporre la materia. Essa sarà come tu vorrai che sia disposta, ma che lo sia in un modo o nell'altro, nulla saprai della natura e del destino di quella presunta sostanza che dice: ecco io sto pensando, ma se sto pensando allora sono. Sono per il tempo in cui penso. La realtà di essa è tutta lì. Smesso di pensare, smesso di esistere. Sono il tempo in cui mi penso. Tolto il pensiero è tolto l'essere. L'essere e il pensiero di essere sono stessa cosa. E' il contrario esatto dell'idea di anima, ovvero di un legame intrinseco con ciò che rende possibile il reale, con ciò che dà ad esso origine.
Il cartesianesimo ci consente di disporre il meccano come vogliamo, ma non ci dice perché dovremmo farlo e soprattutto che importanza ha riuscire a farlo. Ci lascia nudi e crudi di fronte al fatto di essere senza poter trovare una qualunque ragione che renda sensato darsi da fare per essere. La ragione vera del cupio dissolvi che sta facendo stramazzare questa civilizzazione è tutta lì.

ALGERIA

 Ci sono casi storici su cui riflettere. Uno dei più interessanti è il caso Algeria. L’Algeria fu occupata dai francesi nel 1830. Era letteralmente un paese di beduini e poco altro. Nel 1962 si rese indipendente, utilizzando la forza stessa che la Francia le aveva regalato. Cosa è curioso in questa vicenda? 130 anni di occupazione, la trasformazione di un paese primitivo e brutale in una società tecnicamente molto evoluta, grazie soprattutto ai coloni francesi. La totale incapacità dei francesi di trasformare anche il cuore di questi beduini, nonostante tutto il tempo a loro disposizione, nonostante la immensa distanza culturale e tecnologica. Storicamente un caso unico. Dopo 130 anni, i galli conquistati da Cesare non si ricordavano nemmeno più di essere galli, ma sostenevano di essere più romani dei romani. Lo stesso gli Ispanici. I turchi occuparono terre anatoliche che da millenni parlavano greco e pensavano greco e nel giro di qualche settimana trasformarono i sudditi conquistati in ferventi musulmani. Un pugno di spagnoli occupò le americhe, abbatté imperi di milioni di individui e trasformò i selvaggi cannibali in ferventi cristiani. Perché la Francia non riuscì a trasformare in qualcosa di simile a sé queste tribù arcaiche di pastori e cammellieri? Perché non aveva nulla da offrire sotto il profilo umano. Nulla che potesse davvero muovere il desiderio umano, che è speranza e immaginazione trascendentale. Offriva istruzione, opifici, case di mattoni dotate di cesso, ospedali, strade in pietra e poi anche asfaltate, vetture, bistrò, ristoranti, svaghi. Cazzate insignificanti, mentre i muftì, nei villaggi e nelle oasi e nelle cantine delle antiche casba, ricordavano loro l’infinito, l’eterno, la visione di Dio che salva dalla miseria di questa vita. Se i francesi avessero avuto una religione, una vera religione nella quale loro stessi fermamente avessero creduto, se avessero voluto regalare loro una vera visione di ciò che è eternamente buono, oggi la Francia sarebbe estesa per tutto il nord Africa. Ma non ce l’avevano e si dovevano accontentare di credere nel progresso degli aggeggi di fabbrica.

LA RUSSIA

 Molti immaginano possibile in Russia un regime diverso da quello che c’è, vale a dire la fine di un regime autocratico. Basterebbe un po’ di buona volontà e di buon senso da parte delle anime migliori che abitano la Russia. Pensano, nella loro infinita ingenuità e limitatezza di pensiero, che si potrebbe finalmente avere un regime analogo a quello delle democrazie liberali che ritengono non un sistema di dominio politico fra i tanti, ma quello che incarna il bene e il giusto in quanto tali. E’ una visione ottusa delle cose. Ogni nazione che è stata capace di unificarsi e dunque sottomettersi ad una qualche forma di stato (un certo modo di esercitare il monopolio della violenza) è sempre soggetta a tutta una serie di vie di fuga che ne compromettono l’unità e possono generare da un momento all’altro un processo di dissoluzione della nazione stessa e della sua sostanziale integrità territoriale. Il sistema di dominio politico, e con esso la forma di apparato statale che riesce a darsi, è, nel corso del tempo - prova e riprova -, quello che meglio di ogni altro è in grado di tamponare queste vie di fuga e dunque salvaguardare l’integrità territoriale e spirituale della nazione.

Per la Russia il sistema di dominio, capace di tamponare al meglio le fuga che mettevano la repentaglio l’idea stessa della nazione russa, fu quello realizzato e sperimentato con successo da Pietro il Grande. L’uomo che per poter tener in piedi e dare un futuro alla Russia fu costretto ad uccidere il figlio e sterminare il corpo d’élite dell’esercito, gli Strelizzi. Provate ad immaginare un presidente Usa che per tenere insieme l’Unione si veda costretto a sterminare il corpo dei Marines. Il sistema di dominio inaugurato da Pietro il Grande è lo stesso, fatte le debite differenze, di quello di Stalin e adesso di Putin. Senza di esso la Russia cesserebbe di esistere. In cosa consiste questo sistema? Nella tripartizione del potere fra tre organismi: burocrazia, esercito, polizia politica, i quali prendono una linea direttiva unitaria grazie ad un centro di comando assoluto, rappresentato da un uomo solo, lo zar. Nè più né meno che la figura imperiale del Cesare romano, anche se a Roma non avevano la tripartizione del potere. Il sistema russo scompone la totalità del potere in tre organismi: la burocrazia, l’esercito, la polizia politica e la ricompone nella figura dello zar.
Fondamentale, però, è il ruolo della polizia politica, giacché quest’ultima svolge una funzione essenziale di controllo e di mantenimento nei loro binari della burocrazia e dell’esercito.
Perché lo stato/nazione russo non può fare a meno di affidare ogni potere a questi tre organismi e vedere giustamente in un eventuale sistema basato sui partiti e sulla alternanza di essi al potere, la propria fine?
C’è un problema strutturale che non può essere risolto in nessun altro modo, ossia dipende dalla immensa estensione della Russia a fronte di una popolazione estremamente esigua. E’ questa dispersione della popolazione sul territorio che rende necessario governala attraverso un apparato burocratico capillare e invasivo. Lo scopo di questo immenso apparto burocratico è evidentemente quello di uniformare tutti i comportamenti pubblici e sociali del popolo russo e, più ancora, di impedire qualsiasi iniziativa di qualsiasi genere, se non autorizzata, da parte di chiunque: singoli individui, comunità locali, organizzazioni spontanee o professionali. E’ evidente che se non ci fosse questa centralizzazione di ogni possibile comportamento, ma si lasciasse a singoli individui e comunità locali, la facoltà di autoamministrarsi, data la rarefazione della concentrazione della popolazione sul territorio, sarebbe inevitabile che se quelli che abitano a Vladivostok e quelli che abitano a Pietrogrado, se potessero auto amministrarsi e regolarsi come meglio credono, finirebbero per divenire degli estranei e dunque separarsi. La burocrazia impedisce questo uniformando e esercitando un potere assoluto nell’autorizzare quello che si può fare e non fare. Ma, a sua volta, un potere di questo genere, in periferia, diviene un potenziale contro potere in mano a grandi burocrati che controllano aree enormi e distanti migliaia e migliaia di chilometri da Mosca.
Stesso discorso riguardo all’esercito, giacché è solo in funzione della forza che esso esprime che i burocrati possono in ultima analisi far valere le loro normative e procedure, e di conserva, provvedere alla sicurezza di confini tanto estesi. Senza un grande esercito, la Russia non potrebbe esistere, giacché dall’esterno sarebbe minacciata, specie relativamente alla Siberia, dalla Cina, dagli Usa, dal Giappone, dalla Korea e, all’interno, dalla impossibilità di far valere le normative e procedure burocratiche senza la minaccia di un intervento dell’esercito. Ma a sua volta ogni corpo dell’esercito, ogni grande maresciallo e generale, dislocato nella sua regione di competenza, diviene una possibile minaccia per il potere centrale, dunque solo la minaccia delle minacce, ossia la polizia politica, ovvero un organismo dotato di super poteri non controllabili da nessun organo di stato se non dallo zar stesso, può rappresentare la spada di Damocle puntata su chiunque abbia un rilevante potere in una determinata realtà territoriale o istituzionale russa. In poche parole la via di fuga che rende estremamente fragile il potere in Russia è proprio il rapporto quantitativo fra popolazione e territorio e il rischio che esso corre non è una rivoluzione istituzionale, ma uno smembramento territoriale. Non a caso la cosiddetta guerra civile americana può essere letta come un conflitto fra centro/periferia con nel piatto della puntata, lo smembramento dell’Unione e questo era possibile proprio in relazione alla ampiezza del territorio in rapporto al numero esiguo di coloro che ne erano cittadini. All’epoca (1860) gli Usa avevano circa 31 milioni di abitanti, un po’ meno di quelli della Francia che, territorialmente, era otto volte più piccola. E’ il contrario delle classiche rivoluzioni europee del 1600 e del 1700, come quella inglese e francese, nelle quali la densità di popolazione uniformemente distribuita sul territorio non faceva presagire nessun smembramento della nazione, ma un semplice cambio di regime.
Possiamo quindi dire che la polizia politica in Russia non è un’assurda anomalia, ma una necessità strutturale del sistema, senza la quale la guerra civile sarebbe sempre dietro l’angolo. Per forza di cose essa agisce con poteri discrezionali non sottoposti a controllo istituzionale da parte nessun organismo burocratico o militare, ma solo agli ordini di un capo assoluto e inamovibile, esattamente come i Pretoriani e il loro Cesare. Un tempo, in Russia, è stato Pietro il Grande e poi i suoi successori. Ieri è stato Stalin, oggi Putin. Questo organismo che, in un certo senso, potrebbe essere inteso come la Corte Costituzionale che stabilisce la legittimità dei limiti in cui viene esercitato ogni potere periferico in Russia, ha il compito fondamentale di rendere impossibile con qualsiasi mezzo qualsiasi tendenza alla creazione di potentati locali da parte di grandi burocrati o capi militari. Dunque se la Russia esiste, e l’esperienza ci dice che esiste, non può essere guidata che da uno zar, come oggi Putin o chi per lui, e avere a suo fondamento una burocrazia onnipresente, un esercito potente, un organismo di controllo libero da ogni vincolo legale che, per semplicità chiamiamo polizia politica, ma che per funzione non era diverso dal Consiglio dei dieci di Venezia.
Chiedere allora ai Russi di riformare il loro sistema politico in senso democratico-liberale non solo è assurdo, ma persino ingiusto. Vorrebbe dire desiderare per il popolo russo un inutile bagno di sangue fratricida. Ai Russi, liberi dal dover pasticciare e rendersi ridicoli come i sudditi Ue, nella politica, hanno invece la possibilità di volgersi interamente alla matematica, alla letteratura, alla religione, dove da sempre hanno espresso qualità superiori e uomini di insuperabile genialità.

MODERNITA'

 In cosa consiste la modernità? In un ribaltone morale. Non teoretico, non metafisico, non scientifico come fanno fanno credere ai minus. Consiste in un rovesciamento del significato morale dell’esistenza. Su questa morale rovesciata sono potuti fiorire tutti gli orientamenti politico-ideologici che affliggono il nostro presente: liberali, liberisti, socialisti, comunisti, fascisti, democratici. E’ la loro comune madre, la radice che li rende consanguinei.

Si tratta dell’abolizione del peccato di Eva, ovvero del fatto che l’uomo nasce in colpa. Nasce colpevole, perché non può essere che malvagio, giacché odia e rinnega se stesso in quanto cosciente di essere separato di Dio, di essere cosa limitata e insignificante, quando la sua anima si sente parte infinita dell’infinita realtà di Dio (della vita eterna, ovvero una realtà che non ha bisogno di altro per essere se non se stessa). Raccomando ai più accorti di andare alla sezione dedicata alla “coscienza infelice” della Fenomenologia dello Spirito di Hegel.
Con un atto di protervia luciferina, quello di Ginevra dichiarò: “L’uomo nasce libero e buono, ma ovunque è in catene”. Non lui, ma la società è colpevole del male. Invece che bruciarlo in piazza di Greve, divenne il maggior influencer del suo tempo. A parte Kant, non ci fu scrittore illuminista che rigettasse questa follia perversa. E così abbiamo avuto i liberali, i socialisti, gli umanisti, gli apostoli dell’umanità. Tutti denunciano la società, ma non se stessi, per il male che sembra loro di vedere. Tutti si sentono defraudati di qualcosa e invocano qualche risarcimento: la racchia la bellezza che le è stata negata, il cretino il nobel alla sua intelligenza, il ragioniere la ricchezza che saprebbe generare a piene mani solo se lo si ascoltasse nel dare ordine all’economia. Tutti nell’immaginare un mondo come dovrebbe essere e che se finalmente lo fosse, sarebbe ripulito di ogni male e tutti felici e contenti. Tutti, insomma, che chiedono risentiti agli altre di non essere come sono, nessuno che chieda a se stesso: come ho potuto diventare tanto coglione?

PREGHIERA

 Ovunque nel mondo la preghiera è stata la principale risorsa di ogni popolo di cui abbiamo conoscenza. Dagli Apaches agli Indù, dai Romani agli Egizi, dai Greci ai Giapponesi, dai Vikinghi ai Russi, dai Padri Pellegrini agli Aztechi, dagli Arabi ai Bantù. Non esiste popolo che non abbia pregato. Solo ora, su iniziativa della scienza e del suo fratello sciocco, il capitalismo, la preghiera è stata derisa e messa in cantina. Come mai è di facile esplicazione: perché i tecnici ci hanno fatto rilevare che raramente o quasi mai alle invocazioni delle preghiere è seguito qualche effetto congruente. Dunque fiato sprecato, demenziale superstizione credere chi sia un Dio che ascolta le nostre richieste e, a sua discrezione, decide se esaudirle o meno.

Se è vero che la gente comune, nella preghiera immagina di rivolgersi ad un ente di beneficienza che può sistemarti o meno, è ancora più vero che il significato della preghiera non è questo, sebbene questo sia il più accessibile per i poveri di spirito, che proprio grazie a questa elementare interpretazione, possono comunque accedere al suo significato reale e liberatorio.
La preghiera è la presa di coscienza dei limiti del mondo e della loro contestuale interruzione, facendo distogliere lo sguardo dalle cose che rimandano ad altre cose, per rivolgerlo ad un piano superiore nel quale il limite del finito è visto nel suo assoluto limite, ragion per cui si deve elevare se stessi a significati esistenziali e morali che non possono essere contenuti nei limiti del finito. Con facile osservazione possiamo rilevare che l’abolizione della preghiera, dunque della messa fra parentesi del finito, il livello morale, ma persino di acutezza intellettuale, degli uomini di medio valore è in caduta libera verso il basso e, se da un lato genera analfabetismo di ritorno, dall’altro una dimensione etica da carcerati.

INTELLIGENZA ARTIFICIALE

 INTELLIGENZA ARTIFICIALE E INTELLETTO AGENTE

Le macchine possono innamorarsi? Possono odiare? Possono temere? Possono odiare? Possono amare? Possono rispettare? Possono disprezzare? Possono illudersi? Possono sentire qualcosa? No. Però possono cancellarci. Possono estinguere la vita sulla Terra. Così almeno secondo quanto scrive Kissinger, nel suo libro “Genesi” e, con lui, i suoi due collaboratori Eric Schmidt e Craig Mundie, che sono fra i massimi studiosi della AI, uno per conto di Microsoft, l’altro per Google. Il libro di Kissinger è passato quasi sotto silenzio in Italia, popolo di politici rionali mancati e ragionieri senza arte né parte, ma ha fatto un certo scalpore l’articoletto del Corriere della Sera che illustra le ragioni per cui Coxon, uno dei grandi scienziati informatici che lavora alla AI, si è dimesso da Anthropic, perché è sicuro che lo sviluppo futuro della AI determinerà l’estinzione del genere umano.
La macchine non hanno alcun interesse alla vita, per il semplice fatto che non sono vive. E non non sono nemmeno morte. Solo chi è nel tempo vive e muore e dunque è interessato alla vita. Le macchine sono semplicemente strumenti, ma possiedono un potere strumentale capace di distruggerci. E’ un tipo di intelligenza, quella strumentale, che noi possediamo e che abbiamo trasferito nelle macchine, le quali, moltiplicandola esponenzialmente, l’hanno trasformata in qualcosa che non possiamo più controllare, perché è quantitativamente troppo oltre le nostre possibilità cerebrali di computo (in piccolo per comprendere il problema. Se voi fate a mente o su di un foglio con una matita un divisione complessa con molti numeri e molti decimali, ci metterete un certo tempo e forse dovrete verificare di non avere sbagliato. Se voi fate la medesima operazione con una macchinetta da quattro soldi ci mettete, una volta impostata l’operazione, meno di un nano secondo e siete sicuri che il risultato è giusto). E’ una computazione, quella della AI, talmente vasta e veloce e capace persino di correggersi e di imparare, che produce informazioni ritenute plausibilmente vere, benché per noi sia del tutto incomprensibile il processo che le ha generate. Sono dei dogmi che sappiamo indubitabilmente veri e, al tempo, incomprensibili, come lo sono i versetti del corano. Solo che, in questo caso, ci dicono cosa fare per ottenere la soluzione giusta per annientare il nostro nemico, come investire in borsa, per rendere inutile qualsiasi ricerca intellettuale, qualsiasi composizione musicale, qualsiasi invenzione pittorica, qualsiasi poesia, qualsiasi partita a scacchi, qualsiasi diagnosi di alcunché, qualsiasi aspettativa riguardo al nostro stato di salute o riguardo al nostro futuro professionale. Saprà fare qualunque di queste attività, meglio di qualunque mente umana. Sarà infallibile e capace di creatività illimitata.
Si tratta dell’intelligenza strumentale, quella a cui abbiamo fatto tanto credito fin dall’età delle caverne perché risolveva i nostri problemi pratici (la lancia per abbattere il cinghiale, la spada per tagliare la testa al nemico, la pentola per cucinare, il telaio per tessere… ) quella che i cretini credono essere l’intelligenza tout court e che la riducono alla abilità con cui si risolvono i problemi che affliggono il nostro stare al mondo, dalla soluzione dell’indovinello alla costruzione delle piramidi a come rendere cornuto il marito di quella con le tette che sogniamo ogni notte.
Nella sua forma più nobile è l’intelligenza astratta e matematica, quella che procede per vincoli logici e ci mostra le relazioni necessarie fra le parti, ad esempio fra gli angoli di un triangolo.
Ma l’intelligenza strumentale anche sotto veste matematica non è che una elaborazione molto sofisticata di quella che è insita in ogni animale vivente, quella che gli suggerisce il modo per arrivare allo scopo. Non è diversa dalla logica che guida l’uccello nella composizione dei rametti per fare il nido, a quella che guida il castoro nella costruzione delle dighe. Solo che negli uomini, grazie al linguaggio, beneficia del potere di astrazione, la cui forma più potente è l’astrazione matematica. L’intelligenza strumentale ti mostra il come, non il perché. Per questo può separarsi del soggetto pensante e oggettivarsi in astrazioni formali che divengono a loro volta un linguaggio logico-matematico che ha le stesse caratteristiche di un ente oggettivo e dunque può essere replicato da una macchina.
Ma il pensiero umano è sposato indubitabilmente alla volontà di vivere che è la forza primaria che tiene insieme tutto il vivente. Nella misura in cui il logos si fa carne, discende dal cielo per farsi linguaggio vivente, incontra tutti gli istinti che guidano la dimensione animale della volontà di vivere. Così la pulsione sessuale si trasforma in eros, che a sua volta genera amore e odio, due sentimenti che in natura non esistono. Meglio ancora il linguaggio crea, incontrando il vivente, il sentimento in quanto tale, ovvero la comunione fra la volontà di vivere e la rappresentazione astratta di essa. Nasce odio e amore, simpatia e repulsione, l’idea del bello, l’idea del bene e con essa quella del giusto, del conveniente, dell’onorevole, della vergogna, dell’orgoglio e così via. A partire dall’idea di essere qualcosa che è, ovvero che esiste nel tempo, l’uomo pensa eminentemente attraverso questi sentimenti. Il primo fra essi, come come conservarsi nel tempo e poi come godere del bello e come vivere bene. A tutto ciò, dà risposte le più varie e contraddittorie, ma in ogni caso, pone queste idee come “valori”, ossia come scopi ai quali sottomettere se stesso e gli altri. Ma c’è un punto saliente che dobbiamo affrontare ed è appunto se fra il pensiero strumentale, quello logico-matematico e quello esistenziale-sentimentale (io sono io e voglio continuare ad essere io per sempre) c’è una frattura oppure se il pensiero esistenziale non è che una forma inferiore, ma necessaria per conservare la vita, attraverso cui la natura persegue i suoi insignificanti scopi (nel senso che non è possibile spiegare in senso finalistico perché c’è qualcosa piuttosto che niente e a favore di cosa ci sia qualcosa). In altre parole, se gli uomini e, più in piccolo, gli altri animali, non siano altro che macchine, le quali a diversi gradi di complessità hanno elaborato un programma di adattamento all’ambiente e dunque anche il linguaggio non sia altro che una forma meccanica con cui la natura tiene insieme se stessa. Così ad esempio tutti gli ideali che sembrano più puri e lontani dalla dimensione animale, la devozione, la generosità, l’amore materno fino al sacrificio di sè, il senso del bello, del giusto, altro non sarebbero che rielaborazioni ad hoc della istinto naturale a sopravvivere e che il pensiero logico-matematico ci può perfettamente descrivere, esattamente come, dato l’input a vincere, sa tutte le mosse necessarie per vincere una sfida agli scacchi. In altre parole se siamo macchine allora siamo totalmente determinati e nulla di quello che esce dalla nostra mente è causa nostra, è solo la risultante di un’immensa quantità di cause che entrano in sinergia. Dunque se siamo totalmente determinati da altro, non siamo liberi, non siamo che macchine biologiche che sono guidate da leggi fisiche e si illudono di essere gli attori di quello che vogliono e fanno.
E’ libera, infatti, quella cosa che può causare se stessa. In ambito fisico/corporeo è del tutto evidente che nulla è causato da sé, ogni corpo è il risultato di forze ad esso esterne. Se il linguaggio è un prolungamento, tramite la psicologia e la neurologia, dell’ordine fisico delle cose, è evidente che nessun atto mentale è libero. Nessun pensiero è un nostro pensiero.
Eppure esistono almeno due formidabili argomenti filosofici che negano questa visione e sostengono che l’uomo è libero. Il primo, molto noto, è l’argomentazione morale elaborata da Kant. Se è possibile rilevare nell’uomo un comportamento morale di tipo universale, ovvero so che devo compiere quell’azione a prescindere da qualsiasi altra considerazione, vale a dire anche contro il mio stesso interesse vitale, allora posso postulare (postulare non dimostrare) che io agisco liberamente, giacché in natura tutto avviene secondo necessità, ovvero secondo un principio di causa che rende strumentale ogni mio atto, mentre se io agisco per dei fini che m’impone la ragione universale - non faccio agli altri quello che non vorrei gli altri facessero a me - allora il mio agire è fuori dal condizionamento causale della natura, dunque il suo agire è libero, è causato da lui stesso, dalla sua ragione. Secondo Kant se l’uomo è libero, allora deve necessariamente essere un’anima e con ciò essere immortale.
L’altro argomento è quello aristotelico. Il linguaggio genera l’io, il soggetto pensante, la mente o anima razionale, per usare i termini aristotelici. Il quesito aristotelico è: come facciamo a scegliere le parole che scegliamo quando vogliamo dire qualcosa? Solo supponendo che il pensiero pensi se stesso, prima di qualsiasi altro atto di pensiero, rende possibile formulare delle frasi che non siano o casuali o semplici atti di riflesso, dunque prevedibili. Solo vedendo (pensando) se stesso il pensiero può poi produrre atti linguistici che siano quelli che vuole che siano. Dunque i pensieri o, se vogliamo, le frasi che enunciamo sono possibili perché c’è un intelletto agente che pensa se stesso che precede qualunque atto concreto e così può selezionare le frasi che ritiene necessarie o utili. Ma se così è, allora l’intelletto agente, che come Dio pensa se stesso, è una sostanza libera e non determinata. Come in ogni sostanza libera, l’inizio coincide con la fine, ovvero non c’è inizio non c’è fine. L’intelletto agente è fuori dal tempo. Cosa segue da un’ipotesi del genere? Che se siamo liberi, questa libertà ci libera dal pensiero strumentale e utilitaristico. Ovvero pone un ambito di realtà che non appartiene all’ordine causale delle cose e dunque afferma l’estraneità della mente pensante, o anima, dalla contingenza della materia. Qualunque cosa accada al mondo, le anime avranno un destino del tutto diverso da quello dei corpi.
P.S. Tutto questo per dire che sono convinto - e lo voglio con tutte mie forze - che quando un cretino dice una delle sue esemplari cretinerie, lo può fare perché è libero di farlo, perché è libero di scegliere fra il ragionevole tacere e il desiderio di credere a se stesso, e dunque non sia solo una macchinetta che parla come il suo programma gli impone di parlare, ma sul serio un libero cretino, responsabile delle cretinate che dice.
Più filosoficamente, che il linguaggio, qualunque sia il modo in cui è sceso in terra o uscito dalla terra, è nel senso scientifico del termine, una catastrofe, ossia ribalta lo stato della materia e genera un nuovo ambito di realtà nella quale invece che l’ordinata connessione causale fra fenomeni, abbiamo la libera scelta delle nostre parole, delle nostre intenzioni, della nostra volontà.

LE MASSE

 L'emancipazione delle masse quale garanzia di universale servitù

Quale è stata la natura propria, dal punto di vista politico e giuridico, nel quale siamo precipitati? Nel quale siamo precipitati - premetto - senza che nessuno lo abbia distintamente e consciamente voluto, ma come conseguenza dello smottamento che tecnologia, welfare, scolarizzazione di massa, come delle infiltrazioni d'acqua, sul terreno sociale hanno prodotto, scaraventando a valle le fondamenta di quello che, con una buona dose di approssimazione, veniva definito il mondo borghese.
Il mondo borghese o liberal-costituzionalista nasceva, come ogni formazione politicamente ben strutturata, da un patto di massima, spesso tacito, fra sovrano e sudditi. A sua volta questo patto, per quanto articolato e storicamente assai differenziato fra nazione e nazione, si reggeva su di un principio di base che reggeva e rendeva sensato ogni altro singolo articolo o particolaristica specificazione. In sintesi consisteva nell'idea che l'ordine sociale si dovesse conformare, per un verso, ad azioni e fatti che ricadevano sotto la legge, dunque obbliganti universalmente e incondizionatamente, vale a dire azioni e fatti "pubblici", a tutti - per obbligo stesso di legge - noti e trasparenti e, per altro verso, ad azioni e fatti che per principio erano estranei alla legge, non passibili di essere sottoposti a norma e, per legge, protetti dalla notorietà.
Insomma il privato era la sfera in cui il singolo soggetto era sovrano e legislatore e questa sfera era sottratta allo sguardo non solo degli altri sudditi, ma del potere pubblico stesso.
In termini morali, giuridici e politici, questo principio di separatezza fra pubblico e privato trovava il suo pieno contenuto nella facoltà che ogni ordinamento penale assicurava all'imputato di tacere di fronte all'inquirente. In altre parole, gli veniva garantito il diritto assoluto di non auto accusarsi, ovvero il diritto a non confessare.
Sembra cosa da poco, ma, se ci si pensa, tutti gli ordinamenti giuridici precedenti si fondavano sulla confessione e sulla auto accusa, tanto è vero che, come accadde per "mani pulite", la tortura era considerata uno strumento legittimo e validissimo nelle mani dell'inquirente, vale a dire del potere sovrano.
La dimensione privata dell'esistenza è quella dunque caratterizzata dalla facoltà del singolo di oscurare se stesso, di non far sentire la sua voce quando interpellato. Un estraneo, pertanto, per ampia parte della sua dimensione di vita nei confronti dell'ordine pubblico, nei confronti del pubblico ficcanaso.
Non ci vuole molto acume nel rilevare che tutto ciò non c'è più, che dunque l'ordinamento borghese è solo un ricordo del passato. Se oggi è cosa persino allucinante, dati i mezzi di controllo e registrazione, la capillarità di notazione del dire, del fare, del semplice modo d'essere di tutti, bisogna sottolineare che l'abolizione della dimensione privata di vita non è recente, ma coincide col processo detto di emancipazione delle masse, vale a dire, temporalmente, con l'inizio del secolo XX e, politicamente, con le prime forme di welfare o di stato assistenziale. E' in questo contesto ideologico che si ha il vero smantellamento della privacy.
Se evidentemente il possesso della proprietà di una casa, di una nave, di un campo, di un bosco non poteva essere che un fatto pubblico, se non altro per il semplice fatto notarile che attestava quel diritto di proprietà (però il possesso di un'auto, come quello di una bicicletta, non lo avrebbe richiesto, tanto che imposero le targhe proprio per rendere pubblico, cioè controllabile, il possesso di quel bene), il possesso di denaro e, in particolare, la quantità che di esso si guadagnava annualmente era del tutto privata e dunque invisibile a tutti, in particolare al pubblico potere. La tassazione dei redditi non esisteva, non era giuridicamente ammissibile. Tutta la tassazione si riduceva alle tasse indirette o alle tasse di beni immobili.
Quando la tassazione dei redditi fu introdotta, fu possibile solo infrangendo il patto che reggeva il contratto sociale su cui si reggeva la società liberal-borghese nel suo articolo più importante, quello strutturale, ovvero il diritto assoluto del suddito a tacere su se stesso, a non confessare nulla, ma essere garantito che ogni prova contro di lui sarebbe stata fornita dall'inquirente.
L'obbligo a dichiarare il proprio reddito, imposto legalmente quasi ovunque a partire dalla prima guerra mondiale, era l'equivalente, nel processo penale, dell'obbligo a confessare e del diritto dell'inquirente a usare anche la tortura per ottenere la confessione.
Per altro verso, l'obbligo a confessare il proprio reddito dava adito alla possibilità di una dichiarazione mendace, dunque autorizzava l'organo inquirente (quello che poneva la domanda: quanto guadagni?) a indagare preventivamente, ovvero verificare la congruenza della risposta.
Welfare e stato polizia hanno dunque una relazione oggettiva e necessaria. Oggi non esistono al mondo stati, che, in linea di principio, non siano di polizia. Tuttavia nel delirio di senso comune che asfissia la coscienza collettiva rimane l'idea di possedere uno spazio privato che ti garantisce di fronte agli altri e allo Stato. E' la grande allucinazione di coloro che credono che il totalitarismo sia sempre altrove e che la democrazia sia una certezza di libertà e non quello che è, il principio stesso che abolisce la dimensione privata di vita.

ANIMA

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