Bisogna distinguere tra la pratica del diritto penale ebraico e quella romana, perché sono due cose diverse, e la confusione tra le due è all'origine di molti equivoci. La legge ebraica antica, così come codificata nella Mishnah, prevedeva quattro forme di esecuzione capitale: lapidazione, rogo, decapitazione e strangolamento, e la crocifissione non era tra queste. Quello che la Bibbia ebraica contempla in Deuteronomio 21:22-23 è l'esposizione del cadavere di un giustiziato su un palo, come aggravamento della pena e monito pubblico, non come metodo di esecuzione, e il corpo non doveva restare appeso oltre il tramonto, perché "maledetto da Dio è colui che è appeso al legno". Quindi per gli ebrei l'appeso al legno era un maledetto, ma la maledizione derivava dall'esposizione post mortem, non da una forma di esecuzione che essi stessi praticavano. La crocifissione come metodo di esecuzione era invece romana, e riservata specificamente a schiavi, banditi, ribelli e nemici dello stato di basso rango. Cicerone la definisce "il supplizio degli schiavi", e i cittadini romani ne erano esentati per legge. Non era una pena per bestemmiatori o eretici, ma una pena politica, applicata a chi minacciava l'ordine costituito. Se Gesù fu crocifisso, fu crocifisso perché Roma lo considerava un ribelle, non perché il Sinedrio lo considerava un bestemmiatore. Sul punto dello stauros, nel greco del Nuovo Testamento il termine indica un palo dritto, un'asta, non necessariamente una croce a due bracci, e la croce a due bracci si afferma nella cristianità solo dal terzo secolo in poi. Seneca, descrivendo le croci del suo tempo, elenca varianti: alcune con la vittima a testa in giù, altre che "impalano", altre con le braccia distese su un patibolo, e l'impalamento e la crocifissione erano spesso assimilati nella terminologia antica, perché ciò che contava era la morte per sospensione, non la forma specifica dello strumento. Quanto a Pilato che "riconsegnò" Gesù al Sinedrio, il testo evangelico dice l'opposto: il Sinedrio consegnò Gesù a Pilato, e fu Pilato a consegnarlo ai soldati per la crocifissione. La confusione nasce forse dal fatto che in Giovanni si legge che Pilato "lo abbandonò nelle loro mani, perché fosse crocifisso", ma l'esecuzione materiale era dei soldati romani. Quindi se si accetta la storicità della crocifissione, si accetta anche che fu una condanna romana, per un crimine politico, eseguita da Roma. Il suo ragionamento, in sostanza, tiene: se Gesù fu giustiziato con un metodo riservato ai nemici dello stato, allora non era una vittima innocente nel senso comune, ma un sovversivo dal punto di vista di Roma. E se invece si vuole sostenere la tesi dell'impalamento ebraico, allora si esce dal racconto evangelico e si entra in un'altra ipotesi storica, che però non ha il supporto delle fonti che abbiamo.
ANDROMEDA
Questo non è un vero blog, è una raccolta casuale di scritti, alcuni anche miei, che ritengo valga la pena di leggere. Andromeda fa riferimento a due categorie fondamentali, il mito e la cosmologia. Nella mitologia, Andromeda era una giovane sacrificata dal padre Cefeo e dalla madre Cassiopea per placare un mostro marino. La Galassia che porta il suo nome è destinata a fondersi in una spaventosa collisione con le Galassie vicine, fra cui la nostra Via Lattea.
giovedì 1 ottobre 2026
LA CROCE
C'è una differenza fondamentale tra un simbolo che rappresenta una civiltà, una cultura, una tradizione storica e un simbolo che rappresenta uno strumento di morte specifico e personale. E qui c'è un punto che spesso viene ignorato: nel testo greco del Nuovo Testamento non si parla di "croce", ma di stauros, che significa semplicemente un palo dritto, un'asta, un palo appuntito, come quelli usati per le palizzate o i recinti. Solo successivamente, con l'adozione della croce a due bracci da parte della cristianità nel terzo secolo, il termine è stato associato all'immagine che oggi conosciamo. Ma c'è un dato ancora più imbarazzante per chi invoca la croce come simbolo identitario e storico: la croce non è affatto un'invenzione cristiana, né tantomeno un simbolo esclusivo della "nostra" civiltà. Era già largamente diffusa presso civiltà molto precedenti, e con significati che con il cristianesimo non hanno nulla a che fare. Gli egiziani la usavano come simbolo di vita, l'ankh, la croce ansata, che rappresentava la forza vitale, l'unione tra cielo e terra, e che si ritrova incisa su templi, sarcofagi e amuleti per millenni prima di Cristo. Gli assiri e i babilonesi raffiguravano una croce a due bracci come emblema del dio sole Shamash, e la croce uncinata stessa, la svastica, era un simbolo solare e di buon auspicio in India, in Persia, in Grecia e presso i popoli nordici molto prima che qualcuno la associasse a ciò che sappiamo. I fenici la incidevano sulle loro navi e sulle monete, i greci la usavano come marchio sui vasi e sulle statue, i romani la conoscevano come simbolo militare e come strumento di esecuzione, ma anche come segno apotropaico, cioè capace di allontanare il male. Gli stessi egiziani, gli assiri, i persiani, i maya, gli aztechi, i celti, i popoli dell'India e della Cina hanno tutti, in forme diverse, usato la croce come simbolo sacro, cosmico, solare, vitale, ben prima che il cristianesimo esistesse. Quindi quando si dice che la croce è "il simbolo della nostra storia", si dice qualcosa di storicamente falso, perché la croce appartiene a molte storie, a molte civiltà, a molte fedi, e il cristianesimo non l'ha inventata, l'ha adottata, riempendola di un significato nuovo, quello del sacrificio e della redenzione, che è solo uno dei tanti significati che quel segno ha avuto nella storia umana. E allora il crocifisso, nella sua provocazione, è esattamente questo: non un simbolo astratto di "storia", ma la rappresentazione concreta di un supplizio, di un uomo inchiodato a morire lentamente, su uno strumento che altre civiltà avevano già usato e venerato con significati completamente diversi. E il paragone è devastante nella sua semplicità, perché nessuno di noi, nessuno, porta al collo una pistola in miniatura se un figlio è stato ucciso da una pistola, nessuno si appende al petto un machete se un fratello è stato trucidato con un machete, nessuno stringe tra le dita un'auto in miniatura se la moglie è morta in un incidente stradale. Non lo facciamo perché sarebbe osceno, perché sarebbe una ferita che si rinnova ogni giorno, perché il simbolo dello strumento che ha distrutto la tua vita non diventa mai, per chi lo ha vissuto davvero, un oggetto di devozione o di orgoglio identitario. Eppure il crocifisso fa esattamente questo: prende lo strumento di tortura e di morte più infamante del suo tempo e lo trasforma in un gioiello, in un oggetto da baciare, in un simbolo da mettere nelle aule e nei tribunali. L'osservazione sui Saturnali e su Giove e Giunone è altrettanto precisa, perché la storia che si invoca a sostegno del crocifisso è una storia lunga, stratificata, fatta di secoli in cui quel simbolo non esisteva, in cui si celebravano altri riti, altre divinità, altre tradizioni. Se davvero si volesse essere fedeli alla "nostra storia", bisognerebbe ammettere che è una storia plurale, pagana e cristiana, romana e barbarica, egizia e assira, e che il crocifisso è arrivato tardi, ha avuto significati diversi, è stato usato e abusato, è stato imposto e contestato. Ma c'è un livello ancora più radicale, ed è quello del fondamento stesso: perché se si applica il metodo storico in modo rigoroso, quello che sappiamo di quell'uomo inchiodato è fragile, e non abbiamo fonti contemporanee che ne attestino l'esistenza, tantomeno la morte su uno stauros. Le prime testimonianze sono lettere di Paolo, scritte a decenni di distanza, da qualcuno che non lo ha conosciuto di persona e che parla di lui come di un evento rivelato più che di un fatto documentato. I vangeli arrivano ancora dopo, sono testi teologici prima che storici, scritti in greco da autori che non erano testimoni oculari, e contengono contraddizioni interne su date, luoghi, personaggi, perfino sul processo e sull'esecuzione stessa. Gli storici romani che potrebbero aver registrato l'evento, da Tacito a Svetonio a Plinio, ne parlano solo di riflesso, decenni dopo, e sempre riferendosi ai cristiani e alla loro fede, non a un fatto che loro abbiano verificato. Quindi, se si è rigorosi, l'esecuzione come evento documentato è più una costruzione della fede che un dato accertato, e il crocifisso non è nemmeno il simbolo di un fatto storico incontrovertibile, ma il simbolo di una narrazione di fede, di una credenza condivisa da milioni di persone ma non verificabile con gli strumenti della storia. Questo non significa automaticamente che tutto sia inventato, perché molti storici seri ritengono che un predicatore ebreo di nome Yeshua sia esistito e sia stato giustiziato dai romani, ma significa che i dettagli, il come, il perché, il contesto preciso, e soprattutto il significato teologico che ci è stato costruito sopra, appartengono alla sfera della fede e non a quella della prova. E allora invocare la "storia" per difendere il crocifisso nelle aule è un cortocircuito logico, perché si usa la storia come autorità quando la storia, su quel punto specifico, non offre le prove che si vorrebbero. Si potrebbe dire, con più onestà, che il crocifisso sta nelle aule perché rappresenta la fede maggioritaria di un popolo, non perché rappresenta un fatto storico incontrovertibile. Ma quella è un'altra discussione, e richiede un coraggio che raramente si vede. E resta, sotto tutto, la domanda umana che quel paragone pone e che nessuna teologia riesce a cancellare: come sia possibile che una civiltà intera abbia fatto eccezione proprio per quel palo, l'unico strumento di morte diventato simbolo di speranza, mentre per ogni altro dolore, per ogni altra perdita, per ogni altro strumento di morte, quel gesto sarebbe impensabile, osceno, intollerabile.
martedì 29 settembre 2026
IL BUON SELVAGGIO
lunedì 28 settembre 2026
IPERURANIO
«L’invenzione dell’Iperuranio da parte di Platone non è stata soltanto la fondazione della filosofia occidentale, ma il più grande attentato alla realtà della carne e del sangue. Separare l’essere dal divenire, inventare un mondo vero contrapposto a questo mondo apparente, significa aver introdotto il veleno della colpa e della menzogna nel cuore dell’esistenza. Nietzsche ha sradicato questo incubo metafisico non per edificare un nuovo cielo, ma per costringere l'uomo a sprofondare nella nuda terra, l'unico suolo autentico dove non valgono più le stampelle delle idee eterne. Chi ancora si rifugia nell'illusione platonica è un cadavere che rifiuta di ammettere la propria morte.»
giovedì 24 settembre 2026
VECCHI COSTRUTTORI
La domanda è...come facevano?
COMUNISTI
Invece di «sforzarci di preparare in noi una piccola anima con le ali»... abbiamo seguito la molle malinconia di Veltroni... Pietro Citati e ...
DC
Pietro Citati e i... democristiani.
SUPPLIZI
B isogna distinguere tra la pratica del diritto penale ebraico e quella romana, perché sono due cose diverse, e la confusione tra le due è ...
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Massimiliano Parente per il Giornale.it COPERTINA DEL LIBRO DI CESARE CATA' L'artista deve far credere alla posterità che eg...
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Il curatore testamentario dell’800: addio Balzac, Dickens, Tolstoj Storia di un romanzo in un romanzo che si disinteressa del romanzo ...
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Carlo Nordio per il Messaggero EICHMANN DURANTE IL PROCESSO Alle 20,05 del 10 Maggio 1960 una squadra del Mossad, il servizio segret...