sabato 3 ottobre 2026

VANGELI

 Non conosciamo con certezza l'identità degli autori dei quattro Vangeli. I testi, infatti, non contengono una firma dell'autore. 

La situazione è questa:

VangeloTradizioneCiò che possiamo dire storicamente
MatteoMatteo apostolo, ex pubblicanoIl testo non dice che sia stato scritto dall'apostolo Matteo; l'attribuzione è antica ma discussa. 
MarcoGiovanni Marco, collaboratore di PietroL'identificazione con Marco è una tradizione antica, ma il Vangelo non nomina il proprio autore.
LucaLuca, compagno di PaoloL'autore di Luca-Ati è anonimo; si presenta come qualcuno che ha raccolto e verificato tradizioni precedenti, ma non dice il proprio nome.
GiovanniGiovanni apostoloIl Vangelo parla del misterioso “discepolo che Gesù amava”, ma non lo identifica esplicitamente con l'apostolo Giovanni.

La cosa interessante è che i nomi Matteo, Marco, Luca e Giovanni compaiono nella tradizione cristiana molto presto. Alla fine del II secolo, Ireneo di Lione presenta ormai stabilmente i quattro Vangeli con questi nomi. 

Quindi bisogna distinguere due affermazioni:

1. “I Vangeli sono anonimi nei loro testi.” → Sì.
Nessuno dei quattro dice, per esempio, “Io, Matteo, ho scritto questo Vangelo”.

2. “Non sappiamo assolutamente nulla sulla loro provenienza e i nomi furono inventati molto più tardi.” → Questo è molto più difficile da sostenere.
Le attribuzioni a Matteo, Marco, Luca e Giovanni sono già attestate nella letteratura cristiana del II secolo e alcuni studiosi ritengono che possano risalire a una fase ancora precedente. 

Perciò, storicamente, la formulazione più corretta è:

Conosciamo i Vangeli con i nomi di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, ma non possediamo una prova contemporanea agli autori che dimostri definitivamente che quei quattro uomini siano effettivamente gli autori materiali dei testi.

E c'è un altro punto molto interessante: i Vangeli non furono scritti durante la vita di Gesù, ma decenni dopo la sua morte, e Matteo e Luca utilizzano ampiamente Marco come fonte secondo la ricostruzione più diffusa negli studi sul Nuovo Testamento. 

DECLINO ITALIA

 LE 4 FASI DEL DECLINO ITALIANO

In una recente conferenza il professor Gotti Tedeschi offre una lucida e drammatica ricostruzione di come l'Italia sia arrivata all'attuale crisi. Non una semplice diagnosi, ma quasi un'autopsia, strutturata in 4 fasi precise.
1. L'indebolimento (anni '70)
Tutto inizia con il crollo demografico. La popolazione smette di crescere, e con essa il PIL. Per compensare, si innesca il consumismo: il risparmio delle famiglie crolla dal 27% al 4,8%, erodendo la materia prima del sistema bancario. Contemporaneamente, la pressione fiscale schizza dal 25% al 52%.
2. Il colpo mortale (anni '90)
Per entrare nell'euro, l'Italia attua due manovre devastanti: le privatizzazioni e l'algoritmo Prodi. Le privatizzazioni svendono le grandi aziende pubbliche, indebolendo l'industria senza ridurre il debito. L'algoritmo Prodi risana i conti con due punti di aumento tasse, tagli alla ricerca e un crollo dei tassi che penalizza i risparmiatori. Così la delocalizzazione produttiva deindustrializza il paese.
3. Il colpo di grazia (2008)
La crisi finanziaria globale rivela che la crescita USA era solo debito. Gli Stati Uniti nazionalizzano il debito privato, portando il loro debito pubblico al 110% del PIL. Questo debito viene collocato sui mercati asiatici, sostituendo i titoli dei paesi periferici come l'Italia. Da qui parte il "calvario" del nostro debito pubblico, ingiustamente imputato come causa unica dei nostri mali.
4. La spartizione del cadavere (oggi)
La quarta fase è un "golpe" nel 2011 del governo Monti, con il Fiscal Compact approvato da un Parlamento che non ne comprendeva le conseguenze. Da allora, l'Italia non può più affrontare i veri problemi: un debito totale (pubblico + privato) che nel 2011 era al 321% del PIL, inferiore a quello di Germania, Francia, Spagna e Inghilterra. Il vero problema non è il debito sovrano, ma la cecità di chi ha vissuto il presente senza vedere il futuro.
La lezione? Senza una vera diagnosi delle cause, si lavora solo sugli effetti. E il politico, senza visione a lungo termine, non è un medico, ma un becchino.

ITALIANI

 Quanto all'ammirevole capacità di unirsi, alla compattezza quasi marziale con cui gli americani rispondono alle disgrazie e al nemico, bè: devo ammettere che lì per lì ha stupito anche me.

 

[…] Ah, se l'Italia imparasse questa lezione! È un Paese così diviso, l'Italia. Così fazioso, così avvelenato dalle sue meschinerie tribali! Si odiano anche all'interno dei partiti, in Italia. Non riescono a stare insieme nemmeno quando hanno lo stesso emblema, lo stesso distintivo, perdio! Gelosi, biliosi, vanitosi, piccini, non pensano che ai propri interessi personali. Alla propria carrieruccia, alla propria gloriuccia, alla propria popolarità di periferia.

 

Pei propri interessi personali si fanno i dispetti, si tradiscono, si accusano, si sputtanano... Io sono assolutamente convinta che, se Usama Bin Laden facesse saltare in aria la Torre di Giotto o la Torre di Pisa, l'opposizione darebbe la colpa al governo. E il governo darebbe la colpa all'opposizione. I capoccia del governo e i capoccia dell'opposizione, ai propri compagni e ai propri camerati.

Oriana Fallaci

venerdì 2 ottobre 2026

DANTE

 Dante è il primo grande psicologo della storia. Perché, dopo oltre sette secoli, continuiamo a leggere Dante? Non perché sia il padre della lingua italiana. Non perché la Divina Commedia sia il capolavoro della nostra letteratura. Non perché sia un monumento della cultura occidentale. Continuiamo a leggerlo perché Dante ha compiuto qualcosa che pochissimi uomini nella storia sono riusciti a fare. Ha guardato l’essere umano fino in fondo. Ha avuto il coraggio di entrare nei luoghi più oscuri dell’anima e, una volta uscito, ci ha lasciato una mappa. Noi la chiamiamo Divina Commedia. In realtà è la carta geografica della condizione umana. Ogni volta che apriamo quel libro crediamo di leggere il viaggio di un uomo vissuto settecento anni fa. Invece stiamo leggendo noi stessi. Dante non accompagna il lettore attraverso Inferno, Purgatorio e Paradiso. Accompagna ciascuno di noi dentro le nostre paure, le nostre passioni, i nostri errori, le nostre speranze. Per questo la Divina Commedia non invecchia. Perché non racconta un’epoca. Racconta l’uomo. E l’uomo, pur cambiando vestiti, tecnologie e linguaggi, continua ad avere lo stesso cuore. Dante è il primo grande psicologo della storia. Molto prima di Freud. Molto prima di Jung. Molto prima delle neuroscienze. Aveva compreso che il male non nasce all’improvviso. Nasce da una piccola scelta. Da un desiderio che lentamente prende il controllo. Da una verità che decidiamo di non ascoltare. Da una coscienza che smette di parlare. Per questo l’Inferno non è popolato da mostri. È popolato da uomini. Uomini che, un poco alla volta, hanno lasciato che una parte di sé prendesse il sopravvento su tutte le altre. L’avaro non è soltanto un uomo che ama il denaro. È un uomo che ha smesso di vedere tutto ciò che il denaro non può comprare. Il superbo non è semplicemente arrogante. È un uomo incapace di guardare negli occhi un altro essere umano senza sentirsi superiore. L’invidioso è condannato ad avere gli occhi cuciti. Perché aveva guardato tutta la vita soltanto la felicità degli altri senza riuscire a vedere la propria. Che intuizione straordinaria. La pena non è una vendetta. È la fotografia dell’anima. Paolo e Francesca. perché ancora oggi ci fanno piangere. Francesca non accusa nessuno. Non impreca. Non cerca giustificazioni. Parla con una dolcezza che commuove perfino Dante. «Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende…» «Amor, ch’a nullo amato amar perdona…» «Amor condusse noi ad una morte.» Tre versi. Tre volte la parola “Amore”. È straordinario. Francesca continua a chiamarlo amore anche quando quell’amore l’ha condotta alla rovina. Ed è qui che Dante ci obbliga a riflettere. Esiste un amore che libera. Ed esiste un amore che imprigiona. Esiste un amore che fa crescere. Ed esiste un amore che divora. Quanto è moderno tutto questo? Quante relazioni, ancora oggi,vengono confuse con l’amore quando sono soltanto dipendenza, possesso, paura della solitudine? Dante aveva già visto tutto. E poi arriva Ugolino. Qui la poesia raggiunge un’altezza quasi insopportabile. Dante non descrive. Fa vedere. Sentiamo il rumore della porta che si chiude. Vediamo gli occhi dei bambini. Ascoltiamo il silenzio. Poi il padre racconta: «Io non piangeva, sì dentro impetrai.» Non piangevo. Ero diventato pietra. Basterebbero queste poche parole. Esiste un dolore così grande da togliere persino le lacrime. Poi uno dei figli gli dice: «Padre, assai ci fia men doglia se tu mangi di noi.» È uno dei momenti più terribili della letteratura universale. Il figlio offre il proprio corpo al padre. L’amore supera persino l’istinto della sopravvivenza. Infine arriva il verso che da sette secoli divide studiosi, filosofi e lettori. «Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno.» Che cosa significa davvero? La fame uccise Ugolino? Oppure la fame lo spinse a nutrirsi dei corpi dei figli? Dante non risponde. Lascia la domanda sospesa. Perché sa che esistono dolori davanti ai quali nessuna parola è sufficiente. Poi compare Ulisse. Ed è forse il personaggio che più mi affascina. Perché Dante lo ammira. Lo ammira profondamente. Gli affida il discorso più bello dell’Inferno. «Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti,ma per seguir virtute e canoscenza.» Ogni volta che leggo questi versi ho l’impressione che Dante stia parlando direttamente a noi. Non accontentatevi. Non smettete mai di imparare. Non rinunciate alla conoscenza. Ma subito dopo arriva l’altra lezione La conoscenza non basta. Ulisse fallisce non perché vuole conoscere. Fallisce perché vuole sostituirsi a Dio. Perché crede che il genio possa fare a meno della sapienza Quanto è attuale questa domanda? Oggi siamo capaci di modificare il patrimonio genetico. Creiamo intelligenze artificiali. Mandiamo sonde ai confini del sistema solare. Ma ci stiamo chiedendo con la stessa intensità se tutto ciò che possiamo fare sia anche giusto farlo? Dante aveva intuito sette secoli fa il dilemma etico che oggi accompagna ogni grande conquista scientifica. E poi, lentamente, il paesaggio cambia. L’Inferno lascia il posto al Purgatorio. Qui non si urla più. Si spera. È forse la cantica più vicina alla nostra vita. Perché tutti noi siamo incompiuti. Tutti sbagliamo. Tutti possiamo cambiare. Nel Purgatorio Dante scopre una verità immensa: nessuno è definito per sempre dai propri errori. Finché c’è vita, c’è possibilità di rinascere. È un messaggio di una modernità sconvolgente. Infine il Paradiso. Molti lo considerano difficile. Io credo che sia semplicemente troppo alto. Lì Dante tenta l’impossibile. Raccontare ciò che le parole non riescono a contenere. E quando arriva davanti al mistero ultimo dell’universo comprende che l’intelligenza,da sola,non basta più. È allora che conclude con quello che considero il verso più bello mai scritto da un essere umano: «L’amor che move il sole e l’altre stelle.» Non la forza. Non il potere. Non il denaro. Non la paura. L’Amore. Con una sola parola Dante capovolge ogni concezione della storia. Ci dice che l’universo non è governato dal caso, ma da un principio che unisce, crea e dà significato. Forse è questo il segreto della Divina Commedia. Non ci insegna come raggiungere il Paradiso dopo la morte. Ci insegna come attraversare la vita prima della morte. Per questo, dopo oltre sette secoli,Dante continua a parlarci. Perché il suo viaggio non è terminato il giorno in cui pose l’ultima parola del poema. Continua ogni volta che un uomo, smarrito nella propria selva oscura,trova il coraggio di rialzarsi, di guardarsi dentro e di riprendere il cammino verso quella luce che, da sempre, abita il cuore dell’umanità.

giovedì 1 ottobre 2026

SUPPLIZI

 Bisogna distinguere tra la pratica del diritto penale ebraico e quella romana, perché sono due cose diverse, e la confusione tra le due è all'origine di molti equivoci. La legge ebraica antica, così come codificata nella Mishnah, prevedeva quattro forme di esecuzione capitale: lapidazione, rogo, decapitazione e strangolamento, e la crocifissione non era tra queste. Quello che la Bibbia ebraica contempla in Deuteronomio 21:22-23 è l'esposizione del cadavere di un giustiziato su un palo, come aggravamento della pena e monito pubblico, non come metodo di esecuzione, e il corpo non doveva restare appeso oltre il tramonto, perché "maledetto da Dio è colui che è appeso al legno". Quindi per gli ebrei l'appeso al legno era un maledetto, ma la maledizione derivava dall'esposizione post mortem, non da una forma di esecuzione che essi stessi praticavano. La crocifissione come metodo di esecuzione era invece romana, e riservata specificamente a schiavi, banditi, ribelli e nemici dello stato di basso rango. Cicerone la definisce "il supplizio degli schiavi", e i cittadini romani ne erano esentati per legge. Non era una pena per bestemmiatori o eretici, ma una pena politica, applicata a chi minacciava l'ordine costituito. Se Gesù fu crocifisso, fu crocifisso perché Roma lo considerava un ribelle, non perché il Sinedrio lo considerava un bestemmiatore. Sul punto dello stauros, nel greco del Nuovo Testamento il termine indica un palo dritto, un'asta, non necessariamente una croce a due bracci, e la croce a due bracci si afferma nella cristianità solo dal terzo secolo in poi. Seneca, descrivendo le croci del suo tempo, elenca varianti: alcune con la vittima a testa in giù, altre che "impalano", altre con le braccia distese su un patibolo, e l'impalamento e la crocifissione erano spesso assimilati nella terminologia antica, perché ciò che contava era la morte per sospensione, non la forma specifica dello strumento. Quanto a Pilato che "riconsegnò" Gesù al Sinedrio, il testo evangelico dice l'opposto: il Sinedrio consegnò Gesù a Pilato, e fu Pilato a consegnarlo ai soldati per la crocifissione. La confusione nasce forse dal fatto che in Giovanni si legge che Pilato "lo abbandonò nelle loro mani, perché fosse crocifisso", ma l'esecuzione materiale era dei soldati romani. Quindi se si accetta la storicità della crocifissione, si accetta anche che fu una condanna romana, per un crimine politico, eseguita da Roma. Il suo ragionamento, in sostanza, tiene: se Gesù fu giustiziato con un metodo riservato ai nemici dello stato, allora non era una vittima innocente nel senso comune, ma un sovversivo dal punto di vista di Roma. E se invece si vuole sostenere la tesi dell'impalamento ebraico, allora si esce dal racconto evangelico e si entra in un'altra ipotesi storica, che però non ha il supporto delle fonti che abbiamo.

LA CROCE

 C'è una differenza fondamentale tra un simbolo che rappresenta una civiltà, una cultura, una tradizione storica e un simbolo che rappresenta uno strumento di morte specifico e personale. E qui c'è un punto che spesso viene ignorato: nel testo greco del Nuovo Testamento non si parla di "croce", ma di stauros, che significa semplicemente un palo dritto, un'asta, un palo appuntito, come quelli usati per le palizzate o i recinti. Solo successivamente, con l'adozione della croce a due bracci da parte della cristianità nel terzo secolo, il termine è stato associato all'immagine che oggi conosciamo. Ma c'è un dato ancora più imbarazzante per chi invoca la croce come simbolo identitario e storico: la croce non è affatto un'invenzione cristiana, né tantomeno un simbolo esclusivo della "nostra" civiltà. Era già largamente diffusa presso civiltà molto precedenti, e con significati che con il cristianesimo non hanno nulla a che fare. Gli egiziani la usavano come simbolo di vita, l'ankh, la croce ansata, che rappresentava la forza vitale, l'unione tra cielo e terra, e che si ritrova incisa su templi, sarcofagi e amuleti per millenni prima di Cristo. Gli assiri e i babilonesi raffiguravano una croce a due bracci come emblema del dio sole Shamash, e la croce uncinata stessa, la svastica, era un simbolo solare e di buon auspicio in India, in Persia, in Grecia e presso i popoli nordici molto prima che qualcuno la associasse a ciò che sappiamo. I fenici la incidevano sulle loro navi e sulle monete, i greci la usavano come marchio sui vasi e sulle statue, i romani la conoscevano come simbolo militare e come strumento di esecuzione, ma anche come segno apotropaico, cioè capace di allontanare il male. Gli stessi egiziani, gli assiri, i persiani, i maya, gli aztechi, i celti, i popoli dell'India e della Cina hanno tutti, in forme diverse, usato la croce come simbolo sacro, cosmico, solare, vitale, ben prima che il cristianesimo esistesse. Quindi quando si dice che la croce è "il simbolo della nostra storia", si dice qualcosa di storicamente falso, perché la croce appartiene a molte storie, a molte civiltà, a molte fedi, e il cristianesimo non l'ha inventata, l'ha adottata, riempendola di un significato nuovo, quello del sacrificio e della redenzione, che è solo uno dei tanti significati che quel segno ha avuto nella storia umana. E allora il crocifisso, nella sua provocazione, è esattamente questo: non un simbolo astratto di "storia", ma la rappresentazione concreta di un supplizio, di un uomo inchiodato a morire lentamente, su uno strumento che altre civiltà avevano già usato e venerato con significati completamente diversi. E il paragone è devastante nella sua semplicità, perché nessuno di noi, nessuno, porta al collo una pistola in miniatura se un figlio è stato ucciso da una pistola, nessuno si appende al petto un machete se un fratello è stato trucidato con un machete, nessuno stringe tra le dita un'auto in miniatura se la moglie è morta in un incidente stradale. Non lo facciamo perché sarebbe osceno, perché sarebbe una ferita che si rinnova ogni giorno, perché il simbolo dello strumento che ha distrutto la tua vita non diventa mai, per chi lo ha vissuto davvero, un oggetto di devozione o di orgoglio identitario. Eppure il crocifisso fa esattamente questo: prende lo strumento di tortura e di morte più infamante del suo tempo e lo trasforma in un gioiello, in un oggetto da baciare, in un simbolo da mettere nelle aule e nei tribunali. L'osservazione sui Saturnali e su Giove e Giunone è altrettanto precisa, perché la storia che si invoca a sostegno del crocifisso è una storia lunga, stratificata, fatta di secoli in cui quel simbolo non esisteva, in cui si celebravano altri riti, altre divinità, altre tradizioni. Se davvero si volesse essere fedeli alla "nostra storia", bisognerebbe ammettere che è una storia plurale, pagana e cristiana, romana e barbarica, egizia e assira, e che il crocifisso è arrivato tardi, ha avuto significati diversi, è stato usato e abusato, è stato imposto e contestato. Ma c'è un livello ancora più radicale, ed è quello del fondamento stesso: perché se si applica il metodo storico in modo rigoroso, quello che sappiamo di quell'uomo inchiodato è fragile, e non abbiamo fonti contemporanee che ne attestino l'esistenza, tantomeno la morte su uno stauros. Le prime testimonianze sono lettere di Paolo, scritte a decenni di distanza, da qualcuno che non lo ha conosciuto di persona e che parla di lui come di un evento rivelato più che di un fatto documentato. I vangeli arrivano ancora dopo, sono testi teologici prima che storici, scritti in greco da autori che non erano testimoni oculari, e contengono contraddizioni interne su date, luoghi, personaggi, perfino sul processo e sull'esecuzione stessa. Gli storici romani che potrebbero aver registrato l'evento, da Tacito a Svetonio a Plinio, ne parlano solo di riflesso, decenni dopo, e sempre riferendosi ai cristiani e alla loro fede, non a un fatto che loro abbiano verificato. Quindi, se si è rigorosi, l'esecuzione come evento documentato è più una costruzione della fede che un dato accertato, e il crocifisso non è nemmeno il simbolo di un fatto storico incontrovertibile, ma il simbolo di una narrazione di fede, di una credenza condivisa da milioni di persone ma non verificabile con gli strumenti della storia. Questo non significa automaticamente che tutto sia inventato, perché molti storici seri ritengono che un predicatore ebreo di nome Yeshua sia esistito e sia stato giustiziato dai romani, ma significa che i dettagli, il come, il perché, il contesto preciso, e soprattutto il significato teologico che ci è stato costruito sopra, appartengono alla sfera della fede e non a quella della prova. E allora invocare la "storia" per difendere il crocifisso nelle aule è un cortocircuito logico, perché si usa la storia come autorità quando la storia, su quel punto specifico, non offre le prove che si vorrebbero. Si potrebbe dire, con più onestà, che il crocifisso sta nelle aule perché rappresenta la fede maggioritaria di un popolo, non perché rappresenta un fatto storico incontrovertibile. Ma quella è un'altra discussione, e richiede un coraggio che raramente si vede. E resta, sotto tutto, la domanda umana che quel paragone pone e che nessuna teologia riesce a cancellare: come sia possibile che una civiltà intera abbia fatto eccezione proprio per quel palo, l'unico strumento di morte diventato simbolo di speranza, mentre per ogni altro dolore, per ogni altra perdita, per ogni altro strumento di morte, quel gesto sarebbe impensabile, osceno, intollerabile.

martedì 29 settembre 2026

IL BUON SELVAGGIO


L'antropologia postbellica, ispirata a Roussau e Marx, sosteneva che i "saggi" fossero pacifici e cooperativi. La violenza, la gerarchia e l'ineguaglianza erano dovute alle malattie della civiltà, inventate da proprietà, colonizzazione e mercati. Abolire queste cose e il naturalismo dell'uomo sarebbero tornati.
Poi un ragazzo del Michigan rurale andò a controllare.
Nel 1964, Napoleon Chagnon, uno dei dodici figli di una famiglia povera a Port Austin, viaggiò fino alla frontiera con il Venezuela e il Brasile. Si trasferì a vivere con i Yanomamö, circa 20.000 persone sparse in tutto l'Amazonia, in gran parte non toccate dallo stato, dai mercati o dalla modernità.
Ecco cosa ha trovato:
Le incursioni tra le ville erano routine. L'infanticidio era comune. Le donne venivano regolarmente rapite e vendute dopo conflitti violenti. I capi, per lo più, erano assassini.
Una particolare scoperta spezzò il campo.
In un articolo del 1988 in Science, Chagnon documentò che gli unokais, uomini che avevano ucciso durante incursioni, avevano in media più mogli e più figli sopravvissuti rispetto a uomini non violenti della stessa età.
La violenza, la gerarchia e l'ineguaglianza erano ciò che la civiltà produceva, ma non riusciva a essere risposta. Marshall Sahlins, uno dei suoi ex insegnanti laureati a Michigan, si rivoltò contro di lui.
Terence Turner e Leslie Sponsel diffusero un avvertimento all'Associazione Anthropologica Americana (AAA) descrivendo "un cuore antropologico di oscurità al di là dell'immaginazione persino di un Joseph Conrad, se non forse di un Joseph Mengele". I missionari salesiani della regione si unirono alla coalizione.
Quello che Chagnon aveva trovato non poteva essere risposto sulle sue merite, quindi l'uomo che lo ha trovato diventò il bersaglio.
Poi arrivò il libro che lo ha ucciso.
Nel 2000, il giornalista Patrick Tierney pubblicò Darkness in El Dorado. Ha accusato Chagnon di aver scatenato un'epidemia di morbillo attraverso l'esperimentazione vaccinale, armando rivali fazioni per creare conflitti in film, preparando i suoi dati e comportandosi come "un criminale di guerra o addirittura un genocida".
Il New Yorker pubblicò l'articolo di Tierney lo stesso mese. La carriera di Chagnon si è effettivamente conclusa prima che qualsiasi indagine seria raggiungesse un verdetto.
Ma ogni accusa seria alla fine è andata a buon fine.
Gli ospiti della AAA hanno indagato in modo privato, scritto in privato che il libro di Tierney era "un pezzo di merda, è tutto qui".
La AAA ha emesso il proprio rapporto nel 2002, condannando Chagnon per aver dato priorità alla sua ricerca rispetto a Yanomamö.
Raymond Hames aveva già rinunciato al pannello a metà indagine, e Sarah Blaffer Hrdy, membro della National Academy of Sciences, ha lasciato l'AAA in protesta.
Tre anni dopo, la membership dell'AAA ha votato per annullare il rapporto.
Nel 2012, Chagnon è stato eletto alla National Academy of Sciences. L'anno successivo, Sahlins ha rinunciato alla AAA.
Il mito del selvaggio nobile ha superato i movimenti politici del XX secolo.
Oggi, la verità è invariata: violenza, gerarchia e ingiustizia sono artefatti di proprietà, civiltà e colonizzazione, e scomparirebbero una volta abbandonati.
Tre decenni di prove di Chagnon hanno dimostrato che la affermazione era errata.
Nell'assenza delle istituzioni che volevano distruggere, gli utopici hanno risposto al loro carattere.
Questo è ciò che una monocultura intellettiva fa quando le prove contraddicono le proprie premesse. Si rivolge a chiunque ha portato le prove.

VANGELI

 Non conosciamo con certezza l'identità degli autori dei quattro Vangeli. I testi, infatti,  non contengono una firma dell'autore . ...