Questo non è un vero blog, è una raccolta casuale di scritti, alcuni anche miei, che ritengo valga la pena di leggere. Andromeda fa riferimento a due categorie fondamentali, il mito e la cosmologia. Nella mitologia, Andromeda era una giovane sacrificata dal padre Cefeo e dalla madre Cassiopea per placare un mostro marino. La Galassia che porta il suo nome è destinata a fondersi in una spaventosa collisione con le Galassie vicine, fra cui la nostra Via Lattea.
Comodamente sdraiati nel posto più buio che troviamo, guardiamo le stelle e pensiamo… Sono tante le domande che sorgono spontanee. Per molte non abbiamo risposte, ma per alcune i risultati dell’astrofisica moderna offrono squarci di comprensione. Mentre non possiamo certo pretendere di sapere «chi siamo? da dove veniamo? dove andiamo?»,siamo in grado di dire dove siamo. Nel corso dei secoli, tra difficoltà e passi falsi, abbiamo imparato a misurare la nostra posizione sulla Terra, poi le distanze relative dei pianeti nel sistema solare, per passare alla galassia e al resto dell’universo. Ad ogni passo abbiamo dovuto lottare contro l’antropocentrismo che ci contraddistingue e ci suggerisce sempre di metterci al centro di tutto, sia che si tratti del sistema solare, sia che si tratti della Galassia, sia che si tratti dell’universo.
È una storia affascinante dove si mescolano filosofia, geografia, misura del tempo e misura dello spazio che potete seguire nella Storia del dove scritta a quattro mani da Tommaso Maccacaro e Claudio Tartari. Tornando alle domande alle quali siamo in grado di dare una risposta, ce n’è una che io ritengo fondamentale: abbiamo capito qual è la relazione tra noi e le stelle. Si tratta di un legame stretto al quale dovremmo pensare più spesso dal momento che, senza le stelle, noi non ci saremmo. La cosmologia ci dice che, all’inizio dei tempi, nel momento in cui tutto è cominciato c’era solo una insipida zuppetta di idrogeno e poco altro. Sono state le stelle a sintetizzare gli elementi dei quali siamo fatti noi attraverso le fornaci termonucleari che sono in grado di fare funzionare al loro interno.
Agendo con tranquilla meticolosità, prima trasformano l’idrogeno in elio, poi, con un trucco di gran classe, uniscono tre atomi di elio per fare il carbonio, è da lì continua il lego cosmico che produce l’ossigeno, l’azoto e così via fino al ferro. Per andare oltre il ferro, però, le stelle non bastano, hanno avuto bisogno dell’aiuto di un Supernova: è nelle condizioni estreme dell’esplosione che si possono formare l’oro, il platino, il palladio, il titanio, l’uranio. Tutti questi elementi vengono poi rilasciati nel mezzo interstellare e contribuiscono alla nascita di nuove stelle , come il nostro Sole che è nato, circa 5 miliardi di anni fa, circondato da un disco di gas, acqua e polveri , dal quale si sono formati i pianeti.
Per secoli abbiamo pensato di essere un caso unico, poi la situazione è cambiata di colpo nel 1995, quando due astronomi svizzeri hanno scoperto il primo pianeta extrasolare. Da allora il numero dei pianeti extrasolari non ha mai smesso di crescere e, negli ultimi anni, abbiamo assistito ad una vera e propria esplosione, grazie ai risultati della missione NASA Kepler. Degli oltre 5000 pianeti che abbiamo rivelato sappiamo il periodo orbitale, la massa e, in molti casi, le dimensioni.
Con grande sorpresa abbiamo scoperto in gran numero di mini Nettuni, pianeti con massa intermedia tra la terra e Nettuno, che nel sistema solare non esistono, a sottolineare il fatto che il nostro sistema planetario è uno dei tanti, non certo il prototipo o l’esempio da imitare. Questi numeri testimoniano in modo eloquente che il processo di formazione planetaria si è ripetuto innumerevoli volte, intorno a pressoché tutte le stelle che abbiamo studiato tanto che stimiamo che, grossomodo, ogni stella abbia almeno un pianeta e che una stella su cinque abbia pianeti con massa non troppo diversa da quella della terra. Diverse decine di questi pianeti “terrestri” orbitano nella zona abitabile della loro stella, cioè a una distanza tale che l’energia che ricevono è tale da permettere, in linea di principio, l’esistenza dell’acqua liquida in superficie.
Ovviamente, avere una temperatura vagamente accettabile è solo un buon punto di partenza ma non dobbiamo mai dimenticare che abitabile non significa abitato. Sulla Terra la vita si è sviluppata grazie alla combinazione di molti fattori (quali campo magnetico e tettonica a zolle) che sono impossibili da valutare da lontano. Non possiamo dire di essere in grado di rispondere alla domanda se siamo soli nell’Universo, ma certo abbiamo fatto passi avanti giganteschi. I grandi strumenti del futuro ci permetteranno di affinare la nostra capacità di rivelare la firma della presenza di vita (simile a quella che conosciamo) su altri pianeti grazie allo studio della composizione delle loro atmosfere.
Trovare ossigeno, un gas molto aggressivo che reagisce con tutto e deve essere prodotto in continuazione per esistere libero nell’atmosfera, sarebbe un indizio molto importante. Se poi si trovasse anche una solida presenza di metano, allora le probabilità che su quel dato pianeta ci sia qualche forma di vita elementare diventerebbe più elevata. Sono questi i gas che segnalerebbero ad astronomi alieni la nostra presenza sulla Terra.
Ovviamente, nelle nostra ricerca della vita 2.0 non ci vorremmo fermare ad alghe e licheni, ci piacerebbe trovare la prova dell’esistenza di altre forme di vita intelligenti. Qui entra il gioco il progetto SETI che cerca un segnale radio di origine non naturale nei dati raccolti da tutti i radiotelescopi del mondo. Non è ancora stato trovato nulla di interessante, ma la ricerca è “appena” cominciata. Più significativo potrebbe essere il contributo del prossimo grande progetto di radioastronomia lo Square Kilometer Array (SKA), così grande da essere equivalente ad una antenna di un chilometro di diametro.
Grazie alla sua straordinario sensibilità, puntando le sue antenne verso stelle vicine, SKA sarebbe in grado di rivelare il segnale prodotto da radar dalle caratteristiche simili a quelli usati dalle torri di controllo dei nostri aeroporti per gestire il traffico aereo. Sarebbe una bella prova dell’esistenza di vita evoluta da qualche parte nelle galassia. Non sappiamo quale sia la probabilità di trovare ET ma è sicuro che, se non ci impegneremo nella ricerca, non lo troveremo mai. E sarebbe un grande peccato.
I mercanti, i saggi, i viaggi. Genio e misteri di Fibonacci uomo-cerniera con l’Asia
Pensate mai a un mondo senza numeri? Senza questa sequenza quotidiana che va dallo 0 al 9? Impossibile. Basta guardarsi intorno. E subito si resta subissati da una marea che ci rimbalza nella testa. Numeri di telefono, cap, numeri civici, date, prezzi, quote, calcoli, quantità... Un delirio. Che traduciamo nella maniera per noi più comune. Ovvia. In cifre.
Che non sono state sempre le stesse. Anzi le nostre sono pure abbastanza recenti, se le confrontiamo con la storia dell’umanità. Perché quelle che adoperiamo sono figlie di un viaggio. Lungo quanto è stato lungo il Medioevo. Frastagliato e complesso, che vide comparire i primi segni nel contesto indiano e poi, a mano a mano, spostarsi sempre più verso ovest. Una merce davvero esotica, i numeri: viaggiatori-viaggianti a dorso di cammello, stipati tra gli involti dei mercanti, sepolti nella mente di uomini-cerniera.
Eh sì: se oggi possiamo adoperare i numeri nella forma che conosciamo, lo dobbiamo soprattutto a loro. A questi uomini-cerniera, capaci di mettere in relazione e di fondere tra loro attitudini culturali diverse. Anteponendo la curiosità e la conoscenza a qualunque altra cosa. Ai pregiudizi, alle prescrizioni religiose, all’intolleranza, agli integralismi. Di Leonardo Fibonacci spesso ci dimentichiamo. Ma fra gli uomini-cerniera capaci di scatenare rivoluzioni egli fu tra i più grandi. Grandissimo. Il mago dei numeri, bravo a traghettare tutta la sapienza aritmetica orientale in un Occidente privo di queste conoscenze, ancora arcaico e arretrato nei confronti del mondo musulmano e asiatico dove la speculazione algebrico-matematica, e non solo, aveva già fatto passi da gigante. Terra di un «illuminismo perduto», come è stato scritto di recente (S. Frederick Starr, L’illuminismo perduto, traduzione di Luigi Giacone, Einaudi, pagine 676, e 36), crogiolo delle conoscenze e delle speculazioni più varie, dalla geografia alla trigonometria, dalla mineralogia alla farmacologia, dall’astronomia alla fisica.
Leonardo pesca a piene mani in questo mare, grazie alla sua esperienza diretta, raccontata oggi in un nuovo libro del matematico e divulgatore americano Keith Devlin, dall’accattivante titolo Finding Fibonacci, che, costruito come un bel documentario di Discovery Channel, si legge d’un fiato. Con una traccia tutta italiana che si dipana all’interno di alcuni dei luoghi sacri della nostra cultura: il Lungarno di Pisa; le stanze delle università di Bologna e Siena; le biblioteche e gli archivi di Firenze e del Vaticano. Sempre alla ricerca di un segno lasciato da Leonardo. Di un suo scritto o di una parola che ci permettano di sapere di più sulla sua vita e sulla sua straordinaria esperienza. Perché è vero: di Fibonacci sappiamo poco di come sia riuscito a ricamare una nuova pagina di conoscenza per l’umanità su un ordito già consolidato. Dunque, il libro di Devlin più che fornirci delle certezze ci pone dei problemi. E, ad ogni domanda, ci sommerge con una serie di altre domande. E dietro ogni angolo ecco affiorare nuove questioni, anche originali: a partire da quelle sulla composizione della statua di Leonardo posta oggi al Camposanto monumentale di Pisa.
È un mistero, Leonardo, sin dal suo nome. Il padre davvero si chiamò Guglielmo, membro della famiglia Bonaccio? O Leonardo fu semplicemente il figlio di Bonaccio, filius Bonacci, da cui il suo cognome? E quel soprannome «bigollo», cosa significa di preciso? Lo zuccone? Ben strano per un genio. Certo è che Leonardo nel presentarsi nella sua principale opera, il Liber Abbaci, adopera proprio la forma filius Bonacci. Mentre la sua città, Pisa, nei suoi ultimi anni di vita, per onorarlo, lo celebrò come Leonardo Pisano. E il cognome Fibonacci? È un’invenzione dello storico francese Guillaume Libri, che nel 1838 per primo usò questa contrazione piuttosto che la forma filius Bonacci.
I pochi dati che abbiamo della sua vita, ce li fornisce Leonardo stesso, proprio nel prologo del suo liber. Non indica una data di nascita, avvenuta presumibilmente intorno al 1170. Preferisce offrirci, invece, uno scenario, di un’attitudine internazionale. Di preciso, mediterranea. Non poteva essere diversamente per il figlio di un mercante, tra i protagonisti di una stagione nuova, del rinnovato slancio verso il mare di alcune città italiane: Venezia, Genova e, naturalmente, Pisa. Arriva a Bugia di Barberia, in nord Africa, col padre, da ragazzino. Qui, racconta, entra in contatto con dei maestri, che gli insegnano i primi rudimenti di questo metodo rivoluzionario per contare, alla «maniera degli Hindi». Poi, da grande, prosegue il viaggio, sempre alla ricerca di nuovi stimoli, di nuovi incontri, a parlare con altri matematici e uomini di scienza; e apprendendo tanto dalla cultura araba e bizantina. Quali le sue tappe? Il nord Africa, l’Egitto, la Siria, la Sicilia, la Provenza. E una delle grandi capitali del mondo di allora, dove si fermò diversi anni: Costantinopoli.
Guardiamolo, Leonardo. Che va in giro per il mondo. Attento. Che prende appunti e tutto guarda e tutto traduce in numeri. E scrive. Tanto. Una prima edizione del Liber Abbaci è del 1202 ma non dovette soddisfarlo. Aspetta 26 anni e pubblica la versione definitiva. Ma elabora anche altre cose: ancor più pratiche del Liber Abbaci che contiene già di per sé una congerie di dati utilissima per il contabile e il mercante. Tra cui un libro di minor guisa o Libro di merchanti, il palinsesto, secondo Raffaella Franci, dei trattati d’abbaco che fioriranno dal Trecento in poi.
Eppure, di numeri arabo-indiani l’Occidente era già parzialmente a conoscenza prima di Leonardo. Abbiamo diverse testimonianze, come quelle relative al notaio perugino Raniero, raccontato da Attilio Bartoli Langeli e attivo tra il 1184 e il 1211. Che però ebbero scarso esito. Allora quale fu il motivo del successo di Fibonacci? Devlin lo spiega bene. Due cose: innanzitutto, la qualità divulgativa, ossia la sua abilità di trasformare «idee matematiche difficili rendendole accessibili a un’ampia gamma di persone … con una buona strategia di marketing». Il secondo aspetto riguarda l’efficienza: il nuovo sistema proposto da Fibonacci permetteva da un lato ai mercanti di bypassare metodi rapidi e tradizionali ma inefficaci per la registrazione dei dati contabili, come l’abaco oppure i sofisticati sistemi d’aritmetica basati su l’uso delle dita o dei palmi delle mani, dove, se si sbagliava, non c’era altro modo di porre rimedio se non quello di ricominciare a calcolare tutto daccapo, considerata la mancanza di una base scritta; dall’altro, consentiva di fare un passo in avanti fondamentale nel controllo dei calcoli anche a distanza, grazie a una scrittura chiara dei conti, con pratiche di verifica che si evolveranno in maniera decisiva nel corso del basso Medioevo, con l’utilizzo di strumenti sempre più meticolosi come la partita doppia.
A chi paragonare allora Fibonacci? Secondo Devlin, per la portata della sua rivoluzione e per gli effetti sulla vita quotidiana dal Medioevo a oggi può essere accostato solo a gente come quella che oggi ci sta traghettando nell’era informatica. Persone come Steve Jobs o Bill Gates. Anch’essi uomini-cerniera capaci di assorbire le conoscenze del presente trasformandole in percorsi aperti verso il futuro.
Il fisico Jim Baggott affronta la storia delle origini in un volume che ha l’ambizione, su solide basi scientifiche, della teogonia di Esiodo e della cosmologia di Lucrezio. Ecco (più o meno) da dove veniamo...
La Lettura
di SANDRO MODEO
L’universo e le stelle, la vita e il genere Homo e la coscienza del genere Homo (e, forse, la fine del genere Homo). Alcuni libri, usciti in questi giorni, si possono leggere come un unico filo rosso: una meravigliosa avventura, in gran parte ancora da scoprire, dal Big Bang ai giorni nostri, fino all’immaginazione del futuro. Ma quale futuro? Ne parliamo in queste prime sei pagine
Nella Teogonia di Esiodo (VIII-VII secolo a.C.), «in principio fu Caos»: dove Caos è alla lettera il «vuoto» (la «voragine»), ma anche la «nebulosità informe» preesistente al generarsi degli dèi e del mondo: la notte e il giorno, la Terra e gli Inferi. Qualche secolo più tardi, eleggendo proprio Esiodo a modello, Lucrezio espande quella «genesi», nel De rerum natura, in un «poema sinfonico» cosmologico, configurando un universo dinamico e drammatico, in cui — eliminato ogni residuo trascendente — gli elementi si delineano da una lentissima, remota scrematura della materia. Non solo: in coerenza con la prospettiva naturalistico-materialistica della dottrina epicurea (suo faro filosofico), Lucrezio va molto oltre, indagando diverse altre «origini»: la vita sulla Terra, la comparsa dell’uomo, l’emersione delle «funzioni superiori» della mente, secondo una prospettiva che oggi unirebbe molti ambiti del pensiero scientifico. Ora un libro- monstre del fisico inglese Jim Baggott,
Origini (Adelphi, magnifica traduzione di Isabella C. Blum), sembra muoversi, più o meno consciamente, in quel solco. L’irraggiungibile modello lucreziano, va da sé, è più che altro un riferimento di merito e metodo (e del resto Baggott bilancia la «volontà di potenza» del suo
tour de force con un registro spesso ironico-disincantato). Ma il percorso che propone — una storia materiale dell’universo dal Big Bang ai correlati neurali della consapevolezza in Homo sapiens — è di portata e ambizione inedite, tanto da condurlo, sull’esempio di Lucrezio, ben oltre i propri domini abituali (la fisica, specie quantistica) verso molte altre aree: astrobiologia e astrochimica, biofisica e biologia (evoluzionistica e molecolare), geologia e paleontologia, genetica e neuroscienze. E va detto che l’esito — nonostante qualche défaillance, specie nella parte finale — è oggettivamente ammirevole.
Il percorso (in tutto dodici «origini») è diviso in due parti simmetriche di sei capitoli l’una. La prima («cosmologica») conduce dalla «grande esplosione» iniziale allo
strutturarsi del sistema solare, passando per la genesi della massa, della luce, delle prime formazioni astronomiche (galassie e stelle) e della «complessità» chimica interstellare. La seconda (biochimico-biologica) copre invece il tratto esteso dalle «origini» di una Terra abitabile a quelle della coscienza umana, passando per quelle della vita organica, delle cellule complesse (e degli organismi pluricellulari), delle specie animali e del genere Homo.
In questa prospettiva di continuità «narrativa» (modulata sull’estendersi della materia come una successione in cui — di nuovo Lucrezio — «nulla nasce dal nulla»), le «origini» sembrano sfumare in «passaggi»: anche se — specie in ottica umana — passaggi decisivi.
E passaggi — almeno da un certo punto in poi — tutt’altro che scontati. Baggott è infatti disposto a riconoscere l’incidenza dei vincoli fisico-chimici e dell’«imperativo cosmico» (formula del Nobel per la chimica de Duve) più o meno fino all’origine della vita: da lì, in accordo con Stephen J. Gould, crede invece che i sentieri si biforchino (che ci siano delle sliding doors evolutive), come mostrano le «discontinuità» che puntellano quella continuità. Esempi eclatanti, due estinzioni massicce: la Grande Moria del Permiano (252 milioni di anni fa, con la perdita del 95% della fauna marina) e quella ancora più nota del Cretaceo (66 milioni di anni fa), quando un meteorite determina l’estinzione dei dinosauri, consentendo la successiva affermazione dei mammiferi e quindi la nostra. Ne deriva un apparente paradosso: nella lunga catena di Inferni climatici freddi o vulcanici (che Baggott denomina, citando il Trono di Spade, «cronaca del Ghiaccio e del Fuoco») i momenti di ascesa/ripresa della vita sono spesso favoriti da crash precedenti: vedi la formidabile «sperimentazione» morfologica del Cambriano (a partire da 540 milioni di anni fa), favorita dal «vuoto ecologico» (cioè dalle catastrofi) dell’Ediacarano.
Su alcuni di quei passaggi (di quelle «origini») ci sono poi altre sfocature, anzi vere lacune, a partire dagli inneschi delle due principali, quelle dell’universo e della vita: il trilionesimo di secondo iniziale del Big Bang, di cui al momento non si conosce nulla (così come ci sono solo speculazioni sul prima del Big Bang stesso e sull’incidenza della «materia oscura»); e l’abiogenesi, la transizione biochimica dal non-vivente al vivente. Il che non impedisce a Baggott di toccare proprio in quei passaggi alcuni dei suoi vertici visionari. Nel caso dell’universo, descrive come pochi tutte le sequenze-chiave (l’esordio breve e violento; l’esplosione di spazio, tempo ed energia; l’emergere delle forze fondamentali e delle particelle elementari) che preludono alla cosiddetta «era della Ricombinazione» (380 mila anni dopo il Big Bang), in cui i fotoni — disaccoppiandosi dall’altra materia — rendono il paesaggio cosmico potenzialmente luminoso (non ci sono ancora occhi e cervelli per decifrarlo). Nel caso dell’origine della vita, invece, confronta le varie teorie (sciami cometari, pozze di superficie), dilungandosi poi su quella delle «bocche idrotermali» nelle profondità oceaniche, mini-labirinti di Creta dove certi batteri avrebbero sintetizzato sostanze inorganiche in sistemi biochimici complessi, in (quasi) totale assenza di luce.
Ma il testo di Baggott invita implicitamente a procedere oltre, fino a interrogarsi, secondo il fluire dai quark ai neuroni, sulla natura stessa della materia.
Tra i tanti snodi contro-intuitivi esplicati, spicca quello sull’origine della «massa»: proprietà che il credo galileiano vorrebbe «intrinseca» alla sostanza materiale, ma che il bosone di Higgs — e più ancora il relativo «campo» — rivela invece come proprietà secondaria, o meglio come un «comportamento» conseguente a un’interazione. È un’elusività estrema (nel nuovo libro, dedicato al tema, Baggott parla di «massa senza massa») già familiare alla meccanica quantistica (il dualismo onda-particella) e che si traduce in una «flessibilità» riscontrabile anche ad altri livelli scalari della materia, dalle molecole in su. A livello chimico e biochimico, nel brulichio delle reazioni pre-biotiche che procede per tentativi ed errori. A livello genetico-evoluzionistico, nelle mutazioni casuali che esplorano (anticipano) i mutamenti e le pressioni ambientali. E a livello neuroanatomico-neurobiologico, nella plasticità cerebrale che può surrogare funzioni compromesse con strutture diverse da quelle lesionate (come nelle compensazioni linguistiche).
In sintesi, è come se la materia tutta prelevasse dall’indeterminismo subatomico una specie di schema «strutturato/aperto», anche se, ovviamente, più si sale nelle dimensioni, più la «struttura» prevale sull’«apertura». Del resto, il rapporto tra la materia subatomica e quella a grandezze scalari superiori (che tanto esaspera il quadro teorico-sperimentale della fisica) emerge in una delle sequenze più suggestive del libro di Baggott: quella sulle «fluttuazioni quantistiche primordiali» che determinano nell’universo delle origini delle micro-differenze nella distribuzione della materia e nella temperatura della radiazione (il cui «eco» è la prova chiave del Big Bang), condizionandone così l’articolazione e l’architettura.
C’è un ultimo snodo, nel succedersi di «origini», tenuto nel libro un po’ troppo latente: l’interazione tra l’universo (inteso come massima espansione del «mondo esterno») e il cervello. Se la luce irradiata nell’Età della ricombinazione dai fotoni «liberati» può diventare da potenziale reale (così come, molto più tardi, quella di nebulose e galassie con le loro stelle accese dalle esplosioni nucleari, a partire dal Sole) è solo grazie all’apparato sensoriale e neurofisiologico di Homo e degli animali terrestri. È solo grazie a loro che un «mondo senza etichette» — un universo più neutro che oscuro — può tradursi in una tessitura non solo di luci, ma anche di colori, suoni e odori, secondo una fantasmagoria di categorizzazioni che va dall’occhio umano a quello della mosca, passando per l’olfatto dei cani o i sonar di pipistrelli e delfini.
È solo con il Sapiens, però — attraverso la fenditura della coscienza, o meglio della «coscienza di essere coscienti» — che la materia ha cominciato, dopo un viaggio di quasi 14 miliardi di anni (esattamente 13.820 milioni), a interrogarsi su se stessa. E ha cominciato a farlo molto prima di Esiodo o Lucrezio, molto prima persino dei racconti mitici sul «principio» e la «fine», come ci ricorda l’arte rupestre e in particolare una scoperta recentissima: il ritrovamento — nelle grotte dell’isola indonesiana di Sulawesi — di raffigurazioni animali risalenti a 35.400 anni fa, e di mani addirittura a 39 mila (il tutto forse più antico, quindi, rispetto ai siti rupestri europei). Dove le mani — da intendersi, secondo alcuni interpreti, come disperate cerniere affettive con il «regno dei morti» — indicano già una coscienza della finitezza e del tragico.
Certo, quella fenditura — che si è aperta, tra caso e necessità, nelle periferie di un universo in cui ogni punto è periferia, destinato al disordine entropico e alla morte termica — conta forse meno di una fluttuazione quantistica. È quasi insignificante: ma quel «quasi» è tutto.
La scienza non sa che cos’è l’uomo Marco Del Corona - La Lettura
Un testo breve, che dal titolo e dallo stile sembra ispirarsi ai saggisti del Settecento illuminista anglosassone ma a tratti si accende della verve di un pamphlet. Il britannico Roger Scruton, filosofo e polemista conservatore dagli interessi eclettici, con il nuovo libro uscito nei Paesi anglofoni, On Human Nature , vuole andare al cuore della questione delle questioni. Sulla natura umana: niente di più, niente di meno. «Non che volessi scrivere un grande trattato — spiega — ma solo portare l’attenzione del lettore sui fatti basilari che riguardano la natura umana, fatti che vengono spesso trascurati. In particolare ora, quando la scienza ha scalzato la religione dal centro della visione dell’uomo».
Questo è un libro di antropologia filosofica. Si tratta di una disciplina che va riconsiderata dopo essere stata messa da parte?
«Sì, l’antropologia filosofica non avrebbe mai dovuto essere abbandonata. Va detto che conta alcuni sostenitori moderni molto potenti: come Giovanni Paolo II, sulle orme di Max Scheler».
Uno degli obiettivi del testo è contrastare o ridurre l’influenza di un approccio all’esistenza umana di fatto scientista, centrato sulla biologia. Qual è stata la scintilla che l’ha spinta a scrivere «On Human Nature»?
«È così. Io voglio lasciare che la biologia occupi la sua posizione legittima ma anche convincere il lettore che le questioni sulla natura umana davvero rilevanti non hanno a che fare con la biologia e vanno affrontate per un’altra via: la via della filosofia».
Intende dire che le scienze oggi godono di un’eccessiva rilevanza nel discorso pubblico e nel modellare i nostri valori?
«Le scienze sono sempre importanti e ogni discussione pubblica deve fare del suo meglio per comprenderle e incorporarle. Il problema sono le pseudoscienze, scienze senza un genuino metodo scientifico, messe insieme per convincere le persone che le questioni che le assillano hanno una risposta scientifica, anche se non si tratta di questioni scientifiche. Per esempio, la questione della libertà. Qualcuno potrebbe dire: non abbiamo libertà perché tutte le nostre azioni sono il prodotto dell’attività del sistema nervoso. E, a sostegno di questa conclusione, si adduce ogni genere di motivazione legata all’attività neuronale. Invece no. La questione della libertà non è scientifica: riguarda il nostro modo di comprenderci l’un l’altro quando prendiamo seriamente la nostra soggettività».
Un approccio scientista non può davvero incorporare o addirittura spiegare caratteristiche e valori dell’uomo, lei sostiene.
«Credo sia un libro piuttosto difficile. Ma alla sua base il contenuto è semplice: in particolare, che noi esseri umani non viviamo nello stesso mondo degli altri animali ma in un mondo che concepiamo noi stessi. Ricreiamo il mondo attraverso le nostre attività e siamo responsabili del posto che vi occupiamo».
Uno degli assi portanti di «On Human Nature» è il ruolo centrale dell’io e della relazione io-tu. Oggi assistiamo a una moltiplicazione dei «tu» virtuali attraverso i social media. Qual è la sua visione del fenomeno?
«Sì, il perno sta nella relazione io-tu. Lo dimostrano i social media, che sono lì a fortificare un fragile senso del sé amplificando la cassa di risonanza dei molti “tu”. Ma i “tu” in questione sono più o meno virtuali e dunque ne consegue una perdita di realtà, un nascondersi all’altro dietro lo schermo sul quale l’altro è proiettato».
I social media che moltiplicano anche l’io pongono problemi meramente psicologici o anche filosofici?
«La filosofia non può risolvere tutte le patologie sociali. Sono certo che i social media produrranno metodi totalmente nuovi di comprensione del sé. Tuttavia non demoliranno la condizione fondamentale della nostra esistenza personale, che è la responsabilità nei confronti degli altri».
Lei, appunto, definisce la virtù come la capacità di essere responsabili delle proprie azioni. Il nostro è un mondo dove quest’idea di virtù è in ritirata?
«Sì, l’idea di virtù che difendo è, in una certa misura, in ritirata. Questo però non significa che non sia necessario difenderla. Al contrario, non c’è mai stato tanto bisogno di virtù quanto ora. Senza virtù nessuno può compiere un vero sacrificio e senza sacrificio non esistono né amore né pace che tengano».
Nel suo volume sembra non esserci posto per la politica. Perché? È rimasto deluso dalla politica in generale o da quella del suo Paese, la Gran Bretagna?
«In un libro breve non volevo essere distratto dalla politica, benché quel che sostengo abbia comunque implicazioni politiche. Adesso non sono deluso dalla politica più di quanto lo sia sempre stato: e credo che l’illusione più pericolosa di tutte sia quella che possa esserci una soluzione politica alla condizione umana. È stata l’illusione che ha devastato il mondo nel Novecento. La politica nel mio Paese è in una fase interessante, naturalmente, ma quello che merita di essere notato è che procediamo giorno dopo giorno in un contesto pacifico e di dialogo».
Il quarto capitolo di «On Human Nature» è focalizzato sul ruolo delle credenze religiose e metafisiche e su virtù come la pietà. Tuttavia le religioni organizzate quasi non vi compaiono, come se lei non credesse che queste possano ancora rispondere a questioni fondamentali...
«Le religioni organizzate costituiscono una forza importante, molto migliore di una religione non organizzata, e va detto per inciso che io considero l’islam come la principale religione non organizzata. Ci sono risposte religiose a molte delle nostre domande, ma dipendono da pietà, preghiera e umiltà».
Possiamo chiederle che cosa pensa di Donald Trump, dell’impatto che avrà sulle società dell’Occidente, della Brexit?
«Trump è un prodotto dei social media che gli hanno consentito di raggiungere coloro che si sentivano abbandonati dalla classe politica. Sono le stesse persone alle quali, nel voto sulla Brexit, è stata data la possibilità di far conoscere i propri sentimenti. Tutt’e due i casi si sono rivelati degli shock politici per l’élite politica. Ma il problema è l’élite politica, non la gente. Nel lungo termine dubito che penseremo che sia successo alcunché di speciale. Trump è una persona aggressiva e sgradevole ma, diversamente da Erdogan in Turchia, per esempio, non ha arrestato i giudici. Ha riconosciuto che il presidente deve obbedire alla legge e ha cominciato a cambiare le proprie intenzioni riguardo alcune delle sue politiche».
Lei chiude il libro con un omaggio al potere dell’arte, che non solo dà all’uomo un piacere superiore ma rende possibile raggiungere idee che altrimenti non possono quasi essere espresse. Gli artisti di oggi sanno produrre questo genere di epifanie?
«Tutti i veri artisti riconoscono di avere il dovere di redimere il mondo. Non in termini religiosi ma nel modo proprio dell’arte, che è trovare ordine, senso e verità nelle cose che ci travagliano. La vera arte è un lavoro di amore e gioia. Molta arte moderna invece s’è votata all’odio e alla profanazione, ma proprio per questo verrà dimenticata. Quando si guarda indietro al dopoguerra italiano, se ne trova l’anima nitidamente impressa nei film di Fellini, Antonioni e Pasolini, nella musica di Berio e Dallapiccola, negli scritti di Calvino e Moravia. E ci si renderà conto che gli italiani hanno ricevuto una benedizione».
È noto da tempo che le scimmie antropomorfe sono più aggressive dei grandi predatori. Ora sappiamo che all’origine della nostra evoluzione culturale noi eravamo sei volte più letali di un mammifero medio. Poi tutto è cambiato. Ecco perché
Noi uomini siamo particolarmente aggressivi e violenti come specie biologica, o relativamente mansueti e pacifici? E la violenza ci viene dalla natura, come sosteneva, tra gli altri, Thomas Hobbes, o dalla società, come sosteneva Jean-Jacques Rousseau, e più di recente la maggior parte degli intellettuali moderni, che ne attribuiscono almeno in parte la colpa alla cupidigia e allo spirito del capitalismo? Sembra insita nell’essere umano la presunzione di rispondere a tali domande semplicemente argomentando, come ha fatto per secoli con lo strascico di interminabili dispute, e come tende a fare anche oggi, basandosi quasi sempre sul nulla, spesso ferocemente sostenuto e difeso. Ma nel frattempo è nata la scienza con il suo apparato teorico e sperimentale, che consiste essenzialmente nel definire con precisione i termini del discorso, nel fare osservazioni il più estese e accurate possibili, concepire ipotesi e verificarle sul campo, misurando e confrontando, se necessario.
Ed ecco che della questione esposta si è occupata recentemente la rivista «Nature» pubblicando un poderoso studio che riunisce dati biologici su un migliaio di specie di mammiferi, rappresentative dell’80% delle famiglie totali, e dati biologici e storici sulla nostra specie, e scegliendo di analizzare un particolare tipo di violenza, la cosiddetta «violenza letale», cioè gli episodi avvenuti fra individui della stessa specie che conducono alla morte di almeno un individuo, cioè a un assassinio.
Dal punto di vista biologico il risultato è chiaro. All’origine della loro evoluzione culturale gli esseri umani sono stati sei volte più violenti di un mammifero medio e perfettamente in linea con i valori osservati per i primati superiori, cioè le scimmie antropomorfe — gorilla, orango, scimpanzé e bonobo — che rappresentano le specie a noi più vicine e quelle dalle quali ci siamo separati in tempi più recenti. Nei circa cento milioni di anni di evoluzione dei mammiferi, la quantità di violenza letale è sempre aumentata, dallo 0,3% iniziale all’1,1% all’origine dei primati e all’1,8% all’origine dei primati superiori, per attestarsi intorno al 2% dei primi uomini. I valori percentuali sono riferiti al totale di tutte le forme di morte. Nelle specie che mostrano valori più bassi di violenza letale si può osservare spesso un più alto tasso di «ritualizzazione» dei combattimenti. Tali ritualizzazioni conducono infatti a risparmiare molte vite, pur nel quadro di un’alta conflittualità.
Potrà stupire il fatto che le scimmie antropomorfe siano più aggressive di altre specie, per esempio dei leoni o dei cosiddetti grandi predatori, ma si tratta di un dato noto da tempo. Tra di loro le grandi scimmie sono molto più aggressive dei grandi felini. Una delle possibili spiegazioni di tale osservazione è l’aumento nei millenni dell’incidenza della vita di gruppo e della difesa del territorio nei mammiferi. La vita di gruppo mette i vari individui quasi sempre a stretto contatto tra di loro e la territorialità implica che i diversi gruppi possano competere per l’utilizzazione delle diverse risorse disponibili. Le specie che hanno uno stile di vita solitario e un minor senso del territorio mostrano tassi più bassi di violenza letale.
È chiaro che la stima dei diversi parametri in gioco richiede molta attenzione e può prestare il fianco a molte critiche. Gli autori dello studio fanno notare però che i dati raccolti per le diverse specie non si discostano molto da quello che ci si sarebbe potuto aspettare sulla base di dirette osservazioni naturalistiche. Mostrano inoltre che la propensione per questo tipo di violenza sembra avere una grossa componente ereditaria, almeno tra le varie specie dei mammiferi, perché specie geneticamente più vicine mostrano valori più simili di quelli di specie imparentate più alla larga, anche se la genetica non è ovviamente l’unico fattore ed esistono molte condizioni esterne che possono alzare o abbassare questi dati di base.
Per quanto riguarda noi esseri umani, all’inizio della nostra evoluzione culturale, eravamo piuttosto aggressivi e in linea con i valori mostrati dai nostri cugini scimmioni. Poi le cose sono molto cam- biate, drammaticamente direi, con alti e bassi che non possono essere certo spiegati con cambiamenti di natura genetica, ma piuttosto con le particolari condizioni al contorno. All’epoca dell’organizzazione in bande di incursori, nella fase detta convenzionalmente dei «cacciatori-raccoglitori», la violenza è salita di molto — anche al 30% — perché tali bande erano impegnate in continui combattimenti. Al momento invece, il tasso della nostra violenza letale è molto basso, ben 200 volte più basso di quello dei nostri antenati del Paleolitico.
Adesso siamo, almeno momentaneamente, una specie piuttosto tranquilla, anche se sempre suscettibile di improvvisi scoppi di aggressività e di crudeltà, come peraltro ben sappiamo. Questo significa che l’educazione, ma soprattutto l’invenzione di elaborate forme e assetti sociali, sono stati fattori di capitale importanza nel trattenerci dalla nostra innata furia omicida. La società è repressiva, si dice spesso, ma si tratta generalmente parlando di un’opera benedetta e di vasta portata, pur con grandi oscillazioni nel tempo e nello spazio. Se ci dimentichiamo le improbabili affermazioni secondo le quali gli esseri umani sono buoni di natura, non possiamo che essere fieri del cammino che abbiamo percorso nei millenni e in particolare negli ultimi secoli. Questo nonostante molti siano oggi convinti di vivere in una delle epoche più buie della storia.
Anche senza prendere in considerazione casi estremi e difficilmente interpretabili, il cammino della civiltà si presenta particolarmente ondivago e risente di diversi fattori, prime fra tutti la frammentazione del potere e le dimensioni delle formazioni sociali omogenee. La progressiva centralizzazione del potere esecutivo ha certamente influito positivamente nel ridurre la conflittualità fra gruppi sociali diversi, come ha influito la diffusione dell’istruzione e la codificazione dei principi del diritto che hanno portato alla formalizzazione dell’amministrazione di quella che noi chiamiamo giustizia. Questo è certamente migliorabile, ma tutto è sempre migliorabile. Molte analisi sociologiche e antropologiche contemporanee sembrano convergere su una interpretazione socio-politicagiuridica. La monopolizzazione da parte dello Stato dell’esercizio della giustizia e dell’uso «legittimo» della violenza appare il fattore fondamentale di quel processo che nel tempo ha abbassato la nostra aggressività intraspecifica e che ci ha per così dire «pacificati».
In conclusione, lo studio di cui stiamo parlando implica molto lavoro, ma le sue conclusioni sono in fondo lineari, anche se siamo sicuri che susciterà molte obiezioni da chi ama parlare. Rimangono però anche interrogativi scientifici che occorrerà affrontare, primo fra tutti il significato e la valenza dell’aumento di violenza letale nella linea evolutiva delle grandi scimmie e a quale altra loro caratteristica tutto ciò si accompagna. Sappiamo infatti che non esiste cambiamento genetico rilevante che abbia un unico effetto. Vale la pena infine rilevare come l’introduzione di misurazioni e valori numerici affidabili, può rendere abbordabili molte questioni precedentemente irrisolte e come sia fuor di luogo parlare di natura e di fatti di natura senza averli prima accuratamente studiati.
Conversazione tra MAURO BONAZZI, PAOLO DE BERNARDIS e VITTORIO POSSENTI a cura di ANTONIO CARIOTI
A partire dal saggio dell’astrofisico Paolo de Bernardis Solo un miliardo di anni? (il Mulino) «la Lettura» ha messo a confronto l’autore con due filosofi, Mauro Bonazzi e Vittorio Possenti, sul destino dell’uomo e dell’universo. Un dato che colpisce, leggendo il libro, è la dimensione infima della Terra rispetto al cosmo: solo nella Via Lattea ci sono 200 miliardi di stelle e le altre galassie pare siano duemila miliardi. L’uomo non appare irrilevante in tanta immensità?
VITTORIO POSSENTI — Per chi l’uomo sarebbe irrilevante? Non certo per se stesso. Anche se è un puntino sperduto nell’universo, ha tuttavia importanza dal suo punto di vista soggettivo. Poi c’è la questione sollevata da Blaise Pascal: l’uomo è una canna scossa dal vento, ma ha la capacità di pensare. Quindi è incommensurabile rispetto all’universo, che non ha pensiero. Non conta tanto la sproporzione dimensionale, quanto la differenza di livello ontologico.
MAURO BONAZZI — Sì, c’è una specificità dell’uomo che rimane tale, almeno finché non troveremo altre forme di vita intelligente nel cosmo. Nel suo saggio de Bernardis fornisce cifre impressionanti sull’immensità dell’universo, ma per concepire questa enorme grandezza ci vuole la coscienza umana, che non si può misurare. E allora l’uomo quanto più si scopre piccolo rispetto al cosmo, tanto più diventa grande per la sua ambizione a capirlo.
VITTORIO POSSENTI — Ma se pure trovassimo altre forme di vita intelligente, ciò non cambierebbe lo statuto ontologico dell’uomo. Anche il filosofo neoplatonico Proclo individuava tra l’Uno e l’umano una gradazione di esseri spirituali intermedi. E nella tradizione biblica ci sono gli angeli. La scoperta di alieni intelligenti non cambierebbe la struttura dell’essere, la renderebbe solo più complessa.
PAOLO DE BERNARDIS — L’uomo non è certo speciale per le sue dimensioni, ma questo conta poco. Noi astrofisici studiamo particelle ben più piccole dell’uomo, le cui interazioni hanno conseguenze decisive a livello cosmologico. Va aggiunto tuttavia che l’uomo ha un impatto quasi nullo sull’universo: può influire sulla Terra e forse (ma è molto improbabile) sul Sole, sul cosmo intero sicuramente no. Da questo punto di vista appare davvero irrilevante. Quanto al pensiero, è una facoltà meravigliosa, che ci distingue in modo netto. Forse, aumentando in futuro la potenza di calcolo dei computer, si otterrà qualcosa di simile al pensiero. In tal caso la specificità dell’uomo verrebbe meno. Oggi crediamo di essere gli unici in grado di spiegare come funziona l’universo, ma non possiamo escludere che qualcun altro, su un pianeta lontano, possa esserci riuscito.
MAURO BONAZZI — Diceva Aristotele che la forma di conoscenza più alta riguarda quelle realtà necessarie su cui non possiamo influire, perché è dotata di una perfezione che manca ai saperi relativi all’uomo, ben più incerti e precari. E anche la tradizione cristiana sostiene che esistiamo per ammirare l’opera di Dio. L’immagine su cui si chiude il libro di de Bernardis, con un universo che si spegne dopo essersi espanso su scala smisurata, è così potente e sconvolgente, ma anche affascinante, da indurci a concludere che, anche solo per concepire una simile idea, è valsa la pena che siano esistiti gli esseri umani.
PAOLO DE BERNARDIS — Credo che siamo prigionieri di un problema antropico. Noi ci poniamo queste domande perché si sono verificate premesse che ci hanno permesso di esistere. Ma che tali condizioni siano state definite apposta per noi non è dimostrato. Potrebbero del resto esistere infiniti altri universi paralleli, privi dei requisiti necessari alla comparsa della vita e con evoluzioni diversissime. In effetti non possiamo nemmeno rispondere all’interrogativo se l’uomo sia unico o no in questo universo, perché non lo abbiamo esplorato abbastanza per concludere che anche solo nella nostra galassia non esistano altre forme di vita intelligente. Tuttavia da alcuni anni abbiamo individuato alcuni «pianeti candidati», adatti a ospitare la vita. Sappiamo che esistono, ma dimostrare che siano abitati da esseri intelligenti è difficile. Possiamo solo stimare probabilità che non sono esigue. VITTORIO POSSENTI — Anch’io sono stato colpito dalle conclusioni del libro. Vi ritrovo un forte senso umanistico, con l’esortazione a impegnarci per evitare che la Terra diventi inabitabile. C’è però un’altra parte
Paolo de Bernardis è un astrofisico che ha appena pubblicato un saggio sul futuro delle galassie. Su questo tema — e sul senso dell’uomo e la sua collocazione all’interno della storia e della geografia del cielo — «la Lettura» ha organizzato un confronto con i filosofi Mauro Bonazzi e Vittorio Possenti
che inclina verso la malinconia cosmica, prospettando un universo che lentamente decade per miliardi di anni fino allo zero termico. Viene da chiedersi: a che pro tutto questo? La scienza propone scenari grandiosi, spinta dall’impulso naturale a conoscere di cui Aristotele parlava all’inizio della Metafisica. Ma la scienza non basta a se stessa, deve allearsi con la filosofia: noi siamo esseri dinamici, dotati di volontà, libertà e intelligenza, e non ci rassicura pensare che tutto finirà in uno stato di quiete o di morte.
PAOLO DE BERNARDIS — «A che pro?» è una domanda a cui la scienza non può rispondere. La filosofia forse sì. Quanto al destino del cosmo, resta un punto interrogativo. Le nostre conoscenze sono troppo limitate per stabilire con certezza che tutto finirà nella morte termica. È uno scenario possibile, ma finché non esploreremo meglio le componenti più elusive dell’universo, la materia oscura e l’energia oscura, non potremo essere sicuri che andrà così. Quella prospettiva vale sotto certe ipotesi ancora da verificare, prima fra tutte che l’energia oscura mantenga le sue attuali proprietà.
MAURO BONAZZI — Quando Aristotele dice che gli uomini vogliono conoscere, non parla solo di accumulare informazioni. Quello è il mezzo; l’obiettivo è comprendere il significato della nostra esistenza. La filosofia e la religione sono nate con l’assunto che ci fosse un senso da trovare per via razionale o con la fede. La scienza però descrive un mondo privo di un disegno, che sembra frutto del caso, quindi pone interrogativi radicali ai filosofi. Ne conseguono due atteggiamenti diversi. Uno è la «morte di Dio» di Friedrich Nietzsche, che carica lo scenario di angoscia: l’uomo si era sempre creduto al centro del creato e scopre con sgomento di essere marginale. L’altro atteggiamento risale a Epicuro, che invece di spaventarsi considerava meraviglioso il fatto (potremmo quasi chiamarlo «miracolo») che fossimo sorti dal caso ed esortava a gioirne. Questa potrebbe essere una soluzione saggia: di certo il compito della filosofia è tenere aperte le domande di senso alle quali la scienza non risponde. PAOLO DE BERNARDIS — Nel libro ho inserito alcuni dei «miracoli» (ma preferisco chiamarli eventi a bassissima probabilità) che fanno funzionare l’universo. Penso alle reazioni nucleari che avvengono nelle stelle, quando nuclei d’idrogeno si fondono producendo elio, nonostante la repulsione tra i due protoni. Ancora più improbabile è però che dall’elio si formi carbonio. La vi-
ta si basa sul carbonio, che è prodotto nelle stelle. Ed è davvero fantastico, quasi incredibile, che due nuclei di elio possano fondersi facilmente formando berillio e che una risonanza del nucleo di carbonio consenta di formarlo, fondendo berillio ed elio. Più in generale basterebbe che i valori di alcune costanti cosmiche fossero diversi, anche di poco, per mutare la struttura dell’universo e impedire la vita. È stupefacente apprezzare quanto improbabile sia la nostra esistenza. VITTORIO POSSENTI —
Lo scienziato Guido Tonelli, sulla «Lettura» del 18 settembre, esortava noi filosofi a non occuparci solo di linguaggio ed epistemologia, ma anche di cosmologia. Io sono d’accordo e vorrei raccogliere l’invito. Da sempre la filosofia ha studiato tre fattori: Dio, il cosmo, l’uomo. Ma in epoca moderna i primi due temi sono stati accantonati per privilegiare la riflessione dell’uomo su se stesso. Riscoprire la cosmologia significa aprire gli orizzonti, affrontando anche la questione del caso. La definizione migliore del caso, secondo me, risale a un filosofo vissuto tra il V e il VI secolo d.C., Severino Boezio: l’incontro non preordinato di serie causali che s’in- crociano. Per esempio, se esco a passeggio, posso incontrare una persona che va a imbucare una lettera. Si tratta di un evento casuale, sebbene ciascuno di noi sia sceso in strada per una ragione, una causa. Semplificando al massimo, ne consegue che l’idea di un caso originario, fucina primordiale del mondo, è contraddittoria: prima della casualità c’è sempre una causalità. Quindi la presenza del caso non comporta l’assenza di un progetto. La scienza moderna, come ipotesi, esclude le cause finali. Ma sotto il profilo filosofico una finalità immanente a tutta la realtà esiste, è il passaggio dalla potenza all’atto di cui parlava Aristotele.
PAOLO DE BERNARDIS — I fisici però definiscono il caso in modo differente da Boezio. Nella meccanica quantistica, fondata sul principio di indeterminazione di Werner Karl Heisenberg, non si parla di causalità. Quando lanciamo un dado, non possiamo tenere sotto controllo l’esito. Ma secondo Boezio, e anche secondo Albert Einstein, se fossimo in grado di conoscere in modo accurato tutti i fattori in gioco, potremmo stabilire il risultato del lancio. Invece nella meccanica quantistica la probabilità che si può calcolare è basata su fenomeni microscopici assolutamente casuali, di cui non è possibile prevedere lo svolgersi. Si può soltanto stabilire un risultato medio in senso probabilistico. E tuttavia una varietà enorme di fenomeni può essere spiegata proprio partendo dal principio di indeterminazione.
MAURO BONAZZI — Però, se capisco bene, a livello microscopico vige questa nozione di caso, mentre in campo cosmologico valgono ancora leggi causali.
PAOLO DE BERNARDIS — Ma ci sono contatti tra le particelle e il cosmo. Per esempio nel punto d’inizio dell’universo la densità è così elevata che le leggi vigenti sono quelle dell’infinitamente piccolo. Non abbiamo ancora una teoria valida circa i primi attimi del cosmo, perché mancano osservazioni sufficienti e leggi verificate per energie così alte. Sappiamo però che, per descrivere quella fase iniziale, la relatività generale (teoria classica che rifugge il caso) e la meccanica quantistica andrebbero unificate. Un tentativo di farlo è la teoria delle stringhe, ancora in fieri. MAURO BONAZZI — Un’altra obiezione alla tesi che ci sia una causa originaria dietro gli eventi casuali, esposta da Possenti, è che forse un inizio manca. Così la pensava Epicuro, per cui l’universo esiste da sempre e da
Le immagini Sopra e nella pagina seguente: teamLab, Light in
space (2016, installazione interattiva digitale). L’opera realizzata nel 2001 dal gruppo fondato dal giapponese Toshiyuki Inoko, è esposta al Mori Art Museum di Tokyo (www.mori.art. museum) fino al 9 gennaio nell’ambito di The Universe in
art: oltre duecento i lavori in mostra, dai meteoriti, ai fossili, ai Codici di Leonardo, alle fotografie di astronauti, alle opere di artisti contemporanei come Jules de Balincourt e Tom Sachs. teamLab si definisce «un gruppo di ultratecnologi che amano esplorare i punti di contatto tra arte, tecnologia e natura partendo dall’antica tradizione giapponese. La natura umana Possenti: la nostra specie, che pare un puntino sperduto, non è però irrilevante, ha la capacità di pensare De Bernardis: è vero ma non siamo in grado di influire sull’universo
sempre è governato da processi casuali.
VITTORIO POSSENTI — Vorrei approfondire il tema del principio di indeterminazione, per cui non possiamo fissare contemporaneamente in modo preciso la posizione e la velocità di una particella. Non mi pare un’obiezione decisiva nei confronti della causalità. Se una particella è in moto, ci dev’essere una forza che agisce. Che poi di tale moto si possa stimare soltanto una probabilità non penso precluda l’operare di una causalità.
PAOLO DE BERNARDIS — Nel ragionamento di Heisenberg sì. Quando fissiamo la posizione di una particella nella meccanica quantistica, la sua velocità è del tutto ignota. E concetti tipo la causa e l’effetto, come la forza che agisce su una massa e l’accelerazione che ne consegue, non sono applicabili a livello microscopico: li sostituiscono leggi non più deterministiche, che possono solo calcolare una probabilità, ma non prevedere univocamente un fenomeno a partire da condizioni iniziali. Anche perché proprio tali condizioni restano almeno in parte sconosciute. Si può ritenere che ciò sia un limite della fisica quantistica, considerarla monca. Alcuni scienziati la pensano così, altri reputano che la teoria sia pienamente valida e che non sia proprio possibile enunciare leggi deterministiche.
VITTORIO POSSENTI — Accetto che non si riesca a dominare la complessità straordinaria del moto delle particelle. Ma mi domando se ciò sia sufficiente a escludere una qualche forma di causalità.
MAURO BONAZZI — Forse no. Ma dato che la meccanica quantistica ha dimostrato il suo valore conoscitivo, l’onere della prova di smentirla tocca a chi sostiene la persistenza del principio di causalità.
PAOLO DE BERNARDIS — Il fisico pragmatico si accontenta di fare previsioni sui fenomeni. O perché alla base non c’è causalità o perché la teoria non è abbastanza potente da tenerne conto, posso solo valutare la probabilità di un certo risultato.
MAURO BONAZZI — Secondo me il principio di indeterminazione segna una svolta anche per la filosofia. Mentre prima cercavamo un disegno nella realtà, ades- so dobbiamo cominciare a pensare la realtà come se non avesse senso. Ora però vorrei chiedere a de Bernardis che cosa c’era, secondo i fisici, prima del Big Bang. Per la filosofia dal nulla non può nascere nulla, quindi qualcosa dev’esserci prima dell’esplosione originaria.
PAOLO DE BERNARDIS — Al momento non siamo in grado di rispondere. Ma è nostro dovere fare ipotesi e molti colleghi stanno lavorando su che cosa c’era prima e anche sulla natura del Big Bang. Del resto è stupefacente notare come la somma complessiva dell’energia nell’universo, considerando energia cinetica positiva ed energia gravitazionale negativa che si annullano a vicenda, sia oggi zero come lo era all’inizio. Tutto ciò che vediamo corrisponde a un’energia perpetuamente nulla. VITTORIO POSSENTI — Ma il fatto che l’energia sia la stessa all’inizio e oggi non significa che sia nulla. Il nulla è un ente di ragione, che formiamo con la mente attraverso una negazione assoluta della totalità dell’essere. E dal nulla non può nascere qualcosa. Se oggi c’è dell’essere, inevitabilmente c’è sempre stato, sebbene sotto altre forme. Inoltre l’essere, avendo come limite il nulla che non c’è per definizione, risulta infinito. Quindi è assurdo dire, come fanno fisici tipo Stephen Hawking e Leonard Mlodinow, che l’universo proviene dal nulla assoluto: semmai è sorto dal vuoto quantistico, che è un concetto ben diverso. PAOLO DE BERNARDIS — Dal punto di vista quantistico il nulla è visto come un pullulare di effimere particelle virtuali che si formano e spariscono immediatamente grazie al principio di indeterminazione. Le leggi
fisiche prevedono che per un tempo brevissimo possa manifestarsi un’energia molto elevata. Ed è plausibile che un evento simile abbia generato la sequenza da cui è scaturito l’universo. Che cosa c’era prima? Difficile dirlo. Di certo c’era la potenzialità di quanto è avvenuto e potrebbe essere successo anche altrove.
MAURO BONAZZI — Qui emerge una dualità: da una parte la fisica quantistica, retta da un’originale nozione di caso; dall’altra leggi caratterizzate invece dal requisito della necessità. Sono come norme che regolano una gamma infinita di possibilità. È quasi un ritorno a Platone, con il mondo delle idee e le loro realizzazioni concrete. VITTORIO POSSENTI — Per tornare alle vicende dell’universo, mi chiedo se la filosofia stoica non avesse intuito aspetti che oggi riscopriamo attuali. Quella scuola parlava di ekpyrosis, la dissoluzione nel fuoco e la rinascita dal fuoco dei cicli dell’«anno cosmico», cui assegnava una durata di 100 mila anni solari. Non è un processo simile al succedersi del Big Bang e del Big Crunch teorizzato dai fisici di oggi? Però bisogna fare i conti con l’entropia, cioè l’aumento del disordine nel sistema. Nel momento in cui l’espansione dell’universo giunge al culmine, con la temperatura prossima allo zero e l’entropia al massimo, come può partire un processo che ricrei ordine?
PAOLO DE BERNARDIS — Ci sono due teorie diverse. L’idea di un universo ciclico teorizza l’alternanza tra fasi di espansione innescate dal Big Bang, in cui la densità diminuisce, e fasi di collasso, in cui la densità prende ad aumentare fino al Big Crunch. Un cosmo del genere non ha inizio né fine, ma si scontra appunto con il problema, mai realmente risolto, dell’entropia nelle fasi di transizione da un ciclo all’altro. L’altra teoria prevede invece un’espansione ininterrotta, da cui non si torna indietro, conclusa dalla morte termica. Ed è questa l’ipotesi che sembra favorita dalle rilevazioni attuali. Dico «sembra» perché sappiamo troppo poco dell’energia oscura: una sua eventuale transizione di fase potrebbe cambiare le proprietà dell’universo, magari provocandone il collasso. La verità è che dobbiamo studiare molto per capirne di più.