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mercoledì 16 agosto 2017

Groucho Marx

Mirella Serri per “la Stampa”

groucho marxGROUCHO MARX
Della mia cerimonia di bar mitzvah ricordo pochissimo anche se è il momento in cui un ragazzo diventa un uomo e in sinagoga fa un discorso ringraziando i genitori per averlo generato». Peccato, però, che in casa Marx, intesa come la famiglia di Groucho, Chico, Harpo, Gummo e Zeppo, nessuno sapesse buttar giù nemmeno quattro righe. E così la mamma «comprò un discorso già pronto per pochi centesimi»: lo ricorda il più celebre dei cinque fratelli, Julius Henry detto Groucho, ovvero brontolone, il quale peraltro sarebbe diventato una stella del cinema, del teatro, della radio e pure un famoso scrittore.

Sabato ricorrono i 40 anni dalla morte del comico dai baffoni e dalle sopracciglia dipinte e ritorna l' autobiografia Groucho e io , edita per la prima volta nel 1959, un «racconto», sostiene l' autore, che «è stato scritto nelle lunghe ore trascorse aspettando che mia moglie si vestisse per uscire. Se non si fosse vestita affatto questo libro non sarebbe mai stato scritto» (sarà ripubblicata a settembre da Adelphi, pp. 339, 15,70).

Groucho marxGROUCHO MARX 
Groucho, avendo abbandonato gli studi, per lungo tempo con la scrittura avrà poco a che fare: «Ho sempre rimpianto di aver interrotto la mia educazione in quinta elementare. È piuttosto dura quando ti trovi nel gran mondo la padrona di casa potrebbe snocciolare teorie di Schopenhauer e Kafka. Tu al massimo potresti spingerti alla tabellina del sette». Poi, però, divenuto un infaticabile autodidatta e gran lettore, con le sue molteplici capacità, che vanno dall' aspra critica a tutte le forme di potere e di violenza alla creazione di un nuovissimo stile recitativo connotato da comicità torrenziale, nonsense e calembours, eserciterà un' incredibile influenza sull' intellighentia europea e d' oltreoceano.

LA COPERTINA DEL LIBRO DI GROUCHO MARXLA COPERTINA DEL LIBRO DI GROUCHO MARX
A individuare in lui un punto di riferimento culturale saranno Andy Wharol, Thomas S. Eliot (con cui ebbe un bellissimo carteggio), Ernst Lubitsch, René Clair e Federico Fellini che lo avrebbero voluto nei loro film, Jack Kerouac, Roman Jakobson (saltava le lezioni accademiche per andare a vederlo al cinema), Antonin Artaud, Eugène Ionesco, Mel Brooks, Bette Davis e Robert Redford. Per arrivare a Roberto Benigni che, sulla scena, ne riproduce l' ampia e teatrale falcata.

Groucho, con il suo humour indignato e sarcastico, da vero «musone» come voleva il suo soprannome, mette alla berlina politici corrotti, legulei imbroglioni, accademici prepotenti e truffaldini e pure i potenti della terra, come Adolf Hitler a cui dedicherà La guerra lampo dei fratelli Marx , film che quando uscì nel 1933 sarà proibito in Germania e in Italia. Lo stile-Groucho ammalierà pure gli studenti francesi, i quali nel 1968 scrivevano sui muri di Parigi «Je suis Marxiste, tendance Groucho»: con l' umorismo ebraico, che era come diceva Freud autocritico e scarsamente consolatorio, diventerà il prototipo di un intellettuale «assolutamente moderno».
GROUCHO MARXGROUCHO MARX

Destinato a durare nel tempo perché non risparmia nessuna categoria e nessun ceto sociale, dai più abbienti ai più poveri compresa la sua squattrinata famiglia sempre in cerca di espedienti per sopravvivere. «Che papà fosse un sarto era un' idea condivisa soltanto da lui. Ai suoi clienti era noto come "Sam lo spostato"», così narra le peripezie di suo padre, un artigiano che sfornava pantaloni storti e giacche sbrindellate. Lui stesso si autorappresentava come «un intoppo nell' ingranaggio dell' universo. Non potevo neanche guardarmi in faccia.

Non avevo i soldi per comprarmi uno specchio»; si descriveva come un attore assai disgraziato: «Io e i miei fratelli ci arrabattammo anni prima di arrivare. Lavoravamo in cittaduzze dove oggi rifiuterei di essere sepolto, anche se il funerale fosse gratis e in più mi regalassero la lapide». I suoi guadagni furono veramente ingenti, eppure, sempre in nome di una comicità che non fa sconti a nessuno, Groucho parlava di sé come un incapace e come uno sprovveduto nel momento in cui avrebbe dovuto essere più accorto, durante la crisi del '29: «Certi miei conoscenti persero milioni.
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Io fui più fortunato: persi solo duecentoquarantamila dollari (ossia centoventi settimane di lavoro a duemila a settimana). Avrei perso di più, ma quelli erano tutti i soldi che avevo». Era stata mamma Minnie, sempre allegra e solare, a procurare a Groucho uno dei primi ingaggi e a spedirlo nella compagnia di un' attrice londinese che poi scappò con l' incasso. Sempre la madre aiutò poi Groucho, il brutto anatroccolo dei teatri di provincia, a diventare il cigno di Broadway.

L' esordio di Groucho nel mondo della celluloide sarà nel 1929 con Noci di cocco , uno dei primi film sonori che guadagnerà la pazzesca cifra di due milioni di dollari, a cui seguirono tanti altri successi, da Animal Crackers a Monkey Business (Quattro folli in alto mare) e Horse Feathers (I fratelli Marx al college). Quasi per uno scherzo del destino, la scomparsa di Groucho avverrà sottotono e sarà oscurata dalla morte di Elvis Presley verificatasi tre giorni prima (il 16 agosto 1977). Ma la sua fama non era destinata a sparire: come ha detto Woody Allen, paragonandolo a Picasso e a Stravinskij, Groucho è un artista in grado di conquistare il pubblico «anche tra mille anni».

martedì 15 agosto 2017

Elvis

Meglio non andarli a vedere quei filmati degli ultimi anni. Il re è gonfio, imbolsito, ottenebrato dalle medicine, uno spettacolo impietoso che rischia di cancellare la gloria, lo splendore di quel bacino che roteando selvaggiamente a metà degli anni Cinquanta aveva annunciato prima all’America, e poi al mondo, che stava arrivando una rivoluzione: i giovani, il sesso, il rock&roll. Il vecchio mondo scava andando in scadenza e il primo a cui toccò in sorte di mostrarlo era un giovanotto di provincia, cresciuto ascoltando le radio country e quelle di musica nera, un cocco di mamma che appena fu in grado di muoversi per conto suo andò in un negozietto di Memphis dove realizzavano dischi, copie immediate e uniche a pagamento, per registrare una canzone e portarla in regalo a sua madre.
 
Il suo nome era Elvis Aaron Presley, era nato in una umile baracca da Gladys e Vernon, e di talento ne aveva da vendere. Per uno di quei colpi di fortuna che segnano la storia della musica, a notarlo fu proprio la segretaria di quel negozietto, non le dispiacque il modo di cantare dell’adolescente Presley e lo segnalò al suo capo che, altro colpo di fortuna, era il leggendario Sam Phillips, capo dell’etichetta Sun, il quale un giorno ebbe la felice e celeberrima intuizione: "Cerco un bianco che canta come un nero". Elvis si presentò in studio il 6 luglio del 1954, immaturo, impreparato, con un sacco di sbagli, indecisioni, ma a poco a poco la rivoluzione prese forma. Si intitolava That’s alright mama e Sam Phillips aveva trovato il suo ragazzo bianco che cantava come un nero.
 
I suoi trucchi vocali, i vocalizzi ritmati, erano tutto sommato demodé, li aveva imparati alla scuola del gospel e dalle radio di Memphis, ma per incanto diventano una miccia per il nuovo corso. Nulla di nuovo, ad analizzare elemento per elemento, ma in realtà il mix era totalmente nuovo; di più, era letteralmente esplosivo. Come affermò John Lennon: "Prima di Elvis non c’era niente". Elvis è la dimostrazione che la vera rivoluzione del rock&roll, di cui costruisce l’estetica di base, e soprattutto nel comportamento. È questo che fa la differenza. Fu un colpo di fulmine. Phillips portò il disco a una radio locale che all’inizio non voleva trasmetterlo perché proponeva solo roba nera. Poi si convinse e i centralini andarono in tilt: a fine luglio il primo concerto e le ragazzine già urlavano. Elvis non capiva. Dovette spiegarglielo Scotty Moore, il suo chitarrista: "È per via della gamba, per come la muovi". Altra lezione che Elvis memorizzò immediatamente.
 Continuò a incidere singoli e a espandere il suo successo che aveva ancora dimensioni territoriali. I dischi non decollavano perché molte radio bianche lo trovano troppo nero e le radio nere troppo bianco. Ma era il suo segreto e la sua forza. Elvis cominciò ad assaporarla sempre di più col pubblico, si atteggiava come una sorta di nuovo Rodolfo Valentino, sognando di diventare un idolo del cinema; comincia a sviluppare nei concerti la sua attitudine selvaggia e sexy e le donne vanno sempre più in visibilio quando lo vedono.
La sua mimica è il primo mattone del rock, nelle sue movenze c’è già tutto quello che si svilupperà negli anni a venire, nei concerti rock. Nel tour del 1955 accadono scene di isteria, piccoli tumulti e questo è molto interessante perché Elvis non era ancora conosciuto a livello nazionale, quindi non c’era nessuna copertura dei media. Era un fenomeno spontaneo e immediato: finché incontrò un personaggio destinato anche lui a diventare un archetipo, il manager, il famigerato Colonnello Parker, esperto di elefanti e luna-park. Tom Parker capisce bene quale miniera d’oro gli si sia presentata davanti.

Nel frattempo Elvis stava sempre più diventando un idolo locale, grazie ai concerti, ma i dischi vendevano ancora pochissimo e per questo, malgrado la sua formidabile intuizione iniziale, Sam Phillips vendette Elvis per un pugno di dollari alla Rca. L’11 gennaio 1956 viene organizzata la prima seduta con la Rca. Incide I got a woman e poi Heartbreak Hotel che esce in febbraio e trionfa, per la prima volta nella storia, in tutte e tre le classifiche: country, rhythm and blues e pop. Il crossover del rock&roll si era compiuto. E ancora di più si definì con le prime scandalose, contestate, censurate apparizioni televisive, anche perché Elvis non bastava ascoltarlo.

Per capire fino in fondo la sua rivoluzione bisognava vederlo, bisognava vedere quel volto ambiguo, allo stesso tempo maschile e femminile, bisogna vedere il suo corpo che scattava come se fosse percorso da una scossa elettrica. Quado arrivarono Don’t be cruel e Love me tender, l’ultimo pezzo che mancava, ovvero la grande prateria del pop, fu sua. Non c’erano più limiti, il mito di Elvis attraversò il pianeta. La faccia di Elvis, languida ma anche oltraggiosa, lo aveva palesemente reso un idolo erotico, un peccatore dal volto d’angelo, chiamato 'Elvis the Pelvis' per il modo in cui muoveva le anche. Quando finalmente arrivò all’Ed Sullivan Show, il 5 settembre 1956, a guardarlo furono 53 milioni di spettatori.

Recita in 29 film, a partire proprio da Love me tender che fu reintitolato così proprio grazie a Elvis. Elvis, però, non era poi così semplice: in lui convivevano in modo tumultuoso un'anima da peccatore e ribelle, e una da figlio di mamma, rispettoso e in fondo un po’ reazionario, tant’è che quando a dicembre del 1957 arrivò la chiamata alle armi, Elvis accettò di buon grado, anzi ne approfittò per spandere in giro l’immagine del bravo ragazzo, obbediente e patriottico. Per molti Elvis è finito lì o - per meglio dire - lì è finito l’Elvis rivoluzionario, quello che aveva inventato un nuovo modo di pensare la musica, che aveva unito fisicità e pensiero, che aveva portato nel mainstream la selvaggia libertà sessuale della musica afroamericana. Dopo ci fu solo il Re, stracolmo di onori e successi, l’eroe di Las Vegas, il monarca sempre più solo, l’isolamento della reggia di Graceland circondato dalla cosiddetta Memphis mafia, il Re che morì ancora giovanissimo, a 42 anni, riempito di medicine, di oblio, di oscure fantasie, di ricordi sempre più appannati e che ha lasciato in eredità al rock una corona che ancora luccica come una stella nel firmamento.

Raoul Casadei

Lorenza Cerbini per www.corriere.it

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«A meno che non sia morto senza accorgermene, sono pienamente vivo». Raoul Casadei compie 80 anni il 15 agosto e li festeggia a Santarcangelo di Romagna (Rimini) sul palco insieme al Canzoniere Grecanico Salentino (gruppo di musica popolare salentina, ndr). Una serata di musica in cui «Il Liscio incontra la Taranta Salentina». Romagna e Puglia insieme, due terre, due amori che passo dopo passo hanno marcato la vita di quest’uomo diventato il «Re del liscio». Con lui gli italiani si sono divertiti, conosciuti, fidanzati, sposati per generazioni. Oggi vive a Gatteo a Mare in quello che lui chiama il «Recinto Casadei». Ci sono cani, galline e un orto che lo tiene impegnato. C’è la Pina e ricordi diventati leggenda.

Cosa è esattamente il «Recinto Casadei»: una comune, una casa padronale? 
«È la cosa più bella della mia vita. Sono diventato famoso anche per aver cantato la famiglia. Qui viviamo in tanti. Ci sono le mie figlie Carolina e Mirna con i fidanzati. C’è mio figlio Mirko che ha 44 anni ed è già nonno. Ci sono Sabrina, Kim e Asia diventata mamma di Noa quattro anni fa. Non sono un patriarca, però. Qui ognuno fa quello che vuole. E ci rispettiamo. Mangiamo spesso insieme. Coltivo l’orto per tutti. Faccio il vino biologico e vado a prendere il pesce dalle barche».

È vero che ha molte galline? 
«Ne ho 13 o 14 e non le ammazzo mai. Fanno 10 o 12 uova al giorno, sia in estate sia in inverno, anche perché le inganno. Quando arriva il freddo, in ottobre, le chiudo in uno stanzone illuminato e riscaldato con fieno, così loro credono che sia sempre estate e non smettono mai di fare uova. Mia moglie Pina le usa per fare i babà, lei che è napoletana. E se ne ho troppe le regalo ai vicini».
E i cani?
«Ne abbiamo quattro. Con Folk e Springhel vado a caccia in Puglia: a Varano e Lesina, nel Gargano, ma anche a Roseto Valfortone dove ho incontrato mia moglie»

Si ricorda quel giorno? 
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«Era il primo giorno di scuola. Allora facevo il maestro. Pina veniva da Napoli ed era accompagnata dal padre. Eravamo tutti in un alberghetto, con un ristorantino. Avevo con me il cane che si è avvicinato al loro tavolo e sono corso a chiedere scusa. Le ho rubato il primo bacio mentre eravamo per terra, cercando di raccogliere le perline di una collana che si era rotta mentre cercavo di avvicinarla. Abbiamo avuto tre figli: Carolina, la mia manager; Mirna che lavora nell’immobiliare e Mirko che conduce l’Orchestra Casadei che il prossimo anno festeggerà i 90 anni di attività».

Ha un indirizzo email? Ascolta musica su Spotify? 
«Ascolto musica tutto il giorno, ma sulle radio. Ho un telefono antico che vale cinque euro. La tecnologia è un miracolo, ma non mi faccio coinvolgere. Leggo ancora l’enciclopedia Treccani».
Che genere ascolta? 
«Amo Bob Marley e Mango per le sue atmosfere. Conosce il brano “Oro”? Ecco, mi fa sempre rabbrividire. Poi, canto le mie canzoni, “Romagna capitale” che è un acquerello sulla Romagna di oggi. Nonostante gli 80 anni, vivo l’attualità. Ai miei amici coetanei voglio molto bene, ma non mi trovo più, li sento un po’ passati, parlano di politica di una volta, di quando facevano il militare».

Il liscio può avere un revival?
«Fa parte dell’Italia. Con mio zio Secondo era solo ballo. Con me è diventato canzone: “Ciao mare”, “Simpatia”, “La Mazurka di periferia” e altri mille brani fin troppo raffinati… Negli anni Settanta, facevo oltre 300 serate all’anno. È stato un momento fortunato. All’epoca in Italia esistevano undici orchestre di liscio. Io avevo qui la mia America e non sono mai stato Oltreoceano perché ho paura dell’aereo».
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Chi è il suo erede ufficiale?
«Ho ereditato l’Orchestra da mio zio Secondo e l’ho lasciata a mio figlio Mirko. Gli altri sono imitazioni».
È un uomo pieno di vizi, beve e fuma la pipa... 
«Ma questi sono vizi belli! Fumo il sigaro toscano, bevo una grappina e il Sangiovese da 14 gradi di mia produzione. Faccio un’ora di ginnastica tutte le mattine mentre ascolto “Prima Pagina”, il programma delle 7.15 su Radio 3. Quindi, faccio un’ora di nuoto. Seguo un po’ di politica… Non capisco però, ogni volta che abbiamo un leader lo distruggiamo… Comunque, vado anche nell’orto, due ore al mattino e due alla sera. Adesso sono pieno di melanzane e cetrioli. Finita la festa di compleanno, inizieremo a preparare le verdure per l’inverno: le cime di rapa importate dalla Puglia, la cicoria, i cavoli romani e i broccoli».
Il segreto per arrivare felice a 80 anni?
«L’ottimismo. Ho avuto molti traumi, con gente che mi ha ricattato, ma non ho mai odiato nessuno».

È vero che negli anni Settanta, dal palco cercava di far accoppiare la gente? 
«Era il famoso “ballo sociale”. Ho creato il protagonismo del pubblico e non vado d’accordo con le scuole di ballo di oggi che fanno gruppo. Due anni fa ho incontrato un uomo che mi ha detto: “Mi sono sposato per merito suo. In piazza a Foggia c’era la festa del patrono. Poi, nell’euforia lei ha detto: Adesso prendete la donna che vi è accanto. E così ho fatto. Ci siamo sposati e ho chiamato mio figlio Raoul”».

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Utilizzerebbe le app di incontri di oggi per trovare una donna?
«No, assolutamente. Sono un uomo dal vivo, reale, con sentimento, come la mia musica. Non sono un organizzatore di cose, ma di manifestazioni».
E quali ricorda con piacere?
«Ho inventato la parola “liscio” nel 1972, alle Rotonde di Garlasco, a Pavia. Un posto all’avanguardia, con quattro piscine. Ci veniva anche la Milano bene. Le coppie si baciavano... Andava tutto bene e mi è venuto spontaneo dire: “Vai col liscio”. Tra il pubblico c’erano anche Rosanna Mani e Gigi Vesigna, inventore di Sorrisi e Canzoni. La settimana dopo mi hanno dedicato la copertina. E ho avuto un bell’incontro con Elio e le Storie tese. A Sanremo abbiamo presentato “La terra dei cachi”. Lui sul palco e io in prima fila con i giornalisti che mi seguivano. Elio è un grande musicista».

Cosa è l’amore per lei? 
«La cosa più importante della vita. Deve riempire l’anima».
E il sesso? 
«Importantissimo. Non parlo di sesso meccanico, ma di quello passionale. È unione dei sentimenti, una parte fondamentale della vita».
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Nel 2013 ha festeggiato le nozze d’oro con Pina… 
«Ci siamo trovati bene: lei napoletana, io romagnolo, più caldo di lei tutta casa e chiesa, ma poi quando è venuta con me ha smesso. Oggi sta facendo la salsa di pomodoro, ne ha un quintale e mezzo».

I valori che trasmette ai suoi nipoti?
«L’amore per la musica, la casa, la famiglia. Ma anche saper comunicare con gli altri e agire nel rispetto, senza danneggiare. Kim ha 20 anni, è bello bravo e suona piano e chitarra. Sogniamo di averlo sul palco, ma lui non ne vuole sapere e il prossimo anno vuole andare in Inghilterra con l’Erasmus».
Oltre a «Romagna Mia» quale il brano a cui è più legato?
«“Romagna capitale”: Romagna ballerina/Romagna che si sveglia col sorriso ogni mattina…»

In un Paese che è cambiato, cosa le manca della Romagna di ieri? 
«Nulla, niente. Vivo di attualità. I bagnini sono sempre accoglienti, fanno il loro lavoro con passione. I turisti apprezzano. Mi dispiace che la Taranta salentina ci abbia battuto. Bravi i pugliesi. Si sono organizzati, hanno investito, ci han creduto. Il liscio, come la taranta, è un’identità. Con la globalizzazione dobbiamo avere qualcosa con cui identificarci oltre alla piadina».
Tiene ancora qualche concerto?
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«Raramente. Stasera andrò però sul palco a salutare la gente e semmai dedicherò loro “Romagna Capitale”. Sono stato sul palco quindici giorni fa a Bellaria, per“La Notte del liscio”. C’erano Morgan e Bennato. Sono salito con loro a fare un po’ di spettacolino…»
Significa che Morgan e Bennato hanno suonato e cantato il liscio? 
«Certamente. Morgan è un matto duro e ha fatto una cosa incredibile. Ha preso un brano di Gino Paoli, “Sapore di sale”, e “Ciao Mare” e li ha uniti insieme facendo dei giochettini. La gente si è divertita moltissimo. Bennato, ha cantato “Tu sei la mia simpatia”, una mia canzone».
Le sue paure? 
«Non ho paura della morte. Due giorni prima della Notte del liscio, mi è capitato un arresto cardiaco mentre facevo un controllo in ospedale. Sono morto per 30 secondi. Adesso sono rinato, sono un uomo coraggioso e ho fatto mio uno slogan di Marcello Marchesi: quando la morte arriva, voglio che mi trovi vivo».

lunedì 14 agosto 2017

Giovanna Ralli

Malcom Pagani per “il Messaggero”

vittorio gassman giovanna ralliVITTORIO GASSMAN GIOVANNA RALLI
Anatomia di Elide Catenacci: «L' unica fotografia che ho conservato di un mio film è quella del personaggio che interpretavo in C' eravamo tanto amati. La osservo adesso in cornice, con le orecchie a sventola e i denti finti e non vedo un' attrice, ma una persona di famiglia. L' unica che mi sia portata a casa, l'unica che non sia rimasta su un set. Elide ero io.
Una ragazza che non aveva studiato e che aveva iniziato a lavorare a tredici anni.

giovanna ralliGIOVANNA RALLI
Una che a scuola era stata soltanto fino alla Terza Elementare, che ogni tanto camminando goffa nel parco di Testaccio con sua madre intruppava sui lampioni e che quando doveva scrivere una lettera di ringraziamento, proprio come Elide, non sapeva dove mettere l' acca per declinare il verbo avere e affrontava il vocabolario con timore. Chiedevo consiglio a mio fratello Massimo: Se devo dire che sono grata, scrivo gradidudine o gratitudine?».

A 82 anni, Giovanna Ralli ha ritrovato le parole per stare al mondo come accadeva quando non era sola: «Ho ripreso a leggere Cechov e Maupassant, a uscire di nuovo con le mie amiche, ad andare a teatro, ai concerti, al cinema. Dopo la morte di mio marito Ettore, nel 2013, mi sembrava che niente avesse più un senso.

Volevo andare in Olanda, informarmi sull' eutanasia e pensavo anche al suicidio. Quando una donna non ha più al suo fianco la tenerezza e l' ironia del suo compagno, la vita cambia».

giovanna ralli e marcello mastroianniGIOVANNA RALLI E MARCELLO MASTROIANNI
Lui si chiamava Ettore Boschi: «L'avvocato che difese la partigiana Carla Capponi e che fece conoscere in Italia, quando di quegli argomenti non discuteva nessuno, il tema del Dna. Detestavamo entrambi la mondanità e la sera, quando tornava - titic e titac - finivamo spesso sul divano, felici, dopo un piatto di spaghetti al pomodoro, davanti un vecchio film. Se le dico che abbiamo finito per vedere Stregati dalla luna otto o nove volte, lei ci crede?» 64 film per il cinema, dieci serie tv, molto teatro.

Cos' è rimasto?
«Sicuramente non i rimpianti. Men che mai per la mondanità. Mai stata a un Festival se non c' era un mio film, mai andata alle feste tanto per farmi vedere. Il Nastro d' argento per C' eravamo tanto amati - per dire- lo ritirai dieci anni dopo averlo ottenuto».

Come mai?
renato rascel e giovanna ralliRENATO RASCEL E GIOVANNA RALLI
«Perché mi vergognavo. Perché ero timida. Gli attori sono tutti timidi. Quando vivi il personaggio non sei più te stessa. Sul set mi accadeva una cosa stranissima. Mi scatenavo. Mi liberavo. Era come andare dall' analista. Poi, finita la giornata di lavoro, chiudevo baracca e burattini e non me ne fregava più niente».

Che vita sarebbe stata senza cinema?
«Sarei entrata in fabbrica, alla Chlorodont, a preparare tubetti di dentifricio. E avrei fatto otto figli. Mia sorella ne ha fatti sette, posso sbagliare per eccesso».

Era una ragazza semplice?
giovanna ralli 7GIOVANNA RALLI 7
«Semplicissima. Facevo provini per qualche comparsata a Cinecittà e a recitare seriamente non pensavo. Il primo a dirmi che forse potevo provarci fu Fellini. Avevo tredici anni e lavoravo nella compagnia di Peppino De Filippo. Lui stava preparando Luci del varietà con Lattuada, mi vide e mi disse: Ti piacerebbe fare cinema? e io Sì, quanto mi date?. Il resto venne da sé. Partecipai a La famiglia Passaguai di Aldo Fabrizi e poi Lattuada si ricordo di me per affidarmi un piccolo ruolo ne La Lupa. I provini cominciavano ad andare bene e in fabbrica, dove pure mi avrebbero assunta, non andai più».

Che ricordi ha degli anni '50?
giovanna ralli 4GIOVANNA RALLI 4
«La febbre negli occhi della gente. C'era stata la guerra, si iniziava a lavorare presto, bisognava darsi da fare. Mi sarebbe piaciuto studiare, ma era un lusso che non potevo permettermi. Sergio Amidei, lo sceneggiatore con cui divisi per molti anni il tetto, mi regalò Guerra e pace. Lo presi in mano e dissi: Ammazza quanto è pesante, ahò».

Elide Catenacci non avrebbe saputo fare di meglio.
«Gliel'ho detto, ero io. Con la differenza che mio padre faceva il fornaio e Aldo Fabrizi, nel film, il palazzinaro senza scrupoli. L'intuizione di Scola, con il quale anni prima avevo fatto Se permettete parliamo di donne fu geniale».

Scola non conosceva la sua biografia?
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«Ci conoscevamo perché era molto amico di Amidei, ma della mia vita precedente non sapeva niente. Invece 45 anni fa, sul finire del 1972, mi arrivò questo copione. Lo lessi d'un fiato e mi commosse tanto. Per il mio ruolo, Ettore aveva fatto molti provini, ma non mi chiese di sottopormi a nessun esame: Se vuoi, la parte è tua. Ma guarda che devi essere brutta. Avrai il sedere finto, le braccia gonfie, la gambe grasse e solo nell' ultima scena, quella dello sfasciacarrozze, tornerai a essere davvero tu. A me di diventare brutta non importava niente».

Di cosa le importava?
«Di dare qualche suggerimento. Ero cresciuta, ero stata in America, ormai sapevo leggere le sceneggiature. Mi ero acculturata. Si può dire acculturata, no?». (Ride)

Si può dire.
«Se pensavo ci fossero dialoghi da cambiare, zitta non stavo. Aver passato tanto tempo con dei geni come Age, Scarpelli, Flaiano, Rossellini e Amidei a qualcosa era servito: Leggi, leggi, leggi mi dicevano e io davo retta».

Diede suggerimenti anche a Scola?
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«Ettore voleva che Elide nel film leggesse Pian della Tortilla di Steinbeck e io gli dissi che non andava bene: La massa non lo conosce, mettimi in mano I tre moschettieri e vedrai che funziona di più».

Aveva ragione lei?
«Quando Elide al culmine dei suoi sforzi per emanciparsi e compiacere Gassman che si vergogna della sua ignoranza, sostiene che il libro di Dumas è tosto, al cinema ci fu un boato».

Aldo Fabrizi, nel film di Scola, ha un ruolo indimenticabile.
«Aldo, ed è un vero e proprio scandalo, una cosa che mette tristezza, non è ricordato a sufficienza per il grandissimo attore che è stato. Non una maschera, una macchietta, un caratterista. Ma un attore enorme che non recitava in romanesco, ma in romano. L' avevo conosciuto da ragazza e lo ritrovai sul set di Scola. Ci volevamo un bene dell' anima. E durante le sessioni di trucco che duravano un' eternità parlavamo per ore. Si lamentava: Ma Giovà, mi spieghi perché ci imbruttiscono così? e io: E semplice, tu sei il palazzinaro, io so' figlia tua e Gassman mi sposa solo per interesse. Nel film con Vittorio riesco a comunicare solo per mezzo di un registratore. Lui non mi ama e non mi ha mai amato. Io sì.
giovanna ralliGIOVANNA RALLI 
Io ci ho creduto».

Cosa raccontava davvero C' eravamo tanto amati?
«La caduta delle illusioni. Quello che sogniamo o crediamo di essere e quello che siamo e diventiamo davvero. È una storia universale. Bisogna accettare la realtà».

E qual è la realtà?
«Che nella vita si cambia e non si rimane sempre gli stessi. Io sono cambiata. Ho 82 anni e non cerco più le cose che inseguivo a 40».

Ha detto di non avere rimpianti.
«Non ho nessuna nostalgia per il mio mestiere. Tre anni fa ho detto basta e nonostante abbia avuto più di una proposta, indietro non torno».
giovanna ralliGIOVANNA RALLI 

Ha diviso con la scena con alcuni dei più grandi attori italiani.
«I miei preferiti erano Tognazzi e Mastroianni. Ugo era stupendo, divertente, un grande compagno di lavoro. Aveva fatto il teatro comico, quello classico, i film di Ferreri. Me lo ricordo ancora, strepitoso, ne Il Federale di Luciano Salce».

Un difetto?
«Secondo me cucinava malissimo. Ero fraterna amica di Franca Bettoja e quando Tognazzi si metteva ai fornelli io e Franca, ci davamo alla fuga e preparavamo clandestinamente due uova al tegamino».

giovanna ralliGIOVANNA RALLI 
Tognazzi ha avuto quanto ha meritato?
«Sicuramente meno. C' erano grandi registi, registi che ho anche amato come Bertolucci o Visconti, che agli attori italiani, per i ruoli importanti, preferivano gli stranieri».

Mastroianni invece?
«A differenza degli altri, direi di quasi tutti gli altri, non mi ha mai corteggiato. Ho recitato con lui in quattro film, in tutte le età della vita e mi ha insegnato veramente tanto. Ne Il bigamo di Emmer, un film medio, direi dignitoso, c' era più di una scena drammatica. Marcello le affrontava senza alcuna enfasi e a quel punto con lui non si trattava neanche più di recitare, ma di parlare. Era di una naturalezza straordinaria».

Lei e Mastroianni vi frequentavate anche fuori dal set?
«Nessun attore si frequenta fuori dal set, gli attori hanno sempre così tanto da fare»

Gli altri attori, diceva, le facevano la corte.
«L'unico che abbia esagerato e infatti uno schiaffo se l' è preso tutto, era Renato Rascel. Piccolo di statura, ma molto birbone. Mi corteggio durante una cena, esagerò, mi chiese scusa. Da lì in poi le cose tra noi andarono benissimo».
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Mastroianni lo incontrò per l'ultima volta sul set di Verso Sera di Francesca Archibugi.
«Sceneggiatrice eccellente. In un film non c' è niente di più importante della scrittura».

Più importante della regia?
«Il regista dovrebbe far vivere i dialoghi e se poi non è bravo, è un casino. Ma la scrittura conta di più. Non mi aveva chiesto di Mastroianni?».

Certo.
«Ecco, io e Marcello ci siamo ritrovati dopo tanti anni, mezzi nudi, interpretare due amanti maturi.
Archibugi suggerì: Fai vedere un po' il seno e io risposi Figurati se lo metto in mostra, ho un' età io.
Nella scena io e Marcello avremmo dovuto fare l' amore, ma lui faceva cilecca. Allora mi tiro su la sottoveste, mi riaccuccio e gli chiedo se voglia riprovarci: Meglio di no dice. Un po' gli veniva da ridere. Abbiamo fatto i fidanzati, i coniugi, ora gli amanti. Che altro ci manca? mi diceva e io ribattevo: Èvero, abbiamo avuto anche i figli, al cinema e nella vita mi è successo solo con te».

GIOVANNA RALLIGIOVANNA RALLI
Lei ha fatto anche molto teatro.
«Il classico e anche il contemporaneo. Quando mettemmo in scena Una giornata particolare mi sudavano le mani, come due sogliole. Venne Anna Proclemer a vedermi e in camerino le confessai questa cosa delle mani: Finché ti sudano va benissimo».

Le è piaciuto più del cinema?
«Il teatro è un' emozione pazzesca. Si apre il sipario e ti senti libera di poter dire quel cavolo che vuoi. Devi imparare a conoscere il pubblico: non è mai uguale, cambia di giorno in giorno. Il martedì è un po' critico, il giovedì festoso, la domenica caloroso».

Ha qualche pentimento?
GIOVANNA RALLIGIOVANNA RALLI
«Se fossi rimasta ferma alla mia terza elementare, il concetto di pentimento non avrei potuto neanche elaborarlo. A cosa avrei potuto aspirare, sinceramente? Da Garinei e Giovannini in giù sono grata a tanta gente e so che nella vita ho dovuto anche scendere a qualche compromesso. Soprattutto all' inizio della carriera. Dovevo sopravvivere, pagare le tasse, non ero protetta da nessuno e i ruoli dei personaggi importanti non li offrivano certo a me. Ho fatto pure qualche film così così? Sicuramente».

Ma a lei i film di Antonioni che Elide Catenacci vedeva per emanciparsi piacevano?
GIOVANNA RALLIGIOVANNA RALLI
«Antonioni era straordinario, ma a me pareva che l' alienazione non potesse esistere soltanto nella realtà borghese, ma dovesse esserci a maggior ragione anche al Quadraro o al Quarticciolo. Davanti ai problemi dei personaggi di Antonioni, cosa avrebbero dovuto dire quei disgraziati delle borgate? Dare le capocciate al muro? Ammazzarsi? Diciamo che non tutti gli spettatori capivano fino in fondo le angustie di chi stava bene e aveva soldi e possibilità».

Lei è sempre stata di sinistra?
«Mio marito Ettore, un liberale, mi canzonava amabilmente. Bandiera rossa la trionferà canticchiava. È andata diversamente».

Ha mai litigato su un set?
«Sul lavoro ero seria ed ero professionista. Sapevo le battute a memoria, ero precisa, credo di non aver mai fatto aspettare una macchina in vita mia. Però i registi che urlavano non mi piacevano. Se c'è qualcosa che non va bene, ti avvicini, me lo spieghi e la volta successiva andrà meglio. Ero abituata alla libertà che ti lasciava Rossellini: Giovanna fai tu, poi vediamo se dobbiamo mettere a posto qualcosa o alla serenità di Scola che difficilmente girava un secondo ciak».
GIOVANNA RALLI E IL MARITO ETTORE BOSCHIGIOVANNA RALLI E IL MARITO ETTORE BOSCHI

Qualcuno le urlò contro?
«Litigai con Gigi Magni sul set di Arrivano i bersaglieri. Era il 1979. Dovevo fare un' ottantina di gradini tutti di corsa, con un costume pesantissimo. Giro la prima scena, arrivo in affanno in cima alle scale e vedo che Magni ride di me con l'elettricista e con il macchinista: Non va bene, la puoi rifare?.
Perché non andava bene?. Devi essere un po' più svelta, correre di più. Torno paziente al mio posto e riparto. Arrivata in cima, stravolta, trovo Magni con il suo sorrisetto che scuote la testa: Mi fai la terza?. Lì mi sono rotta i coglioni e gliel'ho detto: Senti, io nun gliela fò, se vuoi mi riposo mezz' ora e poi la rifaccio, però poi basta, te la tieni, come viene, viene. Lui alza la voce e allora la alzo anche io.
Sapevo farmi rispettare».

Ha un carattere difficile?
GIOVANNA RALLIGIOVANNA RALLI
«Ma quando mai? Ho un carattere, che è una cosa diversa. Ma a parte quella cazzata con Magni, non mi ricordo di un solo altro alterco. Lo dicevano anche di Monica Vitti: Ha un caratteraccio, ma non era vero. Se doveva dire le cose le diceva con garbo, ma le diceva. Chi è autorevole non ha nessun bisogno di essere autoritario. Mi ricordo Lizzani con il suo ciuffo ribelle. Era un galantuomo meraviglioso, Carlo. Lo chiamavo il mio ragazzo. Non urlava mai. A molti anni di distanza da La vita agra restaurarono il film e Carlo andò a presentarlo ovunque in giro per l' Italia. Mi telefonava: Verresti a Catania?. Con quella voce, e con quei modi, dirgli di no era impossibile».
giovanna ralliGIOVANNA RALLI

Ha conosciuto bene anche Monica Vitti?
«La vidi al teatro Marigny, a Parigi, giovanissima. Già bravissima, elegante e sofisticata. Tornai a Roma e la segnalai per il suo primo film a Glauco Pellegrini. L' ho sempre rispettata e così hanno fatto tutti gli altri in questi anni, a iniziare dai giornalisti».

Lei a gennaio compirà 83 anni. Le pesa l' età?
giovanna ralli 6GIOVANNA RALLI 6giovanna ralli sul set di si cinecitta 1955GIOVANNA RALLI SUL SET DI SI CINECITTA 1955
«La verità? Non me ne frega niente».

MORIRE

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