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mercoledì 8 novembre 2023

POLVERIERA ISLAM

 (Pierluigi Panza) Nel 1978-79 furono pubblicati sul «Corriere della Sera» nove reportage del filosofo francese Michel Foucault sulla rivoluzione iraniana, frutto di un accordo tra il quotidiano e la «Équipe Foucault» impegnata a elaborare riflessioni sui problemi internazionali. Il primo reportage, intitolato «L'esercito quando la terra trema» (28/9/1978), precede di tre mesi la fuga dello scià e il successivo ritorno in Iran, da Parigi, dell’ayatollah Khomeini. Lo scià, sostenuto dagli Usa che avevano favorito il colpo di Stato contro il primo ministro Mossadeq, aveva da poco celebrato con sfarzo i 2500 anni dell’impero persiano. I reportage di Foucault illustrano la rivoluzione a Teheran accompagnati dalla riflessione militante del filosofo che, iscritto al Partito comunista francese, vedeva con entusiasmo il «cambio di potere» in Iran, frutto di un’azione rivoluzionaria dal basso, «con le mani nude», di impronta maoista. Progressivamente, però, specie nell’ultimo reportage del 13 febbraio 1979 intitolato «Una polveriera chiamata Islam», Foucault incominciò a intuire che quella non fosse una rivoluzione comunista popolare, bensì una rivoluzione islamica, religiosa. E fu profetico nel temerne lo sviluppo, anche in rapporto alla Palestina. Scrisse che i Paesi arabi non avevano mai ascoltato i «giusti diritti del popolo palestinese» e si chiedeva, con timore, cosa sarebbe potuto accadere in futuro se ad animare la causa palestinese non fosse più stato il marxismo bensì l’islamismo radicale. 

11 febbraio 1979: rivoluzione in Iran. Questa frase ho l’impressione di leggerla nei giornali di domani e nei futuri libri di storia. È vero che in questa serie di strani avvenimenti che hanno caratterizzato gli ultimi dodici mesi della vita politica iraniana una figura nota, infine, appare. Ma questa lunga successione di feste e di lutti, questi milioni di uomini nelle strade per invocare Allah, i mullah nei cimiteri che gridano la rivolta e la preghiera, questi sermoni distribuiti in minicassette, ed il vecchio che ogni giorno attraversava la strada in una cittadina della periferia di Parigi per inginocchiarsi in direzione della Mecca; tutto questo ci era difficile chiamarlo «rivoluzione». 

Oggi ci sentiamo in un mondo più familiare: ci sono state delle barricate; delle riserve di armi saccheggiate; ed un consiglio riunito in fretta ha lasciato ai ministri solo il tempo di dare le dimissioni prima che le pietre spaccassero i vetri e che le porte cadessero sotto la spinta della folla.La storia ha posto in fondo alla pagina il sigillo rosso che autentica la rivoluzione. La religione ha svolto il suo ruolo di sollevare il sipario; i mullah ora si disperderanno in un grande volo di abiti neri e bianchi. La scena cambia. L’atto principale sta per cominciare: quello della lotta di classe, delle avanguardie armate, del partito che organizza le masse popolari, eccetera. Sarà veramente così?

Non c’era bisogno d’essere un gran profeta per vedere che lo Scià, l’estate scorsa, era già politicamente morto; né per rendersi conto che l’esercito non poteva costituire una forza politica indipendente. Non c’era bisogno d’essere veggente per constatare che la religione non era una forma dì compromesso, ma una forza reale: quella che poteva far sollevare un popolo non solo contro il sovrano e la sua polizia, ma contro tutto un regime, tutto un modo di vivere, tutto un mondo. 

Ma le cose appaiono oggi abbastanza chiare, permettono di rintracciare quel che bisogna chiamare la strategia del movimento religioso. Le lunghe manifestazioni — sanguinose talvolta, ma incessantemente ripetute — erano altrettanti atti giuridici e politici ad un tempo che privavano lo Scià della sua legittimità e il personale politico della sua rappresentatività. Il Fronte nazionale si è inchinato. Baktiar ha voluto invece resistere e ricevere dallo Scià una legittimità che avrebbe meritato garantendo la partenza senza ritorno del sovrano. Invano.

Il secondo ostacolo erano gli americani. Questi sembravano veramente temibili. Hanno invece ceduto. Per impotenza, ed anche per calcolo: piuttosto che sostenere con tutte le forze un potere morente e con cui erano troppo compromessi, preferiscono lasciare che si sviluppi una situazione di tipo cileno, che si acuiscano i conflitti interni ed intervenire in seguito. Forse pensano che questo movimento, che in fondo preoccupa tutti ì regimi della regione, quali che siano, accelererà un accordo in Medio Oriente. Questo è stato percepito immediatamente anche dai palestinesi e dagli israeliani: i primi facendo appello all’ayatollah per la liberazione dei Luoghi Santi, i secondi proclamando: ragione di più per non cedere su nulla.

Quanto all’ostacolo dell’esercito, era chiara la sua paralisi provocata dalle correnti che lo attraversavano. Ma questa paralisi che costituiva un vantaggio per l’opposizione finché lo Scià regnava, diventava un pericolo, non appena ciascuna tendenza si fosse sentita libera, in assenza di ogni potere, di agire a suo modo. Perciò: bisognava far aderire l’esercito per settori successivi, senza sfasciarlo troppo presto. Ma la rottura si è prodotta prima di quanto si prevedesse. Provocazione, incidente, poco importa. Un gruppo di «duri» ha attaccato la frazione dell’esercito che era passata dal lato dell’ayatollah precipitando fra questa e la folla un ravvicinamento che andava ben al di là della semplice manifestazione gomito a gomito. Si è passati alla distribuzione delle armi. Classico punto culminante di ogni sollevamento rivoluzionario.

È questa distribuzione che, da sola, ha capovolto tutto, ed ha circoscritto la guerra civile. Lo Stato Maggiore si è reso conto che una parte molto importante delle truppe sfuggiva al suo controllo; e che c’era negli arsenali materiale per armare decine e decine di migliaia di civili. Meglio aderire in blocco, prima che la popolazione sia in armi, e per anni forse. I capi religiosi hanno subito ricambiato la cortesia: hanno dato l’ordine di restituire le armi.

Oggi si è a questo punto: in una situazione che non ha trovato uno sbocco preciso, la «rivoluzione» ha mostrato, a tratti, alcune sue forme familiari. Ma le cose sono ancora stranamente ambigue. 

L’esercito passato dalla parte dei religiosi, senza essersi davvero spaccato, avrà un peso importante: le sue diverse tendenze si scontreranno nell’ombra per determinare chi sarà la nuova «guardia» del regime , quella che lo protegge, che lo sostiene, e che lo tiene fra le mani. 

All’altra estremità, è certo che non tutti restituiranno le armi. I «Marxisti-leninisti», il cui ruolo non è stato del tutto secondario nel movimento, pensano probabilmente che bisogna passare dall’unione delle masse alla lotta di classe. Non essendo stati l’avanguardia, che unifica e solleva, vorranno essere la forza: che decide nell’equivoco e che chiarifica. Scavalcare per meglio dividere. 

La scelta è decisiva per questo movimento che è giunto ad un risultato infinitamente raro nel XX secolo: un popolo senza armi che si solleva tutto intero e rovescia con le sue mani un regime «onnipotente». Ma la sua importanza storica non dipenderà forse dalla sua conformità ad un modello «rivoluzionario» riconosciuto. La dovrà piuttosto alla possibilità che avrà di sconvolgere gli elementi della situazione politica del Medio Oriente, dunque l’equilibrio strategico mondiale. La sua singolarità, che ha fatto fino ad oggi la sua forza, rischia di diventare in seguito la sua potenza di espansione. È infatti come movimento «islamico» che può incendiare tutta le regione, rovesciando i regimi più instabili, ed inquietando i più solidi. L’Islam — che non è semplicemente religione, ma modo di vita, appartenenza ad una storia e ad una civiltà — rischia di costituire una gigantesca polveriera, formata da centinaia di milioni di uomini. Da ieri ogni stato musulmano può essere rivoluzionario dall’interno, a partire dalle sue tradizioni secolari. 

Infatti: bisogna riconoscere che la rivendicazione dei «giusti diritti del popolo palestinese» non ha quasi per niente fatto sollevare i popoli arabi. Che cosa accadrebbe se questa causa ricevesse il dinamismo di un movimento islamico, ben più forte di un riferimento marxista-leninista o maoista? D’altro lato: quale vigore riceverebbe il movimento «religioso» di Khomeini se proponesse la liberazione della Palestina come suo obiettivo?

Il Giordano non scorre più molto lontano da Israele.

lunedì 6 novembre 2023

Il TALMUD

 Chi per curiosità intellettuale si è avvicinato al Talmud (testo normativo ebraico che raccoglie la sapienza e le discussioni delle scuole rabbiniche avvicendatesi nei secoli tra Babilonia, Alessandria d’Egitto e la terra d’Israele) sa che le domande sono più importanti delle risposte.

Il metodo base del dibattito rabbinico muove in genere da una affermazione e, subito dopo, cerca la domanda di cui l’affermazione di partenza è una possibile risposta.
La procedura può sembrare inversa e contorta, come spesso contorto è il Talmud, ma è davvero interessante perché afferma, come dicevo prima, la supremazia della domanda sulla risposta. La domanda è tutto e le domande sono quindi ciò che anima lo sviluppo nei secoli della cultura ebraica.
Nel Talmud, alle risposte normative consolidate e accettate, sono affiancate le note di tutte le discussioni che hanno formulato tesi alternative. Non si butta niente, insomma, men che mai i dubbi e le tesi contrapposte.
Basterebbe questo a segnalare la distanza siderale tra questa mentalità e quella islamica. Nell’Islam vige un determinismo assoluto. Tutto appartiene a Dio / Allah e la realtà stessa, momento per momento, non è determinata dalla mano dell’uomo o chissà da cosa, bensì da Allah e dal suo volere.
Per assurdo che possa sembrare perfino le mostruose efferatezze compiute il 7 ottobre dai miliziani di Hamas contro civili israeliani inermi, potrebbero non essere addebitate alla loro spietata psicopatologia e alle loro armi perché anche quelle sono figlie della volontà di Allah.
Scusate il pistolotto (retaggio di vecchie letture, tra cui,”Cos’è Il Talmud”, di Adin Steinsaltz, Giuntina, e Islam di Alessandro Bausani, Garzanti, entrambi buoni libri per i curiosi) ma queste cosette mi son tornate alla mente leggendo i giornali delle ultime settimane in cui si è realizzato un mesto paradosso.
I commentatori schierati petto in fuori a favore della pesante rappresaglia israeliana su Gaza senza se e senza ma, quelli per capirsi che si sentono liberi di sputare sui “complessisti”, (ultimo il commentatore della Magna Grecia Francesco Merlo su Repubblica con il suo bieco attacco contro Zerocalcare) calpestano con la massima disinvoltura il principio cardine del pensiero ebraico.
Curioso no? Chi si pone qualche domanda, come è accaduto per la guerra della Russia contro l’Ucraina, è considerato un disertore, un nemico dell’Occidente, quello stesso Occidente, peraltro, che insegna il pensiero critico.
Questa patologia intellettuale colpisce con particolare aggressività quelli che una volta si facevano chiamare “i terzisti”, simboleggiando con questo termine un atteggiamento mentale aperto, laico e liberale. I “fu terzisti”, il cui caposquadra è sempre stato il simpatico Paolo Mieli sembrano aver rinunciato a una evidentemente fragile laicità di pensiero in favore di una islamizzazione del cervello, in cui si distingue non solo la destra e la stampa fascio / trash ma, e questo inquieta, anche le voci della destra “would be” conservatrice liberale e i suoi giornali.
Giova ricordare che questo è già successo dopo l’11 settembre, quando gli stessi opinion maker che si agitano oggi inneggiarono all’invasione prima dell’Afghanistan e poi dell’Iraq e alla coalizione dei “willings”, e poi si è visto come è finita. Chi si interrogava sulla sensatezza delle invasioni militari era un complice di Al Qaeda. Oggi i “fu terzisti” ci riprovano, credo, e fortunatamente, con debole fortuna.
Nelle ultime ore, alcuni amici mi hanno girato dei video di ciò che avviene in un ospedale di Gaza. Non entro nei particolari, ma non sono riuscito a andare oltre i trenta secondi di visione. E’ davvero necessario tutto questo? E’ davvero utile alle sacrosante esigenze di sicurezza, e anche di risposta armata, di Israele? Sono sicuro che un consesso di rabbini avrebbe molti dubbi.

domenica 5 novembre 2023

LA CONFESSIONE

 Ci sono, nel decalogo porto da Dio a Mosè sul monte Sinai, due comandamenti di cui, da ragazzino cresciuto nella dottrina cattolica, non capivo appieno il significato, benché lo intuissi. Quando mi fu più chiaro, grazie al passaparola che discende dallo spirito educativo dei ragazzi grandi sui più piccoli come lo Spirito Santo sulle teste dei discepoli di Cristo il giorno delle Pentecoste, ebbi il presentimento che li avrei trasgrediti entrambi.

Erano il sesto e il nono comandamento: non fornicare e non desiderare la donna d’altri. Per il momento mi sentivo quasi al sicuro dalle tentazioni a essi connesse. Non desideravo nessuna donna, avendone già a sufficienza tra mamma e sorelle. Quanto al fornicare, non mi sembrava di averlo mai fatto. E poi che cosa significava? Anche in quel caso mi fu d’aiuto il passaparola. Cionondimeno, quando ebbi l’età per fornicare, fornicai. Salvo essere colto da repentino pentimento. Inginocchiato nel confessionale, che cosa avrei dovuto dire al prete? Mi perdoni, padre per aver fornicato? Uno dei grandi mi suggerì di dirgli, abbassando la voce, che avevo commesso atti impuri. Seguii il consiglio. Il confessore disse di non aver capito e me lo fece ripetere tre volte, costringendomi ad alzare la voce. Mi ero imbattuto in un vecchio sordo. Eravamo tutti collegiali e ci avevano indirizzati in quella chiesa che doveva essere convenzionata con il collegio. Gli altri in attesa dietro di me udirono, sorrisero, uno sghignazzò. Quello che mi aveva detto di sussurrare il peccato in questione: «Guarda che quello lì non è sordo, lo fa». Un doppio scherzo da preti. Ma pure quello educativo.
Da quel giorno la fornicazione la servii solo sussurrata e usando il verbo originale del catechismo: ho fornicato. Se mi il prete chiedeva quante volte, buttavo lì un numero a caso. Penso che molti preti prendessero mentalmente nota di quelle informazioni per sapersi regolare su chi avrebbero potuto avvicinare per poter eventualmente fornicare insieme. Ma allora non si parlava di preti pedofili, neanche si sospettava che esistessero, ed ho avuto la fortuna di passare indenne attraverso il mondo delle tonache nere senza esserne sporcato.
L’uso del verbo fornicare si interruppe, come molte altre cose, nel Sessantotto, quando un giovane prete, facendo lo gnorri, mi chiese che cosa intendessi per fornicare. Glielo spiegai benché lo sapesse. Ne rise da solo, poi ne ridemmo assieme. Era ora di cambiare linguaggio, forse anche idee. Compresi che io e la religione non avevamo più nulla da dirci. Né da confessarci. Lasciai la Chiesa senza traumi, per libera scelta. Fin che vi ero rimasto avevo cercato di cavarmela peccando e confessandomi. Sta in questo la forza numerica e il successo del cattolicesimo rispetto a tutte le altre versioni del cristianesimo. Pecchi in segreto e in segreto vieni mandato a casa con la coscienza monda, pronto a ricominciare. Un’invenzione geniale per chi ha la carne debole e la coscienza a pezzi. Utile sia a te, sia ai preti che hanno così il controllo della tua intimità. Fino a un certo punto, però. La confessione non è una sabbia mobile come il trumeau dell’analista nel quale sprofondi mettendoti in sua balia e dissanguando il portafoglio. È gratis e dura pochi minuti: compili il modulo orale della confessione standard, ti viene impartita un’assoluzione altrettanto standard e avanti un altro. C’è routine e noia in questa pratica che risolve tutto e non rende niente. Immagino che parecchi preti, a sentirsi dire dall’ennesimo adolescente «ho commesso atti impuri», poco manchi che sbottino: «Anch’io figliolo, e sapessi quante volte».
Insomma, la confessione sussurrata altro non è che una suggestiva messinscena teatrale nella penombra di una chiesa. Se le luci e le ombre sono quelle giuste, magari arricchite da una sciabolata di sole morente che taglia la vetrata di un rosone e inquadra il confessionale come farebbe un «occhio di bue», l’effetto è assicurato. Il teatro si fa cinema. È anche grazie alla superiorità scenografica dei riti che i cattolici battono i protestanti. A parte quei protestanti americani che trasformano le confessioni in lavacri corali pubblici. Nel qual caso si tratta di musical, ma non a tutti piacciono i film cantati e coreografati.
Tornando ai comandamenti che mi incuriosivano, c’era poi il nono: non desiderare la donna d’altri. Un peccato che, da ragazzo non correvo il rischio di commettere. A meno che non fosse sanzionabile invidiare il ragazzo più grande di me che aveva desiderato e ottenuto (le attenzioni, beninteso) della ragazzina che io stesso desideravo. Non mi arrabattai più di tanto nel dilemma e comunque non era questione teologica da sottoporre a un prete davanti al colabrodo del confessionale. Molto più avanti negli anni, avrei capito che il divieto di ambire alla donna di un altro («Sei già di un altro» era il titolo di una canzone dell’Equipe 84 del 1966) non poteva nascere che in una terra troppo santa dove le donne erano (e in molto casi ancora sono) proprietà privata e bottino di guerra, non esseri umani liberi. Ne è prova la versione maschilista del comandamento, che prescrive di non desiderare la donna d’altri, mentre non prende in considerazione che una donna possa desiderare l’uomo di un’altra. Anzi, non deve proprio desiderare.
Sulla delicata materia si chiedono e si attendono lumi da teologi ferrati. Mancando i quali, credo sia lecito peccare liberamente in entrambi i sensi di marcia, da parte dei due sessi. (Da «Le confessioni di Renato Turner»)

sabato 30 settembre 2023

LA DONNA E IL CRISTIANESIMO

 "La donna è male sopra ogni altro male, serpe e veleno contro il quale nessuna medicina va bene. Le donne servono soprattutto a soddisfare la libidine degli uomini."

(San Giovanni Crisostomo, cui è particolarmente devoto Herr Joseph Alois Ratzinger, papa Benedetto XVI).
"La donna è in rapporto con l’uomo come l’imperfetto ed il difettivo col perfetto. La donna è fisicamente e spiritualmente inferiore e la sua inferiorità risulta dall’elemento fisico, più precisamente dalla sua sovrabbondanza di umidità e dalla sua temperatura più bassa. Essa è addirittura un errore di natura, una sorta di maschio mutilato, sbagliato, mal riuscito." (San Tommaso d'Aquino, Summa Teologica).
"In ogni caso la donna serve solo alla propagazione della specie. Tuttavia la donna trascina in basso l’anima dell’uomo dalla sua sublime altezza, portando il suo corpo in una schiavitù più amara di qualsiasi altra." (San Tommaso d'Aquino, Summa Teologica).
"Le donne sono destinate principalmente a soddisfare la lussuria degli uomini. Dove c’è la morte ivi c’è il matrimonio e dove non c’è matrimonio ivi non c’è morte."
(San Giovanni Crisostomo, cui è particolarmente devoto Herr Joseph Alois Ratzinger, papa Benedetto XVI°).
“Mentre non sopportiamo di toccare uno sputo o uno escremento nemmeno con la punta delle dita, come possiamo desiderare di abbracciare questo sacco di escrementi? ( il sacco di escrementi è la donna…ndr)” (Sant'Oddone abate di Cluny).
"Le donne non dovrebbero essere illuminate o educate in nessun modo. Dovrebbero, in realtà, essere segregate poiché sono loro la causa di orrende ed involontarie erezioni di uomini santi." (Sant'Agostino, padre della chiesa cristiana cattolica).
“La donna deve velarsi il capo, perché non è l’immagine di Dìo.” (Ambrogio, dottore della Chiesa, 339-397).
“Quando vedi una donna, pensa che si tratti del diavolo! Essa è come l’inferno!” (Papa Pio II, 1405-1464).
"La donna non è fatta a immagine e somiglianza di Dio. È nell'ordine della natura che le mogli servano i loro mariti ed i figli i loro genitori". (Sant'Agostino, padre della chiesa cristiana cattolica).
"Adamo è stato condotto al peccato da Eva, non Eva da Adamo. È giusto, quindi, che la donna accolga come padrone chi ha indotto a peccare." (Sant'Ambrogio, padre della chiesa cristiana cattolica).
"La donna è un tempio costruito su una cloaca. Tu, donna, sei la porta del diavolo, tu hai circuìto quello stesso maschio che il diavolo non osava attaccare di fronte. È a causa tua che il figlio di Dio ha dovuto morire; tu dovrai fuggire per sempre in gramaglie e coperta di cenci." (Tertulliano, teologo cristiano).
"Come in tutte le comunità dei fedeli, le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice anche la legge. Se vogliono imparare qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea."
(San Paolo, Prima lettera ai Corinzi, XIV, 34-35).
“Entrambe, la natura e la legge, mettono la donna in condizione subordinata rispetto all'uomo.” (Sant'Ireneo, Frammento n° 32)
"Dovere principale della moglie è provvedere al governo della casa in subordinazione al marito. All’uomo spetta l’ultima parola in tutte le questioni economiche e domestiche e la donna deve essere pronta all’obbedienza in tutte le cose: il suo posto è soprattutto in casa. Son da condannare gli sforzi di quelle femministe le cui pretese mirano ad un’ampia uguaglianza fra uomo e donna." (Papa Paolo VI°)
"Se è un bene non toccare una donna, allora è un male toccarla: gli sposati vivono come le bestie, infatti nel coito con le donne gli uomini non si distinguono in nulla dai porci e dagli animali irragionevoli." (San Girolamo, padre e dottore della chiesa cattolica).
“Le ragazze che portano la minigonna finiranno all’inferno.” (Il gesuita Wild nel XX° secolo).
“La sola consapevolezza del proprio essere dovrebbe costituire una vergogna per le donne.”
(Clemente Alessandrino, prima del 215).
“Le donne servono soprattutto per soddisfare la libidine degli uomini.”
(San Giovanni Crisostomo, Dottore della Chiesa 349-407).
"Iil seme maschile fa nascere forme perfette, ossia maschili, ma se per qualche avversità esso si guasta, allora fa nascere femmine, perché nel coito c’è solo deformità, turpitudine, immondizia, ribrezzo.”
(Sant’Alberto Magno, Dottore della Chiesa 1206-1280).
“Il valore principale della donna è costituito dalla sua capacità di partorire e dalla sua utilità nelle faccende domestiche.” (San Tommaso d'Aquino, Dottore della Chiesa e patrono delle università cattoliche 1225-1275).
"Quando una donna abbia flusso di sangue, cioè il flusso nel suo corpo, la sua immondezza durerà sette giorni; chiunque la toccherà sarà immondo fino alla sera." (Bibbia)
"Quando una fanciulla vergine è fidanzata e un uomo, trovandola in città, pecca con lei, condurrete tutti e due alla porta di quella città e li lapiderete così che muoiano: la fanciulla, perché essendo in città non ha gridato, e l’uomo perché ha disonorato la donna del suo prossimo." (Bibbia - Levitico).
"Trovo che amara più della morte è la donna, la quale è tutta lacci: una rete il suo cuore, catene le sue braccia. Chi è gradito a Dio la sfugge ma il peccatore ne resta preso." (Bibbia - Levitico).
Dignità, qual sconosciuta parola! (Lilith)

giovedì 31 gennaio 2019

Papa Bergoglio e il suo passato

Marcello Veneziani per “la Verità”

EMIDIO NOVI - LA RISCOSSA POPULISTAEMIDIO NOVI - LA RISCOSSA POPULISTA
C'era una volta in Argentina un gesuita, Jorge Mario Bergoglio, che era schierato contro la teologia della liberazione, vicina al castrismo e negli anni Settanta aderì alla Guardia de hierro, un'organizzazione peronista, di stampo nazionalista, cattolica, ferocemente anticomunista. In quegli anni a chi gli faceva notare che l'organizzazione a cui aderiva si richiamasse alla Guardia di ferro, il movimento romeno del comandante Corneliu Zelea Codreanu, nazionalista e fascista, Bergoglio replicava: «Meglio così».

Della sua vicinanza alla Guardia de hierro ne parlò dopo la sua elezione il quotidiano argentino Clarin, mentre a Buenos Aires apparivano manifesti che ricordavano Bergoglio peronista. Per la cronaca, la Guardia di ferro era un movimento di legionari, molto popolare in Romania negli anni Trenta, ritenuto antisemita e filonazista, di cui si innamorarono in molti, non solo in Romania. Uno di questi fu Indro Montanelli che pubblicò sul Corriere della Sera una serie di entusiastici reportage pieni di ammirazione per Codreanu, nell' estate del 1940, a guerra inoltrata, smentendo la sua tesi postuma che dopo il 1938 si fosse già convertito all'antifascismo.
EMIDIO NOVIEMIDIO NOVI 

Testi ripubblicati di recente, Da inviato di guerra: lo squadrismo rumeno (edizioni Ar). Evidentemente anche nell'Argentina dei Perón il mito di Codreanu, barbaramente assassinato, e del suo integralismo cristiano, aveva proseliti. Nel 1974, dopo la morte di Juan Domingo Perón, il movimento legionario si sciolse.

Era un gruppo di 3.500 militanti e 15.000 attivisti. Si opponevano ai guerriglieri di sinistra, peronisti infiltrati dai castristi, seguaci di Che Guevara; loro erano, per così dire, l' ala di estrema destra del giustizialismo. Il gruppo della Guardia de hierro era stato fondato da Alejandro Gallego Alvarez. Era un movimento che teneva molto alla formazione culturale dei suoi militanti e alla presenza tra i diseredati e gli ultimi. A Bergoglio fu poi affidata un'istituzione in difficoltà, l'università del Salvador.

un giovane jorge mario bergoglioUN GIOVANE JORGE MARIO BERGOGLIO
Bergoglio la risanò e la affidò a due ex camerati della Guardia de hierro, Francisco José Pinon e Walter Romero. In quegli anni Bergoglio era avversario dichiarato dei gesuiti di sinistra da posizioni nazionaliste e populiste. La sua avversione alla teologia della liberazione gli procurò l'accusa di omertà da parte del premio Nobel Perez Esqivel e poi di collaborazionismo con la dittatura dei generali argentini, dal 1976 a 1983.

papa bergoglio quando era arcivescovo di buenos airesPAPA BERGOGLIO QUANDO ERA ARCIVESCOVO DI BUENOS AIRES
Lo storico Osvaldo Bayer dichiarò ai giornali «Per noi è un'amara sconfitta che Bergoglio sia diventato Papa» e Orlando Yorio, uno dei gesuiti filocastristi catturato e torturato dai servizi segreti del regime militare, accuserà: «Bergoglio non ci avvisò mai del pericolo che correvamo. Sono sicuro che egli stesso dette ai marinai la lista coi nostri nomi». Solo dopo la caduta della dittatura militare Bergoglio iniziò a prendere le distanze dal peronismo nazionalista.

Ho tratto fedelmente questa ricostruzione dalle pagine del libro di Emidio Novi, La riscossa populista, appena uscito per le edizioni Controcorrente. Novi sostiene che la deriva progressista e mondialista di Francesco nasca da questo passato rimosso. Secondo Novi «papa Bergoglio vuol farsi perdonare il suo passato "fascista" durato fino al 1980».
jorge mario bergoglio in argentinaJORGE MARIO BERGOGLIO IN ARGENTINA

Per questo non perde occasione di compiacere il politically correct, il partito progressista dell' accoglienza, l' antinazionalismo radicale. Novi, giornalista di lungo corso e senatore di Forza Italia, è morto lo scorso 24 agosto investito da un camion della nettezza urbana in retromarcia mentre era al suo paese natale, Sant' Agata di Puglia.

jorge mario bergoglio in argentinaJORGE MARIO BERGOGLIO IN ARGENTINA
Il suo libro è uscito postumo, con una prefazione di Amedeo Laboccetta e a cura di suo figlio, Vittorio Alfredo. Novi si definiva populista già decenni prima che sorgesse in Italia l'onda populista. Era populista al cubo, perché proveniva dall' ala più «movimentista» dell'Msi ispirata dal fascismo sociale: poi perché proveniva dal Sud e da Napoli, ed era un interprete genuino dell'antico populismo meridionale, a cavallo tra la rivolta popolana e la nostalgia borbonica; e infine era populista perché considerava l'oligarchia finanziaria, la dittatura dei banchieri e degli eurocrati, il nemico principale dei popoli nel presente. Perciò amava definirsi nazionalpopulista, e sovranista ante litteram.

jorge mario bergoglio in argentinaJORGE MARIO BERGOGLIO IN ARGENTINA
In questo suo ultimo libro Novi si occupa in più pagine del «papulismo» di Bergoglio, della sua teologia «improvvisata e arruffona», della sua resa all' islam, della sua ossessione migrazionista fino a definire Gesù, la Madonna e San Giuseppe come una famiglia di immigrati clandestini in fuga.

Lo reputa «uno strumento dell' Anticristo», funzionale sia al progressismo radical dell'accoglienza che al mondialismo laicista della finanza, mescolando il vecchio terzomondismo, l'internazionalismo socialista con il disegno global che ci vuole nomadi, senza radici, senza patria e senza frontiere. Ma del suo passato argentino, al tempo di Perón, del giustizialismo e poi della dittatura militare, Bergoglio preferisce non parlare.

Anche gli estroversi a volte tacciono.

giovedì 10 gennaio 2019

I Valdesi

Giulia Mengolini per www.lettera43.it



Chi sono i valdesi? Erano già balzati agli onori della cronaca nel 2015. Quando papa Francesco si rese protagonista di un'apertura storica, diventando il primo pontefice a visitare un tempio valdese. Bergoglio, a Torino, chiese anche scusa ai valdesi per quanto fatto contro di loro dai cattolici. «Da parte della Chiesa cattolica», disse, «vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi. In nome del Signore Gesù Cristo, perdonateci!». Ma qual è la storia dei valdesi?


1. ORIGINI: IL FONDATORE È VALDO, LAICO SCOMUNICATO
Il fondatore della chiesa evangelica valdese è Pietro Valdo, un ricco mercante di Lione che verso il 1170-75, in seguito a una profonda crisi spirituale, cambiò radicalmente vita dando i suoi beni ai poveri e mettendosi a predicare l'Evangelo al popolo. Rifiutandosi di obbedire al vescovo di Lione Guichard e alle altre autorità ecclesiastiche della città che gli imponevano, in quanto laico, di non predicare al pubblico, fu scomunicato assieme a coloro che presto si unirono a lui, per seguire il suo esempio e il suo ideale di vita cristiana. 


Quello che lo distinse da Francesco d'Assisi fu che egli non fondò un ordine monastico, ma continuò a vivere in mezzo alla gente da semplice laico, leggendo e predicando il contenuto di alcuni libri della Bibbia che egli si fece tradurre in lingua volgare. Il vescovo della città gli proibì di predicare, perché egli era laico, ma Valdo, disobbedendo, continuò a farlo. Nonostante la scomunica e le persecuzioni, questo movimento si diffuse non solo in Francia, ma anche in tante altre parti d'Europa e anche in Italia, specialmente in Lombardia, dove fu chiamato dai "Poveri Lombardi".


2. PERSECUZIONI: IL 17 FEBBRAIO GIORNO DELLA MEMORIA
Nel 1532 i valdesi aderirono alla Riforma protestante. In seguito a sanguinose persecuzioni, dal XVI secolo sopravvissero nelle valli del Piemonte finché, ottenuti i diritti civili il 17 febbraio 1848, si diffusero in tutta Italia. Fra tutte le date della propria storia la comunità valdese ha scelto come momento significativo di memoria proprio il 17 febbraio, giorno del 1948 in cui Carlo Alberto pose fine a secoli di discriminazione riconoscendo ai suoi sudditi valdesi i diritti civili e politici.



3. DIFFUSIONE E NUMERI: 45 MILA TRA ITALIA E SUD AMERICA
Sparse su tutto il territorio nazionale, le comunità valdesi rappresentano una minoranza evangelica significativa. Gli appartenenti alle loro Chiese sono oggi in Italia e in Sud America circa 45 mila, ripartiti geograficamente in tre gruppi. Il primo è quello che risiede nelle Valli del Piemonte occidentale, a Ovest di Pinerolo, dove le chiese hanno vissuto isolate fino al 1848.

In Piemonte se ne contano 41 (120 in tutta Italia) di cui 18 nelle Valli Valdesi: e hanno il loro centro a Torre Pellice, in provincia di Torino. Ma i valdesi sono disseminati in tutta la Penisola: una presenza importante a Torino, Firenze Roma. Il terzo nucleo è invece costituito dalle chiese sudamericane organizzate nella Iglesia Evangelica Valdese del Rio de la Plata.



4. DIFFERENZE COI CATTOLICI: NIENTE PREGHIERE AI SANTI
La Chiesa valdese e la Chiesa cattolica, essendo entrambe cristiane, hanno molti punti in comune, come la fede in un unico Dio, nello Spirito Santo e nella stessa Bibbia (Antico Nuovo Testamento). Tuttavia tra le due Chiese ci sono differenze notevoli. Quelle principali riguardano la stessa Bibbia, non solo per il suo contenuto e l'interpretazione di alcuni passi, ma specialmente per il posto che occupa nelle rispettive Chiese.

Per la Chiesa valdese, e per le altre Chiese evangeliche, in base al principio sola Scriptura affermato dalla Riforma, la Bibbia è la sola norma per la fede e la vita dei credenti; mentre per la Chiesa cattolica accanto alla Bibbia si pone, come avente pari autorità, la tradizione orale, ed entrambe (Bibbia e tradizione) devono essere accolte solo secondo l'interpretazione considerata infallibile del magistero papale. Inoltre, per i valdesi, come per tutti gli altri evangelici, Gesù è la sola via per andare al Padre, unico mediatore fra Dio e gli uomini. La loro chiesa esclude quindi le preghiere e gli atti devozionalirivolti alla Madonna e ai santi.



5. SIMBOLI E TEMI ETICI: CONTRATI AL CROCIFISSO
Come tutti i cristiani, i valdesi usano avere nei loro locali di culto il simbolo della croce, ma sono contrari all'esposizione del crocifisso per ragione teologica: dopo essere stato crocifisso, Gesù è resuscitato. L'immagine che i suoi apostoli ci hanno lasciato non è quella del suo corpo in croce, ma quella delle sue apparizioni dopo essere risorto. La chiesa valdese si schiera con la laicità dello Stato. Favorisce il dibattito su temi etici come l'aborto, l'eutanasia, il testamento biologico. Per quanto riguarda l'omosessualità, la chiesa valdese è attivamente impegnata nella lotta all'omofobia e nel supporto della comunità Lgbt.

venerdì 10 agosto 2018

Le stelle cadenti

Silvia Ronchey per ''la Repubblica''



Nel mondo cristiano la notte delle stelle cadenti è una festa della luce e una celebrazione dello sguardo.
In Grecia, e in genere nel calendario ortodosso, è associata alla contigua festa della Metamorphosis, ossia della Trasfigurazione, quando Cristo sul Tabor appare ai discepoli in una mandorla accecante di luce.

Un' esortazione, nell' esegesi teologica bizantina e poi russa, alla metamorfosi dello sguardo, all' esercizio di quella capacità di percepire la struttura spirituale delle cose, di intravedere, come ha scritto Pavel Florenskij, «tra le crepe del mondo sensibile l' azzurro dell' eternità», che in altre tradizioni mistiche, come quella buddista, è chiamato appunto "retto sguardo".

Mea nox obscurum non habet, sed omnia in luce clarescunt, recitano, in metrica classica, i Vespri della liturgia di San Lorenzo: «La mia notte non ha oscurità, ma tutto nella luce diventa chiaro».


Quello di Lorenzo, uno dei sette diaconi martirizzati a Roma nel Terzo secolo, secondo la leggenda agiografica è il sacrificio dei sacrifici: oltre ai tratti dell' olocausto pagano (Lorenzo fu "cotto", arso vivo sul fuoco come un' antica hostia animale) conserva anche, nella tradizione cristiana, un elemento cannibalesco, come ricorda la frase che secondo il De Officiis di Ambrogio pronunciò durante il supplizio: Assum est. Versa et manduca, «Questa parte è cotta. Gira e mangia».

Secondo la tradizione popolare sono le lacrime di san Lorenzo, o le scintille di fuoco sprigionate in alto dalla graticola, le scie luminose dello sciame meteorico più visibile dell' anno, che la Terra nella sua rivoluzione si trova ad attraversare tra la fine di luglio e la seconda metà di agosto, con un picco di visibilità concentrato, appunto, questa notte. In età più antica questa pioggia di luci è stata interpretata anche altrimenti.

I romani le ritenevano spruzzi di bianco sperma del dio Priapo, sparsi a inseminare i campi, associati quindi alla grande festa della divinità femminile fecondatrice della terra che cade tra pochi giorni, il 15 agosto. Il radiante della pioggia meteorica, ossia il punto dal quale sembrano provenire tutte le scie, è nella costellazione di Perseo.

Per questo le stelle cadenti si chiamano Perseidi, richiamando il mito antico della decapitazione della Gorgone Medusa, il cui sguardo fisso nel nostro ci impedisce di guardare rettamente il mondo, ci pietrifica e ci inocula la morte negli occhi, secondo la definizione di Jean-Pierre Vernant. Anche nel mito greco cui gli astronomi ottocenteschi associano queste particelle siderali, rilasciate da un' antica cometa durante le sue passate orbite, si celebra dunque la liberazione dello sguardo.


Che si tratti di Ulisse o del pastore errante nell' Asia, del salmista o di Elia rapito sul carro, da sempre lo sguardo umano si è diretto al cielo. Se è nell' immenso ricamo astrale che ogni sapienza antica riconosce il disegno dei suoi eventi sacri, è nel cielo stellato sopra di sé che i navigatori dei mari o dei deserti, gli ispirati o i mistici trovano la propria rotta nel mondo esteriore così come il retto orientamento interiore.

Se è alla vertigine cosmica che il filosofo affida la sua visione del mondo, se oggi le luci delle città oscurano il cielo, se la scienza moderna ci insegna che è di stelle morte anche da migliaia e migliaia di anni la luce che arriva allo sguardo dei terrestri, è ancora più necessario, una volta l' anno, rivolgerlo a questo universale, letterale simbolo di caducità.
Come scriveva Pascoli: «E tu, Cielo, dall' alto dei mondi / sereni, infinito, immortale,/ oh! d' un pianto di stelle lo inondi /quest' atomo opaco del Male».


martedì 26 dicembre 2017

La verità sul Natale

Elisabetta Broli per “il Giornale”

L'importante è che non lo sappiano i bambini: Gesù non è nato il 25 dicembre, non è nato neanche nell'anno zero. E poi: a Betlemme non c'erano il bue e l'asinello, Gesù non è nato di notte in una grotta - i Vangeli non lo precisano - Giuseppe e Maria non furono cacciati dagli alberghi. La colpa è della tradizione popolare che, la fede ha bisogno anche di «immagini», ha diffuso nei secoli innocue bugie intorno a fatti e personaggi delle Sacre Scritture.

I DUBBI SULLA DATA DI NASCITA
E infatti chi lo dice che Gesù è nato il giorno di Natale? Scrive Luca nel suo Vangelo: «Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto». Nessuna data. Il 25 dicembre (fondamentale per i negozianti) è una data convenzionale, comparsa per la prima volta (inserita da chi?) in un calendario a Roma nel 326, a pochissimi anni dall'editto di Milano che concesse a tutti i cittadini dell'Impero la libertà di culto, cristiani compresi. Poi la data fu fissata nel 354 da papa Liberio e cominciò a essere accettata da tutta la Chiesa.

Nel 425 l'imperatore Teodosio ne codificò i riti, nel 506 divenne festa di precetto e nel 529 anche festa civile. Da ottocento anni è la festa più popolare tra i cristiani (mentre dovrebbe essere la Pasqua, un conto è nascere, nasciamo tutti, un conto è risorgere). Ma perché il 25 dicembre e non il 9 aprile? Due, tremila anni fa le culture festeggiavano, il 21 dicembre, le giornate che improvvisamente smettevano di accorciarsi con il sole che rinasceva.


In Egitto si ricordava il dio Horus, divinità solare figlio della vergine Iside; nella mitologia nordica un «figlio di Dio», Frey; i romani nello stesso periodo festeggiavano i Saturnali, una specie di Carnevale d'inverno con banchetti, giochi e scambio di doni.

Nel 274 l'imperatore Aureliano scelse il 25 dicembre per consacrare un nuovo tempio al Sole invitto, alias il dio Mitra vincitore delle tenebre e caro agli ambienti militari. Anche per la simbologia cristiana Gesù era il sole che nasce, il sole della giustizia: perché non approfittare di questa data? Insomma, una data simbolica scippata al paganesimo e reinterpretata in base alla teologica cristiana?

Quello che è certo, invece, è che Gesù non è nato nell'anno zero e di conseguenza non è morto a 33 anni. Cristo è nato cinque o sei anni...prima di Cristo. Tutta colpa di un certo Dionigi il Piccolo, un monaco russo matematico che nel VI secolo dopo complessi calcoli credette di identificare l'anno esatto della nascita di Gesù. Senza computer e neppure una piccola calcolatrice elettrica, si confuse fissando il punto zero della storia (in cui con la venuta di Gesù il tempo ha invertito il senso di marcia) nell'anno 753 dopo la fondazione di Roma.

Studiando con più attenzione le fonti storiche si è però scoperto che re Erode è morto tra marzo e aprile dell'anno di Roma 750 (l'attuale 4 a.C.), quando Gesù era già nato, da quello che dice l'evangelista Matteo sulla strage degli innocenti, ordinata da Erode contro i bambini «da due anni in giù». Insomma, le ipotesi storiche oggi più accreditate lo danno nato dal 5 al 7 a.C., litigando con chi sostiene che Dionigi il Piccolo è nel giusto.


IL SIGNIFICATO DEL BUE E DELL'ASINELLO
Anche sul bue e l'asinello, da mille anni inseriti in coppia nel presepe, qualche precisazione va fatta, partendo sempre dai Vangeli: non ne parlano. Come ci sono finiti? Il primo a inserirli, ma al terzo giorno, quando Maria sarebbe arrivata in una stalla, fu il Vangelo apocrifo dello Pseudo-Matteo: è qui che i due animali si accostano alla mangiatoia e si inginocchiano.

Tutti i testi antichi sono d'accordo nel dire che il bue e l'asinello non avevano la funzione di calorifero a fiato, ma quello di simbolo di adorazione, portando a compimento le scritture: «Il bue conosce il proprietario e l'asino la greppia del padrone» (Isaia); e secondo il libro dei Numeri l'asina di Balaam riconobbe l'angelo del Signore prima del suo padrone indovino. Gli hanno incollato addosso un po' di teologia. Secondo san Gerolamo l'asino significa l'Antico testamento e il bue il Nuovo; per san Bernardo l'asinello è il simbolo della pazienza virtuosa, il bue secondo Riccardo di san Vittore è segno dell'umiltà evangelica.

GROTTA SPERDUTA O MANGIATOIA
Via dal presepe anche la grotta sperduta nella campagna e isolata dal resto del mondo, e spazio alla mangiatoia come dice l'evangelista Luca, oppure semplicemente a una casa come scrive Matteo. Anche perché è verosimile: molte abitazioni della Palestina erano addossate a cavità della roccia, che custodivano gli animali. La «grotta» in cui nacque Gesù a Betlemme, conservata nella basilica, secondo studi archeologici è proprio un locale di questo tipo, incorporato nel recinto di una casa e non isolato nella campagna.

QUANTI ERANO I RE MAGI
La lista delle credenze prosegue nel post-Natale: i re Magi non erano tre; forse quattro o due, c'è chi sostiene fossero sessanta, e comunque non erano re. Non è vero che Babbo Natale sia a-cristiano e la Befana pure...Tutto questo, naturalmente, non inficia la fede. A chi crede sta bene anche che Gesù sia nato il 14 maggio e in un albergo ai Caraibi: beato lui!

mercoledì 6 dicembre 2017

L'arabo e i cristiani

Le scritte in arabo più antiche? Sono state fatte da cristiani durante un regno ebraico. La scoperta risale al 2014 ma è sempre stata tenuta in sordina. Questioni di delicatezza politica e, forse, anche diplomatica: in Arabia Saudita queste cose possono provocare più di qualche imbarazzo.
Sono segni lasciati lungo i muri di sabbia di Bir Hima, a 100 chilometri da Najran, un luogo di passaggio che, nell’antichità, era molto battuto da commercianti e ufficiali. Risalirebbero, secondo gli esperti, al 469 o 470 d.C.. Il problema è che, insieme alle parole, ci sono delle inequivocabili croci.
La scritta è semplice: “Thawban, figlio di Malik”. Ad accompagnare il breve testo diversi simboli cristiani, a indicare che, 150 prima della nascita dell’Islam, la lingua araba era utilizzata in contesti religiosi molto diversi da quelli attuali. Sia chiaro: non è una novità. Il Corano stesso ricorda che, prima della predicazione di Maometto, la penisola arabica era occupata da religioni di ogni tipo, una varietà che determinava confusione e caos. Ecco, non era proprio così. La zona era meglio organizzata di quanto non sembrasse e, soprattutto, all’epoca c’era un regno molto importante, quello di Himyar.
Come ricorda il giornale israeliano Haaretz, forse anche per celebrare la recente vicinanza politica tra Tel Aviv e Arabia Saudita – contro il nemico iraniano – Himyar era un dominio ebraico. Era nato nell’attuale Yemen, con capitale a Zafar, vicino a Sana’a, ma si spinse fino all’interno della penisola, fino a raggiungere la zona della Mecca e confinare con quella che oggi è Riyadh. Una potenza regionale notevole con un’élite convertita al giudaismo. Una mossa strategica, più che confessionale: in un regno molto variegato (con copti etiopi, zoroastriani della Persia e cristiani ortodossi bizantini) la religione di Mose avrebbe funzionato come religione neutra, distante dalle diverse fazioni in lotta tra loro. E così a Zafar, dopo la conversione, avvenuta intorno al 380 d.C., sparirono da iscrizioni e testi regali tutti i riferimenti alle varie divinità pagane per concentrarsi su un dio solo, il “dio di Israele”. In che lingua lo facevano? In quella dei sabei e, in certi casi, in ebraico
E cosa c’entra il cristiano Thawban, figlio di Malik in tutto questo? Semplice. Era una vittima delle persecuzioni contro alcuni gruppi cristiani della città di Najran portate avanti dal regno di Himya. Le scritte ritrovate sarebbero state, secondo alcuni archeologi, una forma di commemorazione nei suoi confronti. E in che lingua lo fecero? In arabo, cioè o meglio nella lingua derivante dal nabateo: un modo per esprimere vicinanza alle altre popolazioni e sfidare il potere centrale.
Alla lunga, la minoranza cristiana, con l’aiuto degli etiopi, riesce a rovesciare il potere di Himyar, nell’anno 500. Seguono diverse battaglie, scontri e fughe per deserti e montagne, ma i giochi, ormai, erano fatti. Per il secolo successivo Himyar è un regno cristiano, pur mantenendo una forte componente ebraica. Poi arriva Maometto e la storia è nota.

MORIRE

  www.leggo.it  del 5 aprile 2024   JULIE MCFADDEN- 1 Julie McFadden è un'infermiera molto famosa sui social perché condivide le sue esp...