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lunedì 11 dicembre 2017

Gerusalemme capitale

Fulvio Scaglione - Linkiesta
Se nei prossimi giorni, come molti indizi fanno supporre, Donald Trump annuncerà lo spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, avremo la definitiva conferma che è iniziato il secondo tempo della guerra di Siria. in forte crisi dall’offensiva Russa, dal dilagare dell’influenza politico-religiosa dell’Iran e dalla compromissione dei rapporti con la Turchia.
Per afferrare i contorni del quadro, occorre in primo luogo ricostruire la “questione Gerusalemme”. Vincendo la guerra dei Sei Giorni, nel 1967, Israele ottenne anche il controllo di Gerusalemme Est, l’altra metà della città che era era stata divisa in due nel 1948, dalla proclamazione dello Stato di Israele e dalla guerra che ne era seguita. Nel 1967 Israele dichiarò alle Nazioni Unite che non si trattava di un’annessione ma solo di una “integrazione giuridica e amministrativa”. Atteggiamento che cambiò rapidamente, quando la Corte suprema israeliana stabilì che Gerusalemme Est era diventata “parte integrante” dello Stato ebraico. Nel 1980, infine, il Parlamento di Israele approvò la Legge per Gerusalemme come parte della Legge fondamentale dello Stato ebraico, dichiarando Gerusalemme capitale unificata dello Stato ebraico.
Per il resto del mondo, però, tutto questo non ha alcun valore. L’Onu considera Gerusalemme Est “territorio occupato”, una posizione che dura dal 1947, quando fu approvata la Risoluzione 181 che dice: “La città di Gerusalemme resterà un corpus separatum retto da un regime speciale internazionale e amministrato dall’Onu”. Idea ribadita sempre, dalla Risoluzione dell’Assemblea Generale del 1949, dal Rapporto speciale sui diritti dei palestinesi del 1979, dalla Risoluzione 63/30 del 2009 e da altre sei Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, compresa la 478 del 1980 che definiva la Legge per Gerusalemme approvata dalla Knesset “una violazione del diritto internazionale”. Dal punto di vista della legittimità internazionale, insomma, l’annessione israeliana di Gerusalemme Est vale quanto l’annessione russa della Crimea: nulla.Così la pensa, con qualche sfumatura, in pratica tutto il mondo, con le eccezioni della Repubblica Ceca e di Vanuatu. Usa, Ue, Russia, Vaticano: tutti fermi sul corpus separatum fino all’arrivo di Donald Trump. Che non a caso ha nominato ambasciatore in Israele David Friedman, un ebreo ortodosso che, con un gesto almeno inconsueto per un diplomatico, come prima cosa è andato a pregare al Muro del Pianto.
È chiaro che Trump, se prenderà la decisione di spostare l’ambasciata Usa da Tel Aviv (dove restano quelle di tutti gli altri Paesi) a Gerusalemme, riconoscerà l’annessione di Gerusalemme Est, renderà legittimi gli insediamenti e cambierà, grazie alla potenza americana, il quadro internazionale. Ma perché proprio ora? E a che cosa serve questa mossa?
Non è un caso se la “questione Gerusalemme” si riapre proprio mentre la stessa amministrazione Usa annuncia la presentazione, all’inizio del 2018, di un piano di pace tra Israele e palestinesi. Se spostare l’ambasciata serve a rafforzare Israele, il piano di pace dovrebbe rinsaldare la posizione dell’Arabia Saudita, che infatti ne è grande sponsor. I sauditi, infatti, non vedono l’ora di poter stipulare un’alleanza vera (quella di fatto c’è già) con Israele, ovviamente in funzione anti-Iran. Ma per farlo, devono concedere qualcosa al mondo arabo e, soprattutto, devono evitare di passare per traditori della causa palestinese.
Lo ha spiegato bene Yaacov Nagel, fino alla primavera scorsa consigliere per la sicurezza nazionale del premier israeliano Netanyahu. Ai sauditi non importa più nulla dei palestinesi. All’erede al trono Mohammed bin Salman basta poter dire “c’è un accordo”, riservandosi magari di farlo trangugiare ad Abu Mazen e alla sua dirigenza senescente e corrotta con qualche robusta iniezione di denaro.
A quel punto, l’asse israelo-saudita potrebbe nascere e contrapporsi alla crescente influenza dell’Iran con maggiore forza ed efficacia, inglobando magari qualche comprimario come il premier libanese (musulmano sunnita) Saad Hariri, non a caso fresco di ritiro delle dimissioni che erano state annunciate un mese fa da quell’Arabia Saudita dove era scappato dicendosi minacciato di morte da Hezbollah.
Su tutto la benedizione degli Usa di Donald Trump che, sempre guarda caso, hanno coperto di armi i sauditi (a farlo con gli israeliani aveva già pensato Obama, con un aumento dei fondi per la difesa dello Stato ebraico pari a 700 milioni annui per dieci anni), aperto un ombrello politico enorme su Israele e sulla politica degli insediamenti e sconfessato l’accordo sul nucleare dell’Iran firmato nel 2015. Inizia così, appunto, il secondo tempo della guerra in Siria.

domenica 10 dicembre 2017

L'antifascismo

Riccardo Torrescura per ''La Verità''

SLAVOJ ZIZEKSLAVOJ ZIZEK
Contestare da destra la paranoia antifascista non è mai semplice: si viene accusati di essere di parte nonché ottenebrati dall' ideologia. Ecco perché vale la pena di citare ciò che ha scritto sul tema un comunista d' acciaio. L' uomo di cui stiamo parlando è il filosofo sloveno Slavoj Zizek, la cui ultima pubblicazione italiana consiste in un corposo saggio sull' attualità di Lenin.

Siamo di fronte a un insospettabile, dunque. A un pensatore che, per quanto fuori dagli schemi, si colloca con decisione sull' altra sponda del fiume rispetto al fascismo.

Ebbene, Zizek ha appena pubblicato sul quotidiano britannico The Independent un articolo bollente sul movimento antifascista. «Un nuovo spettro sta perseguitando la politica progressista in Europa e negli Stati Uniti, lo spettro del fascismo», scrive.

«Trump negli Stati Uniti, Le Pen in Francia, Orban in Ungheria: sono tutti demonizzati come il nuovo male contro cui dovremmo unire tutte le nostre forze. Ogni minimo dubbio e riserva è immediatamente giudicato un segno di collaborazione segreta con il fascismo». L' analisi è più che corretta e si può tranquillamente allargare alla situazione del nostro Paese.

A leggere i quotidiani degli ultimi giorni, infatti, sembra che il «pericolo fascista» sia più grave che mai. Un po' ovunque spuntano movimenti para nazisti e fanatici del totalitarismo, contro cui i movimenti progressisti - Partito democratico in primis - invitano a combattere. Chiunque si rifiuti di scendere in campo viene immediatamente etichettato come «traditore dell' Italia» (la definizione è del direttore di Repubblica, Mario Calabresi).


Motivo per cui politici di vario ordine e grado stanno facendo professione di fede democratica, dichiarandosi pubblicamente «antifascisti», onde non venire sospettati di intelligenza col nemico. Un esempio lampante è il sindaco di Roma, Virginia Raggi, che ieri ci ha tenuto a ribadire «la forte natura antifascista del Movimento 5 stelle». Ecco, secondo Slavoj Zizek, forme simili di antifascismo sono il nuovo «oppio dei popoli».

«L' immagine demonizzata di una minaccia fascista», spiega il filosofo, «serve chiaramente come nuovo feticcio politico, feticcio nel semplice senso freudiano di un' immagine affascinante la cui funzione è di offuscare il vero antagonismo». A parere di Zizek, la «figura del fascista» serve ai liberal per «nascondere le situazioni di stallo alla base della nostra crisi». In sostanza, dice il pensatore sloveno, lo spauracchio del fascismo di ritorno è utilizzato per compattare il fronte progressista. «In Francia ogni scetticismo di sinistra su Macron fu immediatamente denunciato come sostegno alla Le Pen».


In questo modo, i democratici riescono a tamponare le falle interne e a non avere i proverbiali «nemici a sinistra».
«Quando ho richiamato l' attenzione su come parti della destra identitaria stavano affrontando i problemi della classe lavoratrice trascurati dalla sinistra liberal», spiega Zizek, «sono stato, come previsto, immediatamente accusato di invocare una coalizione tra sinistra radicale e destra fascista».

Sta avvenendo una cosa simile anche in Italia. Il Pd perde i pezzi, e non trova altro modo per recuperare consensi che evocare le minacciose forze della reazione in agguato. In questo modo, ottiene un duplice risultato: può invocare la repressione contro gli avversari politici e, allo stesso tempo, richiamare all' ordine i potenziali elettori delusi.


«La triste prospettiva che ci attende», chiosa Zizek, «è quella di un futuro in cui, ogni quattro anni, saremo gettati nel panico, spaventati da una qualche forma di "pericolo neofascista", e in questo modo ricattati, affinché esprimiamo il nostro voto per il candidato "civilizzato" in elezioni prive di significato. [...] Nel frattempo, potremo dormire nell' abbraccio sicuro del capitalismo globale dal volto umano. L' oscenità della situazione è da mozzare il fiato: il capitalismo globale ora si presenta come l' ultima protezione contro il fascismo, e se cerchi di farlo notare sei accusato di complicità con il fascismo. Il panico antifascista di oggi non porta speranza, uccide la speranza».

A dire tutto questo è un acerrimo avversario dei movimenti populisti e identitari.

Un avversario che ha il pregio di essere, oltre che lucido, anche onesto. Zizek, infatti, sostiene che la sinistra dovrebbe misurarsi sullo stesso terreno battuto dalla «destra alternativa», recuperando consensi attraverso un confronto davvero democratico. Secondo lui, la sinistra può battere i populisti solo tagliando i ponti con le assurdità politicamente corrette e ricominciando a occuparsi davvero dei lavoratori, dei problemi causati dalla globalizzazione e dal capitalismo finanziario senza regole. Nella sua prospettiva, la caccia al fascista è solo una scorciatoia vigliacca per evitare di affrontare la realtà.

Il fatto è che ha ragione. Il Pd, Repubblica e compagni vari possono fare tutte le campagne «antifasciste» che vogliono. Ma prima o poi dovranno spiegare ai loro lettori/ elettori come si risolve il caos dell' immigrazione, come si fa a uscire sul serio dalla crisi economica, come si combatte la minaccia dell' islam radicale, come si fronteggia l' aumento spaventoso della disoccupazione e della precarietà. Tutte questioni per cui, oggi, i progressisti non hanno soluzioni (e, quando le hanno, non sono efficaci). Il «ritorno del fascismo» potrà distrarre i cittadini per qualche settimana, ma poi i nodi arriveranno al pettine.

Verrà il giorno in cui i cari compagni non potranno più dare la colpa dei loro fallimenti al Duce. E, per loro, saranno guai seri.

giovedì 7 dicembre 2017

La rivoluzione digitale

Appunti per la lezione agli studenti della facoltà di Lettere della Sapienza, di Roberto D’Agostino

universita la sapienzaUNIVERSITA LA SAPIENZA
In un mondo di 7 virgola 7 miliardi di esseri umani, per almeno tre Internet è il miglior strumento per cambiare il mondo che sia mai stato inventato. E il segreto del web è semplice. Mentre la letteratura isola, la televisione esclude, il cinema rende passivo lo spettatore, il mondo digitale include. Mi attiva perché è condivisibile in tempo reale con il mondo intero.

E malgrado i rischi e i pericoli, quella di internet è la prima rivoluzione globale senza dissenso. Piace a tutti: poveri, ricchi, bianchi e neri, uomini, donne e tipi intermedi. È una rivoluzione facilmente comprensibile: tutti hanno capito che Internet, attraverso computer e smartphone, è una protesi che ci regala dei superpoteri, che ci permettono non di essere se stessi bensì di creare se stessi.

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Nella stagione del trasferimento della vita reale nel mondo digitale, i social network sono la più importante e vitale forma di aggregazione. I social ti fanno sentire parte di qualcosa – un evento, una situazione, una storia. E ci forniscono una filosofia di salvezza alla paura di correre verso il nulla: una identità digitale.

Grazie al Web, attraverso i social (Facebook, Youtube, Instagram, Twitter, etc) ci possiamo creare un'altra identità, un avatar, magari photoshoppato, quindi falso, ma appagante, da postare al resto del mondo che risponde con i like, gli emoji e i follower.

A causa di aspettative svalvolate, la vita è sempre stata una battaglia tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere.

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L’enorme successo di Internet che ritroviamo in qualsiasi classe sociale, ha origine dalla sua capacità, attraverso i social network, di creare un mondo parallelo a quello reale. Tutti amano la Rete perché è diventata un sollievo, anche un placebo, a tale insoddisfazione che nessuna ideologia/religione, nel corso della storia, è riuscita a cancellare.

(Del resto, perfino i nostri antenati greci, che hanno inventato praticamente tutto, dalla politica alla letteratura, dall’arte allo sport, hanno sentito la necessità di inventarsi e nutrirsi di un mitologico mondo parallelo affollato di avatar che portano il nome di Marte e Giove, Venere e Mercurio, al fine di quietare la propria insoddisfazione)
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I social fanno uscire la tua faccia dall’anonimato (Facebook), ti mettono in pista e ti fanno sentire unico e nello stesso tempo parte di una comunità, protagonista di un evento, di una situazione, di una storia. Il diario della vita in pubblico. Un modo di annotare il passaggio di cose e di emozioni. Mi serve una memoria istantanea, una specie di "pensiero visivo”, una pubblicità immediata di me stesso che spieghi agli altri non ciò che sono ma ciò che vorrei essere. Questo è il titolo perfetto del millennio digitale: Io sono la mia fiction. E Instagram, attraverso il selfie, è oggi la via più semplice per consegnare agli altri una immagine diversa di se stessi.

In un mondo globalizzato che non dà lavoro né assicura benessere, gli internauti devono fare affidamento sul proprio “marchio”. La smaterializzazione dell'immagine – la sua trasmigrazione dal reale al digitale, dalla carta al display - diventa l’arte di costruire il proprio Brand, il proprio marchio personale. Io sono di fatto il presidente, amministratore delegato e responsabile marketing dell’azienda chiamata “Io Spa”. Un processo che richiama alla memoria gli anni Ottanta della “Me Generation”, descritta da Tom Wolfe, e “La cultura del narcisismo” di Chris Lash.
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La creazione del proprio “brand” ha a che vedere con un'esperienza interiore di sé, piuttosto che uno stato oggettivo di essere famoso. Da Andy Warhol che nel marzo 1968 dettò la celebre frase “Saremo in futuro tutto famosi per 15 minuti”, siamo passati al ragazzino che vuole essere famoso per 15 amici.

Imploderà l’impero delle app? No, perché la tendenza generale, alla faccia di haters e di trolls, è una spinta piuttosto forte al “pensiero positivo”. C’è una frase di uno youtuber americano con un bottino di 50 milioni di follower che sintetizza questa modalità. Intervistato fa una dichiarazione che sorprende il giornalista: “Io non voglio essere me stesso. Io voglio essere la pizza”. Prego? La pizza? “Sì, perché tutti amano la pizza. Ed io voglio essere amato da tutti’’.
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Ecco. Noi vogliamo solo essere amati, pensiamo che ce lo meritiamo perché ci consideriamo unici. In questa frase, allo stesso tempo geniale e cinica, c’è l’essenza della ‘’filosofia’’, se così possiamo dire, digitale. Far parte di comunità in cui gli sms hanno preso il posto delle molotov e twitter al posto delle pietre. Non è un caso che Facebook ha sempre rifiutato di introdurre accanto a “like” il segno del “non mi piace”.

giulio perroneGIULIO PERRONE
Ed è anche per questo che i giornali non vendono più. I quotidiani appartengono filosoficamente al secolo ideologico, quindi devono imporre una linea al lettore, hanno la “verità” in tasca, salgono in cattedra e sparano opinioni che mi dicono che sono un incivile perché seguo il Grande Fratello Vip, un ignorante perché non mi sintonizzo sui talk politici, che sto sbagliando tutto della mia vita perché mi diverto con Malgioglio... Bene: ho speso un euro e mezzo, perché mi devi trattare a pesci in faccia?

Nella stagione del trasferimento della vita reale nel mondo digitale, i social network sono la più importante e vitale forma di aggregazione, anche in politica. Barack Obama nel 2008 per sua stessa ammissione non avrebbe vinto la sfida elettorale se non avesse avuto un formidabile team di gestione dei social network, lui riuscì a mobilitare 18 milioni di giovani per fare la differenza contro lo sfidante McCain, grazie all’uso di Facebook, aggregando le persone su Facebook.
giulio perrone roberto d agostino mirella serriGIULIO PERRONE ROBERTO D AGOSTINO MIRELLA SERRI

Il social inventato da Zuckeberg sta per toccare i due miliardi di adesioni sull’intero pianeta e dunque abbiamo una collettività transnazionale che risponde ad un proprio linguaggio. La prima cosa che si fa appena si entra in un social è quella di rovesciare in pubblico la nostra vita privata. E lo si fa con piacere. Perché noi siamo ciò che raccontiamo agli altri, dall’’’Odissea’’ di Omero a “Mille e una notte” passando per il “Decamerone” di Boccaccio, ognuno di noi è una costruzione letteraria. Io sono la mia fiction. Per questo diffondiamo sui social la nostra autobiografia, testo e foto e video, edulcorata e corretta, ovviamente. Vogliamo i like, vogliamo i followers, i cuoricini: sono loro che ci danno un’identità sociale.
giulio perrone roberto d agostino mirella serri (2)GIULIO PERRONE ROBERTO D AGOSTINO MIRELLA SERRI (2)

Per gran parte degli intellettuali del ‘900, invece, orfani del loro ruolo di leader, Internet è piuttosto un “infernet”, un inferno, come tuonò Umberto Eco, che dà “diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano al bar dopo un bicchiere di vino e ora hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel”.

E scatta l’allarme rosso: Internet è un paradiso o un inferno? Se deleghiamo i pensieri alle app o a un software diventiamo stupidi come criceti sulla ruota? Ci aspetta un "nuovo mondo", terra promessa di pace e speranza, oppure siamo destinati ad essere travolti da un gigantesco esaurimento nervoso? Ciò che la Silicon Valley vuole costruire è un paradiso per i robot?
Davvero con Internet, la Storia, con la esse maiuscola, è finita tra le fiamme dell’inferno?

L’anno che cambiò la faccia del mondo e il percorso della storia fu il 1989. Viene giù il Muro di Berlino, da una parte. Dall’altra, Tim Berners-Lee inventa la Rete, il Web, Internet. Nel 1989, finisce un’epoca, ne inizia un’altra. Fantastica e sconcertante, tempestata di clic, di siti, di immagini. E nulla fu come prima. In tutti i campi, dal lavoro all’amore, dalla cultura alla politica.
mirella serriMIRELLA SERRI

Siamo entrati in un nuovo rinascimento che sta cambiando tutto, a partire dal nostro modo di essere. Come fu l’arrivo dei caratteri stampa mobile di Gutenberg che mise fine al Medioevo e apri’ le porte a Leonardo e Michelangelo. In questo passaggio tra due epoche, dall’analogico al digitale, viviamo un senso di caos per la decadenza del nostro vecchio sistema.

E se proviamo a puntare il nostro sguardo verso il futuro, vediamo questo orizzonte di polvere, è la polvere che si alza quando crolla tutto e finisce un’epoca. Questa polvere poi lentamente si deporrà e si vedrà qualche cosa di nuovo. Il passaggio dal Medioevo al Rinascimento, del resto, durò un secolo.

La tecnologia ha cambiato la nostra vita esattamente come è avvenuto nell’800 e nel 900. L’arrivo del treno fu una grande rivoluzione, l’arrivo della macchina fu una grande rivoluzione e adesso siamo alla vigilia di innovazioni superiori a quella che la nostra immaginazione può tentare di descrivere.
la lezione di dago alla sapienza 7LA LEZIONE DI DAGO ALLA SAPIENZA 7

Stiamo andando verso un mondo completamente nuovo dove i protagonisti saranno i robot. Grazie all’intelligenza artificiale, i computer ci battono a scacchi, guidano le macchine, fanno la pizza e nella prossima società cibernetica, preparatevi: avremo computer nel cervello e le macchine saranno più intelligenti degli esseri umani.

Un chip, impiantato sotto la pelle, funzionerà per timbrare il cartellino, aprire porte, azionare il pc, fare la spesa. Entro il 2029 sarà realtà, la cosiddetta ‘singolarità tecnologica’, cioè quando i computer, tramite software e robot, avranno un livello umano di intelligenza, potranno evolversi e migliorarsi da soli.

Siamo prigionieri di un algoritmo, ostaggi di un software, sempre a caccia di una connessione wi-fi. Una sfida che molti considerano un incubo.

Non c’è dubbio che ogni svolta tecnologica comporta dei grandi pericoli, dei grandi rischi.
giulio perrone roberto d agostino mirella serri (1)GIULIO PERRONE ROBERTO D AGOSTINO MIRELLA SERRI (1)
La tecnologia può falcidiare e distruggere il mercato del lavoro, produrre milioni di disoccupati e quindi fomentare scontento malumori, rivoluzioni proteste, violenze, un vero e proprio terremoto sociale.

Non c’è nessun dubbio che questo è il rischio che noi abbiamo davanti, la società dei robot che è alle nostre porte e che sta già arrivando annienta e distrugge progressivamente il ruolo degli esseri umani nel mondo del lavoro, quindi la sfida è rispondere a questo rischio, tentando di ripensare il lavoro, il tempo libero, l’equilibrio fra macchine ed esseri umani. È uno dei passaggi più difficili, ma non abbiamo alternativa, che passarci attraverso e inventare una nuova forma di convivenza.

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Il vero punto debole è che le tecnologie creano una fascia di esseri umani che non è in grado di adoperarle, e che viene quindi emarginata, spazzata via, distrutta, lacerata, trasformata in prodotto di scarto.

Sul piano dei rischi c’è il trasferimento della socializzazione dalla realtà reale a quella virtuale. Noi lo vediamo tutti i giorni, noi viviamo in una grande stagione di proteste e appena può la gente va a votare e vota contro, chiunque sia e chiunque rappresenti l’establishment, ma nelle università non ci sono più movimenti di protesta, i sindacati si sono indeboliti, ogni tipo di associazionismo è in calo.
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Come è possibile che non ci siano cortei di protesta nelle grandi città dell’occidente se viviamo la stagione della protesta? Perché la protesta si è trasferita da forma aggregata associata nella realtà reale, in forme di amici o gruppi sui social network. Questo porta ad una desocializzazione degli individui che secondo alcuni studiosi del comportamento comporta molti rischi.

Soprattutto sul piano dello sviluppo delle identità. Completamente scollegate dalla realtà. Ovvero uno pensa di essere qualcosa solo e solamente perché il social network ci rappresenta in quella maniera. Questo è il rischio. Qual è invece l’opportunità? L’opportunità è che grazie al social network uno riesce ad entrare in contatto con persone che possono avere simpatie ed interessi comuni anche se vive in un’altra latitudine.
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In tutto il mondo, dal deserto del Sahara sotto le tende dei beduini, nei villaggi africani, nei villaggi del Bangladesh, in un’isola sperduta, chiunque può accedere alla biblioteca di Babele, alla biblioteca totale. Basta connettersi con la rete e c’è la totale disponibilità della cultura, dei libri, della lettura a tutti. Questo non può non produrre qualcosa che noi adesso non possiamo neanche immaginare.

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L'uomo è la misura di tutte le cose, queste erano le parole d'ordine, le leggiamo nei libri di testo, nei libri di lettura. E che cos'altro è internet, la rete, se non questo? L'affrancamento del singolo dalla dittatura o comunque dai condizionamenti di una lettura imposta, di una lettura a priori, di una lettura che viene fornita da altri anche semplicemente dal punto di vista delle notizie.

La tecnologia è una nuova ideologia che, a differenza del capitalismo o del socialismo, non ha niente a che vedere con un ideale o con un programma di governo. Ecco uno strumento, un software, un algoritmo velocissimo che deride la lentezza dei nostri pensieri. Nell’Impero Digitale, la storia non è più "orientata" verso un “pensiero unico” ma è multimediale, ipermediale, transmediale.

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Il nostro è un mondo di modernità ad alta velocità, nel quale il fatto che le cose cambino non ha più bisogno di essere spiegato dal Censis o dall’Istat. Piuttosto sarebbe meglio riprendere in mano il “Pensiero debole” del filosofo Gianni Vattimo, saggio fondamentale del postmoderno, pubblicato da Feltrinelli nel 1983, un saggio che si inalbera sulle macerie ideologiche degli anni ’70, in contrapposizione alle varie forme di pensiero forte dell’Otto-Novecento - in primis il marxismo,.

Con Internet il pensiero debole diventa fortissimo. Il Web, come il Pensiero Debole, si presenta in maniera esplicita come una forma di nichilismo, vocabolo che Vattimo considera "una parola chiave della nostra cultura". Con questo termine, che Vattimo usa in maniera positiva e propositiva, egli intende la circostanza in cui, come aveva profetizzato Nietzsche per indicare l'inevitabile decadenza della cultura occidentale e dei suoi valori, "l'uomo rotola via dal centro verso la X", ossia quella specifica condizione di assenza di fondamenti in cui viene a trovarsi l'uomo postmoderno in seguito alla caduta delle ideologie e delle verità stabili.

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E il tempo impiegato a scavare per trovare la “verità” è tempo perso perchè il mattino dopo un nuovo futuro è già qui, e quella “verità” non serve a nulla. E’ la tecnologia stessa a includere il cambiamento che per decenni è stato sinonimo di progresso. Le cose via via miglioravano. La storia aveva una direzione. Oggi il discorso è più complesso. La linearità delle cose - l'esistenza cioè di un inizio e di una fine - è un'invenzione occidentale.

La Rete permette a tutti noi di navigare come su una tavola da surf, cavalcando le onde ed evitando i venti contrari, e permettendo di restare attaccati alle correnti dell’attualità. Con un colpo di mouse, abbiamo a disposizione un'enorme fonte di informazione, un'infinita memoria generale. Nell'era dei big data, le risposte dipendono unicamente dalle domande.

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E le famigerate fake news dove le mettiamo? Le mettiamo in quel posto perchè i grandi mezzi di comunicazione sono le vere, grandi fucine di balle spaziali. Da sempre. È li che vendono preparate, cucinate, diffuse o nascoste, a seconda degli interessi dei proprietari dei giornali. L’informazione in Rete può essere vera o falsa, o entrambe le cose, ma in Rete è impossibile sostenere una menzogna per lungo tempo.

Osserviamo il caso Weinstein: Il New York Times aveva tutti i documenti necessari a pubblicare l’inchiesta dieci anni fa. Non è finita in pagina a suo tempo perché Weinstein investiva in pubblicità e finanziava la politica. Convenienza e pressioni hanno nascosto il segreto di pulcinella.
roberto d agostino (1)ROBERTO D AGOSTINO (1)

In un saggio del filosofo Zizek si racconta di una maledizione cinese. Se si odia veramente qualcuno, lo si maledice così: "Che tu possa vivere in tempi interessanti!". Storicamente i “tempi interessanti” sono stati periodi di mutamenti, di guerre e lotte per il potere. Oggi, con la rivoluzione innescata dalla tecnologia e da internet stiamo chiaramente dentro a una nuova epoca di tempi interessanti. Quindi inquietanti, conflittuali, difficili. Ma eccitanti. Perché la nuova fonte di potere non è il denaro nelle mani di pochi, ma l'informazione nelle mani di molti.

Quello che è certo è che l’uomo, così come lo conosciamo, prossimamente non esisterà più. E non c’è dubbio che il sentimento di gran lunga più diffuso oggi sulla terra non è la paura del futuro. E' il timore di quello che avverrà domani mattina.

venerdì 24 novembre 2017

Le api muoiono

Susanna Tamaro per il Corriere della Sera

SUSANNA TAMAROSUSANNA TAMARO 
Una vasta area della mia biblioteca è dedicata ai libri di scienze naturali, e una buona parte di questa è focalizzata sulla vita degli insetti. Tra entomologia e scrittura infatti c' è una relazione molto stretta perché ambedue richiedono una profonda capacità di osservazione dei dettagli anche minimi. Spesso la letteratura entomologica si discosta dal campo strettamente tecnico per trasformarsi in letteratura vera e propria.

Penso ad autori come Jean-Henri Fabre, Marcel Rolland o Maurice Maeterlinck che con la sua Vita delle api , un classico intramontabile, è stato insignito nel 1911 del premio Nobel. Così quando mi è arrivato Il piacere delle api di Paolo Fontana (edizioni WPA Books, pag. 610) ho avuto un sussulto di gioia. Avevo già letto diversi testi sulle api, per lo più molto dotti e tecnici, ma in nessun titolo mi era capitato di trovare la parola «piacere».

ALVEARE - APIALVEARE - API 
Dato che le api pungono, e le loro punture sono dolorose e spesso anche rischiose - io stessa sono finita una volta in ospedale -, riesce difficile immaginare dove possa risiedere il piacere. Eppure è così. Come il suono di un pianoforte rende una casa misteriosamente più accogliente, così le api sono in grado di trasformare un semplice giardino in una sinfonia rigenerante. In aprile e maggio, ad esempio, durante le grandi fioriture dell' acacia e del tiglio, la mia piccola fattoria viene letteralmente avvolta dal laboriosissimo ronzio delle bottinatrici al lavoro.

Chi non si è soffermato sotto uno di questi alberi in fiore non può rendersi conto di quanto sia potente la vibrazione dell' OM cosmico. L' ape in sé come individuo non esiste. Una apis, nulla apis , dice un motto latino. Ma la comunità delle api, nel suo insieme, crea un organismo unico e complesso che siamo ancora ben lontani dal comprendere.

ALVEARE - APIALVEARE - API
La mia personale impressione è che l' essere umano e l' ape siano, in qualche modo, ai vertici di due processi evolutivi. La ricchezza di condivisione e comunicazione di uno sciame, infatti, non mi sembra essere molto diversa dalla danza dei neuroni che avviene nella nostra testa.

Il piacere delle api è un' opera imponente, di profonda erudizione, che scandaglia ogni lato della vita di queste creature e del loro legame con l' uomo: dalla storia dell' evoluzione, all'antropologia, dalla filosofia, alla letteratura, dalla musica leggera alle tecniche per gestire le arnie più innovative, nessun argomento è stato tralasciato, ma pur essendo un libro divulgativo si legge con lo stesso piacere di un grande romanzo. Già perché la storia delle api è la nostra stessa storia, abbiamo rapporti con loro fin dai tempi del Mesolitico.

La pittura rupestre più antica che testimonia questo nostro legame risale a 10.000 anni fa. Gli egiziani sono stati dei grandi apicultori e da lì, probabilmente grazie anche ai Fenici, questa loro sapienza si è estesa all' Asia Minore, all' Egeo fino ad arrivare a tutti i paesi del Mediterraneo. Nel libro IV delle Georgiche di Virgilio, dedicato proprio alle api e ai fiori, si trovano nozioni tutt' ora assolutamente valide.

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È interessante notare che l' apicultura fiorisce quando è in atto una grande civiltà, mentre quando la civiltà decade, l' apicultura si inabissa. Un' apicultura degna di questo nome, infatti, preleva dalle arnie soltanto il surplus del miele prodotto, mentre quella che chiamerei predatoria, - o meglio la non-apicultura, perché non coltiva niente - per accaparrarsi tutto il miele sa compiere solo l' apicidio, cioè lo sterminio di tutte le api.

È stata proprio questa non-apicultura a diffondersi in Europa dopo la caduta dell' Impero Romano, restando per quasi mille anni la principale forma di sfruttamento delle nostre laboriose amiche. Niente civiltà, niente apicultura. C' è da riflettere.
E adesso a che punto siamo?

ALVEARE - APIALVEARE - API 
Ad un punto estremamente critico. L' evoluzione delle tecniche agricole, la diffusione nell' aria di un' infinità di sostanze chimiche nocive per gli insetti, le modifiche del paesaggio e il cambiamento climatico stanno portando l' apicultura sull' orlo del collasso. Personalmente, in solo due anni ho perso il 70% delle arnie. La crisi c' è ed è veramente grande, ma ogni crisi può essere anche una grande possibilità di cambiamento. Ripensare l' agricoltura vuole dire riuscire ad immaginare un mondo diverso.

Un mondo che non prema l' acceleratore unicamente sulla leva del profitto ma che sappia abbracciare anche l' idea dell' interdipendenza tra tutto ciò che è vivente. Una delle principali cause di declino delle api - sembra perfino imbarazzante dirlo - è la mancanza di fiori.

MIELEMIELE
I fiori si trovano ormai solo nelle serre dei fiorai e non più nei campi, per lo più abbandonati e coperti di rovi o ipersfruttati. I fiori dovrebbero essere il pane quotidiano delle api, senza di essi è necessario ricorrere alla nutrizione artificiale ma essendo l' ape un animale selvatico alla lunga questa pratica è destinata a indebolire la forza vitale dello sciame.

Spesso le grandi rivoluzioni nascono da piccoli gesti. «Piantate dei fiori nei vostri cannoni», cantavano i Giganti cinquant' anni fa. Forse ora, se abbiamo a cuore il nostro futuro, è arrivato il momento di intonare un nuovo inno: «Piantate dei fiori nei vostri balconi».

domenica 29 ottobre 2017

F-35 e polemiche

Marco Nese - Corriere della Sera - 29.10.2017

Invece di pubblicizzarla come un successo della tecnologia italiana, la notizia è stata tenuta nascosta. E’ successo martedì scorso, 24 ottobre. Il primo F-35B, aereo a decollo corto e atterraggio verticale, interamente costruito nella base di Cameri, a nordest di Novara, ha compiuto un volo di collaudo. Il pilota è rimasto ai comandi più di un’ora seguendo una scaletta prestabilita di prove tecniche.
Dalla Difesa, nessuna comunicazione e niente presenza della stampa. “Quasi ci vergogniamo - si rammarica Vincenzo Camporini, ex capo delle Forze armate e attuale consigliere Nato -. In altri Paesi per un evento del genere si scomodano capi di Stato e primi ministri”.
Mantenere il silenzio, secondo Dino Tricarico, ex capo di stato maggiore dell’Aeronautica, “è una scelta stravagante che si spiega solo col fatto che siamo in campagna elettorale: meglio non parlare di F-35, argomento divisivo che crea polemiche. Si vuole evitare di toccare questo tasto, perché l’F-35 fa perdere voti”.
A Cameri l’Aeronautica italiana ha creato uno stabilimento, vero gioiello tecnologico, che ha convinto gli americani a concedere al nostro Paese, unico caso fuori dagli Stati Uniti, la possibilità di costruire i cassoni alari, i contenitori del motore, e assemblare gli interi velivoli F-35. 
Inizialmente l’Italia aveva prenotato 131 caccia F-35 per un costo totale stimato attorno ai 12,9 miliardi di dollari. In seguito alle polemiche per la spesa elevata, si è deciso di ridurre a 90 l’acquisto degli F-35 Lightning (fulmine), un caccia di quinta generazione, concepito in modo da essere invisibile ai radar e operare in rete con altri sistemi d'arma. I 90 presi dall’Italia (60 nella versione a decollo normale e 30 a decollo verticale) serviranno a rimpiazzare i cacciabombardieri Tornado e Amx dell'Aeronautica e gli Harrier della Marina. 
Non è stata una buona idea acquistarne 90, perché produrne a Cameri meno di 100 ha fatto lievitare i costi (circa 100 milioni di dollari ogni caccia). E altri Paesi europei, come Olanda, Norvegia, Inghilterra e in futuro probabilmente anche Belgio, Danimarca e Polonia, non hanno più convenienza a comprare gli esemplari costruiti in Italia. Spendono meno se li acquistano direttamente negli Stati Uniti.
Finora sono stati consegnati all’Aeronautica 8 F-35 e adesso anche la Marina, quando saranno terminate tutte le fasi di collaudo del primo caccia nella versione B a decollo verticale, potrà farlo planare sulla portaerei Cavour. 
“Siamo l’unico Paese - dice ancora Vincenzo Camporini - dove si fa calare il silenzio su un fatto che riguarda la sicurezza nazionale. Spaventati dall’opinione pubblica, siamo riusciti a oscurare perfino la notizia che il primo pilota a sorvolare l’Atlantico al comando di un F-35 è stato un italiano”. L’evento risale al febbraio 2016, il maggiore Gianmarco Di Loreto volò da Cameri fino a Patuxent River, nel Maryland, dove fu accolto con grandi festeggiamenti.
Marco Nese

sabato 21 ottobre 2017

Crisi turca

La crisi turca (e dell’Europa) ha tre radici

Uno scrittore americano residente a Istanbul espone il suo punto di vista sul logorio delle libere istituzioni e sulla svolta autoritaria pilotata da Erdogan. L’errore è credere che stia riemergendo una esotica vocazione orientale di quel Paese. In realtà


Da quattro anni ormai la Turchia naviga nelle acque burrascose di un’instabilità politica senza precedenti. Come americano residente a Istanbul, ho vissuto in prima persona gran parte di questi sconvolgimenti: le proteste a Gezi Park e le loro ripercussioni; gli scandali della corruzione tra gli apparati governativi; l’invio di armamenti da parte di Erdogan ai combattenti islamici in Siria, tra i quali i miliziani di Jabhat al-Nusra, affiliati di Al Qaeda; fino alle purghe politiche dopo il colpo di Stato del 2016, che hanno visto l’arresto e l’incarcerazione di migliaia di intellettuali turchi. Ma quando rifletto sul futuro incerto della Turchia, i miei pensieri spesso tornano a una domenica di giugno del 2015, che ho trascorso con i miei figli.
Quel giorno si teneva la prima di una serie di elezioni parlamentari. Io non posso votare, perciò avevo pensato bene di esercitare il mio diritto di scelta nel più classico stile americano: andando a fare shopping con i miei bambini, di tre e cinque anni, a Ortaköy, un mercato di bancarelle all’aperto. Nel percorrere in taxi la Cevdet Pasha Cadessi — una delle arterie che costeggiano il Bosforo — ho consegnato ai bambini dieci monetine ciascuno, da spendere come volevano. Sentendomi parlare in inglese, mentre spiegavo ai bambini le virtù di un’attenta pianificazione degli acquisti, l’autista mi ha indicato un gigantesco manifesto elettorale del presidente Recep Tayyip Erdogan, che tappezzava l’intero lato di un palazzo di uffici. «Erdogan è una cattiva scelta». Poi, incrociando il mio sguardo nello specchietto retrovisore, ha aggiunto: «Ci vuole trasformare in un Arabistan!». Ho notato una bandierina metallica, incollata al cruscotto del taxi, la stella e la mezzaluna della Repubblica. Il conducente era uno dei tanti turchi che dissentivano da Er dogane dal suo Partito della giustizia e dello sv il up po,l’ Akp,propr io perché mirava a impartire una svolta al Paese, abbandonandola laicità a favo redi una forma di governo totalitario di stampo islamico.
L’autista mi ha poi spiegato come il modo migliore per ostacolare Erdogan e l’Akp fosse quello di non votare per il Chp, il Partito repubblicano del popolo, il secondo del Paese, bensì per l’Hdp, che rappresenta gli interessi dei curdi e di altre minoranze. Se riusciva a superare la soglia del 10 per cento alle urne, l’Hdp avrebbe ottenuto un numero sufficiente di seggi in Parlamento per dare filo da torcere all’Akp nel formare un governo dotato di maggioranza. Il guidatore, chiaramente un turco laico, non sembrava per nulla scomporsi davanti al fatto che il leader dell’Hdp, Selahattin Demirtas, avesse stretti legami con i ribelli curdi che da trent’anni combattono nel SudEst del Paese. «Demirtas ci salverà da Erdogan», mi ha assicurato mentre pagavo la corsa, per poi profetizzare: «Sarà lui il salvatore della Turchia».
Mentre mi aggiravo tra le bancarelle ancora sguarnite di Ortaköy, qualche venditore cominciava solo allora a esporre le mercanzie, quasi che gli altri fossero stati trattenuti ai seggi elettorali. Per ingannare il tempo, tenendo tra le mie le manine dei bambini che stringevano le monetine, ci siamo diretti verso la moschea del sultano Abdülmecid. Eretta attorno a un’unica cupola bassa e ornata di due soli minareti, è una costruzione assai modesta in confronto alle ben più celebri Moschea Blu e Santa Sofia. Per via della mia discendenza sia cristiana che ebraica, ho sempre esitato ad avventurarmi in una moschea e questa in particolare non l’avevo mai visitata, pur essendovi passato accanto decine di volte. Con la maggioranza dei turchi impegnati a votare, quella m’è sembrata una buona occasione: ci siamo tolti le scarpe e siamo entrati. Dalle immense vetrate della moschea, affacciata sul Bosforo, una luce brillante inondava la sala principale, riverberando tra i lampadari di cristallo sospesi sotto una cupola meravigliosamente ricca di decorazioni e imponente come quelle che si ammirano in Vaticano. Sotto la cupola sono appesi otto pannelli verdi con scritte dorate, straordinari nella loro semplicità. Da queste parti si narra che i versetti del Corano siano stati dipinti a mano dallo stesso sultano Abdülmecid.
Per gran parte degli ultimi quattro anni, caratterizzati da crescenti tensioni politiche, in Turchia si sono scontrate diverse e contrastanti visioni del futuro della nazione. Continuerà ad essere una repubblica liberale e laica, con limitate ambizioni internazionali, simile a quella fondata da Mustafa Kemal Atatürk? Oppure tornerà indietro, ripercorrendo quel filone di tradizionalismo che si richiama alla storia ottomana, nel tentativo di riaffermare la sua posizione di massima potenza del mondo islamico? In piedi, sotto i versetti dipinti da Abdülmecid, mi chiedevo se queste visioni della Turchia fossero davvero contrastanti. Al potere dal 1823 al 1861, Abdülmecid si rivelò uno dei più grandi riformatori dell’Impero ottomano. Mentre rafforzava ed espandeva l’influenza della nazione all’estero, Abdülmecid istituì il primo ministero dell’Istruzione, abolì la tratta degli schiavi e persino depenalizzò l’omosessualità. Seppe far leva su secoli di potenza e tradizione ottomana non per consolidare strutture antiquate, bensì per favorire e avviare una nuova visione del Paese al passo con i tempi.
Davanti all’Isis in Iraq e al gruppo islamista al-Sham in Siria, che combattono per ristabilire l’antico califfato del VI secolo sui confini meridionali della Turchia, e mentre Paesi a maggioranza musulmana, come Egitto, Iraq, Libia e molti altri ancora, sono travolti dalla violenza o governati da regimi autoritari, i soli capaci di tenerli lontani dal baratro, la posizione della Turchia come leader del mondo musulmano riveste un’importanza cruciale. Tuttavia, da quelle elezioni del 2015 il Paese sembra avviato su una strada che non promette nulla di buono.
L’Hdp, il partito che suscitava l’entusiasmo del mio tassista, è riuscito effettivamente a superare la soglia del 10 per cento e a impedire all’Akp di Erdogan di formare un governo di maggioranza. Ma anziché accettare questa realtà, il presidente ha indetto una consultazione lampo per il successivo novembre. Nel frattempo, si è affrettato a chiudere molti mezzi di comunicazione favorevoli all’opposizione e ha revocato il cessate il fuoco stipulato con i curdi nel turbolento Sud-Est del Paese. Queste misure hanno scatenato una serie di attacchi terroristici nel corso di quell’estate e nell’autunno del 2015, tra i quali il più micidiale della storia turca, quando l’esplosione di una bomba durante un comizio politico ad Ankara pro-
L’esempio positivo Nell’Ottocento il sultano Abdülmecid istituì il primo ministero dell’Istruzione, abolì la tratta degli schiavi e depenalizzò l’omosessualità
vocò 103 vittime. Chiamati di nuovo alle urne a novembre, i turchi hanno negato il loro appoggio al partito curdo e di conseguenza l’Akp ha recuperato la maggioranza di governo.
L’estate successiva, la notte del 15 luglio 2016, un contingente di militari laici, teoricamente favorevoli a Fethullah Gülen, avversario di Erdogan, ha tentato un colpo di Stato in risposta alla stretta del presidente sul potere. Mentre i caccia militari sfrecciavano nel cielo di Istanbul, spaventando i cittadini con i loro boati, gli elicotteri da combattimento lanciavano missili contro gli edifici del governo ad Ankara. Ma quando Erdogan è apparso in televisione e si è appellato alla cittadinanza, invitandola a scendere nelle strade per sbaragliare i congiurati, le cui azioni rischiavano di ribaltare i risultati elettorali dell’anno precedente, i turchi hanno risposto in modo massiccio, facendo fallire il colpo di Stato.
Nei mesi successivi, il governo di Erdogan ha dichiarato lo «stato di emergenza», che resta in vigore ancora oggi. Grazie alle leggi speciali, decine di migliaia di oppositori sono stati arrestati e imprigionati, tra i quali anche membri dell’opposizione politica e quello stesso Selahattin Demirtas, capo dell’Hdp, che il mio tassista aveva esaltato come «salvatore della Turchia». Al momento del suo arresto, quasi un anno fa, gli è stata revocata l’immunità parlamentare.
Con il Paese ancora sotto lo «stato di emergenza», Erdogan ha indetto un referendum costituzionale nell’aprile del 2017, che molti ritengono fosse già nelle sue mire da parecchio tempo. La Turchia gode di un sistema parlamentare guidato da un primo ministro, incarico che Erdogan ha ricoperto per tre mandati fino al 2014, quando non è stato più rieleggibile. Anziché ritirarsi dalla politica, Erdogan ha occupato la poltrona di presidente, una carica rappresentativa secondo i dettami costituzionali. L’obiettivo centrale del suo referendum, tuttavia, era la creazione di una presidenza esecutiva con poteri senza precedenti, che gli avrebbe consentito di restare al potere in veste presidenziale fino al 2029, marginalizzando la figura del primo ministro.
Malgrado la repressione seguita al mancato colpo di Stato, l’opposizione ha fatto sentire la sua voce per condannare il referendum costi- tuzionale. Quando lo scorso gennaio Aylin Nazliaka, una deputata indipendente, si è ammanettata al microfono del seggio, tra i membri del Parlamento è scoppiata una colluttazione. Durante la campagna Hayir/ Evet («No/ Sì») che è seguita, il governo ha tagliato la corrente ai comizi del No e i politici hanno fatto i loro discorsi nelle sale illuminate dalla luce dei cellulari. Gli osservatori internazionali dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, inviati a monitorare le elezioni, hanno dichiarato che «il referendum costituzionale del 16 aprile non s’è svolto in condizioni di parità e i contendenti politici non hanno goduto delle medesime opportunità». Il referendum ha approvato la proposta del governo con il 51,41 per cento dei voti, portando Erdogan verso quello che, secondo molti, aveva sempre mirato in politica: il controllo totale della Turchia.
Ebbene, che cosa intende fare con quel potere?
Qualche sera fa, a Istanbul, ho cenato su una terrazza panoramica con tre amici turchi: un editore con la moglie, conduttrice televisiva, e un altro che scrive per un giornale di sinistra. Il giornalista si lamentava della situazione politica in Turchia, preoccupato per la sorte di alcuni colleghi finiti in manette. Ha poi chiesto notizie alla conduttrice sul suo nuovo incarico alla Trt, l’emittente di Stato, dove molte sue colleghe indossano l’hijab. Davanti allo sconcerto del giornalista, la conduttrice ha elogiato la serietà delle donne velate, spiegando che per ciascuna di loro l’hijab rappresenta una scelta intellettuale, per poi affermare di non sentirsi affatto condizionata dalle colleghe a coprirsi il capo anche lei. «Se ci tengono a portare il velo al lavoro», aveva commentato il giornalista, «che andassero a vivere in Arabia Saudita». «E perché mai?», è stata la risposta. «Il nostro è un Paese laico e libero. Anche loro possono fare quello che vogliono».
Questo scambio mi ha fatto ripensare al colloquio con il tassista di quasi due anni prima, quando l’uomo aveva accusato Erdogan di voler trasformare la Turchia in un «Arabistan». La Turchia è un Paese a cavallo tra due continenti, con Istanbul — una città tagliata dal Bosforo e protesa sia verso l’Europa che verso l’Asia — come suo simbolo più rappresentativo. Lo scontro tra islam e laicismo all’interno della società turca, tuttavia, spesso viene ri- dotto a un contrasto tra Oriente e Occidente. Le tensioni che io avverto nella società turca, invece, mi sembrano ben note e assai diffuse in ogni angolo del pianeta, che si tratti di divergenze tra religione e Stato, come negli Stati Uniti; oppure di regionalismo contro nazionalismo, come in Europa; o ancora che si tratti di corruzione politica, un cancro da cui nessun Paese è immune. I turchi, però, spesso si lamentano del modo in cui si tende a orientalizzare i loro problemi, con il rischio di sollevare equivoci e incomprensioni. Per esempio, il dibattito sull’ingresso o meno nell’Unione europea non è mai circoscritto a questo tema, ma si allarga ben presto a un’indagine esistenziale sulla volontà dei turchi di entrare a pieno titolo nel mondo moderno, o di regredire verso l’esotismo. Dopo il dramma politico degli ultimi quattro anni, i turchi stanno rimettendo in discussione l’indirizzo generale del loro Paese. Alcuni sono convinti che occorre tornare sotto il manto ottomano e assurgere a Paese guida del mondo islamico. Con Erdogan, costoro sperano di trovare l’equivalente moderno del sultano Abdülmecid, un riformatore che potrebbe indirizzare il suo modello di nazionalismo verso un orizzonte più ampio sullo scenario globale. Altri invece temono che gli eccessi politici di Erdogan, e i suoi passi indietro nei confronti della laicità, minaccino di compromettere i principi fondanti della repubblica turca.
Quando mi sforzo di capire le recenti mosse politiche della Turchia, i miei ricordi spesso tornano a quelle elezioni di due anni fa, e al tempo passato a discutere di scelte con i miei figli. Dopo aver lasciato la moschea del sultano Abdülmecid, ci siamo accorti che solo pochi venditori avevano fatto ritorno dai seggi. Stringendo in mano le loro dieci monetine, i miei bambini hanno passato in rassegna le scarse offerte del mercato — giocattoli di plastica, qualche articolo di bigiotteria. Non avendo trovato nulla di interessante, erano rimasti piuttosto delusi. Avrebbero voluto comprare qualcosa. Per consolarli, ho suggerito di mettere da parte le loro dieci lire e alla prossima visita avrei raddoppiato la cifra. Se erano pazienti e sapevano aspettare, forse sarebbero riusciti a comprare proprio quello che desideravano. «Sì, ma quando?» hanno subito cominciato ad assillarmi.
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MORIRE

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