INTELLIGENZA ARTIFICIALE E INTELLETTO AGENTE
Le macchine possono innamorarsi? Possono odiare? Possono temere? Possono odiare? Possono amare? Possono rispettare? Possono disprezzare? Possono illudersi? Possono sentire qualcosa? No. Però possono cancellarci. Possono estinguere la vita sulla Terra. Così almeno secondo quanto scrive Kissinger, nel suo libro “Genesi” e, con lui, i suoi due collaboratori Eric Schmidt e Craig Mundie, che sono fra i massimi studiosi della AI, uno per conto di Microsoft, l’altro per Google. Il libro di Kissinger è passato quasi sotto silenzio in Italia, popolo di politici rionali mancati e ragionieri senza arte né parte, ma ha fatto un certo scalpore l’articoletto del Corriere della Sera che illustra le ragioni per cui Coxon, uno dei grandi scienziati informatici che lavora alla AI, si è dimesso da Anthropic, perché è sicuro che lo sviluppo futuro della AI determinerà l’estinzione del genere umano.
La macchine non hanno alcun interesse alla vita, per il semplice fatto che non sono vive. E non non sono nemmeno morte. Solo chi è nel tempo vive e muore e dunque è interessato alla vita. Le macchine sono semplicemente strumenti, ma possiedono un potere strumentale capace di distruggerci. E’ un tipo di intelligenza, quella strumentale, che noi possediamo e che abbiamo trasferito nelle macchine, le quali, moltiplicandola esponenzialmente, l’hanno trasformata in qualcosa che non possiamo più controllare, perché è quantitativamente troppo oltre le nostre possibilità cerebrali di computo (in piccolo per comprendere il problema. Se voi fate a mente o su di un foglio con una matita un divisione complessa con molti numeri e molti decimali, ci metterete un certo tempo e forse dovrete verificare di non avere sbagliato. Se voi fate la medesima operazione con una macchinetta da quattro soldi ci mettete, una volta impostata l’operazione, meno di un nano secondo e siete sicuri che il risultato è giusto). E’ una computazione, quella della AI, talmente vasta e veloce e capace persino di correggersi e di imparare, che produce informazioni ritenute plausibilmente vere, benché per noi sia del tutto incomprensibile il processo che le ha generate. Sono dei dogmi che sappiamo indubitabilmente veri e, al tempo, incomprensibili, come lo sono i versetti del corano. Solo che, in questo caso, ci dicono cosa fare per ottenere la soluzione giusta per annientare il nostro nemico, come investire in borsa, per rendere inutile qualsiasi ricerca intellettuale, qualsiasi composizione musicale, qualsiasi invenzione pittorica, qualsiasi poesia, qualsiasi partita a scacchi, qualsiasi diagnosi di alcunché, qualsiasi aspettativa riguardo al nostro stato di salute o riguardo al nostro futuro professionale. Saprà fare qualunque di queste attività, meglio di qualunque mente umana. Sarà infallibile e capace di creatività illimitata.
Si tratta dell’intelligenza strumentale, quella a cui abbiamo fatto tanto credito fin dall’età delle caverne perché risolveva i nostri problemi pratici (la lancia per abbattere il cinghiale, la spada per tagliare la testa al nemico, la pentola per cucinare, il telaio per tessere… ) quella che i cretini credono essere l’intelligenza tout court e che la riducono alla abilità con cui si risolvono i problemi che affliggono il nostro stare al mondo, dalla soluzione dell’indovinello alla costruzione delle piramidi a come rendere cornuto il marito di quella con le tette che sogniamo ogni notte.
Nella sua forma più nobile è l’intelligenza astratta e matematica, quella che procede per vincoli logici e ci mostra le relazioni necessarie fra le parti, ad esempio fra gli angoli di un triangolo.
Ma l’intelligenza strumentale anche sotto veste matematica non è che una elaborazione molto sofisticata di quella che è insita in ogni animale vivente, quella che gli suggerisce il modo per arrivare allo scopo. Non è diversa dalla logica che guida l’uccello nella composizione dei rametti per fare il nido, a quella che guida il castoro nella costruzione delle dighe. Solo che negli uomini, grazie al linguaggio, beneficia del potere di astrazione, la cui forma più potente è l’astrazione matematica. L’intelligenza strumentale ti mostra il come, non il perché. Per questo può separarsi del soggetto pensante e oggettivarsi in astrazioni formali che divengono a loro volta un linguaggio logico-matematico che ha le stesse caratteristiche di un ente oggettivo e dunque può essere replicato da una macchina.
Ma il pensiero umano è sposato indubitabilmente alla volontà di vivere che è la forza primaria che tiene insieme tutto il vivente. Nella misura in cui il logos si fa carne, discende dal cielo per farsi linguaggio vivente, incontra tutti gli istinti che guidano la dimensione animale della volontà di vivere. Così la pulsione sessuale si trasforma in eros, che a sua volta genera amore e odio, due sentimenti che in natura non esistono. Meglio ancora il linguaggio crea, incontrando il vivente, il sentimento in quanto tale, ovvero la comunione fra la volontà di vivere e la rappresentazione astratta di essa. Nasce odio e amore, simpatia e repulsione, l’idea del bello, l’idea del bene e con essa quella del giusto, del conveniente, dell’onorevole, della vergogna, dell’orgoglio e così via. A partire dall’idea di essere qualcosa che è, ovvero che esiste nel tempo, l’uomo pensa eminentemente attraverso questi sentimenti. Il primo fra essi, come come conservarsi nel tempo e poi come godere del bello e come vivere bene. A tutto ciò, dà risposte le più varie e contraddittorie, ma in ogni caso, pone queste idee come “valori”, ossia come scopi ai quali sottomettere se stesso e gli altri. Ma c’è un punto saliente che dobbiamo affrontare ed è appunto se fra il pensiero strumentale, quello logico-matematico e quello esistenziale-sentimentale (io sono io e voglio continuare ad essere io per sempre) c’è una frattura oppure se il pensiero esistenziale non è che una forma inferiore, ma necessaria per conservare la vita, attraverso cui la natura persegue i suoi insignificanti scopi (nel senso che non è possibile spiegare in senso finalistico perché c’è qualcosa piuttosto che niente e a favore di cosa ci sia qualcosa). In altre parole, se gli uomini e, più in piccolo, gli altri animali, non siano altro che macchine, le quali a diversi gradi di complessità hanno elaborato un programma di adattamento all’ambiente e dunque anche il linguaggio non sia altro che una forma meccanica con cui la natura tiene insieme se stessa. Così ad esempio tutti gli ideali che sembrano più puri e lontani dalla dimensione animale, la devozione, la generosità, l’amore materno fino al sacrificio di sè, il senso del bello, del giusto, altro non sarebbero che rielaborazioni ad hoc della istinto naturale a sopravvivere e che il pensiero logico-matematico ci può perfettamente descrivere, esattamente come, dato l’input a vincere, sa tutte le mosse necessarie per vincere una sfida agli scacchi. In altre parole se siamo macchine allora siamo totalmente determinati e nulla di quello che esce dalla nostra mente è causa nostra, è solo la risultante di un’immensa quantità di cause che entrano in sinergia. Dunque se siamo totalmente determinati da altro, non siamo liberi, non siamo che macchine biologiche che sono guidate da leggi fisiche e si illudono di essere gli attori di quello che vogliono e fanno.
E’ libera, infatti, quella cosa che può causare se stessa. In ambito fisico/corporeo è del tutto evidente che nulla è causato da sé, ogni corpo è il risultato di forze ad esso esterne. Se il linguaggio è un prolungamento, tramite la psicologia e la neurologia, dell’ordine fisico delle cose, è evidente che nessun atto mentale è libero. Nessun pensiero è un nostro pensiero.
Eppure esistono almeno due formidabili argomenti filosofici che negano questa visione e sostengono che l’uomo è libero. Il primo, molto noto, è l’argomentazione morale elaborata da Kant. Se è possibile rilevare nell’uomo un comportamento morale di tipo universale, ovvero so che devo compiere quell’azione a prescindere da qualsiasi altra considerazione, vale a dire anche contro il mio stesso interesse vitale, allora posso postulare (postulare non dimostrare) che io agisco liberamente, giacché in natura tutto avviene secondo necessità, ovvero secondo un principio di causa che rende strumentale ogni mio atto, mentre se io agisco per dei fini che m’impone la ragione universale - non faccio agli altri quello che non vorrei gli altri facessero a me - allora il mio agire è fuori dal condizionamento causale della natura, dunque il suo agire è libero, è causato da lui stesso, dalla sua ragione. Secondo Kant se l’uomo è libero, allora deve necessariamente essere un’anima e con ciò essere immortale.
L’altro argomento è quello aristotelico. Il linguaggio genera l’io, il soggetto pensante, la mente o anima razionale, per usare i termini aristotelici. Il quesito aristotelico è: come facciamo a scegliere le parole che scegliamo quando vogliamo dire qualcosa? Solo supponendo che il pensiero pensi se stesso, prima di qualsiasi altro atto di pensiero, rende possibile formulare delle frasi che non siano o casuali o semplici atti di riflesso, dunque prevedibili. Solo vedendo (pensando) se stesso il pensiero può poi produrre atti linguistici che siano quelli che vuole che siano. Dunque i pensieri o, se vogliamo, le frasi che enunciamo sono possibili perché c’è un intelletto agente che pensa se stesso che precede qualunque atto concreto e così può selezionare le frasi che ritiene necessarie o utili. Ma se così è, allora l’intelletto agente, che come Dio pensa se stesso, è una sostanza libera e non determinata. Come in ogni sostanza libera, l’inizio coincide con la fine, ovvero non c’è inizio non c’è fine. L’intelletto agente è fuori dal tempo. Cosa segue da un’ipotesi del genere? Che se siamo liberi, questa libertà ci libera dal pensiero strumentale e utilitaristico. Ovvero pone un ambito di realtà che non appartiene all’ordine causale delle cose e dunque afferma l’estraneità della mente pensante, o anima, dalla contingenza della materia. Qualunque cosa accada al mondo, le anime avranno un destino del tutto diverso da quello dei corpi.
P.S. Tutto questo per dire che sono convinto - e lo voglio con tutte mie forze - che quando un cretino dice una delle sue esemplari cretinerie, lo può fare perché è libero di farlo, perché è libero di scegliere fra il ragionevole tacere e il desiderio di credere a se stesso, e dunque non sia solo una macchinetta che parla come il suo programma gli impone di parlare, ma sul serio un libero cretino, responsabile delle cretinate che dice.
Più filosoficamente, che il linguaggio, qualunque sia il modo in cui è sceso in terra o uscito dalla terra, è nel senso scientifico del termine, una catastrofe, ossia ribalta lo stato della materia e genera un nuovo ambito di realtà nella quale invece che l’ordinata connessione causale fra fenomeni, abbiamo la libera scelta delle nostre parole, delle nostre intenzioni, della nostra volontà.
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