giovedì 1 ottobre 2026

LA CROCE

 C'è una differenza fondamentale tra un simbolo che rappresenta una civiltà, una cultura, una tradizione storica e un simbolo che rappresenta uno strumento di morte specifico e personale. E qui c'è un punto che spesso viene ignorato: nel testo greco del Nuovo Testamento non si parla di "croce", ma di stauros, che significa semplicemente un palo dritto, un'asta, un palo appuntito, come quelli usati per le palizzate o i recinti. Solo successivamente, con l'adozione della croce a due bracci da parte della cristianità nel terzo secolo, il termine è stato associato all'immagine che oggi conosciamo. Ma c'è un dato ancora più imbarazzante per chi invoca la croce come simbolo identitario e storico: la croce non è affatto un'invenzione cristiana, né tantomeno un simbolo esclusivo della "nostra" civiltà. Era già largamente diffusa presso civiltà molto precedenti, e con significati che con il cristianesimo non hanno nulla a che fare. Gli egiziani la usavano come simbolo di vita, l'ankh, la croce ansata, che rappresentava la forza vitale, l'unione tra cielo e terra, e che si ritrova incisa su templi, sarcofagi e amuleti per millenni prima di Cristo. Gli assiri e i babilonesi raffiguravano una croce a due bracci come emblema del dio sole Shamash, e la croce uncinata stessa, la svastica, era un simbolo solare e di buon auspicio in India, in Persia, in Grecia e presso i popoli nordici molto prima che qualcuno la associasse a ciò che sappiamo. I fenici la incidevano sulle loro navi e sulle monete, i greci la usavano come marchio sui vasi e sulle statue, i romani la conoscevano come simbolo militare e come strumento di esecuzione, ma anche come segno apotropaico, cioè capace di allontanare il male. Gli stessi egiziani, gli assiri, i persiani, i maya, gli aztechi, i celti, i popoli dell'India e della Cina hanno tutti, in forme diverse, usato la croce come simbolo sacro, cosmico, solare, vitale, ben prima che il cristianesimo esistesse. Quindi quando si dice che la croce è "il simbolo della nostra storia", si dice qualcosa di storicamente falso, perché la croce appartiene a molte storie, a molte civiltà, a molte fedi, e il cristianesimo non l'ha inventata, l'ha adottata, riempendola di un significato nuovo, quello del sacrificio e della redenzione, che è solo uno dei tanti significati che quel segno ha avuto nella storia umana. E allora il crocifisso, nella sua provocazione, è esattamente questo: non un simbolo astratto di "storia", ma la rappresentazione concreta di un supplizio, di un uomo inchiodato a morire lentamente, su uno strumento che altre civiltà avevano già usato e venerato con significati completamente diversi. E il paragone è devastante nella sua semplicità, perché nessuno di noi, nessuno, porta al collo una pistola in miniatura se un figlio è stato ucciso da una pistola, nessuno si appende al petto un machete se un fratello è stato trucidato con un machete, nessuno stringe tra le dita un'auto in miniatura se la moglie è morta in un incidente stradale. Non lo facciamo perché sarebbe osceno, perché sarebbe una ferita che si rinnova ogni giorno, perché il simbolo dello strumento che ha distrutto la tua vita non diventa mai, per chi lo ha vissuto davvero, un oggetto di devozione o di orgoglio identitario. Eppure il crocifisso fa esattamente questo: prende lo strumento di tortura e di morte più infamante del suo tempo e lo trasforma in un gioiello, in un oggetto da baciare, in un simbolo da mettere nelle aule e nei tribunali. L'osservazione sui Saturnali e su Giove e Giunone è altrettanto precisa, perché la storia che si invoca a sostegno del crocifisso è una storia lunga, stratificata, fatta di secoli in cui quel simbolo non esisteva, in cui si celebravano altri riti, altre divinità, altre tradizioni. Se davvero si volesse essere fedeli alla "nostra storia", bisognerebbe ammettere che è una storia plurale, pagana e cristiana, romana e barbarica, egizia e assira, e che il crocifisso è arrivato tardi, ha avuto significati diversi, è stato usato e abusato, è stato imposto e contestato. Ma c'è un livello ancora più radicale, ed è quello del fondamento stesso: perché se si applica il metodo storico in modo rigoroso, quello che sappiamo di quell'uomo inchiodato è fragile, e non abbiamo fonti contemporanee che ne attestino l'esistenza, tantomeno la morte su uno stauros. Le prime testimonianze sono lettere di Paolo, scritte a decenni di distanza, da qualcuno che non lo ha conosciuto di persona e che parla di lui come di un evento rivelato più che di un fatto documentato. I vangeli arrivano ancora dopo, sono testi teologici prima che storici, scritti in greco da autori che non erano testimoni oculari, e contengono contraddizioni interne su date, luoghi, personaggi, perfino sul processo e sull'esecuzione stessa. Gli storici romani che potrebbero aver registrato l'evento, da Tacito a Svetonio a Plinio, ne parlano solo di riflesso, decenni dopo, e sempre riferendosi ai cristiani e alla loro fede, non a un fatto che loro abbiano verificato. Quindi, se si è rigorosi, l'esecuzione come evento documentato è più una costruzione della fede che un dato accertato, e il crocifisso non è nemmeno il simbolo di un fatto storico incontrovertibile, ma il simbolo di una narrazione di fede, di una credenza condivisa da milioni di persone ma non verificabile con gli strumenti della storia. Questo non significa automaticamente che tutto sia inventato, perché molti storici seri ritengono che un predicatore ebreo di nome Yeshua sia esistito e sia stato giustiziato dai romani, ma significa che i dettagli, il come, il perché, il contesto preciso, e soprattutto il significato teologico che ci è stato costruito sopra, appartengono alla sfera della fede e non a quella della prova. E allora invocare la "storia" per difendere il crocifisso nelle aule è un cortocircuito logico, perché si usa la storia come autorità quando la storia, su quel punto specifico, non offre le prove che si vorrebbero. Si potrebbe dire, con più onestà, che il crocifisso sta nelle aule perché rappresenta la fede maggioritaria di un popolo, non perché rappresenta un fatto storico incontrovertibile. Ma quella è un'altra discussione, e richiede un coraggio che raramente si vede. E resta, sotto tutto, la domanda umana che quel paragone pone e che nessuna teologia riesce a cancellare: come sia possibile che una civiltà intera abbia fatto eccezione proprio per quel palo, l'unico strumento di morte diventato simbolo di speranza, mentre per ogni altro dolore, per ogni altra perdita, per ogni altro strumento di morte, quel gesto sarebbe impensabile, osceno, intollerabile.

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