giovedì 29 ottobre 2026

FINE IMPERO

 IL MONDO ANTICO. ANDATA E RITORNO

Quando crollò la civiltà antica? Quando i Franchi entrarono in Gallia, i Vandali presero la provincia d’Africa, i Goti l’Italia e la Spagna? No, molto prima, quasi due secoli prima. Come fanno osservare alcuni degli storici del mondo antico più accreditati, quando la classe dirigente, cioè i senatori, smisero di credere agli antichi Dei, smisero di credere ai valori fondanti il mondo romano, smisero di vivere secondo lo stile di vita e l’idea di bene dei loro padri. Alcuni di loro iniziarono a vivere nella massima semplicità, dormendo su giacigli di paglia, vestendo panni rustici di lana, mangiando le zuppe dei loro stessi servi. Molti chiesero il battesimo e riconobbero in Cristo l’unica speranza capace di dare un senso alla vita. Quasi tutti si convinsero che i valori sociali dei loro avi, la dignitas, la virtus patria, la gloria, gli onori, altro non fossero che vuote parole, fantasmi buoni a una vita di vanità e meschina superbia.
Fra i valori morali che più di ogni altro segnava e rendeva possibile la società romana vi era quello della “fides”. Era l’idea di un rapporto obbligante che andava sia dal basso verso l’alto che dall’alto verso il basso, fra individui collocati su gradini diversi della gerarchia sociale. L’inferiore aveva fiducia che colui che stava sopra e nei confronti del quale si era messo nelle cui mani, lo avrebbe protetto dai nemici e aiutato a realizzare i propri scopi di vita; colui che aveva accettato la “fides” di un inferiore a sua volta mostrava di essergli fedele a prescindere da qualsiasi altra eventualità.
L’esemplificazione più evidente di questo rapporto è il tribunale. Quando un inferiore (cliens) veniva accusato e portato in tribunale da un suo nemico, la fides obbligava il patronus, qualunque fosse l’accusa, vera o falsa che fosse, a sedersi accanto a lui e con la semplice presenza, in base alla potenza della sua dignitas, divenire un fattore decisivo a discarico dell’accusa di cui il cliens era imputato. Ci sono casi processuali nei quali il semplice sedersi di Ottaviano Augusto accanto a un imputato, portava alla sua immediata assoluzione e alla condanna degli accusatori.
Questa era la fides, l’obbligo assoluto di fedeltà/obbedienza, a prescindere dalla ragione, buona o cattiva, vera o falsa, che stava dietro la richiesta di un dominus verso un suo cliente, di un cliente verso il suo dominus. “Dominus comanda, e io farò”, così dice il cliens. “Abbi fede - dice il dominus - e io ti sarò sempre accanto”.
Il fatto stramazzante quest’ordine di cose fu quando la nozione di dominus venne sottratta all’ordine empirico delle cose, ovvero riferita ad un padrone di antichi e nobili natali, possessore di immensi latifondi e dotato un prestigio politico superiore che gli dava accesso alle magistrature di Roma, e fu trasferita nell’idea di un Dio che stava nei cieli e non in Senato. “Signore che sei in cielo io pongo la mia fede in te”. E così cadde il mondo antico. Il dominus nel quale si poneva la fides era ora fuori dal mondo, ma si rivelava nell’anima degli uomini attraverso i suoi comandamenti che erano quanto la sua coscienza gli diceva essere quello a cui doveva essere fedele. Dio, il Signore, parlava dunque agli uomini e parlava loro attraverso la coscienza. Il contenuto della fede era la coscienza, essere fedeli a quanto la coscienza dettava. Essere fedeli al dominus che stava in cielo, coincideva con l’essere fedeli a se stessi, ovvero al dettato che la coscienza indicava. Non posso fare una cosa perché la coscienza me lo vieta, devo fare una cosa perché la coscienza me lo impone. I leoni del circo testimoniarono che un nuovo mondo stava nascendo.
Questo per circa duemila anni. Che essere fedeli a se stessi, ovvero al contenuto della propria coscienza, il valore fondante la propria vita, la speranza che rendeva sensato tutto, meglio di qualsiasi altra cosa lo dimostrano i processi agli eretici, quando una semplice sconfessione di quanto dettava loro la coscienza avrebbe loro salvato la vita.
Oggi siamo tornati all’antico. La fides esiste ancora, anzi più che mai, ma è riposta, come in antico, nell’ordine oggettivo delle cose, nell’obbedienza all’ordine comandato socialmente. In senso generico, a riprova di ciò, basta pensare alle immani folle di pagani che chiedevano la punizione di chi non ottemperava all’ordine sociale che comandava la siringa anti covid. Ma questo può sembrare un poco generico e in ogni caso tipico di folle di semianalfabeti, privi di ogni scienza e sapienza. Povere anime senza valore alcuno. Ma vi è un caso esemplare che invece illustra fino in fondo la condizione morale presente, nella sua vera logica costitutiva. Si tratta del caso Eichmann, il gerarca nazista di secondo piano che organizzò la deportazione di massa nei campi di sterminio.
E’ stato pubblicato un romanzo veristico molto bello, scritto in maniera esemplare da Riccardo Gazzaniga sulla individuazione, cattura di Eichmann in Argentina ed infine processo a Gerusalemme. Un processo formalmente ineccepibile nel quale Eichmann pensava di poter uscire assolto, perché non colpevole.
Questo è il lato più interessante dell’intera vicenda. Un uomo che organizza la deportazione di milioni di individui e che è perfettamente cosciente che verranno gasati, che si ritiene assolutamente innocente, non solo in termini legali ma persino di coscienza personale. Lui non è colpevole di nulla, perché ha semplicemente eseguito degli ordini che non ha dato lui, ma che lui era tenuto a rispettare, perchè funzionario vincolato moralmente a dipendere dai suoi superiori. Il suo primo dovere, in quanto uomo e funzionario, quello di fare quello che gli veniva ordinato, ovvero essere strumento (in latino servus) di qualcuno che era sopra di lui, e dunque soltanto questi il vero e unico responsabile delle decisioni prese. In quest’ottica il suo dovere diveniva quello di realizzare la volontà altrui, escludendo la propria, anzi evitando di avere una propria volontà, ovvero una coscienza specifica riguardo alla liceità di quanto gli veniva ordinato. Più ancora, non avendo egli mai dato alcun ordine di uccidere o perseguitare qualcuno, doveva in un certo senso essere lodato per la sua totale estraneità a quanto accadeva. Lui era appunto solo uno strumento dovuto al ruolo sociale che ricopriva, non un soggetto dotato di coscienza, dunque né più né meno che una macchina. E’ imputabile una macchina per le azioni che viene programmata ad eseguire? Evidentemente no. Perché no? Perché non può scegliere, e non può scegliere perché per poterlo fare, dovrebbe avere la coscienza di essere qualcosa che non è solo un insieme di ingranaggi ma di qualcosa che esiste come ente che può volere qualcosa.
Eichmann ha tuttavia una morale, quella della obbedienza. Lui è innocente perché ha fatto quello che il suo dovere gli comandava, ovvero eseguire gli ordini dei superiori, ovvero dell’ordine sociale dal quale dipendeva. Ma questa è oggi la posizione morale di gran parte di noi. E’ quella medico abortista o di quello che esegue l’eutanasia. Esegue un comando sociale, se stesse a lui probabilmente non lo farebbe, ma non può non farlo perché la coscienza è esclusa dal ruolo sociale nel quale è inserito. Dunque è innocente, perché compie il suo dovere e il suo dovere è obbedire ai protocolli (come dice il buffo e atroce linguaggio della burocrazia) che informano il suo agire professionale. Lo stesso vale per la più parte dei ruoli professionali che sono essenziali nel garantire la stabilità sociale: il magistrato, il giornalista, il funzionario governativo, il pubblicista, il pubblicitario….
In poche parole, la morte di Dio, ovvero della coscienza come valore assoluto perché dominata dal cielo e non dagli uomini, ha trasformato l’uomo di oggi in un cliens di un dominus astratto e impersonale ma ben terreno: il sistema delle credenze collettive alle quali nessuno è autorizzato a disattendere, perché fuori di esse - si suppone - non c’è realtà alcuna.
Post scriptum
Esiste oggi una confusione teoretica diffusa circa la morale. Quale sia il fondamento di essa viene ricercato in ambiti e dimensioni diverse, ad esempio l’utile sociale, un sistema di convenzioni, un ridicolo, perché logicamente assurdo, insieme di preferenze personali, ovvero di morali speciali realizzate in proprio, secondo la melanconica idea di Nietzsche, di una morale disegnata da sé, dal proprio sarto personale. In realtà è impossibile parlare di morale senza mettere in campo l’idea di coscienza. Non può esistere atto morale se non quello quello realizzato perché ritenuto giusto. Ma ritenuto giusto da chi? Se solo da me stesso devo fare mia l’idea che io sono Dio e tolto me è tolto il mondo. Se da tutti, allora la morale è eseguire gli ordini che vengono dall’ordine sociale a cui si appartiene, e si diventa Eichmann.
Io credo che la risposta più profonda al problema l’abbia data Kant, ma non quello divulgato dalla storia della filosofia accademica, quella che dice che Kant abbia fondato la sua morale sulla ragione (come se fosse possibile fondare teoricamente qualcosa se non sulla ragione), ovvero che la ragione in quanto tale produce precetti morali universali chiari e distinti.
Ma non è vero. Il discorso di Kant è assolutamente diverso da questo limitato punto di vista. La morale per Kant si fonda in ultima istanza su Dio. E’ l’esistenza di Dio che rende morale l’uomo, ovvero capace di azioni assolutamente giuste.
Il punto di partenza del suo discorso è questo: rilevo empiricamente che nell’uomo esiste un imperativo categorico, ovvero un comando morale che mi dice che devo fare una certa cosa incondizionatamente, anche a costo di patirne delle gravi conseguenze.
Se questo comando esiste e non è un’illusione, allora esso è qualcosa di estraneo all’ordine naturale delle cose, non è condizionato da esso, ovvero non è conseguente al mio bisogno di vita e felicità. Ad esempio la madre che nasconde la colpa del figlio agisce naturalmente, ma non moralmente. Se invece denuncia il figlio della colpa commessa, agisce contro natura, ossia assume un dovere che non discende la nessuna causa naturale, ma solo dalla sua coscienza. Poiché ciò accade empiricamente allora dobbiamo ammettere che l’imperativo categorico, ovvero un comando assoluto della coscienza esiste, contrario alla legge di natura, ma se esiste, allora l’uomo non è un essere completamente naturale, ossia interamente condizionato dalle leggi della natura, ma è libero da esse, perché appunto può agire in modo diverso dal comando naturale. Ma se è libero, allora la sua natura più intima non è di questo mondo, ma di un mondo parallelo dove non esiste condizionamento causale, ma solo libere intenzioni, dunque un ambito che storicamente è stato definito con la parola anima, ovvero qualcosa fuori dallo spazio e dal tempo. Ma se esiste l’anima essa può esistere perché esiste Dio, ovvero una dimensione eterna nella quale tutto è quello che è e deve essere quello che è per sempre.
La morale, ovvero l’imperativo categorico può allora esistere, perché dipende dai questi tre postulati: la libertà, l’anima, Dio. Se non ci fossero questi postulati non ci potrebbe essere l’imperativo categorico, ovvero il dovere morale, allo stesso modo che se non ci fossero i postulati di Euclide non potrebbe esserci il teorema di Pitagora. Dunque, in ultima istanza, solo postulando Dio è possibile documentare l’esistenza dell’agire morale su questa terra.

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