giovedì 29 ottobre 2026

ANIMA

 Niente, oggi, è più triste e penoso dell'uomo di Chiesa. Ci appaiono come una piccola congrega di funzionari che, pateticamente, non potendo più vendere il bene fondamentale che dava senso e costrutto alla compagnia, si arrabatta per vendere un prodotto d'artificio del tutto strampalato, in questo caso Gesù Cristo umano. Ma non c'è nulla di più inconsistente che un Gesù ricondotto alla misura umana. E così diventa una specie di hippie, pieno di tante buone intenzioni, quelle che inteneriscono la donna col cane, l'impiegato preoccupato per i bambini del Congo. Ma se c'è un'immagine di Cristo che vale, questa è quella che ci hanno lasciato i maestri medioevali e rinascimentali, è l'immagine di Cristo che risorge dal sepolcro, trionfante sulla morte, come un cavaliere biondo sulle spoglie del nemico infine a terra. E' il Signore della Gloria perché, figlio di Dio, non conosce la morte, e, come uomo, la conosce per liberarsene. Ma come si può credere al figlio di Dio, quando non si può credere a Dio? Come può essere figlio di un ente che non esiste? Perché questa è la vera condizione dell'uomo attuale. Non può credere in Dio non per scetticismo ingiustificato o virulento ateismo, ma per puro e sano buonsenso. L'ordine delle cose come è stato imballato e incartato dal pensiero che si è fatto dominante esclude per principio che ci sia non solo una mente ordinatrice il pacco, ma persino un causante originario l'essere dell'esserci che sperimentiamo. Le categorie concettuali con le quali disegniamo il mondo escludono un fatto così irrazionale come la creazione di qualcosa (ex nihilo nihil; nulla si crea nulla si distrugge - il postulato metafisico che sta dietro l'immanentismo materialista), c'è sempre un qualcosa che preesiste a quello che si trasforma, che lo causa e lo spiega. C'è sempre una materia prima della materia, c'è sempre una causa che muove la materia secondo una sua necessità assoluta. E' il nostro modo di concepire il reale ed esso, per principio e per buonsenso, esclude che possa esser causato da un fattore non causante, ovvero da qualcosa che non ha appartenenza al principio di causa ed effetto e non abbia né tempo né misura, cioè durata ed estensione.

Per l'uomo del medioevo e anche per quello prima di lui, l'uomo del Partenone, era diverso. Credere in Dio era del tutto razionale, anzi solo le menti più meschine e irrazionali potevano negare l'azione e la presenza di Dio. Dipendeva dalla categorie messe in atto per raffigurasi il mondo, l'esistenza del reale. La realtà, che altro non era che un insieme di immagini, era quello che era, perché era generata dall'anima, che, immortale generava una illusoria immagine di sé, il proprio momentaneo vaso di creta, il corpo nel quale si manifestava temporaneamente a se stessa e dal quale lottava per uscirne libera e pura a ricongiungersi col padre di tutte le anime, Dio, il motore immobile che nella sua perfetta estraneità a tutto, a qualsiasi estensione e moto, rendeva possibile il moto di ogni cosa animata a ricongiungersi con il suo principio che l'avrebbe liberata della necessità di muoversi. Senza Dio dunque niente moto delle stelle, niente moto delle stagioni, niente moto delle nascite. Chi così folle allora da negare il moto circolare così evidente di ogni cosa e dunque negare Dio, il motore immobile dell'universo?
A demolire l'idea di anima, che per tanti secoli aveva spiegato il mondo, fu Cartesio.
L'immagine dell'essere che ci consegna è quella che abbiamo tutti, come un riflesso condizionato. C'è una cosa, che per quanto complessa e indecifrabile in tutte le sue proprietà, è essenzialmente estensione e movimento. I suoi moti sono, a differenza di quelli dell'anima che è appetitus, del tutto passivi e involontari. Sono moti meccanici causati dall'urto di qualcosa a sua volta esteso. Per quanto la definizione di cosa sia l'essenza della materia estesa sia alquanto dubbia e contraddittoria - non è un insieme di atomi che si muovono nel vuoto, perché il vuoto, ossia uno spazio dove non c'è res extensa non è ammissibile - la dobbiamo concepire come una specie di materiale plastico uniforme che nelle sue parti mostra dei groppi più o meno compatti a causa della quantità di moto di cui, ciascuno di essi, è investito. Una palla di plastilina al cui interno ruotano e si urtano vicendevolmente tante altre palle della medesima plastilina a diversi livelli di densità. Di contro, la res cogitans, il pensiero. In che cosa consiste il pensiero? Questa è la domanda di fondo del pensiero cartesiano, cioè moderno. Non è la sensazione, che è la ricezione puramente passiva di immagini che gli vengono fornite dall'urto nel cervello (res extensa) dei moti delle cose materiali. Questa sequenza di immagini è in qualche modo parte del corpo stesso, del modo in cui il corpo, che è estensione meccanica, si orienta in mezzo agli altri corpi. Lo avverte della fame e della sete, del buio e della luce, della presenza o dell'assenza di altri corpi, del colore e del sapore delle cose, ma si tratta solo di immagini che il corpo genera per conservare se stesso, non corrispondono affatto alla disposizione oggettiva della materia che li genera. Gli animali le hanno simili agli uomini, e siccome non pensano, dobbiamo escludere che siano espressione del pensiero. Il pensiero non è queste rappresentazioni sensibili di un mondo fuori di noi, bensì la coscienza di stare avendo delle rappresentazioni di qualcosa che è esterno a noi. Il pensiero, nella sua essenza, è esser coscienti di sé, ovvero di essere coscienti di essere coscienti. E' l'atto con il quale so di essere presente a me stesso. Il pensiero non ha nessun rapporto con la materia, ma ha la facoltà di ordinarla secondo la sua disposizione matematica o quantitativa. Il pensiero non ci mostra (ci fa capire) soltanto gli ingranaggi che tengono assieme i diversi corpi, ma può a sua volta costruirne a sua volontà secondo i suoi desiderata. L'orologio ne è la prova più semplice, l'attuale robot quella più elaborata. La potenza operativa che offre questa semplificazione del reale è, come possiamo ben vede, immensa. Ma non c'è posto, dentro di essa, per l'anima. Anzi l'anima è in contraddizione patente con essa. Il corpo semovente, quello in grado di muoversi nel suo ambiente grazie ai segnali che gli provengono dalla materia stessa, esclude che sia scindibile in due parti, ovvero una animata e una inerte (soma). Il pensiero non è un'anima, ossia qualcosa di vivente, qualcosa che è espressione e intrinseco al meccanismo che tiene in movimento il corpo al quale si riferisce. E' pensabile che un ente che non esiste, che è irrazionale immaginare possa esistere, possa poi godere di una vita eterna, fuori da quella corporea alla quale la nostra fantasia l'ha collegata? Non c'è alcuna immortalità, perché non c'è alcuna anima. E il pensiero di sé, quello per cui diciamo: io sono, io voglio, io credo...? Nulla di esso in concreto sappiamo, se non il fatto che sta pensando e dunque sa di essere nel momento stesso in cui pensa. Dopo di che, nulla, Cartesio non ci dice nulla e come avrebbe potuto del resto? Ma non ha importanza, perché accettando l'idea che ci sia una volontà e una materia inerte che essa immagina e può ordinare, conoscendone matematicamente le parti e i moti, si può operare con costruzioni dettate dalla razionalità/volontà matematica nel modo ritenuto più opportuno. Si possono costruire robot a piacimento, ma anche ordini sociali funzionanti come macchine. Non c'è limite al modo in cui puoi disporre la materia. Essa sarà come tu vorrai che sia disposta, ma che lo sia in un modo o nell'altro, nulla saprai della natura e del destino di quella presunta sostanza che dice: ecco io sto pensando, ma se sto pensando allora sono. Sono per il tempo in cui penso. La realtà di essa è tutta lì. Smesso di pensare, smesso di esistere. Sono il tempo in cui mi penso. Tolto il pensiero è tolto l'essere. L'essere e il pensiero di essere sono stessa cosa. E' il contrario esatto dell'idea di anima, ovvero di un legame intrinseco con ciò che rende possibile il reale, con ciò che dà ad esso origine.
Il cartesianesimo ci consente di disporre il meccano come vogliamo, ma non ci dice perché dovremmo farlo e soprattutto che importanza ha riuscire a farlo. Ci lascia nudi e crudi di fronte al fatto di essere senza poter trovare una qualunque ragione che renda sensato darsi da fare per essere. La ragione vera del cupio dissolvi che sta facendo stramazzare questa civilizzazione è tutta lì.

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