giovedì 29 ottobre 2026

LE MASSE

 L'emancipazione delle masse quale garanzia di universale servitù

Quale è stata la natura propria, dal punto di vista politico e giuridico, nel quale siamo precipitati? Nel quale siamo precipitati - premetto - senza che nessuno lo abbia distintamente e consciamente voluto, ma come conseguenza dello smottamento che tecnologia, welfare, scolarizzazione di massa, come delle infiltrazioni d'acqua, sul terreno sociale hanno prodotto, scaraventando a valle le fondamenta di quello che, con una buona dose di approssimazione, veniva definito il mondo borghese.
Il mondo borghese o liberal-costituzionalista nasceva, come ogni formazione politicamente ben strutturata, da un patto di massima, spesso tacito, fra sovrano e sudditi. A sua volta questo patto, per quanto articolato e storicamente assai differenziato fra nazione e nazione, si reggeva su di un principio di base che reggeva e rendeva sensato ogni altro singolo articolo o particolaristica specificazione. In sintesi consisteva nell'idea che l'ordine sociale si dovesse conformare, per un verso, ad azioni e fatti che ricadevano sotto la legge, dunque obbliganti universalmente e incondizionatamente, vale a dire azioni e fatti "pubblici", a tutti - per obbligo stesso di legge - noti e trasparenti e, per altro verso, ad azioni e fatti che per principio erano estranei alla legge, non passibili di essere sottoposti a norma e, per legge, protetti dalla notorietà.
Insomma il privato era la sfera in cui il singolo soggetto era sovrano e legislatore e questa sfera era sottratta allo sguardo non solo degli altri sudditi, ma del potere pubblico stesso.
In termini morali, giuridici e politici, questo principio di separatezza fra pubblico e privato trovava il suo pieno contenuto nella facoltà che ogni ordinamento penale assicurava all'imputato di tacere di fronte all'inquirente. In altre parole, gli veniva garantito il diritto assoluto di non auto accusarsi, ovvero il diritto a non confessare.
Sembra cosa da poco, ma, se ci si pensa, tutti gli ordinamenti giuridici precedenti si fondavano sulla confessione e sulla auto accusa, tanto è vero che, come accadde per "mani pulite", la tortura era considerata uno strumento legittimo e validissimo nelle mani dell'inquirente, vale a dire del potere sovrano.
La dimensione privata dell'esistenza è quella dunque caratterizzata dalla facoltà del singolo di oscurare se stesso, di non far sentire la sua voce quando interpellato. Un estraneo, pertanto, per ampia parte della sua dimensione di vita nei confronti dell'ordine pubblico, nei confronti del pubblico ficcanaso.
Non ci vuole molto acume nel rilevare che tutto ciò non c'è più, che dunque l'ordinamento borghese è solo un ricordo del passato. Se oggi è cosa persino allucinante, dati i mezzi di controllo e registrazione, la capillarità di notazione del dire, del fare, del semplice modo d'essere di tutti, bisogna sottolineare che l'abolizione della dimensione privata di vita non è recente, ma coincide col processo detto di emancipazione delle masse, vale a dire, temporalmente, con l'inizio del secolo XX e, politicamente, con le prime forme di welfare o di stato assistenziale. E' in questo contesto ideologico che si ha il vero smantellamento della privacy.
Se evidentemente il possesso della proprietà di una casa, di una nave, di un campo, di un bosco non poteva essere che un fatto pubblico, se non altro per il semplice fatto notarile che attestava quel diritto di proprietà (però il possesso di un'auto, come quello di una bicicletta, non lo avrebbe richiesto, tanto che imposero le targhe proprio per rendere pubblico, cioè controllabile, il possesso di quel bene), il possesso di denaro e, in particolare, la quantità che di esso si guadagnava annualmente era del tutto privata e dunque invisibile a tutti, in particolare al pubblico potere. La tassazione dei redditi non esisteva, non era giuridicamente ammissibile. Tutta la tassazione si riduceva alle tasse indirette o alle tasse di beni immobili.
Quando la tassazione dei redditi fu introdotta, fu possibile solo infrangendo il patto che reggeva il contratto sociale su cui si reggeva la società liberal-borghese nel suo articolo più importante, quello strutturale, ovvero il diritto assoluto del suddito a tacere su se stesso, a non confessare nulla, ma essere garantito che ogni prova contro di lui sarebbe stata fornita dall'inquirente.
L'obbligo a dichiarare il proprio reddito, imposto legalmente quasi ovunque a partire dalla prima guerra mondiale, era l'equivalente, nel processo penale, dell'obbligo a confessare e del diritto dell'inquirente a usare anche la tortura per ottenere la confessione.
Per altro verso, l'obbligo a confessare il proprio reddito dava adito alla possibilità di una dichiarazione mendace, dunque autorizzava l'organo inquirente (quello che poneva la domanda: quanto guadagni?) a indagare preventivamente, ovvero verificare la congruenza della risposta.
Welfare e stato polizia hanno dunque una relazione oggettiva e necessaria. Oggi non esistono al mondo stati, che, in linea di principio, non siano di polizia. Tuttavia nel delirio di senso comune che asfissia la coscienza collettiva rimane l'idea di possedere uno spazio privato che ti garantisce di fronte agli altri e allo Stato. E' la grande allucinazione di coloro che credono che il totalitarismo sia sempre altrove e che la democrazia sia una certezza di libertà e non quello che è, il principio stesso che abolisce la dimensione privata di vita.

FINE IMPERO

 IL MONDO ANTICO. ANDATA E RITORNO

Quando crollò la civiltà antica? Quando i Franchi entrarono in Gallia, i Vandali presero la provincia d’Africa, i Goti l’Italia e la Spagna? No, molto prima, quasi due secoli prima. Come fanno osservare alcuni degli storici del mondo antico più accreditati, quando la classe dirigente, cioè i senatori, smisero di credere agli antichi Dei, smisero di credere ai valori fondanti il mondo romano, smisero di vivere secondo lo stile di vita e l’idea di bene dei loro padri. Alcuni di loro iniziarono a vivere nella massima semplicità, dormendo su giacigli di paglia, vestendo panni rustici di lana, mangiando le zuppe dei loro stessi servi. Molti chiesero il battesimo e riconobbero in Cristo l’unica speranza capace di dare un senso alla vita. Quasi tutti si convinsero che i valori sociali dei loro avi, la dignitas, la virtus patria, la gloria, gli onori, altro non fossero che vuote parole, fantasmi buoni a una vita di vanità e meschina superbia.
Fra i valori morali che più di ogni altro segnava e rendeva possibile la società romana vi era quello della “fides”. Era l’idea di un rapporto obbligante che andava sia dal basso verso l’alto che dall’alto verso il basso, fra individui collocati su gradini diversi della gerarchia sociale. L’inferiore aveva fiducia che colui che stava sopra e nei confronti del quale si era messo nelle cui mani, lo avrebbe protetto dai nemici e aiutato a realizzare i propri scopi di vita; colui che aveva accettato la “fides” di un inferiore a sua volta mostrava di essergli fedele a prescindere da qualsiasi altra eventualità.
L’esemplificazione più evidente di questo rapporto è il tribunale. Quando un inferiore (cliens) veniva accusato e portato in tribunale da un suo nemico, la fides obbligava il patronus, qualunque fosse l’accusa, vera o falsa che fosse, a sedersi accanto a lui e con la semplice presenza, in base alla potenza della sua dignitas, divenire un fattore decisivo a discarico dell’accusa di cui il cliens era imputato. Ci sono casi processuali nei quali il semplice sedersi di Ottaviano Augusto accanto a un imputato, portava alla sua immediata assoluzione e alla condanna degli accusatori.
Questa era la fides, l’obbligo assoluto di fedeltà/obbedienza, a prescindere dalla ragione, buona o cattiva, vera o falsa, che stava dietro la richiesta di un dominus verso un suo cliente, di un cliente verso il suo dominus. “Dominus comanda, e io farò”, così dice il cliens. “Abbi fede - dice il dominus - e io ti sarò sempre accanto”.
Il fatto stramazzante quest’ordine di cose fu quando la nozione di dominus venne sottratta all’ordine empirico delle cose, ovvero riferita ad un padrone di antichi e nobili natali, possessore di immensi latifondi e dotato un prestigio politico superiore che gli dava accesso alle magistrature di Roma, e fu trasferita nell’idea di un Dio che stava nei cieli e non in Senato. “Signore che sei in cielo io pongo la mia fede in te”. E così cadde il mondo antico. Il dominus nel quale si poneva la fides era ora fuori dal mondo, ma si rivelava nell’anima degli uomini attraverso i suoi comandamenti che erano quanto la sua coscienza gli diceva essere quello a cui doveva essere fedele. Dio, il Signore, parlava dunque agli uomini e parlava loro attraverso la coscienza. Il contenuto della fede era la coscienza, essere fedeli a quanto la coscienza dettava. Essere fedeli al dominus che stava in cielo, coincideva con l’essere fedeli a se stessi, ovvero al dettato che la coscienza indicava. Non posso fare una cosa perché la coscienza me lo vieta, devo fare una cosa perché la coscienza me lo impone. I leoni del circo testimoniarono che un nuovo mondo stava nascendo.
Questo per circa duemila anni. Che essere fedeli a se stessi, ovvero al contenuto della propria coscienza, il valore fondante la propria vita, la speranza che rendeva sensato tutto, meglio di qualsiasi altra cosa lo dimostrano i processi agli eretici, quando una semplice sconfessione di quanto dettava loro la coscienza avrebbe loro salvato la vita.
Oggi siamo tornati all’antico. La fides esiste ancora, anzi più che mai, ma è riposta, come in antico, nell’ordine oggettivo delle cose, nell’obbedienza all’ordine comandato socialmente. In senso generico, a riprova di ciò, basta pensare alle immani folle di pagani che chiedevano la punizione di chi non ottemperava all’ordine sociale che comandava la siringa anti covid. Ma questo può sembrare un poco generico e in ogni caso tipico di folle di semianalfabeti, privi di ogni scienza e sapienza. Povere anime senza valore alcuno. Ma vi è un caso esemplare che invece illustra fino in fondo la condizione morale presente, nella sua vera logica costitutiva. Si tratta del caso Eichmann, il gerarca nazista di secondo piano che organizzò la deportazione di massa nei campi di sterminio.
E’ stato pubblicato un romanzo veristico molto bello, scritto in maniera esemplare da Riccardo Gazzaniga sulla individuazione, cattura di Eichmann in Argentina ed infine processo a Gerusalemme. Un processo formalmente ineccepibile nel quale Eichmann pensava di poter uscire assolto, perché non colpevole.
Questo è il lato più interessante dell’intera vicenda. Un uomo che organizza la deportazione di milioni di individui e che è perfettamente cosciente che verranno gasati, che si ritiene assolutamente innocente, non solo in termini legali ma persino di coscienza personale. Lui non è colpevole di nulla, perché ha semplicemente eseguito degli ordini che non ha dato lui, ma che lui era tenuto a rispettare, perchè funzionario vincolato moralmente a dipendere dai suoi superiori. Il suo primo dovere, in quanto uomo e funzionario, quello di fare quello che gli veniva ordinato, ovvero essere strumento (in latino servus) di qualcuno che era sopra di lui, e dunque soltanto questi il vero e unico responsabile delle decisioni prese. In quest’ottica il suo dovere diveniva quello di realizzare la volontà altrui, escludendo la propria, anzi evitando di avere una propria volontà, ovvero una coscienza specifica riguardo alla liceità di quanto gli veniva ordinato. Più ancora, non avendo egli mai dato alcun ordine di uccidere o perseguitare qualcuno, doveva in un certo senso essere lodato per la sua totale estraneità a quanto accadeva. Lui era appunto solo uno strumento dovuto al ruolo sociale che ricopriva, non un soggetto dotato di coscienza, dunque né più né meno che una macchina. E’ imputabile una macchina per le azioni che viene programmata ad eseguire? Evidentemente no. Perché no? Perché non può scegliere, e non può scegliere perché per poterlo fare, dovrebbe avere la coscienza di essere qualcosa che non è solo un insieme di ingranaggi ma di qualcosa che esiste come ente che può volere qualcosa.
Eichmann ha tuttavia una morale, quella della obbedienza. Lui è innocente perché ha fatto quello che il suo dovere gli comandava, ovvero eseguire gli ordini dei superiori, ovvero dell’ordine sociale dal quale dipendeva. Ma questa è oggi la posizione morale di gran parte di noi. E’ quella medico abortista o di quello che esegue l’eutanasia. Esegue un comando sociale, se stesse a lui probabilmente non lo farebbe, ma non può non farlo perché la coscienza è esclusa dal ruolo sociale nel quale è inserito. Dunque è innocente, perché compie il suo dovere e il suo dovere è obbedire ai protocolli (come dice il buffo e atroce linguaggio della burocrazia) che informano il suo agire professionale. Lo stesso vale per la più parte dei ruoli professionali che sono essenziali nel garantire la stabilità sociale: il magistrato, il giornalista, il funzionario governativo, il pubblicista, il pubblicitario….
In poche parole, la morte di Dio, ovvero della coscienza come valore assoluto perché dominata dal cielo e non dagli uomini, ha trasformato l’uomo di oggi in un cliens di un dominus astratto e impersonale ma ben terreno: il sistema delle credenze collettive alle quali nessuno è autorizzato a disattendere, perché fuori di esse - si suppone - non c’è realtà alcuna.
Post scriptum
Esiste oggi una confusione teoretica diffusa circa la morale. Quale sia il fondamento di essa viene ricercato in ambiti e dimensioni diverse, ad esempio l’utile sociale, un sistema di convenzioni, un ridicolo, perché logicamente assurdo, insieme di preferenze personali, ovvero di morali speciali realizzate in proprio, secondo la melanconica idea di Nietzsche, di una morale disegnata da sé, dal proprio sarto personale. In realtà è impossibile parlare di morale senza mettere in campo l’idea di coscienza. Non può esistere atto morale se non quello quello realizzato perché ritenuto giusto. Ma ritenuto giusto da chi? Se solo da me stesso devo fare mia l’idea che io sono Dio e tolto me è tolto il mondo. Se da tutti, allora la morale è eseguire gli ordini che vengono dall’ordine sociale a cui si appartiene, e si diventa Eichmann.
Io credo che la risposta più profonda al problema l’abbia data Kant, ma non quello divulgato dalla storia della filosofia accademica, quella che dice che Kant abbia fondato la sua morale sulla ragione (come se fosse possibile fondare teoricamente qualcosa se non sulla ragione), ovvero che la ragione in quanto tale produce precetti morali universali chiari e distinti.
Ma non è vero. Il discorso di Kant è assolutamente diverso da questo limitato punto di vista. La morale per Kant si fonda in ultima istanza su Dio. E’ l’esistenza di Dio che rende morale l’uomo, ovvero capace di azioni assolutamente giuste.
Il punto di partenza del suo discorso è questo: rilevo empiricamente che nell’uomo esiste un imperativo categorico, ovvero un comando morale che mi dice che devo fare una certa cosa incondizionatamente, anche a costo di patirne delle gravi conseguenze.
Se questo comando esiste e non è un’illusione, allora esso è qualcosa di estraneo all’ordine naturale delle cose, non è condizionato da esso, ovvero non è conseguente al mio bisogno di vita e felicità. Ad esempio la madre che nasconde la colpa del figlio agisce naturalmente, ma non moralmente. Se invece denuncia il figlio della colpa commessa, agisce contro natura, ossia assume un dovere che non discende la nessuna causa naturale, ma solo dalla sua coscienza. Poiché ciò accade empiricamente allora dobbiamo ammettere che l’imperativo categorico, ovvero un comando assoluto della coscienza esiste, contrario alla legge di natura, ma se esiste, allora l’uomo non è un essere completamente naturale, ossia interamente condizionato dalle leggi della natura, ma è libero da esse, perché appunto può agire in modo diverso dal comando naturale. Ma se è libero, allora la sua natura più intima non è di questo mondo, ma di un mondo parallelo dove non esiste condizionamento causale, ma solo libere intenzioni, dunque un ambito che storicamente è stato definito con la parola anima, ovvero qualcosa fuori dallo spazio e dal tempo. Ma se esiste l’anima essa può esistere perché esiste Dio, ovvero una dimensione eterna nella quale tutto è quello che è e deve essere quello che è per sempre.
La morale, ovvero l’imperativo categorico può allora esistere, perché dipende dai questi tre postulati: la libertà, l’anima, Dio. Se non ci fossero questi postulati non ci potrebbe essere l’imperativo categorico, ovvero il dovere morale, allo stesso modo che se non ci fossero i postulati di Euclide non potrebbe esserci il teorema di Pitagora. Dunque, in ultima istanza, solo postulando Dio è possibile documentare l’esistenza dell’agire morale su questa terra.

NICEA

 NICEA AUJOURDÌ

Niente è attuale quanto il concilio di Nicea. Ha definito un altro modo di stare al mondo; un altro modo di pensare la relazione fra il mio credere e il credere politicamente corretto. Lo stesso che adesso, anche se non c’è Costantino a presiedere un’assemblea di vescovi convocati.
La preghiera fondamentale del Cristianesimo è il “Credo”. Cosa è? Sostanzialmente una dichiarazione dottrinale di credenze fatte proprie e professate. La salvezza della propria anima consiste nel credere a una dottrina che ci rivela in modo esaustivo chi è Dio e quali pretese ha, e che ci è stata consegnata e controfirmata dalla gherusia vescovile accreditata.
Chi professa credenze ellittiche o non contemplate dalla dottrina ufficiale non solo perde la sua anima, ma diventa un pericolo pubblico, un criminale da perseguitare. E’ un “eretico” ed è un criminale perché non solo danna se stesso ma, sostenendo pubblicamente le sue credenze, porta a morte l’anima di tante persone deboli perché suggestionabili.
Prima di Nicea c’erano gli eretici, naturalmente, ma erano una faccenda interna ad una minoranza perseguitata, che al massimo li poteva cacciare e maledire, sebbene la cosa non interessasse a nessuno se non a quelli che si definivano Cristiani. Con Nicea, l’eresia diventa un crimine politico, cioè di stato e lo stato si fa carico di punire gli eretici.
Come ben sappiamo la figura dell’eretico non è contemplata, perché non era contemplabile, nella precedente religione olimpica. Si poteva credere qualsiasi cosa rispetto agli Dei, perché sia che tu credessi una cosa o il suo contrario era lo stesso. Non era questa la via per salvarsi l’anima. Tu eri obbligato non a credere a un insieme dottrinale, ma a mostrare soprattutto e solo pubblicamente la tua devozione verso gli dei che si supponeva proteggessero Roma e il suo impero. La tua devozione si esauriva in una serie di atti rituali e simbolici, come il sacrificio cruento o la semplice bruciatura di grani di incenso su di un altare. Se non lo facevi, finivi in bocca ai leoni. In poche parole, dovevi solo dimostrare di essere un fedele suddito e poi potevi credere quello che volevi circa Zeus, Apollo, Athena e compagnia bella. In antico ci si preoccupava anche della salvezza della propria anima, e la si salvava partecipando a certi importanti misteri, ad esempio quelli di Eleusi in onore di Demetra. Ma ancora una volta, nessuna dottrina, ma un’esperienza visiva e corporea di partecipazione ad un rito. La salvezza della tua anima la “vedevi” e la sentivi nel tuo intimo, durante lo svolgimento del rito.
Invece, secondo dottrina, il giorno del Giudizio Universale, Cristo Trionfante ti fa una specie di esame di maturità e se sbagli certe risposte, sono cazzi amari. Prova a dire che oltre al Padre c’é il Figlio, la Figlia e lo Spirito Santo.
In effetti il concilio di Nicea fu convocato per una faccenda del genere. Ario di Alessandria poneva una questione elementare ma cardinale. Se c’è un padre, allora c’è stato un tempo in cui il figlio non esisteva, dunque prima viene il padre e poi il figlio; ma, più ancora, se c’è un padre allora vuol dire che esiste un ente che può esistere di per sé, senza la presenza del figlio. Dunque il padre e il figlio non sono la stessa cosa, non hanno la medesima essenza e potenza.
L’argomento era sostenuto, più o meno apertamente da una notevole quantità di vescovi, fra cui, segretamente, Eusebio, che fu per lunghi anni il consigliere religioso di Costantino e colui che lo battezzò sul letto di morte. In ogni caso, l’argomento di Ario minava uno dei fondamenti dogmatici della tradizione, ovvero l’identità di sostanza fra la figura del Padre e del Figlio. La questione in termini teoretici è interessante perché il Figlio, cioè il Mondo, se non ha la stessa natura e potenza del Padre, allora la sua esistenza potrebbe essere contingente e non necessaria, dunque avrebbe potuto esserci come non esserci. Mentre la visione teologica tradizionale, ripresa dalla versione plotiniana del pensiero di Platone, pone il mondo come specchio necessario di Dio stesso, ovvero Dio necessita del mondo per conoscere se stesso, dunque non potrebbe essere senza il mondo. Il mondo, cioè il Figlio, è un attributo sostanziale di Dio, dunque è implicita la medesima sostanzialità. (Nota a margine. La teologia medioevale, anche se non lo si ammette, è di indirizzo ariano, giacché tutti grandi maestri medioevali sostengono il principio della “contingenza mundi”, ovvero che il mondo è contingente, non necessario, dunque potrebbe esserci o non esserci a discrezione della volontà di Dio. Per questo la teologia medioevale si occupa quasi esclusivamente di Dio e della dimostrazione della sua esistenza, piuttosto che le abituali questioni Cristologiche).
In ogni caso, a Nicea la dottrina di Ario divenne l’eresia per eccellenza e la presenza di Costantino rese ufficiale che la dottrina abbracciata dalla Chiesa era anche quella dello Stato, ovvero lo Stato si impegnava a sostenerla e a punire i vescovi che non la seguivano. Si assistette, infatti, alla condanna all’esilio, da parte di tribunali civili, di tutti i vescovi apertamente ribelli, cioè apertamente ariani.
Perché la faccenda è molto più interessante di quanto si creda? Perché è la situazione esattamente analoga al nostro presente.
Noi abbiamo una religione anche se non sembra. E’ una religione umanista-immanentista, di derivazione Cristiana, formulata nel corso del tempo dagli intellettuali di Stato. I suoi vescovi sono stati e sono oggi più che mai i professori di materie umanistiche delle più importanti università dell’ex area cristiana del mondo. Ossia Cambridge, Oxford, la Sorbonne, Nanterre, l’Università di Francoforte e di Berlino, Harvard, Princeton, Yale e poi una serie di minori che replicano i pensieri elaborati nelle maggiori e dai maggiori. Ebbene questa religione immanentista che fa del Figlio, cioè l’uomo, l’homoiòs di Dio, cioè del Padre, chiede anzi impone al potere dello Stato di farsi custode del Credo, di cui è la dottrina, e di perseguitare chiunque non creda come è doveroso credere. L’eretico è dunque di nuovo un criminale politico e nemico di Stato. Come tutti possono ben vedere e constatare. Solo il medioevo ci salverà da Costantino e dai suoi successori.

McCarthy

 CORMAC McCARTHY. IL MALE, LA FINE DEL MONDO E QUEL FUOCO CHE NON DEVE SPEGNERSI.

____Ho letto sul Foglio un lungo e bellissimo articolo di Giulio Meotti dedicato a Cormac McCarthy, morto nel giugno del 2023, e alla sua prima grande biografia, scritta da Tracy Daugherty. Una lettura che mi ha riportato alla memoria uno dei romanzi e dei film più sconvolgenti che abbia mai conosciuto: La strada, The Road.
Cormac McCarthy era un uomo singolare, appartato, difficilissimo da incasellare. Non usciva mai senza una pistola, frequentava più volentieri fisici e matematici che letterati, era affascinato dalla filosofia, dalla gnosi, dal mistero dell’esistenza e soprattutto dalla natura del male.
Non cercava di rendere il mondo più rassicurante attraverso la letteratura. Al contrario, voleva costringere il lettore a guardare ciò che normalmente preferisce non vedere.
Per lui le grandi questioni della narrativa non erano soltanto politiche o sociali. Erano il destino, la morte, la violenza, l’origine del male e il significato stesso dell’esistenza.
Era un uomo profondamente pessimista. Riteneva che qualcosa si fosse spezzato nella civiltà occidentale dopo la Seconda guerra mondiale. Non parlava semplicemente di decadenza culturale, ma di una vera e propria perdita della cultura, del suo significato e delle sue radici.
Era convinto che il male non fosse qualcosa di estraneo all’uomo, ma che avesse origine proprio dentro di noi.
____Tra i suoi romanzi più celebri c’è Meridiano di sangue, un’opera di violenza quasi insostenibile, che il grande critico Harold Bloom considerava uno dei capolavori della letteratura americana del Novecento.
E poi Non è un paese per vecchi, dal quale i fratelli Coen trassero nel 2007 uno splendido film, con Javier Bardem, Tommy Lee Jones e Josh Brolin.
Ma è soprattutto di un altro suo romanzo che voglio parlare.
LA STRADA. THE ROAD.
Pubblicato nel 2006, vincitore del Premio Pulitzer nel 2007.
___Dal libro fu tratto nel 2009 l’omonimo film, diretto da John Hillcoat, con uno straordinario Viggo Mortensen nel ruolo del padre e il giovanissimo Kodi Smit-McPhee in quello del figlio.
Io quel film l’ho visto a Venezia, alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, e ne sono rimasta sconvolta.
Non l’ho mai dimenticato.
Mi è rimasto impresso Viggo Mortensen, con quel volto scavato dalla fame, dalla sofferenza, dalla disperazione, ma soprattutto dall’amore assoluto per suo figlio.
___E quel bambino meraviglioso, interpretato con una sensibilità e un’intensità impressionanti, capace di conservare la propria innocenza in un mondo che aveva perduto quasi ogni traccia di umanità.
Ci sono film che si guardano e si dimenticano. The Road è uno di quelli che ti entrano dentro e non ti abbandonano più.
Il mondo è finito.
Non sappiamo esattamente che cosa sia accaduto. Una catastrofe ha cancellato quasi ogni forma di vita. Non c’è più vegetazione, non ci sono animali, non cresce nulla. Il cielo è grigio, la terra è coperta di cenere, il sole sembra essersi spento.
Un padre e il suo bambino camminano verso sud, spingendo un carrello con i pochissimi oggetti che possiedono.
Hanno fame. Una fame atroce, continua, che consuma il corpo e la mente. Cercano qualcosa da mangiare nelle case abbandonate, nei supermercati saccheggiati, tra le rovine di una civiltà scomparsa.
Ma non sono soli.
Ci sono altri sopravvissuti.
E alcuni sono diventati qualcosa di mostruoso.
Gli uomini mangiano altri uomini.
Esistono bande che catturano esseri umani per nutrirsene. In una delle scene più terrificanti, padre e figlio scoprono in una cantina persone tenute prigioniere, mutilate, conservate vive come riserve di carne.
E poi c’è l’immagine insopportabile di un neonato arrostito allo spiedo, presente nel romanzo.
McCarthy non ci risparmia niente. Ci mostra quanto rapidamente possa scomparire ciò che chiamiamo civiltà quando vengono meno le sue strutture e le sue regole.
Eppure, in mezzo a quell’orrore, esiste qualcosa che resiste.
Un padre che ama suo figlio.
___Il bambino continua a domandare se loro siano i buoni. Se possono aiutare qualcuno. Se devono avere pietà degli altri.
È incredibile: in un mondo dove la sopravvivenza sembra giustificare qualsiasi atrocità, è proprio quel bambino affamato, terrorizzato, indifeso, a custodire il senso della bontà.
Il padre gli ripete che loro portano il fuoco.
Non è un fuoco materiale. È ciò che rimane dell’umanità: la coscienza, la compassione, la capacità di non diventare mostri anche quando tutto intorno è diventato mostruoso.
___Ma il padre sta morendo.
È sempre più debole, tossisce sangue, il suo corpo non riesce più a sostenere quella marcia interminabile. Sa che presto dovrà lasciare solo il bambino. Ed è questo il suo tormento più grande, ancora più della morte.
Perché lui non ha paura soltanto di morire.
Ha paura di ciò che accadrà a suo figlio senza di lui.
Arriva il momento in cui non riesce più ad alzarsi. Il bambino è accanto a lui, terrorizzato.
Non vuole lasciarlo, non vuole nemmeno immaginare di continuare senza di lui. Gli chiede di portarlo con sé, di non abbandonarlo in quel mondo spaventoso.
E il padre, che fino a quel momento aveva vissuto soltanto per proteggerlo, deve compiere il gesto più doloroso: convincerlo a vivere anche senza di lui.
___Gli dice che deve andare avanti. Che deve trovare i buoni. Che non deve arrendersi. E quando il bambino gli domanda chi porterà il fuoco, gli fa capire che non deve cercarlo altrove.
Il fuoco è dentro di lui. C’è sempre stato.
Gli promette che potranno ancora parlarsi, che lui potrà sentirlo dentro di sé, anche quando non sarà più lì.
Poi il padre muore.
E il bambino rimane solo.
___Resta accanto al suo corpo per tre giorni. In quel paesaggio di cenere, senza più una voce familiare, senza più una mano da stringere, senza nessuno che gli dica dove andare.
È forse il momento più terribile dell’intera storia. Non ci sono più mostri da cui fuggire, né uomini armati da temere. C’è soltanto un bambino davanti al corpo di suo padre, l’unico essere umano che fino a quel momento aveva rappresentato per lui il mondo intero.
Poi compare uno sconosciuto.
È un uomo che viaggia con una donna e due bambini. Gli parla, cerca di rassicurarlo. Il piccolo ha paura, naturalmente. Suo padre gli ha insegnato a diffidare degli estranei, perché fidarsi della persona sbagliata può significare morire.
Ma gli ha insegnato anche a riconoscere i buoni.
E quell’uomo sembra essere uno di loro.
___Il bambino gli domanda se anche lui porta il fuoco. È la domanda più importante che possa fargli. Non vuole sapere soltanto se quell’uomo lo nutrirà o lo proteggerà. Vuole sapere se appartiene ancora a quell’umanità che suo padre gli ha insegnato a custodire.
___Alla fine decide di seguirlo.
E va.
Va perché suo padre gli ha detto di andare. Perché, nonostante il dolore, la paura e la solitudine, sente che deve continuare a vivere.
Non sa dove arriverà, né che cosa troverà lungo quella strada. Non sa se il mondo potrà mai tornare a essere un luogo abitabile.
Ma sa che deve proseguire.
___Perché suo padre gli ha lasciato qualcosa che nessuna catastrofe, nessuna fame e nessuna crudeltà sono riuscite a distruggere.
Quel fuoco che porta dentro di sé.
E ora tocca a lui portarlo nel mondo, ovunque quella strada lo condurrà.

venerdì 16 ottobre 2026

DIONIGI

 

L’invenzione dell’Anno Domini

L’opera di Dionigi il Piccolo (Dionysius Exiguus), monaco oriundo della Scythia Minor (l’odierna Dobrugia) giunto a Roma verso la fine del V secolo dopo la morte di papa Gelasio I, costituisce uno dei contributi più decisivi della storia della cronografia e della cultura occidentale. Uomo d’immensa erudizione, padrone sia della lingua greca che di quella latina, Dionigi operò in un’epoca di profonda transizione culturale, fungendo da ponte teologico e canonistico tra l’Oriente greco e l’Occidente latino attraverso la traduzione di atti conciliari, lettere decretali e trattati patristici. Tuttavia, la sua fama posteriore è legata in modo indissolubile all’invenzione dell’era cristiana (Anno Domini) nel 525. Per comprendere la genesi, le ragioni tecniche e le implicazioni matematico-cronologiche della sua datazione della nascita di Gesù, occorre analizzare la natura del suo intento originario, il contesto del problema del calcolo della Pasqua, il rapporto con la storiografia antica e la complessa correlazione con il sistema romano dell’era Ab Urbe Condita.

L’intento primario di Dionigi il Piccolo non fu quello di creare un nuovo sistema di datazione per la storiografia universale o per l’uso civile quotidiano, né egli avrebbe potuto presagire la futura adozione globale della sua intuizione. La sua opera nacque all’interno di una questione legata in modo esclusivo alla computazione liturgica: la determinazione della corretta data della Pasqua. Nel 525, sotto il consolato di Probo il Giovane, le tavole pasquali in uso in Occidente (in particolare il ciclo di 95 anni attribuito al patriarca Cirillo di Alessandria, che copriva gli anni 153-247 dell’era di Diocleziano, corrispondenti ai nostri anni 437-531) stavano per giungere a scadenza. Su richiesta di esponenti della Curia romana e del vescovo Petronio, Dionigi si accinse a prorogare tali tavole per un ulteriore ciclo di 95 anni (compreso tra il 532 e il 626), adottando rigorosamente i criteri del ciclo lunisolare metonico di 19 anni raccomandato dal Concilio di Nicea del 325 e perfezionato dalla Chiesa alessandrina.

Nell’intraprendere questo complesso lavoro, Dionigi introdusse una modifica di enorme portata teologica e simbolica. Le tavole pasquali alessandrine numeravano gli anni secondo l’«era di Diocletianus» (detta anche Era dei Martiri), il cui anno 1 iniziava il 29 agosto del 284. Nella lettera dedicatoria indirizzata a Petronio, Dionigi spiegò esplicitamente le ragioni per cui rifiutava di perpetuare tale computo: egli ritenne inopportuno conservare nelle tavole sacre della Pasqua la memoria di un persecutore spietato dei cristiani, preferendo invece contrassegnare i tempi a partire dall’Incarnazione di nostro Signore Gesù Cristo (Anno Domini Nostri Jesu Christi), affinché l’origine della redenzione umana risplendesse in modo più evidente.

Per valutare il modo in cui Dionigi giunse a fissare l’anno 1 dell’era cristiana e come tale datazione si articoli rispetto alla cronologia antica, è indispensabile chiarire una premessa metodologica fondativa riguardante l’uso dell’era Ab Urbe Condita (AUC). Nella cronologia antica, l’era AUC (che computa gli anni a partire dalla presunta fondazione di Roma da parte di Romolo) non costituiva un sistema di datazione continua di uso corrente nella vita civile o nei documenti ufficiali del mondo romano tardoantico. I romani e poi i cronografi cristiani datavano i fatti storici attraverso gli eponimi consolari (i nomi dei due consoli in carica) o gli anni di regno degli imperatori. L’associazione sistematica tra gli anni AUC e l’era cristiana è una correlazione matematica stabilita in epoca moderna.

Prima di Dionigi, la patristica e i cronografi antichi (come Clemente Alessandrino, Ireneo di Lione, Tertulliano, Giulio Africano, Ippolito di Roma, Eusebio di Cesarea, Girolamo, Orosio e Cassiodoro) avevano già elaborato diverse datazioni per la nascita di Gesù, situandola generalmente tra il 3 e il 2 a.C. Tertulliano e Ireneo collocavano la natività nel 41° anno di regno di Augusto (3 a.C.). Eusebio di Cesarea, nella traduzione latina di Girolamo che costituiva il testo cronografico di riferimento per l’Occidente, la poneva nel 42° anno di Augusto, che corrispondeva al consolato di Augusto (per la tredicesima volta) e di Cornelio Silvano, ossia al 2 a.C. Paolo Orosio, nella sua Historiae adversus paganos, posizionava anch’egli la nascita di Cristo al 25 dicembre del 752 AUC, equivalente al 2 a.C.

Per comprendere l’architettura matematica dell’era dionisiana e il suo rapporto con la cronologia antica, occorre definire con precisione la correlazione tra il sistema dell’era romana Ab Urbe Condita(AUC) e il computo dell’era cristiana. Nella convenzione cronologica varroniana — adottata dalla storiografia moderna per sistematizzare la datazione consolare —, l’anno 753 AUC corrisponde al 1 a.C., l’anno 754 AUC coincide con l’1 d.C. La perfetta contiguità tra il 753 AUC e il 754 AUC riflette una norma fondamentale della cronologia storica: l’assenza dello zero. Passando direttamente dal 31 dicembre dell’1 a.C. al 1° gennaio dell’1 d.C., non intercorre infatti alcun intervallo nullo. Ipotizzando la concezione o la natività di Gesù nel corso del 753 AUC (1 a.C.), il compimento del suo primo anno di vita viene a cadere nel 754 AUC, ossia l’anno 1 d.C.

Rimane da chiarire attraverso quale itinerario computistico Dionigi sia giunto a stabilire che il 248° anno dell’era di Diocleziano corrispondesse esattamente al 532° anno dall’Incarnazione di Cristo. Per lungo tempo gli studiosi hanno ipotizzato che il monaco avesse ricavato tale sincronismo mediante l’applicazione retrograda del grande ciclo pasquale di 532 anni — nato dal prodotto del ciclo lunare alessandrino di 19 anni per il ciclo solare di 28 anni. Tuttavia, le indagini della critica contemporanea, e in particolare gli studi di Georges Declercq, hanno dimostrato come Dionigi non possedesse la nozione teorica del ciclo solare di 28 anni e non abbia pertanto impiegato una deduzione ciclica retroattiva per determinare l’anno dell’Incarnazione.

La chiave storica di questo calcolo è fornita da un documento del VI secolo ampiamente ignorato nei secoli passati: la Praefatio Felicis abbatis Gillitanensis (Prefazione dell’abate Felice di Gillita), un testo composto in Africa settentrionale per spiegare ai lettori la novità dell’era dionisiana. Felice testimonia che Dionigi ricavò il numero degli anni trascorsi tra la nascita di Cristo e l’inizio del regno di Diocleziano basandosi sulla Cronaca di Eusebio/Girolamo. Eusebio collocava la nascita di Cristo nel terzo anno della 194ª Olimpiade (2 a.C.) e l’ascesa di Diocleziano nella 265ª Olimpiade. Sviluppando la differenza tra le Olimpiadi mediante un algoritmo di calcolo numerico (265 – 194 = 71 Olimpiadi; 71 x 4 = 284 anni) e sommando a questi 284 anni i 248 anni trascorsi da Diocleziano fino al termine della tavola di Cirillo, Felice giunse alla somma precisa: 284 + 248 = 532.

Benché la conversione rigorosa delle Olimpiadi e del calcolo inclusivo da parte di un matematico moderno avrebbe dovuto produrre come risultato l’anno 535 d.C., Dionigi predilesse la cifra 532 per evidenti e stringenti ragioni di convenienza computistica e liturgica. Per un computista dell’Antichità, il numero 532 rappresentava il minimo comune multiplo tra 19 (il ciclo lunare), 7 (i giorni della settimana) e 4 (il ciclo quadriennale degli anni bisestili). Inaugurare la nuova tavola pasquale con l’anno 532 garantiva che il primo anno dell’era fosse perfettamente divisibile per 19 e per 4 senza resto, rendendo immediatamente riconoscibili gli anni bisestili (quelli divisibili per 4) e facendo coincidere l’inizio del ciclo lunare alessandrino con la numerazione dell’era. L’era dionisiana fu dunque concepita anzitutto come un’era cronologica e liturgica, anziché come un’operazione di storiografia empirica.

Un ulteriore elemento estremamente interessante riguarda il giorno esatto in cui Dionigi fissò l’inizio della sua era. Per costui, in ossequio alla liturgia a ella teologia del suo tempo, l’”Incarnazione” (Incarnatio) non corrispondeva alla data di nascita di Gesù, vale a dire il 25 dicembre, bensì al momento del suo concepimento verginale da parte di Maria, ossia all’Annunciazione del 25 marzo (equinozio di primavera nel calendario giuliano). Nella teologia cosmica patristica, il 25 marzo rivestiva una triplice valenza simbolica: era considerato il giorno della Creazione originaria del mondo, il giorno dell’Incarnazione del Logos nel seno di Maria e (secondo le tradizioni dell’epoca) il giorno della Passione di Cristo (il “secondo Adamo”). Calcolando i dati pasquali a ritroso secondo le tavole alessandrine per l’anno 1 d.C., il 25 marzo dell’anno 1 d.C. risultava essere contemporaneamente un 14° giorno di luna (plenilunio pasquale) e un venerdì (il giorno della Passione e della creazione del primo uomo). Questa coincidenza tra la concezione di Cristo e il Venerdì Santo apparve a Dionigi come la conferma della perfezione teologica del suo punto di partenza.

Dal punto di vista della moderna storiografia, il calcolo di Dionigi il Piccolo contiene un errore cronologico stimato tra i 4 e i 7 anni. Le fonti neotestamentarie concordano nell’affermare che Gesù nacque sotto il regno di Erode il Grande (Mt 2,1; Lc 1,5). Dalle testimonianze convergenti dello storico Flavio Giuseppe (Antichità Giudaiche XVII), dai riscontri astronomici (un’eclissi di luna citata poco prima della morte del sovrano) e dalla numismatica, sappiamo con un buon grado di certezza che Erode morì nella primavera del 4 a.C. (750 AUC). Di conseguenza, la nascita di Gesù deve essere necessariamente retrodatata a un periodo compreso tra il 7 a.C. e il 4 a.C.

Nonostante questo scarto rispetto alla realtà storica del I secolo, l’era dionisiana dimostrò un’incredibile solidità strutturale. Diffusa inizialmente nelle Isole Britanniche grazie all’opera di Beda il Venerabile, che la adottò nel suo De temporum ratione (725), e consacrata dal Sinodo di Whitby del 664, l’era dell’Incarnazione fu adottata progressivamente dalla storiografia carolingia, dai diplomi delle cancellerie reali e imperiali ed infine dalla diplomatica pontificia. Quando, a partire dall’anno 1000, i computisti critici del Medioevo — come Abbone di Fleury, Erigerio di Lobbes e Mariano Scoto — dimostrarono formalmente l’inesattezza della datazione di Dionigi proponendo correzioni al sistema, la societas christiana e le istituzioni europee rifiutarono di modificare il calendario. Come osservò con pragmatismo il cronista Gervasio di Canterbury attorno al 1200, l’era dionisiana era ormai divenuta la consuetudine universale della Chiesa e della civilizzazione latina, dimostrando che l’efficacia convenzionale e il valore simbolico di una grande intuizione cronologica prevalgono sulla necessità di una computazione storicamente esatta.

ANTICO TESTAMENTO

 

Come e quando è stato scritto l’Antico Testamento?

L’Antico Testamento non è stato scritto da una sola persona, né in un unico momento. È una raccolta di testi composti, tramandati, modificati e riuniti nel corso di molti secoli, da autori diversi, in un contesto storico e religioso in continua evoluzione.

Dal punto di vista storico, è importante distinguere fra gli avvenimenti narrati, il periodo in cui i testi furono composti e il momento in cui assunsero una forma relativamente definitiva. Queste tre date, infatti, spesso non coincidono.

1. Quando fu scritto?

The Five W's of the Dead Sea Scrolls | Asia Society
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A3 聖書はどのように現代にまで伝えられてきたか — ものみの塔 オンライン・ライブラリー
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La maggior parte degli studiosi colloca la formazione dei testi dell’Antico Testamento in un arco di tempo che va, indicativamente, dal 1200-1000 a.C. fino al II-I secolo a.C., con importanti differenze fra un libro e l’altro.

Periodo

Che cosa accadde

Circa 1200-1000 a.C.

Circolavano tradizioni orali, racconti sulle origini d’Israele, poesie e antiche formule religiose.

Circa 1000-700 a.C.

Si svilupparono tradizioni scritte, racconti storici e testi poetici; alcune parti potrebbero essere molto antiche.

VIII-VI secolo a.C.

Furono composti o rielaborati importanti testi profetici e storici.

VI secolo a.C.

L’esilio a Babilonia, iniziato con la conquista di Gerusalemme nel 586 a.C., favorì una profonda rielaborazione delle tradizioni religiose.

V-IV secolo a.C.

Si consolidarono importanti parti della Legge e della raccolta dei testi sacri.

III-II secolo a.C.

Furono composti o ultimati diversi testi, mentre altri venivano copiati e trasmessi; circolavano già raccolte autorevoli delle Scritture.

Queste date sono approssimative: per alcuni libri esiste un consenso relativamente ampio, mentre per altri gli studiosi discutono ancora molto.

2. Chi ha scritto l’Antico Testamento?

La tradizione ebraica e cristiana attribuisce a Mosè un ruolo fondamentale nella scrittura dei primi cinque libri. La ricerca storica moderna, invece, è giunta a una conclusione diversa.

I primi cinque libri sono chiamati Pentateuco: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio.

Secondo l’ipotesi più diffusa fra gli studiosi contemporanei, questi libri si formarono attraverso un processo complesso, che coinvolse diversi autori, tradizioni e redattori, nell’arco di secoli. Non sappiamo con precisione chi abbia scritto ogni singola parte. 



Ecco come potrebbe essersi svolto il processo.

Discovering Gilgamesh, the World’s First Action Hero | National Geographic

1. La tradizione orale

Per generazioni, le comunità ebraiche tramandarono racconti sugli antenati, sulle origini del popolo, sulle migrazioni e sul rapporto con il loro Dio.

How the Bible Was Copied, Preserved, and Passed Down

2. La messa per iscritto

Scribi e ambienti sacerdotali misero per iscritto tradizioni, leggi, preghiere, genealogie e racconti. Parti diverse potevano avere origini e prospettive differenti.

Great Isaiah Scroll - World History Encyclopedia

3. La revisione e la raccolta

Altri scribi organizzarono, combinarono e rielaborarono testi precedenti, dando gradualmente forma alle raccolte che conosciamo.

Un esempio interessante è la Genesi: contiene racconti sulle origini del mondo, su Adamo ed Eva, sul diluvio universale, su Abramo e sui suoi discendenti. Non abbiamo prove storiche che permettano di attribuire l'intero libro a un singolo autore.

3. Quali sono i libri più antichi e quelli più recenti?

Le date sono oggetto di discussione, ma alcuni punti sono abbastanza condivisi.

Libro o gruppo

Datazione indicativa

Antiche poesie e tradizioni

Alcuni materiali potrebbero risalire al primo millennio a.C. o anche prima

Amos e Osea

VIII secolo a.C., con successive rielaborazioni possibili

Isaia

Parti dell'VIII secolo a.C.; altre parti sono successive

Geremia ed Ezechiele

Tra VII e VI secolo a.C., con stratificazioni successive

Genesi-Deuteronomio

Formazione lunga; forma complessiva consolidata soprattutto nel I millennio a.C., probabilmente in età persiana per il Pentateuco

Daniele

Parti finali composte intorno al 167-164 a.C.



È importante ricordare che la data in cui un racconto viene ambientato non è necessariamente quella in cui è stato scritto. Un testo può narrare eventi collocati molti secoli prima della sua composizione.

4. In quale lingua fu scritto?

Hebrew / Greek — A. P. Manuscripts

Ebraico biblico

È la lingua della maggior parte dell'Antico Testamento.

Aramaico

Alcune sezioni, soprattutto in Esdra e Daniele, sono scritte in aramaico, una lingua diffusa nel Vicino Oriente antico.

In seguito, dal III-II secolo a.C. circa, una parte importante delle Scritture ebraiche venne tradotta in greco ad Alessandria d'Egitto. Questa traduzione è chiamata Settanta, o Septuaginta, ed ebbe un ruolo fondamentale nella diffusione del testo nel mondo mediterraneo. 


5. Come facciamo a sapere che i testi sono antichi?

Doing what no human eye can, AI reveals secrets of Dead Sea Scroll's creation | The Times of Israel
Qumran & the Dead Sea Scrolls | Live Science
Dead Sea Scrolls of Qumran — Scripture in Stone
7

Una delle scoperte archeologiche più importanti per lo studio della Bibbia è quella dei Manoscritti del Mar Morto, ritrovati a partire dal 1947 nelle grotte di Qumran e in altri siti del deserto della Giudea.

Questi manoscritti, risalenti in gran parte agli ultimi secoli prima di Cristo e al I secolo d.C., contengono copie di numerosi testi biblici. Ci permettono di confrontare versioni antiche delle Scritture con quelle trasmesse nei secoli successivi. 

Cambridge
+1

Ma c'è una distinzione fondamentale: il manoscritto più antico che possediamo non coincide necessariamente con la data in cui il testo fu composto. Gli originali degli autori biblici non sono conservati.

6. Quando fu stabilito l'elenco definitivo dei libri?

Non esiste una data unica valida per tutte le tradizioni religiose.

  • La Torah, cioè i primi cinque libri, era già riconosciuta come raccolta autorevole nell'antico giudaismo entro il periodo persiano.

  • I Profeti acquisirono progressivamente una posizione autorevole.

  • Gli Scritti, la terza sezione della Bibbia ebraica, ebbero una storia di formazione e riconoscimento più lunga. Il momento esatto in cui l'intero canone ebraico fu fissato è ancora discusso.

  • La Bibbia cattolica comprende anche alcuni libri deuterocanonici, assenti dalla Bibbia ebraica e dalla maggior parte delle Bibbie protestanti.

Wikipedia
+1

7. La questione più importante: l'Antico Testamento racconta la storia reale?

Qui dobbiamo distinguere fra storia, tradizione religiosa e racconto simbolico.

Alcuni eventi e personaggi della Bibbia trovano riscontri in iscrizioni, documenti e reperti archeologici. Per altri racconti, invece, le prove indipendenti sono scarse oppure assenti.

Per esempio:

  • La monarchia di Davide: esistono testimonianze epigrafiche generalmente interpretate come un riferimento alla «Casa di Davide», ma non confermano tutti i dettagli dei racconti biblici.

  • L'Esodo dall'Egitto: non disponiamo di prove archeologiche dirette che confermino l'Esodo nella forma e nelle dimensioni narrate dalla Bibbia.

  • La creazione del mondo e Adamo ed Eva: sono racconti teologici che non possono essere verificati come normali resoconti storici.

  • Il diluvio universale: presenta analogie con tradizioni mesopotamiche molto più antiche o comunque appartenenti allo stesso ambiente culturale.

Questi elementi rendono l'Antico Testamento una fonte preziosa non soltanto per la storia della religione ebraica, ma anche per comprendere le idee, le istituzioni, le paure e le aspirazioni delle società del Vicino Oriente antico.

In conclusione: l'Antico Testamento è il risultato di una lunga storia di tradizioni orali, scrittura, revisione e raccolta. Non è un libro scritto tutto in una volta, ma una biblioteca di testi che riflettono epoche differenti.

Se vogliamo comprenderlo davvero, la domanda successiva è particolarmente interessante: come sono nate le storie di Adamo ed Eva, Noè e Abramo? Possiamo esaminarle una per una, distinguendo ciò che sappiamo storicamente da ciò che appartiene alla tradizione religiosa.

lunedì 5 ottobre 2026

IMPERATORI ROMANI

 

Imperatore

Regno

Dinastia / periodo

Note


Augusto

27 a.C.–14 d.C.

Giulio-Claudia

Ottaviano; primo imperatore


Tiberio

14–37

Giulio-Claudia



Caligola

37–41

Giulio-Claudia

Gaio


Claudio

41–54

Giulio-Claudia



Nerone

54–68

Giulio-Claudia



Galba

68–69

Anno dei quattro imperatori



Otone

69

Anno dei quattro imperatori



Vitellio

69

Anno dei quattro imperatori



Vespasiano

69–79

Flavia



Tito

79–81

Flavia



Domiziano

81–96

Flavia



Nerva

96–98

Nerva-Antonina



Traiano

98–117

Nerva-Antonina



Adriano

117–138

Nerva-Antonina



Antonino Pio

138–161

Nerva-Antonina



Marco Aurelio

161–180

Nerva-Antonina

Co-imperatore con Lucio Vero 161–169


Lucio Vero

161–169

Nerva-Antonina

Co-imperatore


Commodo

177–192

Nerva-Antonina

Co-imperatore con Marco Aurelio 177–180


Pertinace

193

Anno dei cinque imperatori



Didio Giuliano

193

Anno dei cinque imperatori



Settimio Severo

193–211

Severi



Caracalla

198–217

Severi

Co-imperatore con Settimio Severo 198–211


Geta

209–211

Severi

Co-imperatore


Macrino

217–218

Severi



Eliogabalo

218–222

Severi



Alessandro Severo

222–235

Severi



Massimino il Trace

235–238

Crisi del III secolo



Gordiano I

238

Crisi del III secolo

Co-imperatore; breve regno


Gordiano II

238

Crisi del III secolo

Co-imperatore; breve regno


Pupieno

238

Crisi del III secolo

Co-imperatore


Balbino

238

Crisi del III secolo

Co-imperatore


Gordiano III

238–244

Crisi del III secolo



Filippo l'Arabo

244–249

Crisi del III secolo



Filippo II

247–249

Crisi del III secolo

Co-imperatore


Decio

249–251

Crisi del III secolo



Erennio Etrusco

251

Crisi del III secolo

Co-imperatore


Treboniano Gallo

251–253

Crisi del III secolo



Volusiano

251–253

Crisi del III secolo

Co-imperatore


Emiliano

253

Crisi del III secolo



Valeriano

253–260

Crisi del III secolo



Gallieno

253–268

Crisi del III secolo

Co-imperatore fino al 260


Claudio II il Gotico

268–270

Crisi del III secolo



Quintillo

270

Crisi del III secolo



Aureliano

270–275

Crisi del III secolo



Tacito

275–276

Crisi del III secolo



Floriano

276

Crisi del III secolo



Probo

276–282

Crisi del III secolo



Caro

282–283

Crisi del III secolo



Numeriano

283–284

Crisi del III secolo



Carino

283–285

Crisi del III secolo



Diocleziano

284–305

Tetrarchia

Augusto d'Oriente; tetrarchia


Massimiano

286–305

Tetrarchia

Augusto d'Occidente


Galerio

305–311

Tetrarchia

Augusto d'Oriente


Costanzo Cloro

305–306

Tetrarchia

Augusto d'Occidente


Severo II

306–307

Tetrarchia

Augusto d'Occidente


Massenzio

306–312

Tetrarchia

Augusto usurpatore in Italia e Africa


Licinio

308–324

Tetrarchia / Costantiniana

Augusto d'Oriente


Costantino I il Grande

306–337

Costantiniana

Dal 324 unico imperatore


Massimino Daia

310–313

Tetrarchia

Augusto d'Oriente


Costantino II

337–340

Costantiniana

Augusto; governò Gallie, Britannia e Hispania


Costanzo II

337–361

Costantiniana

Augusto d'Oriente; dal 350 unico imperatore


Costante I

337–350

Costantiniana

Augusto d'Occidente


Vetranione

350

Costantiniana

Usurpatore/proclamato Augusto


Giuliano

361–363

Costantiniana



Gioviano

363–364

Valentiniana



Valentiniano I

364–375

Valentiniana

Augusto d'Occidente


Valente

364–378

Valentiniana

Augusto d'Oriente


Graziano

367–383

Valentiniana

Augusto d'Occidente


Valentiniano II

375–392

Valentiniana

Augusto d'Occidente


Teodosio I

379–395

Teodosiana

Ultimo imperatore dell'Impero unificato


Magno Massimo

383–388

Usurpatore

Occidente


Eugenio

392–394

Usurpatore

Occidente


Onorio

395–423

Teodosiana

Imperatore d'Occidente


Arcadio

395–408

Teodosiana

Imperatore d'Oriente


Costanzo III

421

Teodosiana

Co-imperatore d'Occidente


Teodosio II

408–450

Teodosiana

Imperatore d'Oriente


Valentiniano III

425–455

Teodosiana

Imperatore d'Occidente


Marciano

450–457

Teodosiana

Imperatore d'Oriente


Petronio Massimo

455

Tarda antichità

Imperatore d'Occidente


Avito

455–456

Tarda antichità

Imperatore d'Occidente


Maioriano

457–461

Tarda antichità

Imperatore d'Occidente


Libio Severo

461–465

Tarda antichità

Imperatore d'Occidente


Antemio

467–472

Tarda antichità

Imperatore d'Occidente


Olibrio

472

Tarda antichità

Imperatore d'Occidente


Glicerio

473–474

Tarda antichità

Imperatore d'Occidente


Giulio Nepote

474–475; 477–480

Tarda antichità

Ultimo imperatore d'Occidente riconosciuto dall'Oriente


Romolo Augustolo

475–476

Tarda antichità

Ultimo imperatore d'Occidente de facto


Leone I

457–474

Leone

Imperatore d'Oriente


Leone II

474

Leone

Imperatore d'Oriente


Zenone

474–475; 476–491

Isaurica



Basilisco

475–476

Isaurica

Usurpatore


Anastasio I

491–518

Giustinianea



Giustino I

518–527

Giustinianea



Giustiniano I

527–565

Giustinianea



Giustino II

565–578

Giustinianea



Tiberio II Costantino

578–582

Giustinianea



Maurizio

582–602

Giustinianea



Foca

602–610

Eracliana



Eraclio

610–641

Eracliana



Costantino III

641

Eracliana

Co-imperatore; breve regno


Eracleona

641

Eracliana

Co-imperatore; breve regno


Costante II

641–668

Eracliana



Costantino IV

668–685

Eracliana



Giustiniano II

685–695; 705–711

Eracliana



Leonzio

695–698

Eracliana

Usurpatore


Tiberio III

698–705

Eracliana

Usurpatore


Filippico Bardane

711–713

Eracliana



Anastasio II

713–715

Isaurica / transizione



Teodosio III

715–717

Isaurica / transizione



Leone III

717–741

Isaurica



Costantino V

741–775

Isaurica



Leone IV

775–780

Isaurica



Costantino VI

780–797

Isaurica



Irene

797–802

Isaurica

Prima donna a regnare come imperatore in proprio


Niceforo I

802–811

Niceforiana



Stauracio

811

Niceforiana



Michele I Rangabe

811–813

Niceforiana



Leone V l'Armeno

813–820

Amoriana



Michele II l'Amoriano

820–829

Amoriana



Teofilo

829–842

Amoriana



Michele III

842–867

Amoriana



Basilio I

867–886

Macedone



Leone VI il Saggio

886–912

Macedone



Alessandro

912–913

Macedone



Costantino VII Porfirogenito

913–959

Macedone

Imperatore dal 913; governo personale dal 945


Romano I Lecapeno

920–944

Macedone / Lecapeno

Co-imperatore principale


Romano II

959–963

Macedone



Niceforo II Foca

963–969

Macedone



Giovanni I Zimisce

969–976

Macedone



Basilio II Bulgaroctono

976–1025

Macedone



Costantino VIII

1025–1028

Macedone



Romano III Argiro

1028–1034

Argiro



Michele IV il Paflagone

1034–1041

Macedone



Michele V Calafato

1041–1042

Macedone



Zoe e Teodora

1042

Macedone

Regno congiunto; breve periodo


Costantino IX Monomaco

1042–1055

Macedone



Teodora Porfirogenita

1055–1056

Macedone



Michele VI Bringas

1056–1057

Macedone



Isacco I Comneno

1057–1059

Comneni



Costantino X Ducas

1059–1067

Ducas



Romano IV Diogene

1068–1071

Ducas



Michele VII Ducas

1071–1078

Ducas



Niceforo III Botaniate

1078–1081

Ducas



Alessio I Comneno

1081–1118

Comneni



Giovanni II Comneno

1118–1143

Comneni



Manuele I Comneno

1143–1180

Comneni



Alessio II Comneno

1180–1183

Comneni



Andronico I Comneno

1183–1185

Comneni



Isacco II Angelo

1185–1195; 1203–1204

Angeli



Alessio III Angelo

1195–1203

Angeli



Alessio IV Angelo

1203–1204

Angeli

Co-imperatore


Alessio V Ducas

1204

Angeli



Teodoro I Lascaris

1205–1221

Lascaridi

Imperatore di Nicea


Giovanni III Ducas Vatatzes

1221–1254

Lascaridi

Imperatore di Nicea


Teodoro II Lascaris

1254–1258

Lascaridi

Imperatore di Nicea


Giovanni IV Lascaris

1258–1261

Lascaridi

Imperatore di Nicea


Michele VIII Paleologo

1259–1282

Paleologi

Imperatore di Nicea e poi di Costantinopoli


Andronico II Paleologo

1282–1328

Paleologi



Michele IX Paleologo

1294–1320

Paleologi

Co-imperatore


Andronico III Paleologo

1328–1341

Paleologi



Giovanni V Paleologo

1341–1391

Paleologi



Giovanni VI Cantacuzeno

1347–1354

Cantacuzeni

Co-imperatore; poi abdicò


Andronico IV Paleologo

1376–1379

Paleologi



Giovanni VII Paleologo

1390

Paleologi

Breve usurpazione


Manuele II Paleologo

1391–1425

Paleologi



Giovanni VIII Paleologo

1425–1448

Paleologi



Costantino XI Paleologo

1449–1453

Paleologi

Ultimo imperatore bizantino; caduta di Costantinopoli


CAOS FRANCIA

  IL COLPO DI STATO SILENZIOSO Il filosofo Pascal Bruckner sulle sommosse francesi. “Uno spettacolo apocalittico. E’ questo che colpisce: il...