lunedì 20 marzo 2017

Cos'è l'uomo?

Domenica 19 Marzo, 2017
La scienza non sa che cos’è l’uomo
Marco Del Corona - La Lettura




Un testo breve, che dal titolo e dallo stile sembra ispirarsi ai saggisti del Settecento illuminista anglosassone ma a tratti si accende della verve di un pamphlet. Il britannico Roger Scruton, filosofo e polemista conservatore dagli interessi eclettici, con il nuovo libro uscito nei Paesi anglofoni, On Human Nature , vuole andare al cuore della questione delle questioni. Sulla natura umana: niente di più, niente di meno. «Non che volessi scrivere un grande trattato — spiega — ma solo portare l’attenzione del lettore sui fatti basilari che riguardano la natura umana, fatti che vengono spesso trascurati. In particolare ora, quando la scienza ha scalzato la religione dal centro della visione dell’uomo».
Questo è un libro di antropologia filosofica. Si tratta di una disciplina che va riconsiderata dopo essere stata messa da parte?
«Sì, l’antropologia filosofica non avrebbe mai dovuto essere abbandonata. Va detto che conta alcuni sostenitori moderni molto potenti: come Giovanni Paolo II, sulle orme di Max Scheler».
Uno degli obiettivi del testo è contrastare o ridurre l’influenza di un approccio all’esistenza umana di fatto scientista, centrato sulla biologia. Qual è stata la scintilla che l’ha spinta a scrivere «On Human Nature»?
«È così. Io voglio lasciare che la biologia occupi la sua posizione legittima ma anche convincere il lettore che le questioni sulla natura umana davvero rilevanti non hanno a che fare con la biologia e vanno affrontate per un’altra via: la via della filosofia».
Intende dire che le scienze oggi godono di un’eccessiva rilevanza nel discorso pubblico e nel modellare i nostri valori?
«Le scienze sono sempre importanti e ogni discussione pubblica deve fare del suo meglio per comprenderle e incorporarle. Il problema sono le pseudoscienze, scienze senza un genuino metodo scientifico, messe insieme per convincere le persone che le questioni che le assillano hanno una risposta scientifica, anche se non si tratta di questioni scientifiche. Per esempio, la questione della libertà. Qualcuno potrebbe dire: non abbiamo libertà perché tutte le nostre azioni sono il prodotto dell’attività del sistema nervoso. E, a sostegno di questa conclusione, si adduce ogni genere di motivazione legata all’attività neuronale. Invece no. La questione della libertà non è scientifica: riguarda il nostro modo di comprenderci l’un l’altro quando prendiamo seriamente la nostra soggettività».
Un approccio scientista non può davvero incorporare o addirittura spiegare caratteristiche e valori dell’uomo, lei sostiene.
«Credo sia un libro piuttosto difficile. Ma alla sua base il contenuto è semplice: in particolare, che noi esseri umani non viviamo nello stesso mondo degli altri animali ma in un mondo che concepiamo noi stessi. Ricreiamo il mondo attraverso le nostre attività e siamo responsabili del posto che vi occupiamo».
Uno degli assi portanti di «On Human Nature» è il ruolo centrale dell’io e della relazione io-tu. Oggi assistiamo a una moltiplicazione dei «tu» virtuali attraverso i social media. Qual è la sua visione del fenomeno?
«Sì, il perno sta nella relazione io-tu. Lo dimostrano i social media, che sono lì a fortificare un fragile senso del sé amplificando la cassa di risonanza dei molti “tu”. Ma i “tu” in questione sono più o meno virtuali e dunque ne consegue una perdita di realtà, un nascondersi all’altro dietro lo schermo sul quale l’altro è proiettato».
I social media che moltiplicano anche l’io pongono problemi meramente psicologici o anche filosofici?
«La filosofia non può risolvere tutte le patologie sociali. Sono certo che i social media produrranno metodi totalmente nuovi di comprensione del sé. Tuttavia non demoliranno la condizione fondamentale della nostra esistenza personale, che è la responsabilità nei confronti degli altri».
Lei, appunto, definisce la virtù come la capacità di essere responsabili delle proprie azioni. Il nostro è un mondo dove quest’idea di virtù è in ritirata?
«Sì, l’idea di virtù che difendo è, in una certa misura, in ritirata. Questo però non significa che non sia necessario difenderla. Al contrario, non c’è mai stato tanto bisogno di virtù quanto ora. Senza virtù nessuno può compiere un vero sacrificio e senza sacrificio non esistono né amore né pace che tengano».
Nel suo volume sembra non esserci posto per la politica. Perché? È rimasto deluso dalla politica in generale o da quella del suo Paese, la Gran Bretagna?
«In un libro breve non volevo essere distratto dalla politica, benché quel che sostengo abbia comunque implicazioni politiche. Adesso non sono deluso dalla politica più di quanto lo sia sempre stato: e credo che l’illusione più pericolosa di tutte sia quella che possa esserci una soluzione politica alla condizione umana. È stata l’illusione che ha devastato il mondo nel Novecento. La politica nel mio Paese è in una fase interessante, naturalmente, ma quello che merita di essere notato è che procediamo giorno dopo giorno in un contesto pacifico e di dialogo».
Il quarto capitolo di «On Human Nature» è focalizzato sul ruolo delle credenze religiose e metafisiche e su virtù come la pietà. Tuttavia le religioni organizzate quasi non vi compaiono, come se lei non credesse che queste possano ancora rispondere a questioni fondamentali...
«Le religioni organizzate costituiscono una forza importante, molto migliore di una religione non organizzata, e va detto per inciso che io considero l’islam come la principale religione non organizzata. Ci sono risposte religiose a molte delle nostre domande, ma dipendono da pietà, preghiera e umiltà».
Possiamo chiederle che cosa pensa di Donald Trump, dell’impatto che avrà sulle società dell’Occidente, della Brexit?
«Trump è un prodotto dei social media che gli hanno consentito di raggiungere coloro che si sentivano abbandonati dalla classe politica. Sono le stesse persone alle quali, nel voto sulla Brexit, è stata data la possibilità di far conoscere i propri sentimenti. Tutt’e due i casi si sono rivelati degli shock politici per l’élite politica. Ma il problema è l’élite politica, non la gente. Nel lungo termine dubito che penseremo che sia successo alcunché di speciale. Trump è una persona aggressiva e sgradevole ma, diversamente da Erdogan in Turchia, per esempio, non ha arrestato i giudici. Ha riconosciuto che il presidente deve obbedire alla legge e ha cominciato a cambiare le proprie intenzioni riguardo alcune delle sue politiche».
Lei chiude il libro con un omaggio al potere dell’arte, che non solo dà all’uomo un piacere superiore ma rende possibile raggiungere idee che altrimenti non possono quasi essere espresse. Gli artisti di oggi sanno produrre questo genere di epifanie?

«Tutti i veri artisti riconoscono di avere il dovere di redimere il mondo. Non in termini religiosi ma nel modo proprio dell’arte, che è trovare ordine, senso e verità nelle cose che ci travagliano. La vera arte è un lavoro di amore e gioia. Molta arte moderna invece s’è votata all’odio e alla profanazione, ma proprio per questo verrà dimenticata. Quando si guarda indietro al dopoguerra italiano, se ne trova l’anima nitidamente impressa nei film di Fellini, Antonioni e Pasolini, nella musica di Berio e Dallapiccola, negli scritti di Calvino e Moravia. E ci si renderà conto che gli italiani hanno ricevuto una benedizione».

Tito Livio



L’autocensura di Tito Livio tra le grinfie di Augusto

Duemila anni fa moriva l’autore padovano che ricostruì per intero la storia di Roma partendo dall’approdo di Enea nel Lazio. Forse credette davvero che Ottaviano avesse restaurato la Repubblica, di certo si piegò al suo volere. E per scrivere su fatti rec


La valutazione dell’opera di Augusto, come di altri facitori di storia, dividerà sempre gli storici. «Il devoto rispetto di Augusto per la libera costituzione, che aveva egli stesso distrutto, non si può spiegare che con un attento esame dell’opera di questo sagace tiranno» scrisse di lui Edward Gibbon. Il primo a conoscere la difficoltà di tramandare una accettabile immagine di sé fu Augusto stesso, proprio perciò attento controllore degli intellettuali e in particolare degli storici del suo tempo. Tito Livio, morto duemila anni fa, per sua ventura, fu uno di essi: anzi il più noto e forse il più importante.
Non è la condizione più favorevole, sul piano dell’imparzialità, quella di uno storico che deve narrare il passato più recente, e ancora bruciante, sotto il governo di colui che è risultato vincitore nella lotta appena conclusa. Si potrebbe dire che il «problema» Livio (59 a.C.-17 d.C.) è tutto lì. Un «provinciale» — un romano «recente» visto che la guerra dei socii contro Roma era finita meno di trent’anni prima della sua nascita —, nato a Padova, il municipium che nel 43 a.C. s’era schierato col Senato contro Antonio, approda a Roma, centro del potere, quando ormai Augusto è rimasto unico vincitore dell’interminabile ciclo delle guerre civili, e si avvicina alla corte fino a integrarsi in essa, divenendo per un bel po’ di tempo lo storico «ufficiale» del nuovo ordine.
Una bella contraddizione. Il punto di partenza sono i sentimenti «repubblicani», peraltro caratteristici dei municipia e in particolare di Padova. L’equivoco della «restaurazione repubblicana» di Augusto può aver contribui- to. Asinio Pollione, ex cesariano, ex antoniano, freddo con Augusto e cocciutamente intento a scrivere una storia delle guerre civili (un proposito che Orazio definì «un vero azzardo») definiva Livio — che non aveva in grande simpatia — «affetto da patavinità». Si può spiegare questa definizione in modo piuttosto semplice: Livio era uno di quelli che avranno creduto che la restaurazione repubblicana ostentata da Augusto ci fosse davvero stata. Asinio Pollione no.
Sta di fatto che Asinio si mise a scrivere — prima di Azio (31 a.C.) o non molto dopo — la storia recente sulla quale poi Augusto (nel 25 a.C.) fece calare la sua verità con i 13 libri di autobiografia ( Commentarii de vita sua), mentre Livio decise di cominciare da Romolo, anzi dall’arrivo di Enea nel Lazio. Materia tranquilla? Fino a un certo punto: basti pensare all’insopportabile finale del VI libro dell’Eneide. Comunque materia più tranquilla che raccontare il colpo di Stato di Ottaviano (poi Augusto) del 19 agosto 43 a.C. o la mattanza delle proscrizioni triumvirali da lui avallate, con brutale voltafaccia verso il Senato, nel dicembre dello stesso annus terribilis.
Nella prima deca, nei libri sulla storia antichissima, Livio «abbandona la leggenda solo per immergersi nel romanzo», ha scritto Ronald Syme in uno dei suoi saggi più riusciti ( Livy and Augustus, «Harvard Studies in Classical Philology», 1959). Si era giustificato di questa scelta, Livio, nella tutt’altro che serena praefatio (scritta ovviamente ben dopo il libro I), dicendo che aveva preferito indugiare a lungo nel racconto dell’antica virtù ritardando il più possibile il momento in cui avrebbe dovuto raccontare il tempo presente: tempo nel quale «non riusciamo a sopportare i nostri vizi e nemmeno i necessari rimedi». Ma anche la storia antichissima poteva rientrare nell’interesse politico-culturale del princeps, come ben sapeva Virgilio. Forse Livio non s’aspettava che Augusto intervenisse addirittura nella scrittura stessa dell’opera dando consigli che in fondo erano ordini. Di questo «interventismo» culturale del princeps sappiamo da Livio stesso in un passo del IV libro, che viene spesso ricordato. Vale la pena rievocare di che si tratta.
Livio aveva scritto, seguendo una tradizione consolidata, che oltre quattro secoli prima Cornelio Cosso, tribuno militare ( tribunus militum) avendo ucciso di suo pugno il re di Veio aveva dedicato le «spoglie opime» del vinto nel tempio di Giove Feretrio (437 a.C.). Nel 29 a.C. Marco Licinio Crasso (nipote del triumviro morto a Carre), avendo, quando era proconsole in Macedonia, trucidato con le sue mani il condottiero dei Bastarni, Deldone, voleva poter ripetere l’antico gesto. Augusto, pessimo generale, non sopportava la gloria militare di altri che magari potevano «montarsi la testa». Che cosa fece? Con procedimento tipico della sua ipocrisia, che strapperà parole di fuoco ad Edward Gibbon, segnalò a Livio che aveva sbagliato: c’era un’epigrafe (da lui Augusto personalmente ritrovata quando aveva fatto ricostruire il tempio di Giove Feretrio! Si vantò di averne fatti restaurare 82) attestante che Cornelio Cosso non era, quando sconfisse il re di Veio, tribunus militum, ma console. Il messaggio era che quell’onore che il giovane Crasso pretendeva spettava solo a consoli in carica, non a un proconsole. Livio si affrettò a registrare la rettifica, che infatti è incorporata in una sconcertante digressione del libro IV, e soggiunge che sarebbe stato «quasi un sacrilegio» non tener conto del documento evocato, sulla fiducia, da Augusto. Che però può essere stato un falso. Syme nota infatti che in pieno V secolo a.C. «il detentore del sommo comando militare (imperium) sarebbe stato sicuramente definito praetor, non consul ».
Ben altro successe più tardi. Procedendo nell’immane lavoro, Livio giunse a raccontare le vicende dell’anno 43 a.C., e quindi le proscrizioni (e quindi anche la morte violenta inflitta a Cicerone: la pagina sull’omicidio ci è stata salvata da Seneca padre in una Suasoria). Non era facile cavarsela; non tutti avevano la faziosità nutrita di servilismo di un Velleio Patercolo, storico cortigiano che aveva debuttato sotto Augusto e fatto carriera sotto Tiberio; Velleio giunse a scrivere che «Ottaviano si era invano, contro Antonio e Lepido, opposto alle proscrizioni». Al contrario, Seneca figlio (il filosofo) leggeva nell’opera storica rimasta inedita di suo padre che Ottaviano aveva scritto l’editto delle proscrizioni «a cena, sotto dettatura di Antonio». Livio non era Velleio. Nel libro CXX, che non è conservato (purtroppo si è persa tutta la parte recente dell’opera liviana) parlava unicamente di quella terrificante decimazione della classe dirigente «repubblicana». Ma il modo in cui ne parlò non piacque — a quanto pare — ad Augusto. Una notizia antica, tramandata con il riassunto del libro CXXI, dice laconicamente: «Questo libro (il CXXI) fu pubblicato dopo la morte di Augusto». La notizia illumina l’accaduto: evidentemente Livio decise di tacere dopo l’imbarazzante insuccesso del libro CXX. Riprese a pubblicare, o forse addirittura a scrivere, solo quando Augusto finalmente morì: nell’agosto del 14 d.C., nello stesso giorno in cui, 57 anni prima, «all’età di 19 anni», come si vanta, aveva attuato il colpo di Stato che lo aveva reso console e padrone della Repubblica che, pure, si era impegnato a servire.
Anche questo spiega perché Livio sia diventato un «classico» già per la generazione successiva. Quando nel 25 d.C., cioè appena otto anni dopo la morte di Livio, Cremuzio Cordo, senatore e storico repubblicaneggiante, venne deferito davanti al Senato (siamo sotto Tiberio e spadroneggia Seiano) per aver pubblicato libri elogiativi di Bruto e di Cassio («ultimo Romano», lo chiamava, cioè ultimo degno di essere definito tale), si difese invocando il precedente di Livio. «Tito Livio — disse Cremuzio davanti a un Senato di servi atterriti — che primeggiò per eloquenza e affidabilità, a tal punto, nella sua opera, aveva esaltato Gneo Pompeo che Augusto lo chiamava pompeiano». È Tacito che trascrive, o meglio rielabora, il discorso di Cremuzio. Ma possiamo credergli. Intorno a Cremuzio si era creato un vero e proprio «culto» repubblicano. In questo milieu la storia delle guerre civili era stata e continuava ad essere il grande tema incandescente. Quando Seneca si decise a pubblicare l’opera storica di suo padre, vi premise una introduzione nella quale diceva icasticamente — forse riprendendo una formula paterna — che «a partire dalle guerre» civili la veridicità degli storici aveva «incominciato a fare passi indietro». Tacito in apertura degli Annali dirà che il servilismo in campo storiografico aveva cominciato a diffondersi soprattutto con Tiberio, mentre «al racconto dei tempi di Augusto» non erano mancati «ingegni convenienti», che comunque non è un grande complimento. Non fa nomi ma sta di sicuro riferendosi (soprattutto) a Livio. Nel proemio delle Historiae invece era stato più severo: aveva scritto che, «già dopo Azio, quei grandi ingegni si erano fermati»; il che può anche significare che «avevano mostrato segni di cedimento». È evidente che un giudizio del genere investiva in pieno l’attività storiografica di Livio, appena ventottenne quando si combatté ad Azio.
In realtà l’adulatio era incominciata già sotto Augusto, e Tacito ben lo sapeva. Come sapeva che Augusto aveva esercitato la censura sulla storiografia in modi anche pesanti. Caso estremo quello di Labieno, che si era lasciato morire per protesta contro il rogo della sua opera ordinato da Augusto. Per non parlare della emarginazione di un cesariano della prima ora come Asinio Pollione o della cacciata del greco Timagene dalla casa del princeps: tutti episodi che ci sono noti da Seneca, che dal proprio padre aveva appreso molte verità scomode. Del resto non ci spiegheremmo il carattere catoniano-repubblicano del poema storiografico di Anneo Lucano sulla guerra civile ( Pharsalia) se non tenessimo conto della sua stretta parentela con il ceppo familiare repubblicano degli Annei, originari di Cordova e travolti nella repressione della congiura contro Nerone.
Livio aveva «navigato» in questo pelago. Molta parte della sua opera (gli ultimi dieci libri da CXXXIII a CXLII) riguardava il governo di Augusto ormai solo al potere, dopo Azio. Ma probabilmente quando mise in circolazione quei libri ormai Augusto era morto. Come mai, nei libri pubblicati vivente ancora il princeps, Livio era stato così freddo con Cesare e deferente verso Pompeo ai limiti della esaltazione? Su Cesare aveva espresso un giudizio raggelante: lo aveva paragonato al vento, del quale — precisava — è difficile dire se sia meglio che nasca o che non nasca. Per Pompeo invece i toni erano stati talmente diversi da meritargli (evidentemente nel corso di pubbliche letture a corte) l’epiteto di «pompeiano» da parte di Augusto, dietro la cui sorridente ironia bisognava spesso temere un’insidia. Ma era veramente una critica quella che Augusto così esprimeva? Detto da Ottaviano «capoparte» (per usare il titolo di un giustamente celebre libro di Mario Attilio Levi) quell’epiteto sarebbe suonato come una critica aspra: nello scontro delle fazioni o si sta da una parte o dall’altra. Ma detto da Augusto ormai princeps (capace persino di recuperare Cicerone e farne il proprio profeta e annunciatore) quel giudizio aveva un altro senso. Ormai il «padre» suo adottivo — cui doveva tutto, secondo una celebre battuta di Antonio — recedeva sempre più nello sfondo: Cesare, l’eversore, si era mosso contro la Repubblica, contro il clan politico-familiare dei Marcelli, con cui Augusto si era imparentato, addirittura puntando su di un erede (il Marcellus su cui si chiude, nell’Ade, il VI dell’Eneide). Preferiva ormai apparire, piuttosto, come colui che aveva realizzato finalmente il disegno, abortito, di Pompeo: princeps in republica, come Cicerone, ormai convinto della inevitabilità di un potere personale, lo aveva immaginato. E dunque un Livio «pompeiano» non era affatto sgradito. Forse Cremuzio Cordo non se ne era reso conto.

Uomo arcaico

L’uomo era violentissimo. Ma oggi meno

È noto da tempo che le scimmie antropomorfe sono più aggressive dei grandi predatori. Ora sappiamo che all’origine della nostra evoluzione culturale noi eravamo sei volte più letali di un mammifero medio. Poi tutto è cambiato. Ecco perché
Noi uomini siamo particolarmente aggressivi e violenti come specie biologica, o relativamente mansueti e pacifici? E la violenza ci viene dalla natura, come sosteneva, tra gli altri, Thomas Hobbes, o dalla società, come sosteneva Jean-Jacques Rousseau, e più di recente la maggior parte degli intellettuali moderni, che ne attribuiscono almeno in parte la colpa alla cupidigia e allo spirito del capitalismo? Sembra insita nell’essere umano la presunzione di rispondere a tali domande semplicemente argomentando, come ha fatto per secoli con lo strascico di interminabili dispute, e come tende a fare anche oggi, basandosi quasi sempre sul nulla, spesso ferocemente sostenuto e difeso. Ma nel frattempo è nata la scienza con il suo apparato teorico e sperimentale, che consiste essenzialmente nel definire con precisione i termini del discorso, nel fare osservazioni il più estese e accurate possibili, concepire ipotesi e verificarle sul campo, misurando e confrontando, se necessario.
Ed ecco che della questione esposta si è occupata recentemente la rivista «Nature» pubblicando un poderoso studio che riunisce dati biologici su un migliaio di specie di mammiferi, rappresentative dell’80% delle famiglie totali, e dati biologici e storici sulla nostra specie, e scegliendo di analizzare un particolare tipo di violenza, la cosiddetta «violenza letale», cioè gli episodi avvenuti fra individui della stessa specie che conducono alla morte di almeno un individuo, cioè a un assassinio.
Dal punto di vista biologico il risultato è chiaro. All’origine della loro evoluzione culturale gli esseri umani sono stati sei volte più violenti di un mammifero medio e perfettamente in linea con i valori osservati per i primati superiori, cioè le scimmie antropomorfe — gorilla, orango, scimpanzé e bonobo — che rappresentano le specie a noi più vicine e quelle dalle quali ci siamo separati in tempi più recenti. Nei circa cento milioni di anni di evoluzione dei mammiferi, la quantità di violenza letale è sempre aumentata, dallo 0,3% iniziale all’1,1% all’origine dei primati e all’1,8% all’origine dei primati superiori, per attestarsi intorno al 2% dei primi uomini. I valori percentuali sono riferiti al totale di tutte le forme di morte. Nelle specie che mostrano valori più bassi di violenza letale si può osservare spesso un più alto tasso di «ritualizzazione» dei combattimenti. Tali ritualizzazioni conducono infatti a risparmiare molte vite, pur nel quadro di un’alta conflittualità.
Potrà stupire il fatto che le scimmie antropomorfe siano più aggressive di altre specie, per esempio dei leoni o dei cosiddetti grandi predatori, ma si tratta di un dato noto da tempo. Tra di loro le grandi scimmie sono molto più aggressive dei grandi felini. Una delle possibili spiegazioni di tale osservazione è l’aumento nei millenni dell’incidenza della vita di gruppo e della difesa del territorio nei mammiferi. La vita di gruppo mette i vari individui quasi sempre a stretto contatto tra di loro e la territorialità implica che i diversi gruppi possano competere per l’utilizzazione delle diverse risorse disponibili. Le specie che hanno uno stile di vita solitario e un minor senso del territorio mostrano tassi più bassi di violenza letale.
È chiaro che la stima dei diversi parametri in gioco richiede molta attenzione e può prestare il fianco a molte critiche. Gli autori dello studio fanno notare però che i dati raccolti per le diverse specie non si discostano molto da quello che ci si sarebbe potuto aspettare sulla base di dirette osservazioni naturalistiche. Mostrano inoltre che la propensione per questo tipo di violenza sembra avere una grossa componente ereditaria, almeno tra le varie specie dei mammiferi, perché specie geneticamente più vicine mostrano valori più simili di quelli di specie imparentate più alla larga, anche se la genetica non è ovviamente l’unico fattore ed esistono molte condizioni esterne che possono alzare o abbassare questi dati di base.
Per quanto riguarda noi esseri umani, all’inizio della nostra evoluzione culturale, eravamo piuttosto aggressivi e in linea con i valori mostrati dai nostri cugini scimmioni. Poi le cose sono molto cam- biate, drammaticamente direi, con alti e bassi che non possono essere certo spiegati con cambiamenti di natura genetica, ma piuttosto con le particolari condizioni al contorno. All’epoca dell’organizzazione in bande di incursori, nella fase detta convenzionalmente dei «cacciatori-raccoglitori», la violenza è salita di molto — anche al 30% — perché tali bande erano impegnate in continui combattimenti. Al momento invece, il tasso della nostra violenza letale è molto basso, ben 200 volte più basso di quello dei nostri antenati del Paleolitico.
Adesso siamo, almeno momentaneamente, una specie piuttosto tranquilla, anche se sempre suscettibile di improvvisi scoppi di aggressività e di crudeltà, come peraltro ben sappiamo. Questo significa che l’educazione, ma soprattutto l’invenzione di elaborate forme e assetti sociali, sono stati fattori di capitale importanza nel trattenerci dalla nostra innata furia omicida. La società è repressiva, si dice spesso, ma si tratta generalmente parlando di un’opera benedetta e di vasta portata, pur con grandi oscillazioni nel tempo e nello spazio. Se ci dimentichiamo le improbabili affermazioni secondo le quali gli esseri umani sono buoni di natura, non possiamo che essere fieri del cammino che abbiamo percorso nei millenni e in particolare negli ultimi secoli. Questo nonostante molti siano oggi convinti di vivere in una delle epoche più buie della storia.
Anche senza prendere in considerazione casi estremi e difficilmente interpretabili, il cammino della civiltà si presenta particolarmente ondivago e risente di diversi fattori, prime fra tutti la frammentazione del potere e le dimensioni delle formazioni sociali omogenee. La progressiva centralizzazione del potere esecutivo ha certamente influito positivamente nel ridurre la conflittualità fra gruppi sociali diversi, come ha influito la diffusione dell’istruzione e la codificazione dei principi del diritto che hanno portato alla formalizzazione dell’amministrazione di quella che noi chiamiamo giustizia. Questo è certamente migliorabile, ma tutto è sempre migliorabile. Molte analisi sociologiche e antropologiche contemporanee sembrano convergere su una interpretazione socio-politicagiuridica. La monopolizzazione da parte dello Stato dell’esercizio della giustizia e dell’uso «legittimo» della violenza appare il fattore fondamentale di quel processo che nel tempo ha abbassato la nostra aggressività intraspecifica e che ci ha per così dire «pacificati».
In conclusione, lo studio di cui stiamo parlando implica molto lavoro, ma le sue conclusioni sono in fondo lineari, anche se siamo sicuri che susciterà molte obiezioni da chi ama parlare. Rimangono però anche interrogativi scientifici che occorrerà affrontare, primo fra tutti il significato e la valenza dell’aumento di violenza letale nella linea evolutiva delle grandi scimmie e a quale altra loro caratteristica tutto ciò si accompagna. Sappiamo infatti che non esiste cambiamento genetico rilevante che abbia un unico effetto. Vale la pena infine rilevare come l’introduzione di misurazioni e valori numerici affidabili, può rendere abbordabili molte questioni precedentemente irrisolte e come sia fuor di luogo parlare di natura e di fatti di natura senza averli prima accuratamente studiati.

Sant'Agostino


Agostino oltre le «Confessioni»


La carriera d’insegnante e i conflitti con gli studenti, l’incontro con Ambrogio e il battesimo a Milano, la rinuncia ai beni e l’incarico di vescovo. Klaus Rosen racconta l’uomo nella sua epoca, non il maestro senza tempo
Sc r i ve re una bi ografi a di s a nt’Agostino è un impegno agevole e, al tempo stesso, oltremodo complicato. Nelle sue opere, Agostino offre una quantità rilevante di informazioni autobiografiche, a partire dalla descrizione nelle Confessioni dei suoi primi trent’anni circa di vita, culminati nella conversione e nel battesimo da parte di sant’Ambrogio. Si aggiunge poi la biografia che immediatamente dopo la morte, avvenuta nel 430, gli dedicò Possidio, suo amico e confratello vescovo. Questi curò anche un elenco ragionato di tutti gli scritti agostiniani, dalle omelie alle lettere, passando in rassegna tutte le altre opere e completando così il lavoro di revisione della sua immensa produzione, che Agostino stesso aveva iniziato nei due libri di Ritrattazioni, in cui ripercorreva i suoi scritti principali secondo l’ordine cronologico in cui li aveva composti, puntualizzava l’evoluzione del suo pensiero e correggeva minuziosamente errori o imprecisioni che vi aveva riscontrato. Per dare un’idea delle dimensioni della produzione agostiniana, le Ritrattazioni ricordano una novantina di titoli, per un totale di oltre duecento libri (il libro corrispondeva a una misura standard di materiale scrittorio, per cui la stessa opera si poteva estendere per più libri a seconda della sua lunghezza); Possidio, invece, elenca oltre un migliaio di scritti diversi, ma ammette di non essere riuscito a risultare del tutto completo.
Di fronte a questa mole di informazioni, il rischio per il biografo è quello di farsi condizionare dal taglio con cui lo stesso Agostino ricostruisce il suo percorso intellettuale e spirituale. Particolarmente insidiose risultano a questo riguardo le Confessioni, che rileggono la giovinezza dell’autore come una vicenda paradigmatica dell’agire provvidenziale di Dio in vista della salvezza del singolo e dell’umanità. Per questo, Agostino si sofferma a lungo su episodi e dettagli apparentemente marginali, mentre tralascia di fornire informazioni su avvenimenti e scelte che dovettero risultare di notevole impatto su di lui e sui suoi contemporanei. Ancora, la maggior parte delle ricostruzioni biografiche, antiche e moderne, si concentra sulla dimensione intellettuale e speculativa della vicenda di Agostino, considerato l’immenso influsso da lui esercitato sugli sviluppi del pensiero teologico e filosofico dell’Occidente: solo per fare un esempio, è a lui che dobbiamo l’espressione «penseguenze per tutta l’umanità.
Klaus Rosen, che è stato a lungo professore di storia romana all’Università di Pretoria in Sud Africa prima di terminare la sua carriera in Germania, offre una biografia di Agostino che, grazie alla particolare chiave di lettura scelta, riesce a sfuggire ad entrambi i rischi ora evidenziati. Rosen si concentra piuttosto sugli avvenimenti storici e gli influssi culturali che con ogni probabilità plasmarono Agostino, la sua dimensione privata e la sua proiezione pubblica, al di là di quanto lo stesso santo voglia ammettere o lasci comunque trasparire nei suoi accenni autobiografici. In questo senso, ad esempio Rosen colloca le informazioni contenute nelle Confessioni sullo sfondo della legislazione e dei ripetuti interventi politico-amministrativi che regolavano la vita degli studenti nelle città di provincia, come Tagaste, Madaura e Cartagine, dove studiò il giovane Agostino, come pure quella di professori e studenti nella capi- tale, Roma, dove invece la sua carriera di insegnante di retorica prese slancio, tra studenti indisciplinati e pagatori ancora peggiori. A Roma Agostino partecipò a un vero e proprio concorso per ottenere il posto di insegnante di retorica a Milano, dove allora risiedeva l’imperatore; tra le altre cose, la vittoria gli garantì il considerevole stipendio che era stato stabilito per legge nel 376 dall’imperatore Graziano per tutti gli insegnanti pubblici. Ovviamente il trasferimento a Milano nel 384 risultò decisivo per l’incontro con Ambrogio e la conversione, culminata nel battesimo di Agostino nella notte di Pasqua del 387.
Anche per il periodo successivo al ritorno in Africa, che vede lo sviluppo della carriera di Agostino come vescovo, scrittore e teologo, Rosen fornisce un ampio quadro di riferimento storico, entro cui devono essere collocati i molteplici riferimenti biografici sparsi nelle opere agostiniane. Quale filo conduttore, le Confessioni sono ora sostituite dalla biografia di Possidio, che prima di diventare a sua volta vescovo di Calama in Numidia, fu compagno di Agostino nel monastero da questi fondato accanto alla cattedrale di Ippona. Pure in questo caso, Rosen mette ad esempio in luce come la rinuncia ai propri beni da parte di Agostino a motivo della scelta monastica comportasse l’esenzione dai doveri civici e da ogni altra corvée mondana, che di per sé era concessa solo al clero ordinato, di cui Agostino entrerà a far parte solo in seguito e forse controvoglia. Insomma, una biografia di Agostino nel suo tempo, al di là dell’ombra intellettuale proiettata sui secoli a venire.

Europa


1957 L’inizio dell’Europa!

Dopo oltre un millennio di lotta per l’egemonia continentale Francia e Germania scelsero di sintonizzare le loro politiche Ma la rivalità e i sospetti reciproci non sono mai venuti meno

La firma dei Trattati di Roma. Il primo seduto da sinistra è il capo del governo italiano Antonio Segni, il secondo è il ministro degli Esteri Gaetano Martino (Ansa)

Quando è nata l’Europa? In una singolare ma non troppo sorprendente identità di vedute, Joseph Ratzinger e Samuel Huntington ne fissano la data tra la fine dell’VIII e l’inizio del IX secolo, più precisamente, secondo Ratzinger, al momento della ricostituzione dell’«Impero romano rinnovato e trasformato dalla fede cristiana», cioè al momento dell’incoronazione del re dei Franchi, Carlo Magno, a imperatore sacro e romano.
Se Ratzinger e Huntington hanno ragione, allora l’Europa è affare di Franchi. Franchi divisi fin dall’843 in Franchi occidentali e Franchi orientali (diventati poi francesi e tedeschi rispettivamente) in lotta perenne per il possesso di quella terra di mezzo che separava i loro regni, e che prese il nome di Lotaringia (non solo l’Alsazia e la Lorena — in tedesco Lothringen — ma anche il Benelux, la valle del Reno e l’Italia del Nord).
Millecento anni dopo, nel 1943, il capo della Francia libera, Charles de Gaulle, proponeva all’ultimo discendente degli imperatori sacri e romani, Otto d’Asburgo, di metter fine alla divisione tra gli eredi dei Franchi come unica garanzia per un «durevole ordine pacifico». È quello che succederà dopo la guerra, quando Parigi convincerà una Germania ormai impotente a mettere in comune le ricchezze lotaringe contese per più di un millennio: così nac- que, nel 1950, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio.
Quel passo cruciale fu reso possibile dalla superiorità schiacciante della Francia sulla Germania, o meglio, dall’inferiorità schiacciante della Germania: la Lotaringia diventava sì terra comune, ma in una società di cui Parigi deteneva (e intendeva mantenere) la quota di maggioranza.
Dopo i successivi Trattati di Roma, firmati il 25 marzo 1957, l’auspicio del «durevole ordine pacifico» ha finito coll’occultare le persistenti diffidenze tra le due sponde del Reno. Eppure, già nel 1969, 12 anni appena dopo i Trattati di Roma, a Henry Kissinger che gli domandava come avrebbe reagito la Francia se un giorno la Germania avesse dominato l’Europa, de Gaulle rispose lapidario: « Par la guerre » (con la guerra). E nel 1989, cinque anni dopo aver tenuto per mano Helmut Kohl davanti al memoriale per i morti francesi e tedeschi della battaglia di Verdun, François Mitterrand non esitò ad evocare ancora l’uso della forza per impedire la riunificazione della Germania. «L’Europa è l’affare combinato dei francesi e dei tedeschi», ricordava giustamente nel 2013 l’ex consigliere di de Gaulle, Pierre Maillard. Ma la reale dinamica del processo europeo è incomprensibile se si dimentica che, in quell’affare combinato, sono sempre state tirate in ballo altre potenze, grandi e meno grandi, su cui francesi e tede- schi si sono appoggiati per controbilanciare i loro reciproci mai sopiti sospetti. Senza peraltro rinunciare ad appoggiarsi tra di loro per controbilanciare altre potenze quando queste si fanno troppo ingombranti. Così, la Francia riscopre il fascino degli Usa (e/o della Russia) quando la forza tedesca si fa preponderante, e si sente irresistibilmente attratta dalla Germania quando gli americani (e/o i russi) prendono, o sembrano prendere, il sopravvento.
Il fatto è che, in questi sessant’anni, Francia e Germania hanno essenzialmente considerato l’Europa come una prosecuzione dei propri interessi nazionali con altri mezzi. La possibilità che una politica comune (monetaria, fiscale o, addirittura, militare) abbia successo dipende dalla capacità di sintonizzare gli interessi europei. Per un po’, le cose sono sembrate andare in quella direzione; oggi, invece, la tendenza dominante va in direzione opposta, verso la rinazionalizzazione.
Così, sulla malinconica festa per il sessantesimo compleanno dei Trattati di Roma grava l’incubo della disintegrazione europea. Tra gli invitati, qualcuno non potrà evitare di pensare alla pomposa parata del 7 ottobre 1989 a Berlino per il 40° anniversario della Repubblica democratica tedesca: un mese dopo, il Muro di Berlino crollava, e meno di un anno dopo, il 3 ottobre 1990, la Ddr cessava di esistere.

Carlo Marx

Barbara Costa per Dagospia

Karl Marx era un mantenuto. Lui, la moglie, i figli, addirittura l’amante, vivevano tutti sulle spalle di Friedrich Engels, compagno comunista ricchissimo, rampollo di facoltosi industriali.

In nome del proletariato, Marx non ha lavorato un giorno in vita sua. In nome del proletariato, Marx sdegnava i proletari, non ne ha mai frequentato uno, tranne le prostitute dei bordelli con cui andava a spassarsela con Engels, che pagava per tutti e due. Lo stesso Engels, accusato di stupro da una cameriera, disse che si era trattato di amore non ricambiato.


Karl Marx, piccolo borghese, sposò un’aristocratica, Jenny von Westphalen, una baronessa anglo-tedesca. Jenny e Marx fecero sesso prima del matrimonio, lei felicissima di aver perso con lui la verginità, gioia sparita subito dopo le nozze: Marx si rivelò un marito egoista e fannullone, dedito solo a teorizzare la rivoluzione che avrebbe cambiato i destini del mondo, quel comunismo che nel ‘900 rovinò la vita a popoli interi.

Alla sua famiglia riservò una vita di stenti: più di un figlio morì di malattie e denutrizione. Un’esistenza misera, piena di debiti, una vita a scrocco di Engels, che passava a Marx tre quarti del suo stipendio, e una volta per lui addirittura rubò. Engels gli trovava editori per libri che Marx non consegnava mai (Il Capitale ci mise 23 anni a scriverlo).

Marx fece fallire quasi tutti i giornali cui collaborava o che avevano la sventura di finire sotto la sua direzione. Fogli finanziati da quei borghesi tanto disprezzati, ma che coi loro soldi gli hanno sempre permesso di portare avanti le sue idee. Il suo non era disprezzo, ma rancore per non essere come loro.

Marx parlava male le lingue, il suo accento tedesco era insopportabile e insopprimibile, nemmeno il suo aspetto fisico affascinava: accurate biografie parlano della sua barba ispida e mal curata, del suo odore sgradevole, i suoi modi aspri e aggressivi, le sue unghie lunghe e nere. L’amico dei proletari non era invitato nei lussuosi salotti parigini, e se ne rodeva. I Marx avevano una domestica, Lenchen, che dormiva in un cantuccio nello studio del gran pensatore.

Marx non la pagava ma se la scopava (lo facevano pure per strada). Quando Lenchen rimase incinta Marx, terrorizzato della reazione di Jenny, piagnucolò soldi e aiuto da Engels, il quale accettò di riconoscere lui il bambino e di prendersi in casa Lenchen, pur di salvare il matrimonio al suo amico. Engels gli si ribellò una volta sola, quando rimase vedovo e Marx, invece di confortarlo, gli chiese soldi per comprare un paio di scarpe. Engels s’incazzò, ma gli diede lo stesso 5 sterline.

Marx sosteneva che tutto è determinato dall’economia, anche il sesso, i sentimenti, le passioni: per le sue necessità, lui usava i soldi degli altri. Marx andava avanti a furia di prestiti pur di non mettersi a lavorare per mantenere la sua famiglia: a Londra il poco che avevano finì pignorato. Buttati fuori da ogni tugurio di cui non pagavano l’affitto, alla loro porta bussavano i creditori che Marx chiamava avidi borghesi, ed erano macellai, lattai, farmacisti, gente che viveva di onesto e duro lavoro, quello che Marx non ha mai conosciuto, semmai schifato.  


Marx non aveva rapporti con la famiglia d’origine, ma era contento quando un parente moriva e gli lasciava qualche eredità. Rivide sua madre dopo 20 anni e solo per chiederle soldi: la donna rifiutò e Marx ci litigò a morte. Si fece di ogni amico un nemico, scrivendo su chi aveva successo articoli rosari di insulti. Il filosofo Moses Hess, che aveva organizzato collette per aiutarlo, negli scritti di Marx è solo il marito di una prostituta che gli ha attaccato la gonorrea, e altri sono denigrati come pazzi sifilitici per identici motivi. Marx metteva in giro fake-news di sua invenzione per colpire chi era migliore di lui. Invidioso marcio, gli lanciava contro le più infami calunnie.

Marx da ragazzo voleva fare il poeta, non c’era riuscito, per questo odiava gli scrittori affermati e gioiva delle loro disgrazie: come fu contento quando Ferdinand Lassalle venne sfidato a duello e ucciso dal marito della donna che si era portato a letto!

Lassalle morto non poteva più scrivere libri migliori di Marx, non gli intralciava più il comando della causa comunista, soprattutto era uno a cui non doveva più soldi. Marx non perse mai l’amicizia di Engels, il quale assicurò la dote alle figlie di Marx: il padre coi soldi altrui si sentì in dovere di garantirgli “vantaggiosi matrimoni, perché una vita proletaria non fa certo per loro”. Tussi e Laura Marx, sposate a uomini ricchissimi i cui soldi mantennero lo stesso Marx, morirono suicide, disperate per tutte le corna ricevute dai loro mariti.

Andare a letto con Marx doveva essere un vero sacrificio. Si lavava poco, l’igiene gli era sconosciuta. Ferdinand von Westphalen, suo cognato e ministro degli interni di Bismark, gli mise alla calcagna un agente segreto, che stilò questo bel ritrattino: “Uomo disordinato, per Karl Marx lavarsi, prendersi cura della sua persona, cambiare la biancheria, sono eventi piuttosto rari. Spesso è ubriaco, dorme tutto il giorno vestito sul sofà, incurante di tutto”.

Ha ragione Montanelli: cosa non ha detto e scritto Karl Marx? Tutto e il contrario di tutto, tranne la giusta profezia di un fatto storico che si sia poi realizzato. L’era capitalistica finirà con l’esaurimento dei mezzi di produzione che l’hanno determinata, questa e altre cazzate Marx le sosteneva più d’un secolo e mezzo fa, e stiamo ancora aspettando il sol dell’avvenire, l’abolizione della proprietà privata e tutto il potere al popolo, per un’insensata società di individui tutti uguali, immobili come statuine del presepe, senza problemi, tantomeno sessuali, appagati da chissà quale felicità.

DIONIGI

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