lunedì 20 marzo 2017

Emanuele Severino

Antonio Gnoli-La Repubblica

Una lunga frequentazione - nel tempo trasformatasi in un'amicizia rapsodica - non mi impedisce di pensare a Emanuele Severino come a un uomo diviso. Da un lato si vede (o si intuisce) la grande costruzione speculativa, impersonale, spoglia di qualunque volontà etica, ideologica, religiosa; dall'altro c'è l'uomo concreto, sorridente, affettuoso, disponibile, con il quale condivido un buon gulasch. Su questo secondo Severino, il primo nutre solo indifferenza, forse perfino fastidio. Non credo si tratti di schizofrenia, non si rileva nessuna patologia, ma la presenza di due anime, questo sì, mi viene spontaneo pensarlo. E ora che sono nella sua grande casa di Brescia davanti a lui e al suo doppio dovrei pormi il problema di capire a quale dei due rivolgermi. Sono qui per interrogarlo sull'Europa e sul modo in cui la sua filosofia - fin dal testo che lo rese popolare sul finire degli anni Settanta Gli abitatori del tempo - ha posto al centro questo tema. Quando gliel'ho proposto per telefono mi ha chiesto perché. Gli ho detto che tutto quanto egli ha scritto ha come sfondo il vecchio continente. Mi ha replicato che l'Europa è Occidente, da sempre destinato al tramonto. Gli ho detto: d'accordo, ma un conto è pensare il tramonto, altro è viverlo. Poteva finire qui la nostra conversazione. E invece si è accesa la miccia dei due Severino. Con questa prima conseguenza: non si può parlare con lui di filosofia e di Europa al di fuori del linguaggio di Severino. Ma anche la sua lingua non è ciò che ascolto da quella voce, dai gesti che l'accompagnano, dalle pause che la ritmano. È una lingua altra e una necessità del pensiero. Se non si accetta questa premessa tutto quello che egli dice e dirà suonerebbe patetico, o peggio ancora ridicolo.


Ci si appresta a festeggiare a Roma i sessant'anni dalla firma dei trattati della Comunità Europea. Che ne pensi?
"Non ne penso niente. O meglio: penso che sia un modo per darsi qualche rassicurazione su un'Europa che sta andando in pezzi".

Quale dei due Severino lo dice?
"Quello che ti parla e che fra un po' ti invita a pranzo e guarda con timore tutto questo. L'altro Severino, come tu lo chiami, non può che constatare che la dissoluzione dell'Europa è già inscritta nella sua origine".

Che cosa accade in origine?
"Accade che da quando l'uomo è sulla terra, vuole diventare altro da ciò che è. Quando il serpente dice ad Adamo ed Eva se mangerete il frutto della conoscenza diventerete come Dio, è chiara la premessa di voler diventare altro da ciò che essi sono. L'estremizzazione di voler diventare altro da ciò che si è, definisce la novità filosofica nata intorno al V e il VI secolo avanti Cristo".

Diventare altro da ciò che si è può significare banalmente trasformarsi: prima ero un ragazzo ora sono un adulto, poi diverrò vecchio e alla fine per qualche ragione biologica o tragica morirò. Dov'è l'estremizzazione?
"Il pensiero filosofico greco porta l'altro nell'estremo, nel nulla. Intendendo come "nulla" l'altro da cui le cose divengono. Quando la filosofia pensa questo, lo fa in relazione alle cose del mondo".

Chi le pensa?
"Ad esempio Platone quando definisce la produzione, cioè la poìesis, la causa che fa passare qualsiasi cosa dal non essere all'essere. Il significato della poìesis traccia i confini entro i quali si sviluppa la storia d'Europa. Pensa all'idea che Marx ha dell'agire, della prassi. Sono trascorsi duemila e cinquecento anni. Ma il concetto è lo stesso che fissò Platone. Per la prima volta l'ontologia greca immaginò il mondo come una fluttuazione in cui gli eventi provengono dal loro non essere, stanno nell'esistenza e poi precipitano nel non essere".

Sembra un'anticipazione del cristianesimo: veniamo dal nulla e finiremo nel nulla.
"In qualche modo è una conseguenza di quel pensiero. Il cristianesimo eredita dai greci il concetto di niente".

Lo eredita ma fa un passo avanti: possiamo vivere nel nulla?
"Già i greci si posero il problema di che cosa ci fosse oltre il nulla. E se lo posero proprio in rapporto alla morte. Un conto era immaginare la morte come un viaggio dal quale si poteva tornare; altro era pensarla come annientamento della vita. Non fornirono una vera risposta, ma avvertirono, molto prima dell'esistenzialismo, il senso dell'angoscia che la morte provocava. Il cristianesimo cominciò a pensare a un rimedio che arginasse il monstrum del nulla e l'angoscia che la morte provocava".

Il rimedio in cosa consistette?
"Nella sua configurazione più visibile il rimedio fu chiamato Dio, Sacro, Eterno, Immutabile. Lo scopo era proteggersi e contenere il divenire delle cose. Naturalmente, i greci non furono dei teologi. Per loro Dio voleva dire il luogo in cui l'uomo credeva che fossero conservati tutti i tratti che a lui interessavano".

Un Dio che agisse contro il nulla.
"Un Dio custode di tutto ciò che ci interessa e che impedisca che l'annientamento sia totale. Già Eraclito ed Eschilo parlarono di rimedio al processo della morte. Questo quadro della tradizione, con un senso eterno e divino del mondo, si ritroverà con alcune varianti oltre che nel cristianesimo in altre figure della storia europea".

Quali sono le altre figure che hanno inglobato questa affermazione originaria?
"Tutti i grandi eventi della storia - cultura greca, Impero romano, Cristianesimo, Rinascimento, Illuminismo, Capitalismo, Comunismo e la scienza moderna - sono da un lato il risultato della poìesis platonica e dall'altro vogliono porsi come il rimedio all'angoscia del nulla e al fatto che le cose, gli enti sono slegati tra loro".

Che vuol dire slegati?
"Significa separati, isolati, divisi. La causa separante è nell'oscillazione delle cose tra l'essere e il niente. E questa separazione sta alla base di ciò che chiamiamo Europa. Non c'è una sola Europa, ma molte Europe: politica, religiosa, economica, geografica, etnologica ecc. Il loro reciproco isolamento impedisce che sia possibile una vera ed efficace unificazione".

Beh, quando si parla di radici dell'Europa si intende appunto che le radici sono l'identità comune del nostro continente.
"Sono radici improbabili. È vero che le figure storiche che ho indicato, cristianesimo in testa, rappresentano il tentativo di identità e unificazione di un certo mondo storico. Ma è un tentativo destinato a fallire".

Perché?
"Tutte le grandi figure della storia europea - da Alessandro Magno, passando per l'Impero romano, e via via per il cristianesimo e il cattolicesimo - sono dei tentativi di unificazione. Mostrano la volontà di superare la separatezza delle cose. La stessa filosofia, quando si allontana dal mito, intende indicare un principio unitario. Anche la scienza nasce come volontà di unificazione del mondo fisico. Lo stesso capitalismo intende abbattere le barriere e i confini e porsi come visione globale del mondo".

Cosa non funziona in questi tentativi?
"Non funziona l'idea che ci possa essere una forma storica così persuasiva e forte da impedire la dissoluzione delle cose del mondo. A un certo punto della storia del pensiero filosofico qualcuno si renderà conto di questa impossibilità".

Chi?
"Ho usato spesso un'immagine: il "sottosuolo filosofico dell'Occidente". Un luogo abitato da pochissimi pensatori. Tra questi il nostro Leopardi, Nietzsche, Dostoevskij. Essi mostrano l'impossibilità di ogni eterno, di ogni unità definitiva del mondo".

In altre parole mostrano l'impossibilità che un Dio ci possa salvare?
"Esattamente. Ma poiché le figure storiche che ho citato sono delle mondanizzazioni del divino, questa impossibilità si estende anche a quelle forme".

D'accordo, ma che cosa accade nel momento in cui si toglie a Dio la sua funzione di creatore e legislatore? 
"Come direbbe Dostoevskij tutto diventa possibile. L'uomo agisce e vuole dominare il mondo. L'esistenza di Dio costituisce un limite all'azione dell'uomo. Dio dice all'uomo: puoi agire fino a un certo punto, oltre violeresti le mie leggi. I pensatori del sottosuolo nel momento in cui distruggono il divino, fanno saltare ogni limite posto dall'assoluto. Essi dicono che non c'è limite all'azione umana e che l'uomo può agire senza remore".

Con quali conseguenze?
"La conseguenza principale è che essi portano alla luce l'assurdo di quella frase iniziale, che è la vera follia dell'Occidente: le cose escono dal nulla, sostano nell'esistenza e finiscono nel nulla. Può sembrare paradossale ma la negazione di Nietzsche e Leopardi che "Dio ha creato il mondo", è la condizione affinché la tecnica, che già guida il mondo, si liberi dagli impacci che la tradizione le pone e possa procedere nell'incremento indefinito della propria potenza. In origine è un fenomeno europeo. Col tempo è diventato planetario".

Stai dicendo rassegniamoci a questo dominio assoluto della tecnica?
"La rassegnazione non c'entra. Tutte le grandi forze che oggi dominano il pianeta ( Cristianesimo, Islam, Capitalismo, Comunismo, Populismo) confliggono tra di loro e si servono della tecnica per realizzare i loro scopi. Proprio perché nessuna di queste forze può fare a meno della tecnica, la tecnica è destinata a prendere il sopravvento. Sta già accadendo. E il problema non è rassegnarsi o reagire".

Escludi dunque le volontà dei singoli?
"Il discorso che faccio non è un'esortazione, un progetto, un invito, una sollecitazione ad agire. Un intellettuale che dicesse cosa fare sarebbe patetico. Non si tratta di indicare ai popoli cosa devono fare, ma mostrare che cosa sono destinati a volere".

Ma l'altro Severino che cosa pensa di tutto questo? Cosa pensa di questa " macchina" che non guidiamo noi e che ci porta dritti verso qualcosa che tu definisci necessario?
"L'altro Severino, come tu lo chiami, non avrebbe niente da dire. È un uomo in carne ed ossa, che ad 88 anni combatte la vecchiaia come può. Che a volte si arrabbia, a volte si commuove, che è preda delle sue debolezze e dei suoi errori. In quanto Severino potrei tranquillamente dire ai miei allievi: guardate che sono più nichilista di voi e in quanto individuo sono fedele a diventare altro".

Sei come si accennava all'inizio un uomo diviso?
"Goethe diceva: ah! due anime abitano nel mio petto. Potrei dire la stessa cosa di me. C'è la grande anima, che non è soggetta al trauma della lingua e della comprensione, non è un luogo o un tempo che tu puoi cambiare a piacimento; e c'è la piccola anima, segnata dagli errori, dai dubbi, dalle incertezze".

Non c'è rapporto, scambio, dialettica tra le due anime?
"Non può esserci. Non si può redimere la piccola anima. Sarebbe come quadrare il cerchio". Perché siamo così? "Questa domanda sottende la possibilità di essere altrimenti. Ma questo non è possibile".

Siamo quel che siamo.
"Non nel senso di essere "gettati" nel mondo, come intendeva Heidegger. Siamo quel che siamo perché questa è la verità".

Quindi i greci, l'Europa, la tecnica hanno profondamente travisato il senso dell'Essere?
"Lo hanno colto in una prospettiva alienante. Il che ha condizionato l'intera storia d'Europa e dell'Occidente. Sicché la terra dell'apparire si è trasformata nella terra desolata di Eliot. O meglio: nella terra infranta".

Alla fine siamo ben poca cosa.
"No, siamo più di Dio, poiché Dio è un'invenzione dell'alienazione. Siamo all'apparire della verità che non appartiene a Dio né alla verità tradizionale. E non ci sono piccole cose, perché tutte sono eterne".

Hai paura della morte?
"Come Severino ho paura del dolore e dell'agonia. La morte mi mette di buonumore. Ma potrei anche esserne terrorizzato. È la mia piccola anima che parla".

La grande anima non ha emozioni, non teme nulla e non vuole nulla. Chi la guida?
"Nessuno può guidarla. Essa appartiene al tratto originario del destino, ossia all'apparire della necessità. Si esce dal nichilismo, di cui l'Europa è stata l'interprete, pensando a qualcosa di infinitamente più grande di Dio. Ogni cosa, anche la più umile è eterna. È ciò che io chiamo destino della necessità".

Non credi che il richiamo al " destino" sia un modo per negare la responsabilità dell'uomo?
"Intanto il destino è qualcosa di profondamente diverso dal fatalismo che è l'altra faccia del culto della libertà. Quest'ultima lega la responsabilità al tempo della decisione. Per cui si è responsabili solo quando si decide di esserlo. Mentre la presenza del destino rende l'uomo responsabile fin dalla nascita. Lo è sempre e non a fasi alterne".

Tutto questo come si traduce in un discorso sull'Europa?
"Non credo che sia facile tradurlo. Parlare di unificazione, celebrare i trattati, tornare alla volontà di coloro che videro nell'unità dei popoli il sogno dell'Europa è individualmente encomiabile. Ma temo che l'Europa sia nata vecchia. Il suo destino è segnato dal destino dell'Occidente. Viviamo
in un mondo in cui il prossimo è stato massacrato e le leggi sono state violate. Perché? Se non si sa rispondere a questa domanda in modo radicale, allora ogni tipo di unificazione politica è un dogma. E ogni dogma è una forma di violenza " . ©

martedì 14 marzo 2017

Islam Francia

Mauro Zanon per “Libero quotidiano”

Avignone, da due anni a questa parte, non è più «la città dei Papi»: è «la repubblica dei salafiti», come raccontato da un recente servizio di Paris Match. Perché nel quartiere della «Reine Jeanne», ma non solo, si vive oramai come ai tempi di Maometto, le donne che non si mettono il velo non possono uscire di casa, l'alcol è proibito, gli uomini girano in djellaba, e l'imam locale, Hichem, sostiene off the records lo Stato islamico.

Vesoul, nel Midi, è soprannominata la «Raqqa francese», da quando un gruppo di venti amici del liceo ha deciso di andare a fare il jihad in Siria, e durante il giorno, in alcuni quartieri, si sente il canto del muezzin al posto delle campane.


Roubaix, non è più celebre soltanto per la gara ciclistica Paris-Roubaix, ma anche per essere «uno degli assi di penetrazione del salafismo», come denunciato dall'islamologo Gilles Kepel. A Trappes, feudo elettorale di Benoît Hamon, candidato alle presidenziali francesi in quota Partito socialista, i cattolici e gli ebrei si nascondono per paura di ritorsioni da parte degli islamisti, per paura di affermare ciò che sono.

Si tende a pensare che in Francia, il Paese con il più alto numero di musulmani d'Europa, l'islam radicale si propaghi soltanto nelle banlieue multiculturali, alle porte delle grandi metropoli, e di Parigi in particolare, ma dando uno sguardo oltre i casermoni grigi del Seine-Saint-Denis, il dipartimento con il maggior numero di radicalizzati, ci si accorge che l'islamizzazione è rampante anche nella dolce, ma ora non più, provincia francese.


Il primo servizio a scoperchiare questa drammatica realtà è stato curato da France Info, poco tempo fa, in seguito alla consultazione di un rapporto confidenziale dei servizi segreti che diceva questo: «Lo sviluppo dell' islam radicale è regolarmente segnalato nei quartieri sensibili dei grandi agglomerati urbani, ma oramai un altro fenomeno, che concerne più specificatamente le zone rurali, attira l' attenzione. Diversi dipartimenti hanno visto l'installazione nelle zone rurali di gruppi di fedeli, essenzialmente dei convertiti, adepti di un islam rigorista».

Si scopriva così che anche nella Francia profonda, la Francia delle parrocchie e delle abbazie, dei vigneti e dei campi di grano, la Francia di Bernanos e di Trenet, si stava diffondendo il verbo di Allah, che stavano nascendo sempre più moschee, mentre le chiese venivano poco a poco demolite o convertite per un utilizzo più laico.

A Châteauneuf-sur-Cher, ridente cittadina di 1.500 abitanti situata nel cuore della Loira, un gruppo di musulmani radicali vive seguendo le prediche di un imam di obbedienza tabligh che nel 2009 ha inaugurato una sala di preghiera battezzata «Lodi ad Allah», e ha scritto un libro invitando tutti i fedeli di Francia ad abbandonare le città per trasferirsi nella campagna profonda e creare dei «villaggi musulmani».

Lo stesso, aveva chiesto al comune che ci fosse un' entrata e un' uscita speciale a scuola per le donne musulmane, affinché non fossero a contatto con gli altri genitori. A Saint-Uze, comune di 2mila abitanti nella Drôme, a sud della Francia, i genitori di una famiglia di sei bambini si rifiutano di mandare i loro figli nelle scuole dei «miscredenti». Stessa situazione per quattro famiglie trasferitesi di recente da Montpellier a Marvejol, comune di 5mila abitanti, che vivono totalmente distaccate dal resto della società, e preferiscono allevare i loro figli seguendo i precetti della sharia.

Che la Francia profonda, rurale stia cambiando volto, sconvolta dall' immigrazione e dall' islamizzazione rampante, se ne è accorto pure il New York Times, il quotidiano della sinistra chic newyorkese. Che in un articolo firmato da Adam Nossiter ha constatato il «declino delle città di provincia» francesi: svuotate, degradate e soprattutto in crisi di identità. Senza citarlo direttamente, il New York Times ha detto la stessa cosa che il presidente americano, Donald Trump, ripete da tempo: «France is no longer France». La Francia non è più la Francia.

Roma nel Dopoguerra

Stefano Malatesta per "La Repubblica"

Quando arrivò a Roma, nell’autunno del 1946 Janet Flanner, era già famosa come giornalista. Per quasi vent’anni questa giovane americana aveva mandato corrispondenze da Parigi al New Yorker, una rivista diretta ad un pubblico intellettuale che non leggeva riviste.

I suoi articoli erano noti per qualche stravaganza in più di quelle normalmente consentite e per le “arresting sentences” che da sole facevano la fortuna di un articolo. Era stata la Flanner e non Hemingway a creare il mito di Parigi dove gli artisti di tutto il mondo potevano trovarsi in un’unica patria, quella delle Lettere e delle Belle Arti.

Molti giovani americani avevano seguito i suoi consigli e dal ‘20 al ‘40 l’area compresa tra Montparnasse la Senna era stata colonizzata da sedicenti scrittori e artisti Usa.
Che passavano la maggior parte del loro tempo sedendo nei caffè, come i “Deux Magot”o il “Flore”, convinti che prima o poi l’ispirazione sarebbe caduta dall’alto sulle loro spalle come lo Spirito Santo. Et manea semper.


Alla fine del ‘45 Jannet era stata mandata a Norimberga a seguire il processo ai gerarchi nazisti. Rimase memorabile un ritratto di Göring, il temerario asso dell’aviazione tedesca, diventato un cinico gerarca nazista con tendenze paranoiche, che al processo aveva tentato di dissociare la sua responsabilità da quella degli altri.

Da Norimberga la Flanner, invece che ritornare in Francia, prese il primo aereo disponibile per Roma con l’incarico di scrivere un bel numero di articoli. In Francia circolavano curiose notizie sul modo con cui gli italiani, in particolare i romani, stessero vivendo
il dopoguerra. E la Flanner doveva accertare queste voci.

Arrivata a Roma, si accorse con un certo stupore che questa volta l’incarico si stava rivelando molto più difficile del previsto. Oltrepassare quella crosta di superficialità che ricopriva e nascondeva tutti gli italiani, non era complicato. Ma dopo ci si ritrovava in un vasto spazio dove non c’erano indicazioni né suggerimenti da seguire. In Germania il senso di colpa — quando era autentico — era così diffuso da raggiungere un livello di cupezza mai visto in precedenza.

Mentre in Italia la sconfitta sembrava fosse stata presa come una leggenda metropolitana inventata dai detrattori del nostro Paese. Gli italiani sembravano non aver perso, ma vinto la guerra. E il senso di colpa, come modo per confrontarsi con la realtà, era totalmente sconosciuto agli italiani.

La popolazione di Roma, che nel passato veniva definita sonnacchiosa, lenta a muoversi, fangosa come il fiume che attraversava la città, ora si svegliava presto per prendere un caffè al volo e partiva in cerca di fortuna. Tutto era all’insegna della velocità, del moltiplicarsi degli incontri che si svolgevano da una parte all’altra.

In poco tempo Janet divenne una figura popolare in certi ambienti di Roma. In quel periodo vestiva indumenti di foggia militare, come un’impermeabile lungo fino ai piedi, simile a quello che portava il generale Clark, simpatico personaggio e modesto stratega, comandante dell’VIII armata americana che aveva liberato Roma.

In alternativa indossava un giubbotto di pelle da aviatore con il risvolto in pelliccia, tipo pilota obiettivo Burma. Aveva un fisico imponente — dicevano che vista di spalle assomigliasse a Jack Dempsey, famoso pugile degli anni venti, idolo delle folle americane. Quando Janet passava così vestita davanti ai marines di guardia all’ambasciata americana a Roma, i soldati scattavano con un attenti ed uno sbattere di tacchi così clamoroso che sembrava stessero salutando un generale.

Arrivando a Roma Janet credeva di trovare una città, se non in coma, in grande difficoltà. Si accorse che in poco tempo la città aveva superato lo stato della fame e era arrivata a quella di una precaria sopravvivenza che mostrava punte di benessere, introvabili in Europa. Quasi tutti i negozi avevano riaperto i battenti, in via Condotti i gioiellieri esponevano nelle vetrine broches di diamanti mai visti neppure a Place Vendôme da Cleef & Arpels.

Nei mercati rionali si potevano trovare frutta e verdura, anche se c’era ancora poca carne. Ma a Piazza Vittorio aveva ripreso a echeggiare il richiamo del venditore di porchetta che si esibiva in tutta la sua celebre inventiva verbale, ancora più ricca di quella immortalata da Gadda nel Pasticciaccio .

I romani del centro e anche quelli della periferia a un certo punto delle loro migrazioni continue, venivano attratti e come risucchiati da quel gorgo implacabile, simile al Maelström di Porta Portese, dove sotto gli occhi di tutti si svolgeva la vita del mercato nero più grande d’Europa.

Anche Parigi aveva un mercato nero, ma era infinitamente più piccolo di quello di Roma, e molto più rischioso da quando in Francia erano uscite leggi che prevedevano fino alla pena di morte per i borsari neri. A Porta Portese potevi trovare di tutto: bastava far intravedere qualche banconota di grosso taglio e l’introvabile si materializzava davanti
a te in pochi secondi.
 
Molti italiani che incontrava Janet davano l’impressione di aver ricevuto di recente un trauma. Non c’era mai nessuno che facesse riferimento al «non mai abbastanza lungo deprecato ventennio», se non per rapidissimi accenni di genere sarcastico, ma fuggevole, come se il fascismo fosse stato un argomento sul quale non valeva la pena perdere troppo tempo. Un fenomeno semi sconosciuto, d’importazione estera, non un prodotto locale.
 

Nessuno ammetteva di essere andato per convinzione o per sbaglio ad osannare il duce in Piazza Venezia, con la camicia nera e il braccio alzato. I fascisti erano anzi di imprecisabile identità. E lo scrittore inglese, Harold Acton, magnifico storico dei Borboni, anche se reazionario, che viveva a La Pietra, una villa all’inizio della Via Bolognese, presso Firenze, si esibiva in un suo notorio numero con i visitatori: «Mi sa spiegare come mai prima della guerra a Firenze erano tutti fascisti e dopo la guerra sono diventati tutti comunisti?».

È stata la Flanner per prima a dare la spiegazione di un neologismo nato in quei giorni: “paraculo”. Questo veniva dalle imbottiture dei calzoni che le mamme previdenti preparavano ai loro figlioli, ragazzini di 14 o 15 anni e già distinti ladruncoli, specializzati nel furto su camion con salto. Questi si nascondevano nelle vicinanze di qualche salita dove arrancavano i camion sgangherati, ricoperti di teli, l’unico trasporto dell’epoca, perché la rete ferroviaria ancora non funzionava.

Quando i camion erano costretti a rallentare, vi salivano sopra con un salto e gettavano la merce in strada dove veniva raccolta dai compari. Qualcuno nell’impresa cadeva, ma veniva salvato dall’imbottitura dei pantaloni che avevano cucito le mamme consapevoli delle difficoltà del lavoro dei loro figlioli.

Con il passare del tempo la Flanner si era abituata al carattere dei romani e degli italiani in genere. Scrisse articoli che andavano dall’invenzione degli scooter alla caccia al bandito Giuliano. Fu la prima a parlare della nuova moda italiana, molto meno impegnativa e molto più disinvolta di quella francese, che stava provocando furore nelle sfilate all’estero. Visitò la Fiat e fece anche il ritratto di Adriano Olivetti, l’industriale illuminato, una specie umana che negli Usa non esisteva in natura e nemmeno nei romanzi.

Scrivendo su Roma la Flanner era portata a fare quasi sempre un confronto con Parigi. Era chiaro a tutti che nel dopoguerra la città che dimostrava più vivacità e che si presentava più carica di aspettative e di speranze e che stimolava più curiosità era la capitale italiana, non quella francese.
 Parigi aveva risentito enormemente della più grande sconfitta subita dalla Francia in tutta la sua storia: una catastrofe militare, subito trasformata in una catastrofe politica con la creazione del governo di Vichy che aveva portato una disastrosa ambiguità per tutto quello che veniva dalla Francia.

Troppi personaggi famosi si erano strofinati con le SS: Cocteau, Coco Chanel e molte donne non avevano avuto la fierezza di Boule de Suif, celebre puttana, sia pure letteraria, che all’inizio del meraviglioso racconto di Maupassant si rifiuta di cedere la cittadella della sua onorabilità a quel “Sale boche” per puro spirito patriottico.
 

domenica 12 marzo 2017

La società dello spettacolo

Luca Beatrice per “il Giornale”

I neo cinquantenni del 2017 possono festeggiare il loro mezzo secolo insieme ad altri importanti anniversari. Nel 1967 debuttano i Doors mentre a San Francisco va in scena la Summer of Love, il chirurgo sudafricano Christiaan Barnard esegue il primo trapianto di cuore e in Italia viene fondata l'Arte Povera. Esce il romanzo capolavoro di García Márquez Cent' anni di solitudine e, tra i film, Il buono, il brutto, il cattivo di Sergio Leone e Bella di giorno di Luis Buñuel.

Lo stesso tempo è passato da quando Guy Debord ha pubblicato il testo più famoso, La società dello spettacolo, edito in Italia da Baldini & Castoldi. Un longseller tra sociologia, filosofia, estetica, critica dei massmedia, un libro che molti citano e pochi hanno letto davvero. Complesso e articolato snodo di un pensatore marxista ma eretico, visionario e autodistruttivo, cui va attribuito l'indubbio merito di aver immaginato, da intellettuale rabdomantico qual era, il paesaggio culturale che sarebbe venuto dopo di lui.

Duecentoventuno tesi enumerate e suddivise in 9 capitoli formano la struttura di un pamphlet non facilmente decodificabile, ma oltre l'esegesi teorica resta impressa, fino ai nostri tempi, la formula contenuta nel titolo: da Debord a oggi, dal 1967 al 2017, noi viviamo immersi nella società dello spettacolo che, pur essendosi adattata alle rapide mutazioni genetiche dei new media, si manifesta come l'ultima rivoluzione culturale del secondo 900.

Logico che di Debord si parli soprattutto per le influenze ancora pulsanti, mirabilmente sottolineate dal lungo articolo di Alberto Campo pubblicato sul numero di marzo del Mucchio. Dalla storia della musica, di cui è specialista, il critico torinese ha spaziato tra arte e politica, filosofia e azione, evidenziando l'ambiguità di una figura eterodossa, solo genericamente ascrivibile alla cultura di sinistra, che in realtà appare più credibile come un pensatore anarchico di destra, in un periodo in cui tali categorie avevano ancora un senso.

Nato a Parigi nel 1931, Debord fin da ragazzo è una spugna che assorbe da tutte le direzioni, a cominciare dal Surrealismo e dal suo amato conte Isidore Ducasse de Lautréamont, misterioso autore dei Canti di Maldoror. Lui stesso non sa come definirsi, la migliore formula è quella usata da Pietro Piemontese nel saggio biografico Dottore in niente, pubblicato nel 2001 da Marsilio.

Nel '52 Debord è tra i fondatori dell'Internazionale Lettrista, un ensemble mobile di fancazzisti pseudorivoluzionari che non hanno lasciato tracce significative in termini di opere, pur dando la stura a nuovi fenomeni avanguardisti del tutto disarcionati dall'oggetto. Provocatore, giocatore d' azzardo, impossibile da addomesticare, Debord incarna la figura del flâneur che poco ha a che fare con il rivoluzionario di professione del Maggio francese, di cui gli è stata attribuita paternità teorica.

Quello slogan scritto sui muri, «il est interdit d' interdire» (vietato vietare) suona piuttosto come il ribellismo individuale e non l'ansia di conquiste sindacali sessantottine. Dionisiaco e dannunziano, gli piace molto di più il '77, quando lo si vede spesso in Italia, da dove fu peraltro espulso. Prima di morire suicida nel 1994 fa in tempo a girare un film in cui compare la frase palindroma latina tradotta all'incirca «giriamo in tondo nella notte e veniamo consumati dal fuoco» e avvicinarsi al pensiero di Nietzsche. 
Nel frattempo è esploso il punk (altro anniversario di oggi, il quarantennale) che molto deve alle intuizioni di Debord, come già aveva sottolineato Greil Marcus nel memorabile saggio Tracce di rossetto (Odoya in italiano).

In generale tutto l'ambito situazionista risulta fondamentale nello sviluppo delle sottoculture, sottolinea Campo, dalle Zone Temporaneamente Autonome di Hakim Bey alle esperienze dei rave; dal Culture Jamming, metodo di sabotaggio intellettuale degli anni '80 al movimento Occupy Wall Street; dai Flash Mob alle azioni artistiche di Banksy. Funziona meglio dove il pretesto è velleitario e anarcoide, meno nella politica.

Debord preconizza che, alla fine del 900, l'industria pesante, di stampo fordista, sarebbe stata completamente soppiantata da una nuova forma ben più leggera, la società dello spettacolo appunto. Intuizione che ha funzionato persino meglio nel mainstream che nell'alternative: dallo strapotere della televisione a partire dagli anni '80, utilizzata come strumento di consenso politico alle attuali forme social dove si insegue la presunta democrazia partecipata della rete, vince l'effetto spettacolo.

Prima Silvio Berlusconi, poi Beppe Grillo, infine Jorge Bergoglio, che in questi stessi giorni trionfa sulla copertina di Rolling Stone come «Papa Pop», sembrano davvero i discepoli ideali di Debord: spettacolizzare tutto equivale a pretendere il massimo della libertà, senza condizionamenti, senza nessun freno a mano tirato. Eppure il teorico francese non ha mancato di sottolineare che gli spettatori (cioè noi) «non trovano quello che desiderano ma desiderano quello che trovano».


giovedì 9 marzo 2017

Risorgimento

Non è sempre stato così. Silvio Pellico esce dallo Spielberg dopo dieci anni di carcere duro e pubblica Le mie prigioni, caso letterario in tutta Europa. Vincenzo Gioberti scrive Del primato morale e civile degli italiani e lo dedica a Pellico. Cesare Balbo lo legge ad alta voce a suo cugino, Massimo D’Azeglio, che lo incoraggia a scrivere Delle speranze d’Italia, dedicato a Gioberti. D’Azeglio a sua volta pubblica Degli ultimi casi di Romagna, sul fallimento dei moti nazionali, e lo dedica a Balbo. Tutti e tre i libri sono best-seller dell’epoca. E gli autori non sono intellettuali chiusi nella torre d’avorio: tutti e tre diventano presidenti del Consiglio. I Savoia saranno stati pure conservatori, ma sapevano affidarsi ai migliori, anche se non li amavano. Quando D’Azeglio insistette per chiamare nel suo governo il giovane conte di Cavour, Vittorio Emanuele II lo avvertì: «Va bene, ma sappia che ce lo metterà in quel posto a tutti». Prima di accettare, Cavour andò a trovare Antonio Rosmini, che gli presentò uno scrittore suo ospite: Alessandro Manzoni (la figlia, che si chiamava Giulia come la nonna, Giulia Beccaria, aveva sposato D’Azeglio). Dopo l’incontro Manzoni scrisse di Cavour a un amico, Giovanni Berchet: «È un omino che promette bene assai». 
Questi uomini dalla statura intellettuale e umana impressionante erano amici tra loro, a volte parenti. Talora erano rivali; ma sapevano riconoscere la grandezza l’uno dell’altro. Erano insomma un’élite. Non definita dall’origine municipale: il Risorgimento non fu certo fatto solo dai piemontesi. Mazzini, Garibaldi, Mameli erano liguri; Confalonieri, Manara, Cattaneo milanesi; Tito Speri bresciano, Ciro Menotti modenese, Maroncelli di Forlì, Manin veneziano, Settembrini e Poerio di Napoli, Pilo e La Farina siciliani. Avevano tutto da perdere, alcuni salirono sulla forca, altri furono messi al muro. Guglielmo Pepe portò i volontari napoletani a difendere Venezia, D’Azeglio fu ferito a una gamba sotto le mura di Vicenza assediata, gli studenti toscani guidati da Giuseppe Montanelli — ferito alla spalla sinistra — si fecero massacrare a Curtatone. Non andavano tutti d’accordo, spesso si odiarono, come Cavour e Garibaldi, eppure il conte scrisse del generale: «Garibaldi ha reso agli italiani il più grande dei servigi che un uomo potesse rendergli: ha dato agli italiani fiducia in se stessi, ha provato all’Europa che gli italiani sapevano battersi e morire sui campi di battaglia per riconquistarsi una patria». Purtroppo, questa epopea è quasi del tutto assente dalla memoria nazionale. Oggi vanno di moda i briganti.
Aldo Cazzullo - Corriere della Sera

Fine vita


Paolo Isotta Il Fattoquotidiano
La paura della morte è di tutti, che si creda o non si creda all’anima, all’anima immortale, alla vita ultraterrena. La paura della morte è un sentimento innato in ogni forma di vita ed è stata inventata dalla natura per perpetuare se stessa: lo illustra Schopenhauer. La filosofia insegna a vincerla: Buddha, Epicuro, Lucrezio, Montaigne. Per me esiste un timore ancor più forte: il timore del morire.

Di certe sofferenze che precedono la morte e a volte la rendono desiderabile. Alla morte non c’è rimedio; all’orrore del morire c’è: la liberta di morire quando la vita si è fatta intollerabile. Il caso terribile di Fabiano Antoniani, “Fabo”, costretto a recarsi in Svizzera per poter morire; e l’odioso accanimento delle istituzioni contro chi ha avuto la somma pietà di accompagnarlo, hanno fatto discutere: spesso troppo e male. E basti l’orrore infinito di chi, a questo ragazzo straziato, gridava, magari dai banchi parlamentari: “Tu non hai il diritto di ucciderti!”

Gli antichi, i greci e i romani, avevano della dignità dell’uomo e della vita un’idea ben più alta della nostra. E il suicidio era per loro un atto eroico: suprema manifestazione di libertà di fronte alla perdita della libertà creata dalla tirannide. Catone, Seneca, Arria: questi modelli luminosi non saranno vinti da qualsiasi contraria predicazione.

Nelle Operette morali di Leopardi leggiamo il Dialogo di Plotino e di Porfirio: il maestro dissuade il seguace dal suicidio. L’argomentazione di Plotino è alta; ma Leopardi mette in bocca a Porfirio argomenti assoluti: e non dico che vadano seguiti là ove il filosofo considera il suicidio augurabile e necessario essendo la vita un male in sé, ma là ove ne dimostra la totale liceità.

La sofferenza è un valore. Il dolore ammaestra. Ma la sofferenza estrema toglie all’uomo libertà e dignità. La medicina, spesso animata da una spaventosa volontà di potenza, ha un culto per se stessa e dimentica che il suo scopo è guarire; e anche dal dolore essa deve guarire. La medicina, spesso animata da un desiderio di progresso che discende dalla volontà di potenza, costringendo a sopravvivere chi la natura non vorrebbe sopravvivesse, ha creato sofferenze che la natura non aveva escogitate.


Guardiamo l’aspetto religioso del caso, il più arduo che all’uomo si ponga. Per il cristianesimo ancor più il dolore è un valore. Non si ha il diritto d’impedire a chi voglia offrirlo a Dio di viverlo, questo dolore, fino in fondo.

Ma chi, essendo cattolico e credente, non crede che Dio esiga da noi tanta sofferenza? E chi non crede che la vita sia di Dio e l’uomo non può disporne? Chi crede che immortale sia solo la morte (Lucrezio, Il poema della Natura, III, 869)? Chi crede che la sofferenza senza scopo sia una cosa cieca e brutale che avvilisce l’uomo e gli toglie la dignità?

La Chiesa combatte il suicidio, e se potesse combatterebbe anche il combattimento contro la sofferenza: per una volontà di potenza atroce quanto quella della medicina. Adesso, nell’epoca del trionfo della tecnica, due volontà di potenza, una antichissima, una modernissima, coincidono nel comune interesse d’impedire all’uomo di essere libero almeno nel morire: nel quando, nel come.

Eppure il Vangelo è una predicazione di libertà e di rispetto per l’uomo. Così il nostro paese, che con Roma vide trionfare l’idea della libertà e della dignità dell’uomo, opprime soprattutto chi soffre e chi non ha i mezzi per procurarsi quella morte dolce ad alcuni necessaria e da alcuni invocata disperatamente. Noi non abbiamo, non si dice il “suicidio assistito”, nemmeno il testamento biologico.

I politici che hanno fatto in modo, e secondo me continueranno a fare in modo, che chi vuole morire con dignità debba emigrare, sono colpevoli della doppia viltà, asserviti ai preti e ai medici. Quelli di loro che giungessero a provare il dolore di tanti ammalati di tumore (ai quali i farmaci antidolorifici sono spesso somministrati con sadica parsimonia), o di ciò ch’era diventata la non-vita di “Fabo”, lo provebbero troppo tardi, quando anche l’aver compreso sarà inane: e un castigo inutile non lo auguro nemmeno a loro. Auguro invece che tutti, come me, s’iscrivano all’associazione “Luca Coscioni”. Grazie, Marco Cappato!

sabato 4 marzo 2017

Burocrazia

di Angelo Panebianco-Corriere della Sera

Guardare il dito anziché la luna. L’Italia contemporanea si trova in una condizione paradossale. È attraversata da veementi, e feroci, correnti antipolitiche, correnti che accusano la politica (rappresentativa) di ogni possibile misfatto proprio nel momento storico in cui quella stessa politica è debolissima, alla mercé di centri di potere, amministrativi e giudiziari, che l’hanno svuotata di ogni autentica capacità decisionale. Siccome è sempre la politica ad essere sotto i riflettori e siccome, in democrazia, i politici, per acchiappare voti, sono costretti a trasmettere al pubblico un’immagine di onnipotenza («faremo questo e faremo quello») anche quando, in realtà, sono deboli e impotenti, sono soltanto loro i destinatari della riprovazione collettiva per tutto ciò che non va. Mentre i principali responsabili (amministrazione e magistrature) rimangono nell’ombra, al riparo dagli strali dell’opinione pubblica e possono continuare — impuniti, impunibili, inattaccabili — a mal amministrare come hanno sempre fatto.




Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri hanno appena pubblicato un testo agile ma rigoroso, e leggibilissimo, perfettamente comprensibile anche dai non addetti ai lavori, I signori del tempo perso (Longanesi). Il libro mostra, ricorrendo anche a molti esempi, che cosa succede quando, come è accaduto nel nostro Paese, il potere reale si sia spostato dalla politica alla burocrazia.




L’ultima dimostrazione in ordine di tempo dell’impotenza della politica di fronte all’amministrazione è data dal fallimento del tentativo di riforma della pubblica amministrazione, la riforma Madia voluta dal governo Renzi. Voleva incidere colpendo l’inamovibilità dei dirigenti e introducendo, addirittura, la possibilità di licenziarli. È stata fermata da un fuoco di sbarramento che ha coinvolto i potentissimi capi di gabinetto (i veri reggitori dello Stato, molto più importanti dei ministri), il Consiglio di Stato, la Corte costituzionale. La burocrazia non si fa riformare da nessuno. E anzi, come Giavazzi e Barbieri osservano, la guerra sorda scatenata dall’amministrazione contro il governo Renzi conta quanto il risultato del referendum per spiegarne la caduta.




Perché il Paese è finito in mano a una burocrazia al tempo stesso irriformabile e inefficiente? È la conseguenza, dicono Giavazzi e Barbieri, di alcune tare storiche. L’assenza di concorrenza in settori-chiave dell’economia è una delle principali cause. Un’altra, connessa alla prima, è data dalla lentezza e inefficienza della giustizia civile. Lo stato della giustizia civile — che rende troppo onerosi per le parti gli eventuali contenziosi — riduce lo spazio dei contratti privati e determina l’ipertrofia della regolazione burocratica. La moltiplicazione delle regole aumenta il potere discrezionale della burocrazia, rendendola incontrollabile. I vizi della pubblica amministrazione italiana sono antichi, ma negli ultimi decenni la situazione si è assai aggravata. L’ipertrofia regolamentare non mette soltanto l’intero Paese nelle mani di una amministrazione inefficiente, ma apre anche grandi spazi per la corruzione: più regole, più margini di manovra per le attività di corruttela.
Giavazzi e Barbieri, constatando che tutti i tentativi di riforma dell’amministrazione sono fin qui falliti (proprio perché il potere burocratico è molto più forte di quello politico) pensano che l’unica possibilità consista nel giocare d’astuzia: comportarsi con la burocrazia più o meno come fece l’imperatore del Giappone, nel secondo Ottocento, quando, volendo modernizzare il Paese, si trovò di fronte all’ostacolo rappresentato dalla potente casta dei samurai. Anziché tentare di piegarli con la forza, l’imperatore scelse saggiamente di blandirli e di compensarli, fornendo loro i mezzi per riciclarsi come imprenditori nel nascente Giappone moderno. Analogamente, non si potrà mai piegare la burocrazia italiana, non si potrà mai obbligarla a cambiare, a cessare di essere il più potente ostacolo alla crescita economica e allo sviluppo sociale del Paese, senza giocare d’astuzia, dando incentivi e vantaggi ai funzionari che accettano di cambiare i propri comportamenti.
Gli autori immaginano tre possibili strade. La prima, la più radicale, consiste nel modificare in profondità il rapporto fra lo Stato e la società, dando vita a uno Stato leggero che si limiti a regolare lo strettamente necessario, solo quanto non può essere lasciato alla competizione di mercato. Gli autori sono consapevoli, naturalmente, che mancano in Italia le condizioni perché questa soluzione venga adottata. La seconda strada consiste nell’incentivare una variante di quella istituzione francese che è il pantouflage: frequenti passaggi dei dirigenti dall’amministrazione pubblica alle aziende private (nonché, come negli Stati Uniti, anche passaggi dal privato al pubblico). Ma anche questa soluzione, nelle condizioni italiane, è difficile da realizzare. La terza possibilità è che si ritorni alla situazione di almeno trenta anni fa, quando la politica era più forte dell’amministrazione e, almeno entro certi limiti, la teneva in pugno. Sfortunatamente, né l’amministrazione né le magistrature hanno interesse a permettere un nuovo rafforzamento della politica: dal loro punto di vista, una politica debole e sottomessa come oggi è quanto di meglio ci sia.
È per questo che quando compare all’orizzonte un qualche uomo politico che minacci di restituire il primato alla politica, la burocrazia, amministrativa e giudiziaria, si compatta e lo combatte senza quartiere. Riuscendo persino a convincere una disinformata opinione pubblica che la difesa della onnipotenza (e dell’inefficienza) burocratica coincida con la difesa della democrazia.

DIONIGI

  L’invenzione dell’Anno Domini L’opera di Dionigi il Piccolo ( Dionysius Exiguus ), monaco oriundo della  Scythia Minor  (l’odierna Dobrugi...