mercoledì 5 luglio 2017

Malaparte e il Duce

di Paolo Mieli - Corriere della Sera 
Una sera Mussolini, «stanco di stare solo in casa, infilò un pastrano, si calò un cappello sugli occhi, e, col viso nascosto dal bavero del cappotto, uscì a piedi a spasso per Roma». Giunto davanti a un cinema, decise di entrare. Prima della proiezione del film, dovette assistere a un cinegiornale il cui protagonista «era lo stesso Mussolini, sempre lui, sempre il solito Mussolini, a cavallo, in automobile, a piedi, in uniforme, in borghese, in camicia nera, in frack, in aeroplano, in motoscafo». E ancora lui che «passava in rivista delle truppe fasciste, inaugurava un monumento, presiedeva un congresso di filosofi, stringeva la mano a un Cardinale, visitava una caserma, saliva sul Campidoglio, pronunciava un discorso, due discorsi, tre discorsi, un’infinità di discorsi». Al primo apparire di quelle immagini, il pubblico si era alzato in piedi e aveva iniziato ad applaudire. Ma lui, che si sarebbe sentito ridicolo a battere le mani a sé stesso, se ne era rimasto seduto. Al che un «modesto piccolo borghese», che invece aveva aderito al moto di entusiasmo collettivo, si era chinato a lui e gli aveva sussurrato all’orecchio: «Scusi signore, anch’io la penso come lei, ma è meglio alzarsi».
Con questo aneddoto — quasi sicuramente inventato — si apre Muss. Ritratto di un dittatore, il testo di Curzio Malaparte (nome d’arte di Kurt Erich Suckert) che l’editore Passigli si accinge a riportare in libreria proprio nei giorni in cui cadono i sessant’anni dalla morte dello scrittore (19 luglio 1957). Il tono del saggio è di intelligente irrisione nei confronti del capo del regime fascista e ancor più di colui che nel 1933 sarebbe diventato il dittatore della Germania nazista: Adolf Hitler. «Anche se incompiuto e con i limiti posti naturalmente dalla genesi del lavoro e dagli interventi successivi», scrive Francesco Perfetti nel saggio introduttivo che impreziosisce il libro, «Muss si presenta come un’opera importante nel quadro della produzione letteraria malapartiana, ricca di sollecitazioni e di spunti interpretativi di grande interesse, utile per meglio comprendere sia la posizione dello scrittore toscano di fronte al fascismo, sia quella nei confronti del suo capo, sia, ancora, le sue idee nei confronti del rapporto fascismo-antifascismo». 
In Muss il fascismo è presentato come «l’ultimo aspetto della Controriforma», come «una conseguenza logica, se pur lontana, della controrivoluzione cattolica del Sedicesimo e Diciassettesimo secolo», ma a ben vedere — nota Perfetti — la valutazione generale è sostanzialmente capovolta rispetto ai lavori precedenti. E lo è «con molta probabilità per una non confessata riflessione sul pensiero di Piero Gobetti, il quale attribuiva il ritardo del processo di sviluppo sociale così come “l’immaturità ideale e politica” dell’Italia al fatto che essa non aveva avuto la sua Riforma». Il riferimento sottinteso a Gobetti, prosegue Perfetti, appare anche in altri punti, per esempio laddove Mussolini viene presentato come l’espressione tipica del popolo italiano: «le sue qualità e i suoi difetti non gli sono propri, sono le qualità e i difetti di tutti gli italiani» e i difetti sono soprattutto quelli «della sua educazione cattolica». Il «capolavoro di Mussolini uomo di Stato» sarebbe stato, secondo Malaparte, la capacità di svegliare, far salire a galla e organizzare, per servirsene ai propri fini, «tutte le forze oscure e cieche che agiscono inconsciamente nei bassifondi della psicologia del popolo italiano». Hitler invece (il libro è scritto nel 1931, due anni prima dell’ascesa al potere del dittatore nazista) appare a Malaparte come «una caricatura di Mussolini» e tuttalpiù «il veicolo per l’iniezione del bacillo fascista nelle vene della nazione germanica». Secondo Malaparte «soltanto un tedesco d’Austria, un cattolico di una provincia dell’Antico Impero degli Asburgo poteva introdurre il fascismo in Germania», proprio perché «il fascismo, nella sua essenza, non è che il complesso dei difetti della civiltà cattolica»: con Hitler non entrava nel Reich «il dogmatismo della Chiesa di Roma», ma «il principio corruttivo e degenerativo contenuto nei difetti della mentalità cattolica». 
Malaparte, dicevamo, iniziò a scrivere Muss nel 1931 quando era a Parigi. Avrebbe dovuto essere Muss la traccia di una biografia del Duce da intitolarsi, nella sua versione definitiva, Il Caporal Mussolini. In realtà, però, «il saggio», scrive Giuseppe Pardini in una nota al libro edito da Passigli, «si andò sviluppando come un’analisi critica del fascismo mussoliniano e del nazionalsocialismo». Perché lo scrittore toscano voleva scrivere un libro del genere? Il Caporal Mussolini, confessò lui stesso, avrebbe dovuto essere il suo «biglietto da visita» negli ambienti del fuoruscitismo politico, come reazione ai torti subiti da Roma. Roma, cioè i vertici del regime fascista, da cui si sentiva «abbandonato e tradito». E forse aveva ragione, tant’è che nell’ottobre del 1933, rientrato in Italia, verrà tratto in arresto. Arrestato Malaparte? Volontario nella Grande guerra, fascista da quando aveva 22 anni (era nato nel 1898), aveva preso parte alla marcia su Roma e sottoscritto il manifesto degli intellettuali di Giovanni Gentile. Godeva della reputazione di un irregolare, di un genio. Nel 1929, poco più che trentenne, era stato chiamato dal senatore Giovanni Agnelli a dirigere «La Stampa», ma nel gennaio del 1931 lo stesso Agnelli lo aveva licenziato per alcune prese di posizioni impertinenti, ma soprattutto per essersi messo in urto con Italo Balbo.
Malaparte si era allora trasferito a Parigi dove in quello stesso 1931 aveva dato alle stampe Tecnica del colpo di Stato, che aveva molto accresciuto la sua fama. Poi si era messo a scrivere Muss. Che Mussdovesse avere per lui «una certa importanza», osserva Pardini, «è confermato dalla estrema cura con la quale egli lavorò alle diverse stesure, tanto da giungere a una prima provvisoria sistemazione in due capitoli». Il testo doveva essere già stato revisionato «in vista della pubblicazione (per l’editore parigino Grasset) essendo stato interamente corretto e copiato dal manoscritto al dattiloscritto». Ma, come lui stesso scrisse in una lettera a Daniel Halévy del 4 settembre 1931, qualcosa gli suggeriva di fermarsi, ancora non riteneva fosse giunto il momento di «passare il Rubicone». In che senso? Mussolini gli aveva fatto sapere che sarebbe stato in qualche modo «risarcito» per il licenziamento dalla direzione del quotidiano torinese, forse con una sua utilizzazione in diplomazia. E Malaparte non voleva essere lui a fare il primo passo nel provocare quella rottura che sarebbe stata inevitabile dopo la pubblicazione di Muss. Meglio soprassedere. Ma altri incidenti erano in agguato. Nel febbraio del 1932, la moglie di Ugo Ojetti, nel corso di in un ricevimento, gli rimproverò di aver intrattenuto rapporti con l’intellettuale antifascista Gaetano Salvemini («Frequenta certa gente!» gli disse davanti a tutti).
L’informazione veniva da rapporti di polizia che tendevano a metterlo in cattiva luce, accusandolo, appunto, di quelle che per loro erano dubbie frequentazioni. Frequentazioni che, scrive Perfetti, non avevano affatto una «forte valenza politica o un carattere di esplicita contestazione del regime». Esse, piuttosto, «si inserivano bene nel quadro comportamentale di un uomo che amava ostentare — poco importa se per scelta estetizzante o per la sua natura narcisistica — un profondo anticonformismo di atteggiamenti e relazioni umane». E che, al tempo stesso, era portato a far propri «comportamenti di sdegnosa e amara ripicca nei riguardi di quelle che riteneva, a torto o a ragione, ingiustizie perpetrate nei suoi confronti». Nella segreta speranza, beninteso, che ad esse il regime ponesse presto riparo. E vivendo perciò nel timore che Mussolini equivocasse sul suo anticonformismo e lo scambiasse per una manifestazione di ostilità al regime. Ragion per cui molto si allarmò Malaparte per quelle parole pronunciate dalla consorte del giornalista. E così scrisse a Ugo Ojetti: «Sono rimasto male quando sua moglie mi ha chiesto se io avevo incontrato Gaetano prof. Salvemini. Io non conosco, non ho mai conosciuto, non conoscerò mai Gaetano Salvemini. Come mai può essere venuta in testa una cosa simile a sua moglie?». In particolare Malaparte si mostrò infastidito per quelle tre parole: «Frequenta certa gente!». E puntualizzò con Ojetti: «Quale gente? Io frequento solo persone per bene e a posto politicamente, sia francesi che italiani». 
Poi, sempre nel 1932, un fuoruscito suo conoscente, Antonio Aniante (che lui aveva fatto collaborare a «La Stampa») aveva dato alle stampe un pamphlet antimussoliniano e per giunta per i tipi del suo editore, Grasset. Malaparte agitatissimo si rivolse al direttore del «Corriere della Sera», Aldo Borelli, per dirgli che lui non aveva avuto niente a che fare con il volumetto di Aniante. Gli scrisse che Aniante — da lui ritenuto una persona qualsiasi («tra gli abitanti di Montparnasse il più celebre dei più squattrinati e dei più siciliani») — aveva approfittato di una sua assenza da Parigi «per intrufolarsi» e presentare a Grasset il proprio manoscritto «raccomandando che non si dicesse nulla a me, temendo che io, per gelosia, gli impedissi la strada». Dopodiché Malaparte specificò di essersi persino rivolto all’editore per metterlo in guardia: «Ho fatto capire a Grasset la gaffe commessa, ma era troppo tardi». Per poi aggiungere parole davvero ingenue: «Ti dico questo perché se qualche maligno insinuasse che il libro l’ho presentato io e l’ho raccomandato io, sia pure indirettamente, tu possa smentire nel modo più categorico». E Borrelli lo rassicurò: «Sta tranquillo per il caso Aniante. Nessuno può mai pensare che tu abbia potuto patrocinare un libro come quello scritto da quel giovane bandito». Dal che si capisce perché Malaparte non ritenne di pubblicare in quel momento Muss. E non ne parlò più con nessuno.
Adesso su alcuni periodici italiani, «Il Popolo di Lombardia», «L’Artiglio», «Il Tevere», «Ottobre», era partita una velenosa campagna contro di lui. Rinfocolata da un suo articolo a proposito di Francesco Guicciardini, apparso sulla rivista «Les Nouvelles Littéraires», che conteneva le consuete critiche a Hitler e anche qualche insinuazione maliziosa contro Mussolini. Il direttore del «Corriere della Sera» se ne preoccupò e gli suggerì di chiarire direttamente al Duce non esser stato nelle sue intenzioni criticarlo.
Malaparte però aveva sorprendentemente risposto a Borelli con una lettera assai spazientita: «Da me non si possono aspettare un atto di ribellione, che se mi rompono le scatole … Mi lascino vivere in pace, e io li ignorerò. Diano ordine, per esempio, alle loro autorità diplomatiche di non trattarmi come un fuoruscito, se non vogliono che un giorno o l’altro, logicamente, io mi consideri un fuoruscito. Ma un fuoruscito di nuova specie, sta’ tranquillo, che non si imbrancherebbe con nessuna gente bacata, e che sarebbe assai più pericoloso di tanti altri. Invece di ringraziarmi del fatto che io, con la notorietà internazionale che mi son creata (e vedrai fra qualche tempo) sto zitto e fingo di approvarli pienamente, quei signori mi fanno boicottare come se fossi un fuoruscito».
La cosa, come si è detto, finì male. Il 5 ottobre del 1933, Malaparte fu arrestato su denuncia di Balbo e inviato al confino a Lipari. Nel luglio del 1934, su interessamento di Galeazzo Ciano, lo scrittore fu trasferito a Ischia e in ottobre a Forte dei Marmi. Il 12 giugno del 1935 fu rimesso in libertà e meno di un anno dopo, nel marzo del 1936, tornò a poter esercitare la professione di giornalista. Il perdono di Mussolini, fa notare Perfetti, «era giunto un anno e otto mesi dopo l’arresto quando gli mancavano, dunque, più di tre anni per scontare interamente la pena inflittagli che egli, in seguito, avrebbe più volte sostenuto di aver espiato appieno». Ormai non era più tempo di riprendere in mano Muss, tanto più che nel frattempo Hitler era andato al potere ed era diventato un importante interlocutore di Mussolini. Ma quel libretto un giorno gli sarebbe servito a qualcosa. Anche in ragione del fatto che la vicenda del confino sarebbe stata, come ha scritto Maurizio Serra, una carta decisiva da esibire «mille volte, nel dopoguerra, per attestare la sua opposizione al regime e per far dimenticare che egli ne era stato — prima, ma anche dopo la sua disavventura — uno degli intellettuali più in vista». Soprattutto Muss tornò buono quando, nel dopoguerra, Malaparte si avvicinò al Partito comunista italiano e al suo segretario Palmiro Togliatti. In una sorta di ritratto autobiografico che scrisse, nel 1957 poco prima di morire, per la rivista del Pci «Rinascita», Malaparte presentò Muss come una «violenta requisitoria contro il fascismo e Mussolini». A darsi più «titoli di antifascismo» nell’estate del 1943, dopo la seduta del Gran Consiglio del 25 luglio e la deposizione del Duce, Malaparte aveva deciso di scrivere un ulteriore saggio su Mussolini, Il Grande Imbecille(che è pubblicato in coda a questa edizione di Passigli). Nel 1951, infine, rimise le mani su Muss. Accentuandone i caratteri di «violenta requisitoria» dei quali, in punto di morte, avrebbe menato vanto su «Rinascita».
Bibliografia
La figura di Curzio Malaparte continua a far discutere, da ultimo per la proposta di assegnargli il premio Strega alla memoria, respinta dagli organizzatori della manifestazione. Il suo libro Muss. Ritratto di un dittatoreè edito da Passigli con prefazione di Francesco Perfetti e nota finale di Giuseppe Pardini (pagine 164, euro 16). Le opere più note di Malaparte (Tecnica del colpo di Stato, La pelle, Kaputt, Maledetti toscani) sono state ripubblicate da Adelphi. Le sue lettere sono state edite in più volumi da Ponte alle Grazie su iniziativa della sorella Edda Ronchi Suckert. Tra le biografie: Giuseppe Pardini, Curzio Malaparte. Biografia politica (Luni editrice, 1998); Giordano Burno Guerri, L’Arcitaliano. Vita di Curzio Malaparte (Bompiani, 1980); Maurizio Serra, Malaparte. Vite e leggende (traduzione di Alberto Folin, Marsilio, 2012).

Johnny Cash

Caroline Howe per “Daily Mail”

Johnny Cash negli anni ‘60 era caduto in un vortice di anfetamine e alcol, poi il promoter Saul Holiff, un ebreo intellettuale di origini canadesi, già al lavoro con Buddy Holly, the Everly Brothers, Paul Anka, Little Richard, decise di portarlo dalla nicchia al grande pubblico.

Era lì nel momento peggiore, quando la superstar del country andava continuamente in overdose, veniva arrestato, cancellava concerti. All’apice della carriera, nel 1973, Holiff mollò. A 80 anni si tolse la vita e lasciò una valanga di lettere in una cassaforte, insieme a registrazioni che dettagliavano il suo rapporto con il “man in black”, come rivela il libro di Julie Chadwick ‘The Man Who Carried Cash’.

Non ci fu mai un periodo tranquillo che durasse più di una settimana. Dopo il divorzio dalla prima moglie e il matrimonio con la sua amatissima June Carter nel 1968, Cash passò dalla prigione alla fede totale in Gesù. La conversione infastidì il manager. June gli chiese: «Come mai? Hai qualcosa contro Gesù? O forse ti dà fastidio il fatto che Johnny ora faccia molti concerti gratis?». Holiff rispose: «Sono affermazioni antisemite. Mi rifiuto di essere dipinto come uno interessato solo ai soldi», e se ne andò per sempre.

Per dieci anni aveva fatto a Cash da manager, promoter, consulente, avvocato, psichiatra. In Canada vide il bassista Mashall Grant che portava con sé una sega circolare per accorciare le gambe a tavoli e sedie degli hotel e insieme a Johnny amava sparare con la col 45 nei corridoi. Dai balconi lanciarono uova, gavettoni, mobili. Buttarono giù il muro che divideva le stanze, dipinsero le pareti di vari colori. Holiff era mortificato per il loro comportamento.
All’epoca Cash era consumato dall’amore per Billie Jean Horton, regina del country e moglie del cantante rockabilly Johnny Horton, che poi morì in un incidente. A quel punto Cash la voleva sposare, ma lui aveva già una moglie, la povera Vivian, mollata in California con quattro figli.

Cash era a ruota di anfetamine dal 1957, quando gliele passò il suo violinista. Gli permettevano di stare sempre in piedi, affrontare faticosi tour, e lo rendevano meno timido sul palco. Ma distruggevano la sua voce e la sua personalità. Era nervoso, paranoico, irrazionale, nei camerini era solito spaccare i bicchieri. La critica cominciò a bastonarlo, non andava più in classifica, non lo volevano in tv.

Al Carnagie Hall nel ’62 mandava giù pillole come popcorn, comprese quelle per la dieta, per riuscire ad entrare in un vestito appartenuto al padre del country Jimmy Rogers. L’esibizione fu tremenda. Saltò anche in tour con Elvis in Giappone. A quel punto, per un importante show a Dallas, Holiff ingaggiò June Carter della Carter Family, corista di Elvis. Di lei si innamorò perdutamente.

Era un ribelle e fuorilegge. Nel giugno 1965, il camper di Cash prese fuoco mentre si trovava a pesca con il nipote Damon Fielder in California, e l'incendiò bruciò circa 283 ettari di parco. Venne arrestato in seguito con 688 pastiglie di dexedrina e 475 tavolette di Equanil nascoste nella custodia della chitarra. Un secondo arresto avvenne l'11 maggio 1965 a Starkville, Mississippi, per vagabondaggio. L'ultimo arresto ebbe luogo nel 1967 a Walker County, Georgia, dopo che era rimasto coinvolto in un incidente d'auto mentre trasportava una borsa piena di tranquillanti. Cash cercò di corrompere l'agente di polizia accorso sul posto, che però rifiutò il denaro e lo arrestò per tentata corruzione di un pubblico ufficiale.

Insomma nel 1966 era stato arrestato sette volte in sette anni, e si trovava sul bordo del precipizio. La ripresa avvenne grazie a June, che lo aiutò ad uscire dalla dipendenza, lo sposò e si occupò di lui, finché non divenne il re Mida del country, passò dal guadagnare 100 dollari a sera a 100.000. Holiff pensò fosse il giunto il momento di abbandonarlo: «Per dieci anni ho ricevuto umiliazioni, mi ha preso l’anima e ora me la vuole salvare con il suo fondamentalismo cristiano. La rottura è inevitabile».

martedì 4 luglio 2017

D'Annunzio

Il testo della lettura pubblica che lo storico e collaboratore del nostro Giornale Giordano Bruno Guerri ha tenuto lunedì scorso nell' ambito della Milanesiana, ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi. Il tema della serata, tenutasi al Piccolo Teatro Grassi, era «Paura e coraggio: i colori del cielo». E Guerri, presidente della Fondazione Vittoriale degli Italiani, ha incentrato la sua lettura su Gabriele d' Annunzio.


Giordano Bruno Guerri per il Giornale

Il 12 settembre 1909 Franz Kafka era al Circuito aereo di Montichiari, Brescia, per assistere alla prima esibizione di aerei in Italia settentrionale. Nel suo taccuino annotò - ironico - di avere osservato un eccitatissimo d' Annunzio «sgambettare» fra le signore più eleganti. Ma, a differenza di Kafka, lo scrittore italiano quel giorno volò per la prima volta.

«È una cosa divina», disse d' Annunzio: «Il momento in cui si lascia la terra è di una dolcezza infinita. È un nuovo bisogno, una nuova passione». Cinque mesi dopo pubblicò Forse che sì forse che no, anticipando la passione dell' umanità per le grandi imprese aviatorie e le trasvolate audaci. Paolo Tarsis, come gli altri protagonisti dei suoi romanzi, è un superuomo, ma stavolta la sua natura peculiare non appartiene al mondo intellettuale, bensì a quello dell' azione, e preannuncia le future svolte dannunziane.

Ha già rotto tutti gli schemi dell' Italietta borghese di fine Ottocento, con i suoi romanzi e con la sua vita «scandalosa» fatta di amori, sesso, lussi senza freno. Ora - in un impeto più patriottico che nazionalista, più estetico che guerriero - vuole «una più grande Italia». E quando finalmente l' Italia entra nella Prima guerra mondiale, anche grazie al suo interventismo, il Vate esige il battesimo del fuoco: poche ore dopo la dichiarazione di guerra viene richiamato in servizio come ufficiale dei Lancieri di Novara.

I suoi 52 anni ne fanno il tenente più anziano delle forze armate, ma sin dall' inizio della sua guerra, mette a tacere quanti insinuavano che valore e coraggio fossero solo astrazioni da ciarlatano. La gloria, cantata in discorsi e poesie come una conquista da meritare, è l' ossessione a cui tende senza risparmio, con un disprezzo del pericolo che lo spinge a escogitare le peripezie militari più provocatorie e pericolose. Il gesto eroico gli appartiene davvero, non è affettazione letteraria, ma qualcosa di simile alla «creazione di un poema». «Io non sono un letterato dello stampo antico in papalina e pantofole», scrive: «Io sono un soldato. Ho voluto essere un soldato, non per stare al caffè o a mensa, ma per fare semplicemente quello che fanno i soldati». Le sue imprese - in cielo, in mare, in terra - suscitarono una tale irritazione nel governo austriaco da indurlo a fissare una taglia di ventimila corone per la sua cattura.

Il 15 gennaio 1916, in un incidente aereo, rischia di perdere l' occhio destro. Costretto a letto, entrambi gli occhi bendati, si rassegnò alla condizione dell' infermo, ma non dell' inetto. Completamente bendato per due mesi, cominciò a scrivere a matita su sottili strisce di carta: piccoli cartigli poggiati su una tavoletta.

Vergò così, su migliaia di striscioline, il Notturno, un capolavoro che rinnova la letteratura italiana. «Questa è la mia magìa. Nel dolore e nelle tenebre, invece di diventar più vecchio, io divento sempre più giovine».

Troverà modo di sfruttare la disgrazia anche definendosi «l' orbo veggente» e tagliando in due il viso, altrimenti banale, con una benda nera sull' occhio destro. Acconciato come un pirata, compirà la Beffa di Buccari, penetrando con tre MAS nel più inviolabile porto austriaco.

Intanto, sognava l' impresa definitiva, un volo su Vienna sorvolando le Alpi, un' impresa che sembrava impossibile con i mezzi dell' epoca. All' alba del 9 agosto 1918 dal campo di San Pelagio, Treviso, si alzarono undici apparecchi: uno, di legno e tela, senza protezioni dal vento, senza strumenti di volo, era stato modificato per accogliere il poeta, che aveva con sé trecentonovantamila volantini e praticamente volava nel serbatoio del carburante.

Solo sette degli aerei arrivarono sul cielo di Vienna, ma tra questi c' era anche il suo. Il messaggio del Vate incitava i viennesi alla resa: «In questo mattino d' agosto, mentre si compie il quarto anno della vostra convulsione disperata e luminosamente incomincia l' anno della nostra piena potenza, l' ala tricolore vi apparisce all' improvviso come indizio del destino che si volge...». Aveva un anello contenente veleno, nel caso fosse stato catturato. Un superuomo poteva manifestare soltanto la paura di non avere coraggio.

Dopo la guerra pensava a un' altra grande impresa, stavolta di pace: il volo Roma-Tokyo, mai tentato prima. Quasi tutto era pronto quando invece volle occupare la città di Fiume, che i trattati di pace non assegnavano all' Italia. Conquistata la città come un condottiero rinascimentale, primo poeta al comando nella storia, a Fiume scrisse una delle più avanzate costituzioni del Novecento, la bellissima Carta del Carnaro, che fa impallidire molti testi costituzionali vigenti oggi nel mondo, per la sua apertura democratica e per la spregiudicatezza di molti suoi assunti centrali, che oggi definiremmo libertari. Fiume fu un' anticipazione del Sessantotto, piuttosto che del fascismo, e da Fiume d' Annunzio mandò l' amico Guido Keller a volare su Roma per lanciare un pitale su Montecitorio.

Dopo l' impresa si ritira al Vittoriale, per edificare quel «libro di pietre vive» che donerà agli italiani con queste parole: «Già vano celebratore di palagi insigni e di ville suntuose, io son venuto a chiudere la mia tristezza e il mio silenzio in questa vecchia casa colonica, non tanto per umiliarmi quanto per porre a più difficile prova la mia virtù di creazione e di trasfigurazione. Tutto infatti è qui da me creato e trasfigurato.

Tutto qui mostra le impronte del mio stile nel senso che io voglio dare allo stile».
Ma il tempo è impietoso anche con gli eroi e i poeti, e per d' Annunzio giunge quella che definisce la «turpe vecchiezza».

Il conquistatore di lauri poetici, di città e di donne si deve confrontare ora con un nemico che giorno dopo giorno prende sempre più il sopravvento. Ecco allora che nemmeno la penombra della Prioria, come chiama la sua casa, basta più a celare l' uomo in rovina, «senza denti, con la lingua grossa tra le labbra rientrate». È questa l' unica prova di coraggio che non è in grado di affrontare.

Arezzo e l'oro

Roberto Galullo e Angelo Mincuzzi  per il Sole 24 Ore

La leggenda aretina narra che nelle fortune del distretto dell'oro ci sia lo zampino di Licio Gelli, passato alla storia come il Venerabile della Loggia P2. La città racconta ancora che nella scomparsa di decine di tonnellate d'oro che facevano parte di un carico di 60 tonnellate che l'allora re diciottenne della Jugoslavia Pietro II Karadordevic fece partire con un treno speciale il 17 marzo 1941, Gelli avesse avuto una parte rilevante.

L'intera riserva di un Paese sotto l'attacco di Adolf Hitler, stipata in 57 vagoni e oltre 1.300 bauli, non riuscì però a lasciare la Jugoslavia per raggiungere l'Egitto e venne nascosta nelle grotte del Montenegro, presto occupato dai fascisti. Nel 1943, non si sa come, il regime rintracciò l'oro e Benito Mussolini affidò al giovane fascista Gelli il compito di portare il carico a Trieste, evitando la frontiera hitleriana e facendolo viaggiare su un treno speciale e blindato, con a bordo 73 malati di vaiolo.

Da quel punto la leggenda narra che Gelli affidò 8 tonnellate alla Banca d'Italia e ne sottrasse 52, una parte delle quali giunse a destinazione nei pressi della stazione ferroviaria di Arezzo per la felicità di una collettività che mise a frutto quel dono insperato.
Per dare un'idea dell'immenso valore di quel carico, attualizzando alle cifre correnti il valore, il tesoro varrebbe tra 1,8 e 2 miliardi, una cifra pari all'ultimo dato censito sull'export del distretto aretino.

IL CARICO SPARITO, GELLI E IL PCI 
La leggenda è più intricata e fascinosa di quanto si possa pensare perché il prosieguo narra di 25 tonnellate rimaste nella disponibilità del futuro piduista e 27 tonnellate cedute all'allora Pci. Come spiegò nel 1984 l'allora parlamentare radicale Massimo Teodori, da pagina 37 della Relazione di minoranza della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2, «fra le tante supposizioni ed ipotesi interpretative, una cosa soltanto non è controversa: che cioè nel 1944-1945 Gelli collaborò con il Pci, attraverso la componente del Cln, e che dal partito gli vennero aiuto e protezione per superare le difficoltà incontrate come repubblichino e collaborazionista, cosa che gli permise di superare indenne quei giorni, forse anche salvando la vita».

Vero? Falso? Verosimile? Fascinazione? Gelli ha sempre negato ma resta il fatto che il 14 settembre 1998, abilmente nascosti perfino nelle fioriere della lussuosa Villa Wanda a Castiglion Fibocchi (Arezzo), dove ha vissuto fino alla morte, sopraggiunta il 15 dicembre 2015, gli investigatori sequestrarono 164 chili d'oro distribuiti in centinaia di piccoli lingotti. La maggior parte dell'oro recava punzonature e timbri di Paesi dell'Est (ex Unione sovietica in primis), altri erano stati sdoganati in Svizzera, altri ancora non si sapeva da dove provenissero. 

Oro in “nero”. Sedici anni prima, correva il 1983, dieci lingotti riconducibili a Gelli spuntarono in una banca argentina di Buenos Aires mentre nel 1986 la magistratura elvetica scoprì, in una cassetta di sicurezza dell'Ubs di Lugano, 250 chili d'oro in lingotti, verosimilmente frutto della spoliazione del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.

I NUMERI DEL DISTRETTO 
Gelli o non Gelli, il distretto orafo si sviluppa nell'area aretina (Arezzo, Capolona, Castiglion Fibocchi, Civitella in Val di Chiana, Monte San Savino, Subbiano) e nella Val di Chiana aretina (Castiglion Fiorentino, Cortona, Foiano della Chiana, Lucignano, Marciano della Chiana), alla quale si aggiungono i comuni di Laterina e Pergine Valdarno.

La gamma della produzione è omnicomprensiva ma i marchi di fabbrica locali sono l'oreficeria e l'argenteria a maglia catena e stampata. La lavorazione dei metalli preziosi si è sviluppata soprattutto negli anni Settanta ed Ottanta, grazie al ruolo svolto per molti anni dall'impresa leader (Uno A Erre) nell'attivare processi di gemmazione imprenditoriale e trasferimento di innovazioni.

Il distretto orafo della provincia di Arezzo, riconosciuto con delibera del Consiglio regionale della Toscana n. 69 del 21 febbraio 2000, conta 1.592 imprese, di cui 1.216 con meno di 50 addetti, 7.669 persone occupate e un export di quasi 4 miliardi (fonte: Osservatorio nazionale dei distretti italiani, dati 2013/2014).  Le statistiche del Club degli orafi italiani, che le aggiorna periodicamente con Banca Intesa, indicano il distretto di Arezzo in testa alle esportazioni con oltre 1,8 miliardi (-1,1% sul 2015) e un import di 86,3 milioni nel 2015 (-24.4% sul 2014).

Anche se questo polo non è più ricco come una volta, le grandi aziende orafe e i banchi metalli - come Uno a Erre e Chimet - continuano ad alimentare l'economia del luogo e la loro visibilità è perenne. Sui taxi, ad esempio, il loro logo è una costante, così come le continue sponsorizzazioni a manifestazioni, eventi e iniziative.

IL FILO DELL'ORO “IN NERO” E GLI EFFETTI DELLA CRISI 
La crisi ha aggravato la posizione soprattutto delle realtà più piccole e molte, tra quelle rimaste, per sopravvivere praticano il “nero”.  l fatturato italiano calcolato dal Club degli orafi per il 2016 è stato di oltre 7,7 miliardi (+9,3% sul 2015), esportazioni per 6,2 miliardi (di cui 5,4 miliardi solo gioielli in preziosi, vale a dire in oro, argento o altri metalli preziosi anche rivestiti o placcati) con un calo complessivo del 4,6% sull'anno precedente.

I dati Istat relativi alla produzione (-1,9%) e alle esportazioni, sia in valore (-4,6%) che in quantità (-1,8% per i soli gioielli in metalli preziosi) confermano le difficoltà del settore orafo nel 2016, in corrispondenza con un calo importante della domanda mondiale di gioielli in oro, in particolare da parte dei due grandi acquirenti (Cina e India). Nel 2016 le esportazioni italiane di gioielleria e bigiotteria hanno perso circa 300 milioni rispetto al 2015, con cali diffusi a quasi tutti i mercati di sbocco e con una nuova contrazione importante verso gli Emirati Arabi Uniti (-15%, pari a 160 milioni in meno), Paese di “entrata” per il resto del Medio oriente e l'India. Negative anche le esportazioni verso Svizzera e Francia (-6,7% e -10,6%), Paesi dove sono spesso spediti i gioielli made in Italy commissionati dalle grandi maison di moda (successivamente destinate ad altri mercati di sbocco finali) e verso Hong Kong (-9,1%). 

Secondo le statistiche sul fatturato (indagine Istat campionaria rivolta alle imprese con più di 20 addetti) il settore gioielleria e bigiotteria avrebbe, invece, chiuso il 2016 in crescita del 9,3%, grazie a risultati brillanti sia sul mercato interno (+6,7%) che su quelli esteri (+10,7%), dato in contraddizione con le informazioni sui flussi di export, che sottolinea le difficoltà di monitorare un settore altamente frammentato come quello orafo.

Nessuna tra le fonti intervistate dal Sole-24 Ore ha voluto metterci la faccia o la voce ma tutti concordano nel dire che, ormai, (almeno) un'operazione su due non è tracciabile e sfugge ai radar del Fisco. Accade ad Arezzo ma accade anche negli altri distretti dell'oro (Valenza Po, Marcianise e Vicenza) tra loro legati più di quanto possa apparire e non solo per i legami commerciali ma anche sul fronte delle indagini giudiziarie. In vero il “nero” compare in tutte le operazioni commerciali, qualunque settore si prenda in considerazione ed è logico che il settore orafo non faccia eccezione.

ARGENTO VIVO 
Le più recenti indagini delle Fiamme Gialle, su delega della Procura di Arezzo, lo provano, anche se tutti i processi, spesso suddivisi in più filoni giudiziari, devono ancora essere definitivamente chiusi.  Tra l'11 e il 14 febbraio 2015 il Nucleo di Polizia tributaria della Gdf ha messo a segno un'indagine – denominata Argento vivo – sul conto di alcune azienda del distretto orafo aretino. Ancora una volta una frode fiscale in atto nel settore del commercio di metalli preziosi (principalmente argento, ma anche platino e palladio), perpetrata attraverso modalità e tecniche analoghe a quelle delle cosiddette “frodi carosello” all'Iva.

Uno dei quattro soggetti colpiti dal provvedimento di fermo ha chiesto di essere interrogato subito da Marco Dioni, il pubblico ministero titolare delle indagini, al quale ha reso dichiarazioni di grande valore probatorio, confermando la bontà dell'impianto accusatorio. Per la collaborazione ha ottenuto gli arresti domiciliari. Il 14 febbraio 2015, il Gip del Tribunale di Arezzo Annamaria Loprete ha ritenuto confermati i gravi ed eclatanti indizi di colpevolezza, fortificati dalle dichiarazioni confessorie rese nel corso degli interrogatori per la convalida della misura precautelare, resi il giorno prima dai quattro indagati, emettendo nei loro confronti un'ordinanza di applicazione della misura degli arresti domiciliari presso le rispettive abitazioni e con divieto di comunicazione, poiché ha ritenuto sussistere il pericolo di reiterazione di reati analoghi, nonché di inquinamento probatorio.

La Procura della Repubblica di Arezzo ha ordinato il sequestro preventivo finalizzato alla successiva confisca delle disponibilità finanziarie detenute dagli indagati e dalle società a questi riferibili, da bloccare presso gli Istituti di credito, fino a concorrenza della somma di 3.270.203,06 euro, corrispondente ad un valore equivalente al profitto del reato finora determinato.

In poco meno di tre mesi (da ottobre a dicembre 2014), seguendo le tracce delle utenze mobili in uso agli indagati per le comunicazioni “one to one” e attraverso osservazioni, pedinamenti e riscontri, è stata fatta luce sull'esistenza di due presunte e distinte organizzazioni criminali, originariamente operative in modo unitario, capeggiate da due aretini che pur non avendo alcun ruolo formale nelle società coinvolte negli illeciti fiscali, erano in grado di controllarne l'operatività, dirigendo i sistemi fraudolenti.

IL SISTEMA DELLA FRODE 
Il principale sistema di frode, comune ai due sodalizi, prevedeva l'acquisto di metalli preziosi sfruttando meccanismi di applicazione dell'Iva che prevede un sistema di inversione contabile per il quale l'acquirente diventa debitore d'imposta: per l'argento rivolgendosi a banchi metalli ed applicando il “reverse charge”; per il platino ed il palladio acquistandolo da operatori intracomunitari.

I metalli venivano poi commercializzati interponendo una o più imprese costituite ad hoc ed intestate a prestanome che, oltre a non dichiarare al Fisco le imposte dirette, omettevano il versamento dell'Iva, corrisposta dal cliente finale, rappresentato da una azienda aretina operante nel settore della commercializzazione di metalli preziosi, la Oro Italia trading spa (società partecipata al 100% da Banca Etruria) che secondo l'accusa trasferiva però mensilmente il credito Iva derivante dalle predette operazioni alla controllante, che lo utilizzava in compensazione dell'Iva a debito di Gruppo.

In estrema sintesi, i sistemi fraudolenti consentivano ai membri delle associazioni criminali di intascare l'Iva generata dalle operazioni commerciali strumentalmente realizzate e al cliente finale di acquistare i metalli preziosi a un prezzo sensibilmente inferiore a quello che avrebbe potuto spuntare se si fosse rivolto direttamente alle aziende che fornivano i beni alle società coinvolte nei sistemi fraudolenti e che davano inizio al circuito economico che le indagini hanno dimostrato essere artificioso e messo in piedi al solo scopo di poter frodare l'Erario.

Teniamo bene a mente il nome di uno tra gli indagati principali di questa operazione: Plinio Pastorelli, che all'epoca era consigliere delegato di Oro Italia trading, dove era entrato come amministratore il 9 luglio 2007 ed è uscito quattro giorni dopo il disvelamento dell'indagine, il 18 febbraio 2015. Pastorelli, indagato per associazione a delinquere e truffa, anticipando le mosse sulla scacchiera del licenziamento, si è dimesso e per il momento si gode la pensione.

DOMANDE SENZA RISPOSTE DI NUOVA BANCA ETRURIA 
Pastorelli entra dunque nell'indagine con l'accusa di acquistare l'oro sotto il prezzo del fixing per il metallo e pagando l'Iva al 20% ai venditori, per poi compensare il credito d'imposta all'interno delle società del Gruppo Banca Etruria. A quanto trapela da fonti che al momento preferiscono restare coperte, Pastorelli non avrebbe fatto in tempo a effettuare la compensazione ma questo ai fini delle accuse in sede penale non rileva. Semmai, interessa il rapporto con l'Agenzia delle Entrate.

Nel complesso l’indagine ha consentito di accertare che il meccanismo fraudolento delle società cartiere ha consentito di evadere 15,45 milioni di euro nel periodo compreso tra il 2012 e il 2015 in operazioni che riguardano tanto l’oro quanto l’argento e il platino. La domanda logica da porsi è se Oro Italia trading si fosse accorta di questo sistema fraudolento della quale lei per prima ne sarebbe uscita danneggiata e che, per quattro indagati, ha già portato a con condanne nel giudizio di primo grado mentre Pastorelli è indagato a piede libero in attesa di giudizio.

Il Sole-24 Ore si è rivolto in due occasioni a Nuova Banca Etruria (del Gruppo Ubi Banca), chiedendo di avere risposte a questo e ad altri quesiti, oltre ad avere indicazioni, nel corso degli anni, sulle policy di trasparenza negli acquisti e nelle rendicontazioni contabili. Per ben due volte e nonostante una successiva sollecitazione, i vertici Ubi, che controlla Nuova Banca Etruria, hanno preferito non rilasciare dichiarazioni limitandosi a rimandare alla breve comunicazione telefonica con la quale a metà maggio l'ufficio stampa di Nuova Banca Etruria aveva messo le mani avanti dicendo che «Pastorelli non è più da noi».

Eppure se è lecito chiedere lumi, cortese dovrebbe essere rispondere soprattutto alla luce del fatto che il nome di Oro Italia trading – ormai senza Pastorelli da tempo – rispunta nell'indagine Melchiorre della Guardia di finanza di Torino del 14 febbraio 2017, anche se ancora una volta senza alcun coinvolgimento societario.

Francesco Angioli è l'uomo considerato dalla Procura di Torino l'intermediario tra i clienti e i principali indagati accusati di comprare l'oro rubato e ripulirlo, per poi rimetterlo formalmente in commercio attraverso una società di diritto ungherese. Questo soggetto indagato, è un procacciatore d'affari che, scrive testualmente il Gip Elena Rocci a pagina 106 dell'ordinanza di custodia cautelare firmata il 13 ottobre 2016, nel periodo d'imposta 2014 risulta aver percepito redditi, tra gli altri, dalla Oro Italia trading spa «con la quale, evidentemente, collabora». Nulla di più naturale, dunque, se il procacciatore d'affari, si legge a pagina 109 del provvedimento, «dimostra di avere ottime entrature con Oro Italia trading, in particolare per lo stretto rapporto che dimostra di avere con Bernardini Francesco».

Francesco Bernardini – che non è indagato – è il responsabile del comparto oro di Oro Italia trading ed è l'uomo che il 23 luglio 2013 lanciò sulla stampa specializzata il “conto oro”. Il 2 marzo 2016, alle 11.48 la sala intercettazioni della procura capta, tra le tante che coinvolgono le utenze telefoniche della società totalmente controllata da Nuova Banca Etruria, una conversazione che il Gip sintetizza così a pagina 71: «Mentre si trova all'interno della Gianluca Ciancio Srl (la società che secondo l'accusa si fa carico di acquistare e fondere l'oro), Angioli Francesco contatta la Oro Italia trading spa, al fine di parlare con Bernardini Francesco, responsabile del comparto oro di Banca Etruria».

Deve convincere Ora Italia Trading che le spedizioni delle verghe aurifere partono da Torino e non dall'Ungheria, perché a Torino, alla Ciancio srl, il materiale viene testato. L'oro, però, non si sarebbe mai mosso da Torino e la triangolazione è apparente. «Dalle conversazioni — continua il gip — la prima delle quali avviene con Frati Paolo (non indagato, ndr), dipendente di Oro Italia Trading spa, si desume l'ulteriore modalità operativa adottanda, che vede nuovamente, quale destinatario finale del metallo aurifero raccolto, la Oro Italia Trading, nonché il procedimento per il ritiro e il trasporto dell'oro».

ORO ITALIA TRADING “SNELLA” MA ATTIVISSIMA 
Oro Italia trading è iscritta dal 30 novembre 2000 al registro delle imprese di Arezzo come società di commercio all'ingrosso di metalli preziosi. Costituita con un capitale sociale di 500mila euro conta appena due dipendenti (la cui retribuzione complessiva è di 59.058 euro) sulle cui spalle grava un fatturato che nel 2016 ha registrato 314 milioni e perdite per 1,4 milioni. In termini quantitativi negoziati, Nuova Banca Etruria è passata da 4,52 tonnellate del 2015 a 8,06 del 2016 (+78% nell'intermediazione dell'oro) e da 42,2 tonnellate del 2015 a 45,7 del 2016 (+8% nell'intermediazione dell'argento).

Una società cosi “snella” – nel numero di dipendenti ma che contempla in vero ben sei sindaci e tre amministratori – in realtà gestisce partite miliardarie, essendosi conquistata negli anni una leadership nazionale. Dopo la Banca d'Italia sarebbe l'istituto con in pancia il maggior quantitativo di riserve aurifere. La data di avvio della società non è casuale. Pochi mesi prima, il 17 gennaio 2000, il Parlamento ha infatti approvato la legge n 7, che ha rotto il monopolio delle banche sui metalli preziosi stabilendo che sul mercato possano operare anche altri intermediari autorizzati dalla Banca d'Italia. In questo caso la veste è cambiata ma è pur sempre una banca – attraverso il controllo totalitario – a operare nel settore.

L'oro, per Nuova Banca Etruria, costituisce un asset fondamentale, al punto da avere conti correnti in valuta, la cui unità di misura è espressa in once di oro finanziario. Con questi appositi conti correnti è possibile effettuare bonifici in oro finanziario, regolare il pagamento delle rate del mutuo e, se supportato da una linea di fido, beneficiare di uno scoperto di conto. Nel 2016 è cresciuto lo stock di oro custodito nei caveau della banca e – come si legge a pagina 41 della relazione di bilancio – ciò ha contribuito a rafforzare ulteriormente la leadership dell'Istituto di credito nell'ambito dell'oro da investimento.

Anche sul fronte dei lingotti di piccolo taglio (2, 5, 10, 20, 50 e 100 grammi), il 2016 si è rilevato un anno decisamente positivo per Nuova Banca Etruria. Sono state infatti circa 1.500 le pezzature vendute, per un totale di oltre 44 kg.  Sul lato degli impieghi in oro, il dato mostra un totale di circa 104 milioni, di cui oltre 8 milioni rappresentati dai mutui in oro. Il dato, che risulta sostanzialmente invariato rispetto al 2015, è la sommatoria di due variabili che si sono mosse in direzioni opposte. Nel 2016 si è infatti assistito ad un incremento degli affidamenti in oro ad altre banche, che al 31 dicembre 2016 rappresentavano circa 20 milioni e al contempo ad una riduzione degli affidamenti al tessuto orafo produttivo.

DALLA SLOVENIA AL MAROCCO C’È SPAZIO PER TUTTI 
La più recente, del 1° aprile 2017, è stata condotta dal Nucleo di polizia tributaria della Gdf agli ordini del colonnello Peppino Abbruzzese. L'hanno battezzata “Groupage” e vedremo il perché di questo nome. Sotto la lente è finita una presunta organizzazione criminale, costituita da italiani e algerini, che comprava ingenti quantitativi di oreficeria “in nero” prodotta da aziende aretine e la vendeva – dietro pagamento in contanti – per l'esportazione nei Paesi del Nord Africa.

Lo schema era semplice: un intermediario giungeva in volo in Italia dall'Algeria e soggiornava ad Arezzo per definire gli accordi contrattuali per l'acquisto di materiali preziosi. Trovato l'accordo commerciale, l'intermediario provvedeva a fare l'ordine della merce (appunto il cosiddetto “groupage”) per conto dei propri clienti (residenti in Paesi del Nord Africa) con le aziende orafe di Arezzo, veicolando l'ordinativo tramite alcuni operatori orafi aretini di provata fiducia, che provvedevano a ripartire l'ordinativo alle varie aziende compiacenti.

Quando l'ordinativo era pronto, arrivavano ad Arezzo in auto uno o più corrieri algerini, che portavano il denaro contante necessario per l'acquisto dell'oreficeria ordinata e ritiravano la merce. Nella rete sono caduti, tra gli altri, due soggetti già noti agli investigatori. Uno è già finito nella “mamma” di tutte le inchieste aretine, Fort Knox. L'altro, nel 2012, risultò avere rapporti commerciali poco trasparenti con soggetti nord africani.
  
Nell'ambito di un'operazione condotta dalla Polizia di Melilla (Spagna) nel maggio del 2012, vennero arrestati due marocchini trovati in possesso di 140,232 chili di oreficeria, che venne sequestrata. I due soggetti, in sede di interrogatorio, dichiaravano di averla acquistata legalmente il 20 maggio dalla srl unipersonale di cui il soggetto entrato nuovamente nel radar della Giustizia è rappresentante legale.

Il 20 dicembre 2016, il Nucleo Pt della Gdf di Arezzo ha invece portato alla luce, con l'operazione Iberia, un'altra presunta organizzazione criminale, stabilita in Spagna e con ramificazioni in Portogallo, Slovenia ed Italia. Tra gli indagati, a testimonianza che certi meccanismi sono rodati e possono far conto su un nocciolo duro di professionisti, una vecchia conoscenza già incrociata dalla Gdf nelle operazioni Argento vivo e Fort Knox.

L'organizzazione, ricorrendo al sistema noto come “frode carosello”, secondo l'accusa avrebbe creato una fitta rete di aziende in quattro Paesi (Spagna, Portogallo, Italia e Slovenia) ed operanti nei settori degli idrocarburi e dei metalli preziosi che hanno permesso a una società iberica riconducibile ad un italiano e beneficiaria finale dell'illecito, di non versare l'Iva (circa 20 milioni) dovuta sui proventi del commercio di idrocarburi, in quanto compensata, indebitamente, con l'Iva detratta sugli acquisti documentati da fatture false prodotte dalle altre società del gruppo, operanti nel settore dei metalli preziosi che, ricoprono i ruoli di “cartiere” e/o “aziende filtro”.

La Gdf, proseguendo le indagini, ha svelato il coinvolgimento nel sistema di frode anche di un'azienda aretina che, attraverso la vendita di oro puro, si prestava consapevolmente al riciclaggio di una parte dei proventi della frode perpetrata in territorio spagnolo nel biennio 2015/2016, nei confronti delle aziende spagnole e portoghesi riconducibili all'organizzazione.

L'organizzazione, al fine di riciclare i cospicui proventi illeciti delle frode, oltre ad essere entrata nel circuito delle gare motociclistiche mondiali, attraverso la sponsorizzazione di due team spagnoli della Moto Gp Uno, stava tentando un'analoga infiltrazione in Italia attraverso la sponsorizzazione di un team automobilistico, che gareggia nel campionato mondiale Fia Wtcc (World touring car championship, meglio noto come campionato del mondo turismo).

L'indagine condotta in collaborazione con il Gruppo di criminalità economica dell'Unità operativa centrale della Guardia Civil della Spagna, coordinata anche da Europol ed Eurojust, ha consentito di pervenire complessivamente in Italia alla denuncia a piede libero di quattro persone per i reati di associazione per delinquere, riciclaggio, autoriciclaggio ed emissione di fatture per operazioni inesistenti, oltre al sequestro di 26,4 chili di oro puro per un controvalore di 924mila euro. In Spagna e Portogallo sono state arrestate 20 persone, oltre al sequestro di 50 chili di oro per un controvalore complessivo di oltre 1,7 milioni.

lunedì 3 luglio 2017

Solvi Stubing


Bionda, spumeggiante, chi non ricorda la ragazza bionda della Birra Peroni nei caroselli mitici degli anni 60? Se ne va anche Solvi Stubing, 76 anni, la bella tedesca della nostra pubblicita', resa celebre piu' che dal cinema, 32 film in ruoli sempre o quasi minori, da una lunghissima e fortunata serie di caroselli che iniziarono con le regie di Francesco Maselli e proseguirono con Enrico Sannia, Giorgio Capitani, Moraldo Rossi. A Solvi bastava mettersi una parrucca nera e poteva interpretare altre decine e decine di serie.

La ricordo anche diretta dai fratelli Taviani per la BP. All'epoca era talmente famosa che forse proprio per questo il cinema non la chiamava per grossi ruoli. Ricordava troppo la birra e il mondo di Carosello. Nata a Berlino nel 1941 si sposta molto presto in Italia, dove diventera' una modella molto richiesta.

Al cinema la troviamo negli eurospy del tempo, Tiffany Memorandum, nei Franco e Ciccio Movies, Due mafiosi contro Al Capone, nei musicarelli, La battaglia dei Mods, negli spaghetti western, Lo sceriffo che non spara, Garringo e il ben piu' interessante Blindman a fianco di Ringo Starr ma purtruppo anche accanto a una cinquantina di altre ragazze. Sfiora la commedia all'italiana con piccoli ruoli in Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli, Operazione San Gennaro di Dino Risi,

Made in Italy di Nanni Loy, Trionfa nel cinema piu' basso, come il trashissimo Le sette vipere di Vincent Cascino, che e' forse il suo primissimo film. La ritroveremo qualche anno dopo in Le amazzoni, donne d'amore e di guerra di Alfonso Brescia, poi in Le deportate della sezione speciale come Frau Greta. Ha qualche soddisfazione in piu' in Le avventure di Gerarddi Jerzy Skoloimowski e in La banda del gobbo di Umberto Lenzi.

Alla fine degli anni 70 smise col cinema e divento' uno dei primi e piu' popolari volti delle tv private con la sua rubrica di cinema dove intervisto' davvero chiunque. Simpatica, gentile, sempre disponibile, non era affatto la ragazza oggetto pensata da Armando Testa per la Peroni, anche se cosi' funziono' benissimo. Chiamami Peroni, saro' la tua birra...

DIONIGI

  L’invenzione dell’Anno Domini L’opera di Dionigi il Piccolo ( Dionysius Exiguus ), monaco oriundo della  Scythia Minor  (l’odierna Dobrugi...