martedì 26 novembre 2024

DEMOCRAZIA

 "Democrazia: il Dio che ha fallito" di Hans Hermann Hoppe si presenta come un'opera intellettualmente provocatoria che sfida uno dei pilastri apparentemente più solidi del pensiero politico contemporaneo: la democrazia come sistema ideale e inattaccabile di governo.

L'autore, con una prosa rigorosa e analitica, smantella metodicamente l'aura quasi sacrale che circonda il concetto di democrazia nella società moderna. Il suo approccio non è quello della critica superficiale o della mera contestazione ideologica, ma si basa su un'analisi storica ed economica dettagliata che mette in luce le contraddizioni intrinseche del sistema democratico.
Particolarmente incisiva è la sua analisi del "contratto sociale", che Hoppe svela come una finzione giuridica mai realmente sottoscritta da alcuno. Attraverso un paradosso illuminante, l'autore arriva persino a suggerire che un sistema monarchico potrebbe essere preferibile alla democrazia - non tanto per proporre un ritorno alla monarchia, quanto per evidenziare le falle logiche del sistema democratico.
Il cuore della sua critica si concentra sulla natura coercitiva dello Stato moderno, brillantemente illustrata attraverso l'analogia del "rapinatore istituzionalizzato": lo Stato che, attraverso la tassazione, si appropria periodicamente dei beni dei cittadini, promettendo in cambio servizi non richiesti e spesso inefficienti. Questa metafora, nella sua semplicità, risulta particolarmente efficace nel mettere in discussione meccanismi che diamo per scontati.
La proposta alternativa di Hoppe - una società basata sulla libera associazione e sulla concorrenza tra individui - può sembrare radicale, ma viene presentata con argomentazioni concrete e esempi pratici che la rendono quanto meno degna di considerazione. L'autore delinea un sistema in cui i servizi tradizionalmente monopolizzati dallo Stato potrebbero essere forniti più efficientemente attraverso meccanismi di mercato volontari.
Il vero valore dell'opera non risiede tanto nelle soluzioni proposte, che possono essere condivise o meno, quanto nella sua capacità di instillare nel lettore un dubbio metodico su principi considerati intoccabili. Hoppe riesce nell'intento di far vacillare certezze consolidate, dimostrando come anche i sistemi apparentemente più solidi possano poggiare su fondamenta sorprendentemente fragili.
L'opera si distingue per il rigore argomentativo e per il coraggio intellettuale di mettere in discussione un dogma del pensiero politico contemporaneo, offrendo una prospettiva che, per quanto controversa, stimola una riflessione profonda sulla natura del potere politico e sulla legittimità delle istituzioni democratiche moderne.
Hans-Hermann Hoppe, nato nel 1949, ha studiato filosofia, sociologia, storia ed economia all'Universität des Saarlandes e alla Goethe-Universität di Francoforte. Dopo aver conseguito il dottorato e la Habilitation alla Goethe-Universität, si trasferisce negli Stati Uniti nel 1986 per studiare sotto la guida di Murray N. Rothbard. Ha insegnato in diverse università, tra cui la Johns Hopkins University e attualmente è professore di economia alla University of Nevada, Las Vegas. Distinguished Fellow del Ludwig von Mises Institute, Hoppe è noto per la sua difesa libertarian dei diritti di proprietà e ha fondato la Property and Freedom Society nel 2005. Autore di numerosi libri e articoli, ha sviluppato le sue teorie partendo dall'etica dell'argomentazione, influenzato da Jürgen Habermas e Karl-Otto Apel.

ASPASIA

 Tutti conoscono Socrate, ma non Aspasia di Mileto, che fu la sua maestra! Per tenere discorsi filosofici con l'élite maschile Aspasia pagò un alto prezzo personale.

Secondo Platone, Aspasia faceva parte degli ambienti intellettuali e politici del suo tempo ed era esperta di retorica.
L'origine ionica di Aspasia può spiegare sia il suo stile di vita libero che la sua formazione intellettuale.
Aspasia era compagna di Pericle e maestra di retorica nello stesso circolo. Si dice che abbia scritto la famosa orazione funebre di Pericle nel 430 e che appaia nei Dialoghi di Platone come maestra di Socrate. Esquines, nel suo dialogo socratico "Aspasia" la menziona come maestra sofista.
Fu anche insegnante di oratoria, come si legge nel Menesene di Platone.
Plutarco riconosce che Aspasia fu una figura significativa, sia politicamente che intellettualmente, ed esprime la sua ammirazione per una donna che diede ai filosofi l'opportunità di conversare con lei in termini esaltati e per lungo tempo»
Alla fine fu processata per impurità per aver corrotto le donne di Atene, dalla quale uscì indenne; c'è chi suppone che si sia sviluppato il primo movimento di emancipazione femminile."

domenica 24 novembre 2024

LA CONFESSIONE

 Nei primi secoli del cristianesimo, il sacramento della riconciliazione si svolgeva principalmente come rito pubblico riservato ai peccati gravi, quali l’apostasia, l’omicidio e l’adulterio. I penitenti confessavano i loro peccati davanti alla comunità, ricevevano una penitenza pubblica e, al termine di questa, venivano riconciliati dal vescovo, spesso durante la celebrazione pasquale. Questa pratica rifletteva la visione del peccato come una frattura nella comunione ecclesiale, che richiedeva un atto pubblico di riparazione. Fonti come la Didaché (I-II secolo) e i testi di autori cristiani antici, tra cui Tertulliano (De paenitentia, II-III secolo), confermano che la penitenza era un evento unico e pubblico per peccati particolarmente gravi.

Con il tempo, tuttavia, questa prassi si rivelò problematica. La severità della penitenza pubblica scoraggiava i fedeli dal confessare i peccati e rendeva difficile la riconciliazione per peccati considerati meno gravi. In risposta a queste difficoltà, a partire dal V secolo, i monaci celtici e irlandesi svilupparono una nuova forma di confessione privata. La prassi monastica, attestata nei libri penitenziali come il Liber de paenitentia di Finniano (VI secolo), proponeva la confessione individuale seguita da penitenze proporzionate al peccato. Questo approccio, inizialmente riservato alle comunità monastiche, divenne sempre più popolare anche tra i laici.
La diffusione della confessione privata in Europa continentale avvenne tra il VI e l’VIII secolo, grazie all’opera missionaria di monaci irlandesi come Colombano e i suoi seguaci. Le Synodorum libri canonici e i documenti conciliari del periodo mostrano come la pratica della confessione privata fosse accolta gradualmente, in particolare in Francia e Italia. Il Concilio di Chalon-sur-Saône (circa 644-650) sancì la legittimità della confessione ripetuta, contrapposta alla prassi tradizionale della penitenza unica. Nel IX secolo, il Concilio di Tours (813) nel canone 22 fa riferimento alla prassi confessionale come abituale, raccomandando ai presbiteri di assegnare penitenze adeguate ai peccati confessati, senza eccedere.
Le ragioni di questa transizione erano molteplici. La confessione pubblica, riservata ai peccati gravi, si dimostrava eccessivamente rigida e inaccessibile per i peccati quotidiani. Inoltre, la crescita delle comunità cristiane e l’espansione territoriale della Chiesa rendevano impraticabile il controllo penitenziale pubblico. Il modello celtico-irlandese, con il suo focus sulla guida spirituale e la penitenza personale, rispondeva meglio alle esigenze pastorali e spirituali dei fedeli.
Un momento decisivo nella storia della confessione fu il Concilio Lateranense IV (1215), che rese obbligatoria per tutti i fedeli la confessione privata almeno una volta all’anno. Questo decreto, contenuto nel canone 21 (Omnis utriusque sexus), stabilì definitivamente la prassi sacramentale della penitenza privata e ne sancì l’importanza nella vita religiosa cristiana.

giovedì 21 novembre 2024

IL TEMPO

 CRONOSCRATOR

E’ l’appellativo che nelle chiese romaniche dell’alto medioevo veniva dato a Cristo, scolpendo nella pietra la parola sotto la sua immagine. Vuol dire “Creatore del tempo”. In questa parola c’è tutto il senso di una rivoluzione culturale, o meglio di essere entrati in un nuovo mondo che, con quello antico, non aveva più nulla a che fare. Il tempo è la creazione stessa, come scrisse Sant’Agostino. Il tempo, dunque, è la vera realtà della nostra esperienza nel mondo. Per gli antichi non era così. Il tempo non è sostanza, ma accidente. E’ solo un riflesso del moto delle stelle che nella loro perenne rotazione circolare intorno ad un centro ben definito ci danno l’immagine illusoria di un cambiamento, di un passaggio; ma dove il tempo di rotazione di un cielo finisce, subito un altro tempo, perfettamente identico, inizia il suo corso e così eternamente. Il cosmo è un sistema perfettamente ordinato, nel quale tutto si muove in sincronia, come gli ingranaggi di un orologio e il tempo non è altro che la misura del moto stesso che regola le stelle e, con esse, i cieli nei quali sono incastonate. Per gli antichi la realtà era data dalla contrapposizione fra cose mortali, ossia le cose animate, e quelle immortali, ossia le stelle, gli Dei che generavano il moto dei cieli perennemente identico a se stesso. La contrapposizione era dunque fra le cose che subivano il moto, le anime, e quelle che lo generavano, gli enti eterni, le stelle, dette anche per semplicità gli Dei. Il tempo era una semplice conseguenza, non una causa. Del resto fedeli alla logica ferrea di Parmenide, per cui l’essere è e il non essere non è, non poteva esserci nessuna creazione, nessun passaggio dal non essere all’essere. L’essere esisteva da sempre e Dio null’altro che il principio ordinatore dell’essere stesso, quello che gli dà la forma di un cosmo.
L’idea di creazione implica quella del passaggio dal non essere all’essere. Come pensare una cosa tanto assurda se anche quando nominiamo il non essere in qualche modo diciamo che è? Riflettendo più a fondo rispetto alla logica lineare del sillogismo affermativo. Per quanto noi diciamo che l’essere è, sappiamo per intuito che anche il non essere, che per logica non può essere, in realtà in qualche modo è. In che modo? Nel modo dell’impossibile. Il non essere non può essere perché è impossibile che sia, dunque la creazione, ovvero il venire all’essere dell’essere, l’impossibile che si è fatto possibile, e perciò, come disse Agostino, “credo quian absurdum”. La creazione è un assurdo, ma solo l’assurdo può rendere conto del fatto che ci sia qualcosa piuttosto che niente. Dio che nasce, Cristo che s’incarna. La fede cristiana, l’assurdo che diventa l’unica risposta sensata di fronte al Creato. E il Creato allora cosa è? Un lampo che illumina se stesso per un attimo, non avendo altra realtà che il tempo in cui dura la luce. Questo per ogni singolo essere vivente, questo per l’intero universo. Qualcosa che non ha ragione di essere in sé, ossia è realtà priva di qualsiasi fondamento, ma la cui essenza è il tempo, inteso non come misura di un moto, ma come la durata di un consistere. In quest’ottica il tempo perde la sua finta natura di moto perenne, e si può mostrare per quello che realmente è: il limitato, ovvero ciò che sorregge le cose e al tempo le cancella, per cancellare, infine, l’intero Creato. La Creazione è questo. E’ il moto e la volontà di Dio, attraverso cui le cose sono modellate e cancellate. Gli uomini del medioevo lo sapevano, sapevano che quello che esperivano e che in genere viene chiamato essere nel mondo, in realtà era qualcosa di impossibile che era divenuto possibile e dunque se un evento talmente enorme era potuto accadere, doveva pur esserci anche una via d’uscita al fatto che nulla si era fatto reale nel tempo, quando poi il tempo rendeva nullo il reale stesso. Una ragione non ragionevole, ovvero non accessibile alla logica affermativa, ma ben presente nel profondo del vivente, cioè dell’anima, che nell’abisso dell’assurdo viene illuminata per il suo Bene, quello che sa che l’Essere, cioè l’Eternità, è l’unico Bene possibile.

MORTE

 De metu

Nella Fenomenologia dello Spirito, Hegel afferma che la morte è "Signora sovrana". La vita ha come sovrano la morte, pertanto, per usare una metafora di sapore politico, la vita è tale perché è in condizione di sudditanza nei confronti della morte. Essa governa la vita, non solo nel senso che il fine della vita è la morte, ma più ancora nell'orientare il suo corso prima ancora che la morte abbia fatto il suo lavoro. La storia dell'uomo è la storia della sua paura della morte, dei modi che ha escogitato per tenerla a bada e dei condizionamenti che ha accettato perché non fosse oggi, ma domani. Senza la paura della morte non ci sarebbero schiavi, non ci sarebbero città fortificate, non ci sarebbero scoperte scientifiche, non ci sarebbero medicine e guaritori. Più di tutto non ci sarebbero gerarchie, non ci sarebbero capi e gregari.Bene, ad un certo punto della storia un piccolo gruppo di uomini si convinse che la morte era un'illusione, che non si moriva sul serio. Il figlio di Dio era venuto in terra a darne dimostrazione sensibile. Dio da sempre aveva decretato che tutto ciò che era stato toccato dallo Spirito non sarebbe più morto. Questo piccolo gruppo di uomini viveva nei confini di un grande impero che, per principio, aveva fatto della tolleranza delle religioni un cardine della sua politica di dominio. Un eminente suo grande capo aveva persino eretto un tempio a Roma, il Pantheon (Tutti Gli Dei - Tutto il Divino), a celebrare il fatto che a Roma tutti gli Dei erano ammessi o - se vogliamo - che c'è un unico Dio per tutti e che ognuno lo chiami come vuole, che a Roma non interessa avere il monopolio del nome di Dio.Roma esisteva perché aveva fatto della paura della morte, più di qualsiasi altra nazione, il perno su cui erigere sia al suo interno che sul suo esterno l'ordine di cose che ne aveva decretato la sovranità sul mondo intero. Nella sapienza con cui distribuiva vita e morte, stava la sua forza, la sua immensa capacità di esercitare il comando ovunque. Grazie alla tua paura della morte, la morte che ti prometteva se... ma ti risparmiava se invece..., ti teneva in vita alle condizioni che lei e solo lei dettava. E questo spiega tutto. Spiega l'odio per i Cristiani, la sola religione che fosse bandita, quella il cui carattere peculiare era una modesta agape fra credenti, la lettura di qualche memoria del loro Maestro, una vita di ascesi dai piaceri di questo mondo, senza però esagerare. Se l'odio fosse stato per questo stile di vita, allora a Diogene e ai seguaci della scuola cinica cosa avrebbero dovuto fare? No, non questo, ma il fatto che i Cristiani dicevano che la morte non esiste, o meglio che non è la "Signora sovrana", che ciò che è nato allo Spirito non lo è solo adesso, ma lo è per sempre, è immortale. Un colpo basso, voleva dire diroccare l'impero stesso, come effettivamente accadde. I Romani, che in fatto di politica non li batteva nessuno, se ne accorsero subito. Se qualcuno metteva in discussione la morte, metteva in discussione Roma. Adesso è lo stesso. Il grande campo di concentramento che è oggi il mondo, questo immenso sistema di sorveglianza e di dominio che vuole tutti schiavi e, al tempo, riconoscenti gaudenti dei divertimenti che elargisce, come un tempo le immense plebi di disgraziati che Roma governava, è stato reso possibile perché la Signora sovrana è tornata a governare il cuore di tutti e il timore della morte l'unica preoccupazione che affatica il sentire delle moltitudini sedentarizzate e scolarizzate. Negli spot, con cui ti affogano in un profluvio di immagini, la fanciulla, con occhio ebete e sorriso domato, sbocconcella avida un cioccolatino, ma subito dopo, nell'altro spot, un camice bianco ti mostra il misurino con cui devi misurare la glicemia... L'essenza di una civilizzazione. Se ci fosse solo un pugno di Cristiani, finirebbe come un tempo a Roma.(P.S. Si pensi alla vicenda Covid, la più grande recita politica con canovaccio tematico: la paura della morte)

martedì 19 novembre 2024

MOSAICO MEGIDDO

Il Mosaico di Megiddo, considerata la prima “prova fisica” del cristianesimo, sarà visibile fino a luglio 2025 al Museum of the Bible di Washington.

 

L’opera, risalente al III secolo, è stata rinvenuta nel 2005 durante la costruzione di una prigione a Megiddo, a nord di Israele: considerata la più importante scoperta dai tempi dei Rotoli del Mar Morto, il mosaico è datato 230 d.C., periodo antecedente all’editto di Milano voluto da Costantino.

mosaico di megiddo 7MOSAICO DI MEGIDDO 7

Il mosaico è un importante tassello per il comprendere gli albori del cristianesimo in terra santa e si pensa facesse parte del pavimento di una stanza in cui si riunivano i fedeli a pregare, già prima delle strutture della Chiesa che si sono sviluppate nei secoli successivi.

 

Il mosaico raffigura un altare per la celebrazione dell’Eucarestia e il disegno di due pesci, simboli primitivi del cristianesimo. Presenti anche tre iscrizioni in greco.

mosaico di megiddo 4MOSAICO DI MEGIDDO 4

La prima è dedicata a Gaiano, un centurione romano, appellato come “nostro fratello”, che finanziò il pavimento.

 

La seconda iscrizione è dedicata a cinque donne che, probabilmente, avevano un ruolo importante nella comunità. Nella terza compaiono le parole “Dio Gesù Cristo”, specificando che a lui è dedicato il tavolo.

Si tratta della dimostrazione della fede nella divinità di Gesù, decenni prima dei principali concili della chiesa.

domenica 10 novembre 2024

IL PANE

 Maurizio Di Fazio per il “Fatto quotidiano”

 

Storia del pane. Un viaggio dall’Odissea alle guerre del XXI secoloSTORIA DEL PANE. UN VIAGGIO DALL’ODISSEA ALLE GUERRE DEL XXI SECOLO

Da Omero che ci eternò come “mangiatori di grano o di pane” al Dio del Nuovo Testamento che si fece “pane vivo, disceso dal cielo”. E poi “dacci oggi il nostro pane quotidiano”, fulcro della preghiera cattolica, o il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. […] Tuttavia, non di soli rimandi ultraterreni è fatta questa Storia del pane. Un viaggio dall’Odissea alle guerre del XXI secolo, scritta da Gabriele Rosso per Il Saggiatore.

 

[…] I numeri dicono di un’inversione di tendenza: se nel 1980 si consumavano, in Italia, circa 84 chilogrammi di pane pro capite all’anno, nel 2024 questa cifra è precipitata a 30”, cioè circa 80 grammi al giorno. Lontana l’era in cui i prodotti di origine farinacea “potevano determinare il 70-80% della dieta”. Sarà che, intorno al 1780, pagnotte et similia erano “11 volte meno care della carne macellata e 65 volte meno del pesce di mare fresco”, mentre adesso possono costare un occhio della testa.

 

Tutto iniziò con la nascita dell’agricoltura in Mesopotamia e specialmente tra gli egizi: lì il pane contribuì “alla costruzione delle piramidi, sfamando migliaia di lavoratori”. Niente male nemmeno il link con i misteri eleusini dell’antica Grecia, in cui si consumava “un pane dal potere psichedelico a base di segale cornuta”. […]

PANEPANE

 

Eccoci agli assalti ai forni dell’età moderna, come nei Promessi sposi di Manzoni: “Le strade di Milano ribollivano di fame e di rabbia, e alcuni cominciarono a depredare i garzoni”. Pure il protagonista dei Miserabili di Hugo finisce in carcere per aver rubato un pane. […] E pur non essendo mai stata proferita da Maria Antonietta, la celebre frase “se non hanno più pane, che mangino brioche” riassume bene lo spirito della Rivoluzione francese. Mentre le manifestanti che gridavano “vogliamo il pane, e anche le rose”, sono quintessenza proto-femminista.

 

PANEPANE 

L’excursus di Rosso si apparecchia infine sulle tavole del 900: le rivoluzioni scientifiche e tecnologiche (dalle mietitrici meccaniche alle intuizioni di Pasteur e di Christian sulla fermentazione) tirano la volata all’avvento del pane universale e facile, industriale, asettico, privo di gusto, perfetto per nutrire le masse e i soldati in guerra. Il già affettato e insalubre (perché pieno di additivi) Wonder Bread giunge a conquistare, negli anni 30, il 90% del mercato. Assurdo, ma vero.

PANE 11PANE 11

 

Molto meglio il pane azzimo, non lievitato, della tradizione ebraica. Fino al golpe soffice e croccante degli ultimi anni, con la rimonta della pasta acida e del lievito madre e il rinascimento della panificazione artigianale: la rivincita del pane nero su quello bianco. Una volta il primo era appannaggio dei poveri e il secondo status symbol della nobiltà e della borghesia. Oggi è l’esatto contrario, e nei mesi di confino domestico del Covid ci reinventammo campioni del pane fatto in casa. […]

IMPERATORI ROMANI

  Imperatore Regno Dinastia / periodo Note Augusto 27 a.C.–14 d.C. Giulio-Claudia Ottaviano; primo imperatore Tiberio 14–37 Giulio-Claudia C...