domenica 5 maggio 2024

ORTODOSSI

Oggi i cristiani ortodossi festeggiano la Pasqua.

Per capire le ragioni della differenza di date con la Pasqua cattolica, bisogna risalire al 4 ottobre 1582, quando papa Gregorio XIII con la bolla papale "Inter gravissimas" apportò la riforma del Calendario.
Papa Gregorio era bolognese e si chiamava Ugo Boncompagni, uomo allegro e molto vitale, uno studioso che prima di prendere i voti aveva insegnato materie giuridiche ed era anche diventato padre di un figlio. Durante il suo pontificato ispirò i progetti di un bel po’ di opere architettoniche e fece avviare la costruzione del Palazzo del Quirinale. Ma il suo nome è soprattutto legato alla riforma del Calendario.
L’antico Calendario era del tutto sfasato rispetto al percorso del Sole. Andava assolutamente modificato. Prima di prendere una decisione, Papa Gregorio formò una commissione di specialisti, lui la chiamò congregazione. L’uomo di maggior prestigio che ne faceva parte era il gesuita tedesco Cristoforo Clavio, astronomo e grande matematico. Tradusse gli Elementi di Euclide in latino. A sua volta Matteo Ricci, missionario in Cina e allievo di Clavio, dal testo latino ricavò una traduzione in lingua cinese. Di conseguenza i matematici cinesi ebbero l’opportunità di studiare la geometria euclidea grazie a padre Clavio che aveva reso il testo comprensibile a Ricci.
Non è casuale se fra gli astronomi e i matematici scelti dal Papa per studiare la questione del Calendario c'erano padre Clavio e altri gesuiti. Appartenevano a un ordine religioso molto esperto in dispute ideologiche e scientifiche perché una delle regole che il fondatore della Compagnia di Gesù, Ignazio di Loyola, aveva imposto ai suoi seguaci era lo studio e la conoscenza.
Tornando alla questione del Calendario. Il vecchio Calendario non funzionava più perché risaliva a vari secoli addietro e si basava su calcoli poco precisi. Era il Calendario giuliano, così definito perché lo aveva promulgato Giulio Cesare.
Nell’Antica Roma vigeva fin dai tempi di Numa Pompilio un Calendario lunare, basato appunto sulle fasi della Luna che, come sappiamo, si svolgono in un arco di tempo inferiore al mese. Questo aveva provocato con il volgere dei decenni uno scarto di alcuni mesi rispetto alla reale posizione del Sole. Allora Giulio Cesare, come ci informa Plinio il Vecchio, decise di porci rimedio e nel 46 avanti Cristo cambiò tutto, spostando il Calendario di tre mesi in avanti per allinearlo alla posizione del Sole. Il nuovo Calendario non era più collegato alle fasi lunari, ma si basava sulla cadenza delle stagioni. Aveva, però,un grosso difetto, risultava leggermente più lungo rispetto al cammino del Sole.
Il 21 marzo 1581 papa Gregorio, su consiglio degli astronomi della commissione, andò a verificare di persona l’immagine luminosa del Sole che doveva cadere su un punto centrale della meridiana che quel giorno indicava l’equinozio di primavera. Invece il raggio toccava un punto lontano ben 60 centimetri dalla linea del vero equinozio.
Dai tempi di Giulio Cesare, un pezzetto ogni anno, il tempo era scappato in avanti di 10 giorni. In pratica l’equinozio era avvenuto 10 giorni prima. Non era solo un inconveniente che si rifletteva sullo svolgimento della vita civile,ma era soprattutto un grave problema religioso, perché la Pasqua cadeva sempre più in anticipo e tutte le festività più importanti finivano con l’essere celebrate in date sbagliate.
Il Papa si convinse e decise di rimettere in ordine l’andamento del tempo cancellando 10 giorni. Nel 1582 si saltò dal giovedì 4 ottobre al venerdì 15 ottobre, senza alterare la regolare successione dei giorni settimanali.
La cadenza di mesi e anni avviene ancora oggi secondo il Calendario gregoriano che rimarrà valido per almeno altri 4.700 anni prima di rendere necessario un aggiustamento.
La Chiesa ortodossa della Russia e di alcuni altri Paesi non ha mai voluto adeguare il vecchio al nuovo Calendario ed ecco la ragione per cui festeggia la Pasqua in una data diversa da quella cattolica e invece del 25 dicembre festeggia tuttora il Natale il 7 gennaio.

sabato 4 maggio 2024

FASSINO

 "La vicenda Fassino ci aiuta a comprendere meglio la natura umana. La nostra vera natura quella che nascondiamo a noi stessi. Dunque se quello di cui lo accusano è vero, l’uomo e la vicenda dovrebbero al massimo farci sorridere su quanto la natura umana è soggetta a potenze che le sfuggono al punto di far compiere a chiunque azioni al tempo folli e autodistruttive. Azioni totalmente irrazionali che portano rischi indicibili e completamente gratuiti. Ora è evidente che un uomo della fama e dell’influenza sociale come Fassino che per una boccetta di profumo mette a rischio la sua credibilità, il suo ruolo sociale e politico, dovrebbe appunto farci concludere che siamo foglie secche al vento spinte in ogni direzione da forze a noi ben superiori e in nessun modo controllabili. Figuriamoci se mai potremmo controllare la società, il mondo, la pace e la guerra, la natura. Qualunque non imbecille si accorge infatti che uno che aveva leve di potere in mano enormi, che poteva appropriarsi facilmente di somme e beni immensi, che tuttora gode di stipendi e possibilità di ottenere benefici economici di ogni tipo del tutto legalmente solo spinto da qualche divinità maligna e sconosciuta potrebbe rischiare il tutto e per tutto per 100 euri. O forse che nella natura umana c’è un tale bisogno di rischio che nessun piacere è più grande di quello di sfidare la sorte per un premio inesistente, ovvero che affrontare un rischio enorme in cambio di nulla è il premio di se stesso. Di contro una folla immensa dichiara di avere una natura universalmente buona e onesta, di essere generosa e comprensiva, razionale e giusta, ma come un branco di cani rabbiosi si butta a sbranare l’osso e accompagna sghignazzando un povero vecchio alla gogna se non al capestro. Che possibilità ha l’umanità di passare se non da una follia all’altra, da un disastro all’altro? Nessuna. Solo in un altro mondo, di certo non questo."

IL WEST

 Il West termina a mezzanotte

Nel saloon c'erano state giornate migliori. Specie al sabato. Fin dal mattino. Il White Lady spandeva per le vie di Taos, New Mexico, un tale pulsare di buone vibrazioni che si sentivano persino a Dodge City, Kansas. Baldoria allo stato integrale, che volava felice su nuvole di fumo di polvere da sparo. Puttane con la ridarella frenetica che schiamazzavano parolacce irripetibili sulle spalle di qualche gentiluomo con le brache di pelle di buffalo mentre le portava in camera su per le scale. Puzza di whisky e di piscio di cavallo che la tagliavi con il dito. Vaqueros in estasi che sparavano in alto agli angeli e a volte anche ne beccavano qualcuno. Testate, pugni, coltelli scuoiabisonti piantati sul bancone. Urla, giubilo, insulti, vetri rotti, orgasmi.
Quel sabato 31 dicembre 1899, per la prima volta in vita sua, il reverendo Taylor entrò a mezzogiorno in punto al White Lady.
Nessuna sorpresa, come se niente fosse; nessuno che alzasse la testa a rimarcare l'enormità del fatto.
" Cosa le do da bere, Reverendo, whisky o camomilla", disse il barista. Una volta, con una battuta così, il pianista si sarebbe messo a strimpellare all'impazzata, le puttane a ballare un can-can indiavolato, mostrando culo e cosce a cani e porci, i gentiluomini di fortuna a offrire bottiglie di champagne messicano a tutta l'allegra compagnia, sparando in aria a sottolineare quanto si erano strafogati dal ridere. Adesso niente, solo un po' di imbarazzo per tutti, come se uno avesse scoreggiato ad una veglia funebre.
Il Reverendo, tossicchiò per schiarirsi la voce e vincere l'imbarazzo. "Ragazzi, sapete perché sono qui, e sapete quanto mi sia costato essere entrato in un luogo del genere. Ma ho dovuto farlo. L' ho dovuto fare per il bene di tutti, perché nessuno faccia inutili pazzie contro la realtà."
"E cosa sarebbe la realtà? Quello che dichiara e vuole il governo?" Sibilò amaro Harry Doc Mc Guire, ex cacciatore di bufali, ex sceriffo a Tombstone, ex giocatore di professione, e, al momento, vista la situazione, in cerca di nuovo impiego.
Lo sceriffo Frank Bannon s'irrigidì e diede di gomito al suo vice, Johnnie Pikes, 22 anni spesi male a sorvegliare ubriachi messi al fresco e a inchiodare sui muri bandi di taglia su ricercati mai trovati. Erano seduti su di un tavolo d' angolo discosto dal quale si aveva sottocchio tutta la scena. Ma non ce n'era bisogno. L' ambiente era totalmente mogio e assente. Nessuno avrebbe fatto proprio niente, nemmeno una sedia contro una vetrata. Harry Doc aveva fatto la sua sparata per questioni di noblesse oblige e la faccenda finiva lì. Nessuno avrebbe tirato fuori la pistola, nessuno avrebbe fatto resistenza quando sarebbe arrivata la cavalleria.
Le due puttane che non erano partite con le altre, dati i raggiunti limiti d'età, sperando, dopo tanta carità fatta in città, in un posto come cameriere nel nuovo locale Hamburgers & Chips, avevano gli occhi lucidi. Anzi Rossella piangeva proprio, ma nascondeva le lacrime con un fazzolettino in mano sugli occhi. Al tavolo, in mezzo a loro, Jimmy Carson, 17 anni, nessuna voegia de lauraà, ma tanta tanta di figa che gli usciva dagli occhi sotto forma di stelline luminose e dalle orecchie sotto forma di campanellini tintinnanti a tous les heures du jour et de la nuit.
"Vedi Rossella - le diceva - ho messo via il mio gruzzolletto, a forza di portare mandrie di vacche a Kansas City, e con questo possiamo arrivare a San Francisco. Lì compriamo due biglietti per nave per la Bolivia e sai quanto west c'è ancora in Bolivia? Da impazzire...."
Il Reverendo Taylor si sentì tuttavia in dovere di rispondere alla provocazione di Harry Doc Mc Guire.
" Signor Mc Guire, mi permetta di dissentire. Non è il governo che ha stabilito che alla mezzanotte di oggi il west debba finire, bensì il calendario. E io sono qui per spiegarvelo. Il governo semplicemente prende atto del calendario e provvede in termini legislativi a rendere efficace la cosa. Il calendario non lo ha creato il governo, ma Dio stesso. La Bibbia dice che c'è un tempo per ogni cosa. C'è un tempo per vivere e uno per morire, c'è un tempo amare e uno per odiare, c'è un tempo per seminare e uno per raccogliere, c'è un tempo per pisciare e uno per cagare, c'è un tempo...."
"E dacci un taglio, vecchia cornacchia". Urlò un cow boy del ranch del signor Peterson.
iI prete si zittì livido di rabbia e volse lo sguardo allo sceriffo. Questi si alzò lento e disse: "Chi interrompe ancora il Reverendo finisce in cella".
"Grazie sceriffo, ma credo non ce ne sia bisogno. Mi pare che questi bravi ragazzi siano solo un poco sconcertati dalle novità, ma stiano capendo che ci sono cose più cose in cielo... Dunque, figlioli miei, dove eravamo rimasti?"
Una voce dal fondo: "Al tempo in cui bisogna andare a cagare" .
" Si certo. C'è un tempo per ogni cosa; è il Signore che ha stabilito che il tempo del west è finito. Ci ha dato un secolo di vacche grasse per domare questa immensa terra selvaggia. Ci ha permesso di cavalcare da nord a sud, da est a ovest come più di pareva, di mangiare carne di bisonte quanto più ne avevamo voglia, di cercare oro, argento, rame in ogni montagna che incontravamo, di vivere come meglio ci pareva come veniva veniva, di farci giustizia da soli pistola contro pistola, di allevare mandrie immense di vacche o piantare il mais in campi grandi quanto interi stati, di non avere padroni se non quelli ai quali ci piaceva obbedire, di non avere nessuno a cui rispondere se non a noi stessi. Ebbene questo tempo è passato, oggi Dio ci assegna un altro tempo, quello ...."
"Di andare a fare in culo."
Adesso tutti riconobbero la voce baritonale di Simon La Rue, proprietario di un ranch di 10.000 acri e 20.000 capi di bestiame. "Vede Reverendo, le cose sono quelle che sono, lo abbiamo capito tutti che è stato un bel gioco, ma che adesso è finito. Il governo non ha più bisogno di noi e dunque tira giù la saracinesca. E' inutile che lei voglia indorare la pillola. È finita e basta. Io vendo tutto e parto per l'Australia piuttosto che star qui a farmi dire come devo vivere dagli ometti del governo. E visto che qui ci sono stato bene e sono ricco, mi permetto di offrire a bere a tutti fino a quanto possono reggerlo, prima che arrivi la cavalleria a mettere sotto le ali del governo tutto quanto. Offro da bere a tutti anche quegli indiani Apaches, là nell'angolo."
I quattro Apaches Coyotero , accovacciati per terra vicino all'ingresso, alzarono gli occhi riconoscenti e fecero per lanciarsi verso il bancone. Ma un pistolero da quattro soldi appena arrivato da Yuma estrasse la sua arma contro di loro e disse: “Nessun sporco muso rosso beve, dove bevo io".
Lo sceriffo Bannon fu più veloce. Teneva una doppietta a canne mozze nascosta sulle ginocchia sotto il tavolo e la puntò contro l'uomo, mentre il suo vice si alzava con la mano sul fodero della pistola: "Getta quell'arma, non sta a te decidere chi può bere o non bere qui dentro". L'uomo posò la sua Colt sul bancone e il barista la mise al sicuro sotto di esso.
Bannon proseguì: "Qui siamo in un paese libero e siamo nella proprietà del signor Gray che ha, nel suo locale, la licenza per vendere alcolici a chi vuole. È lui che decide chi beve e chi non beve nella sua proprietà. Signor Gray vuole o non vuole che questi musi rossi bevano come ha offerto loro il signor La Rue?"
"Vedi Frank, - disse mister Gray - quando ti hanno eletto sceriffo per la terza volta, ho capito che non poteva essere un caso o un errore. La gente qui ti ha scelto perchè sapeva che razza di idiota sei e come ti poteva manovrare a piacimento. Solo un coglione senza speranza come te può dire 'siamo in un paese libero'. Un paese tanto libero che prima della mezzanotte tutti voi dovrete depositare su questo bancone i cinturoni con le pistole, gli speroni, che fanno tanta inumana bua al pancino del cavallo, non potrete salire a cavallo se avrete bevuto un bicchierino di whisky e, in ogni caso, dovrete avere con voi la paletta e il sacchetto di iuta per raccoglierne la merda che seminano per strada. Io dovrò chiudere questo baraccone, poichè il gioco d'azzardo sarà vietato, le ragazze potranno essere assunte solo come cameriere, e il whisky servito solo ai maggiorenni e solo dalle 18 alle 20. Mio nonno, che visse in Alabama, mi diceva che gli schiavi, al confronto di quello che ci preparava il governo, erano dei gran signori. A loro nessuno si sarebbe sognato di imporre una vita da malati".

venerdì 3 maggio 2024

BULGAKOV E STALIN

 «Michail Afanas’evic Bulgakov?». «Sì, sì». «Adesso le parlerà il compagno Stalin». «Cosa? Stalin, Stalin?». «Sì, le parla Stalin. Salve, compagno Bulgakov». «Salve, Iosif Vissarionovic». «Abbiamo ricevuto la sua lettera. L’abbiamo letta con i compagni. A tal proposito riceverà una risposta positiva... Ma è proprio vero che lei chiede di andarsene all’estero? Siamo stati così cattivi?». «Ho pensato molto negli ultimi tempi se uno scrittore russo possa vivere fuori dalla sua patria. E mi sembra di no». «Ha ragione. Anch’io la penso così. Dov’è che vuole lavorare? Al Teatro d’Arte?». «Sì, volevo. Ne avevo parlato, ma ho ricevuto un rifiuto». «E lei invii loro una richiesta. Penso che accetteranno. Noi dovremmo incontrarla, parlare con lei». «Sì, sì, Iosif Vissarionovic, ho molto bisogno di parlare con lei». «Bisogna trovare il tempo e incontrarci, necessariamente. E ora le auguro ogni bene». 

Della conversazione telefonica fra Stalin e lo scrittore conosciamo il resoconto conservato da Elena Sergeevna, la terza moglie di Bulgakov. È il 18 aprile 1930, il giorno dopo i funerali di Majakovskij a cui anche Bulgakov ha partecipato. Il suicidio del poeta della rivoluzione ha destato grande emozione, forse Stalin decide di chiamare lo scrittore, ormai fortemente sgradito agli apparati del partito, per non aggravare la situazione, per non dare l’immagine di un regime che perseguita gli intellettuali (pochi anni prima si erano uccisi Sergej Esenin e Andrej Sobol’). La lettera di cui Stalin parla è quella inviata da Bulgakov al «governo dell’Urss», il 28 marzo, per denunciare l’accanimento della stampa sovietica nei suoi confronti. Vorrebbe lavorare in un teatro, scriveva, ma se anche questo è impossibile, allora chiede il permesso di espatriare. Dopo la telefonata, il 10 maggio, Bulgakov otterrà un posto come assistente regista al Teatro accademico dell’arte di Mosca. 

Mikhaíl Bulgakov in una foto del 1940
I guai, per lo scrittore, erano cominciati nel 1925, proprio per il racconto «Cuore di cane», giudicato impubblicabile per la satira sull’uomo nuovo sovietico. Nel maggio del 1926, la polizia politica Ogpu perquisisce l’appartamento di Bulgakov e requisisce il suo diario e due copie dattiloscritte di «Cuore di cane». Seguirà la triste odissea delle sue opere teatrali («I giorni dei Turbin», dal romanzo «La guardia bianca», «L’appartamento di Zoja» e «L’isola purpurea») che, nonostante il successo, finiranno per essere ritirate. La commedia «La corsa», giudicata da Stalin «un fenomeno antisovietico», non ottiene il nulla osta. Nel 1929 Bulgakov chiede il permesso di andare all’estero, che gli viene negato. Poi, in ottobre, insieme ad Anna Achmatova, Zamjatin e Pasternak, esce dall’Unione panrussa degli scrittori. Quell’anno, dirà in seguito, fu «l’anno del mio annientamento come scrittore». 

Nessun suo libro è più pubblicato dal ’25, e ora anche i suoi lavori teatrali spariscono. All’inizio del ’30, brucia alcuni suoi manoscritti, fra cui le prime redazioni del «Maestro e Margherita». Negli anni a seguire, se lo stipendio del Teatro d’arte gli consente di sopravvivere, la maggior parte dei suoi progetti sarà bocciata. 

E Stalin? Dopo aver salvato la vita a Bulgakov, sappiamo che farà un’altra celebre telefonata. A Boris Pasternak, il poeta che aveva protestato per l’arresto di Osip Mandel’stam. È il giugno 1934, il colloquio è meno cordiale. Quando Stalin gli chiede se Mandel’stam è suo amico, Pasternak risponde imbarazzato: «I poeti raramente sono amici, sono gelosi l'uno dell’altro, come belle donne. Noi due ci muoviamo su cammini del tutto diversi». La replica di Stalin è gelida: «Noi bolscevichi non rinneghiamo i nostri amici».

BULGAKOV

 La prima volta che andai a Mosca, al Cremlino c'era Gorbaciov. I russi non lo amavano. Dicevano: "Piace solo a voi occidentali".

Ma di Gorbaciov mi interessava poco. Avevo desiderio di andare a vedere gli stagni Patriarsie, resi famosi da "Il Maestro e Margherita" di Michail Bulgakov (per la verità li aveva citati anche Tolstoj in Anna Karenina).
Scoprii che in realtà, nonostante sia usato il plurale, di stagno ce n'è uno solo, bello grande. Circondato da un parco molto ben tenuto.
Camminando fra gli alberi, veniva da chiedersi chissà in quale punto Bulgakov aveva immaginato, sotto i tigli, l'incontro del critico Berlioz e del poeta Ponyrev con il misterioso Woland.
Che grande libro. Bulgakov lo compose nell'arco di 12 anni. Contiene molteplici significati. C'è l'illusione dell'uomo di continuare a sognare sempre nuove conquiste, a elaborare sempre nuovi progetti. C'è la critica all'ideologia comunista che si illude di poter pianificare tutta l'esistenza umana, senza considerare gli aspetti interiori, amore, spirito, libertà intellettuale. Nonostante le sue critiche feroci al regime, Stalin nutriva per Bulgakov una certa simpatia, gli impedì di lasciare la Russia, ma non lo perseguitò.

giovedì 2 maggio 2024

FELICITA'

 Non è vero che la felicità è un momento, anche se lo diciamo tutti, con il sollievo mesto delle mezze vie, delle spiegazioni assolutorie. Non è vero che è un caso, che non richiede sforzo, che è una specie di grazia, un fatto di predestinazione.

È felice chi fa ciò per cui è nato: chi trova il proprio dàimon (il demone), il fuoco che l'accende, e lo realizza secondo misura, senza farsene sopraffare, rispettando i propri limiti. Così pensavano i greci e, come loro, Umberto Galimberti, che della disciplina necessaria alla ricerca di quel demone, il conoscersi, ha fatto uno dei punti cruciali del suo pensiero, della sua vita.
HEIDEGGER
HEIDEGGER
Domani compirà ottant' anni, è tra i filosofi e psicanalisti italiani più noti del nostro tempo, ha scritto decine di libri, il primo quando era ancora un professore di filosofia di liceo, aveva ventisei anni, era il 1975. Si intitolava Heidegger, Jaspers e il tramonto dell'occidente, era lungo ottocento pagine. Lo chiamo per dirgli che vorrei intervistarlo, ride e mi domanda se il mio sia un «tentativo di necrologio anticipato». Finisce o comincia quasi tutte le risposte alle mie domande così: «Io sono greco, capisce perché sono greco?».
Se sa definirsi, significa che si conosce, e se si conosce, significa che è felice.
«Le dico chi sono: non un grande pensatore, ma uno che sa fare delle belle sintesi di pensieri che già esistono. Ero nato per questo? Credo proprio di sì. E allora sì, per come i greci intendevano la felicità, sono stato e sono felice».
Si è mai sentito smarrito?
umberto galimberti
UMBERTO GALIMBERTI
«Mai. Proprio mai. Lo smarrimento nasce quando non raggiungi un obiettivo che ti proponi, e allora perdi la meta. Non ho mai desiderato niente: ho detto di sì alle offerte della vita. Quando mi sono laureato, sono andato a insegnare al liceo. Quando, dopo 15 anni, mi sono reso conto che io invecchiavo ma gli studenti avevano sempre la stessa età, sono andato da Emanuele Severino, il mio maestro, e gli ho chiesto se ci fosse posto per me in università. Ho fatto un concorso, l'ho vinto, ho cominciato ed è diventata la mia vita, senza che ci avessi puntato».
ragazzina depressa
RAGAZZINA DEPRESSA
Ma non viviamo per uno scopo, per un obiettivo?
«Viviamo per un senso, e la domanda di senso si è molto accentuata in questi anni: lo abbiamo confuso con lo scopo, che è ciò a cui l'era della tecnica, il nostro tempo, ci impone di mirare. E così diventiamo dei funzionari di apparato, dimentichiamo la nostra parte irrazionale, e tutto ciò che irrora: l'amore, la fantasia, il dolore, tutte cose che per la tecnica sono pericolose, e che però sostanziano l'essere umano».
Non vede un tentativo sempre più forte di smarcarsi da quella vita da funzionari?
«Può darsi, ma accade spesso per rassegnazione. Il futuro non è più una promessa: è diventato una minaccia o, se vogliamo essere più gentili, qualcosa di imprevedibile: non retroagisce più con la motivazione.
UMBERTO GALIMBERTI
UMBERTO GALIMBERTI
Ecco perché tanti ragazzi si domandano: perché mai dovrei studiare? A che serve? Sono convinto che quelli che si drogano lo facciano per anestetizzarsi dall'angoscia che deriva loro dal guardare al futuro. È l'ospite inquietante del nichilismo, quello è inutile mettere alla porta perché già da tempo si aggira per la casa, e che non ci resta che guardare bene in faccia».
Cosa vede se lo guarda bene in faccia?
«Vedo che le persone soffrono e, quando le ascolto, mi dicono tutte la stessa cosa: si percepiscono come funzionari di apparato. Capiscono che la loro responsabilità non è in quello che fanno ma è nell'osservanza perfetta degli oneri imposti loro dall'apparato. È una responsabilità esclusivamente verticale, ed è quella inaugurata dal nazismo. Quando Gitta Sereny chiese a Franz Stangl, capo del campo di Treblinka, in Polonia, cosa avesse provato, lui non rispose, e lei glielo chiese decine di volte, finché lui non disse: non ero incaricato di provare qualcosa, ma di far funzionare il sistema.
campo di sterminio a treblinka
CAMPO DI STERMINIO A TREBLINKA
Era un perfetto funzionario. Come noi, che infatti veniamo continuamente sondati da algoritmi che non ci dicono chi siamo, ma a cosa serviamo. Guardiamo gli altri e noi stessi solo sotto il profilo dell'utilità, ed è così che l'uomo scompare».
Sa che la maggior parte di articoli che parlano di lei cominciano con "Come si fa a"? La filosofia non dovrebbe creare il problema anziché risolverlo?
«È un grosso equivoco, e infatti io non rispondo mai, nemmeno nella mia rubrica su D di Repubblica: se mi viene posto un problema, lo amplifico, perché sì, La filosofia irrobustisce le domande, più che fornire risposte. Heidegger diceva che le risposte chiudono la domanda, che quindi deve essere ampliata».
UMBERTO GALIMBERTI
UMBERTO GALIMBERTI
Perché ha portato in Italia la consulenza filosofica?
Perché si ammalano i corpi, la mente, ma pure le idee. E più si ammalano e peggio ci comportiamo. Allora, parlare con un filosofo, che per mestiere ragiona sul senso delle cose, può aiutare a sanarle».
La provoco: lussi da occidentali.
«Astrazioni. Ma le astrazioni sono l'invenzione occidentale per eccellenza. Con la parola albero noi indichiamo tutti gli alberi del mondo, che pure sono diversi, ma noi prescindiamo dalla loro forma sensibile e badiamo all'idea.
beethoven
BEETHOVEN
Gli orientali invece badano all'unicità e alla singolarità: per loro esiste quell'albero preciso, unico e insostituibile, così come per un bambino è unico e insostituibile il suo orsacchiotto. Ecco perché io non credo che occidente e oriente siano contrapposti: credo semplicemente che l'uno, l'oriente, sia la preistoria dell'altro, l'occidente».
Esiste ancora l'identità occidentale?
«Certo. L'America ce l'ha».
E l'Europa?
«Certo. La cultura. Noi ascoltiamo Beethoven, leggiamo romanzi francesi, studiamo Kant. Da sempre».
UMBERTO GALIMBERTI
UMBERTO GALIMBERTI
Ma?
«Ma a livello politico non siamo che una sommatoria di stati, impigriti dal potere degli Stati Uniti. Per questo temo che alla fine di questa guerra si configurerà una nuova Yalta: Russia e Cina si spartiranno le aree di influenza. E noi, che non ci siamo dotati nemmeno di un ministero degli Esteri, non potremo che subire».
Che pessimismo.
«Vede, questo è tipico dell'occidente: pensare che il futuro sia per forza bene e il passato sia per forza male. Anche il cattolicesimo, il marxismo e la scienza hanno sempre creduto che andando avanti l'uomo non potrà che progredire. È un'illusione, e mi sembra che la dimostrazione sia sotto i nostri occhi».
Mi descrive il suo migliore amico?
«Non ho amici. L'amicizia non mi ha mai interessato, trovo che sia una forma decaduta dell'amore».
karl marx 1
KARL MARX 1
E cos'è l'amore?
«Follia. E dualità. Noi viviamo la singolarità o la pluralità, per questo non sappiamo più amare».
Il suo più grosso limite?
«Non riesco a seguire la trama di un film. Quando ne guardavo alla tv con mia moglie, aspettavo la pubblicità così che lei potesse spiegarmi cosa fosse successo. L'ultima volta che sono andato al cinema era il 1960».
A vedere?
«La dolce vita. Mica male».

 Sarebbe ora di dare una rinfrescata all’immagine scolastica di Gabriele d’Annunzio.

UN GIOVANE GABRIELE D'ANNUNZIO
UN GIOVANE GABRIELE D'ANNUNZIO
Riassumiamo: grande poeta ma vacuo, grande narratore ma derivativo, grande personaggio pubblico ma contiguo al fascismo. Per quanto sia possibile cadere in qualche equivoco, perché d’Annunzio è larger than life, gli studi dicono ormai cose completamente diverse. Eugenio Montale non apprezzava l’abruzzese ma ammetteva che non si poteva fare poesia nel Novecento senza “attraversare” l’opera di d’Annunzio.
(...)
Quando l’alleanza con la Germania si fece stretta, ecco saltare fuori d’Annunzio, nettamente contrario al legame con Adolf Hitler e il nazismo. Cosa avrebbe detto il vate nel previsto discorso all’Accademia d’Italia, principale istituzione culturale del regime? D’Annunzio ne aveva accettato la presidenza nel 1937 ma non aveva mai presenziato a una riunione. Poi aveva deciso di parlare, alla fine del 1938. Il regime temeva che avrebbe detto qualcosa di inaccettabile nella nuova situazione diplomatica. La morte di Gabriele d’Annunzio, il 1° marzo 1938, a qualcuno probabilmente fece tirare un respiro di sollievo.
UN GIOVANE GABRIELE D'ANNUNZIO
UN GIOVANE GABRIELE D'ANNUNZIO
In D’Annunzio. La vita come opera d’arte (Rizzoli, pagg. 290, euro 27), Giordano Bruno Guerri, presidente del Vittoriale, offre una avvincente biografia del poeta-soldato, estremamente aggiornata e arricchita da un importante apparato fotografico: sono ancora migliaia le lastre che attendono di essere stampate. Il Vittoriale sta provvedendo, e nel volume potrete vedere un ricco assaggio di questo lavoro.
La morte dunque. Guerri ritiene, come ha anche scritto sul Giornale, che qualche indagine ulteriore andrebbe condotta sulla figura dell’ultima cameriera del Vittoriale, una altoatesina di Bolzano, chiamata Emma. La donna prese il posto di amante in carica e potrebbe aver avuto un ruolo da chiarire nella morte del poeta. Overdose di cocaina? Avvelenamento? Si dovrebbero riesumare i resti e condurre qualche analisi approfondita. Oppure è meglio lasciar riposare il Vate. Fatto sta che Emma, dopo un periodo al servizio di Costanzo Ciano, filo-tedesco, si trasferì in Germania. Una leggenda vuole che sia entrata al servizio di Ribbentrop, futuro ministro degli Esteri del nazismo.
GABRIELE D'ANNUNZIO
GABRIELE D'ANNUNZIO
D’Annunzio è sempre pieno di sorprese. Eccone una. Guerri: «C’è, in un cassetto della camera da letto al Vittoriale, una scatoletta che la prima volta aprii con raccapriccio. È piena di riccioli di pelo pubico, di svariati colori e forme. “Ma guarda che maniaco”, pensai. Poi un giorno incontrai uno storico della transumanza - esistono - e mi spiegò che i pastori abruzzesi (Ah perché non son io co’ miei pastori?) prima di partire per la lunga migrazione tagliavano un ciuffetto alla moglie e lo portavano sul cuore, segno d’intimo amore, non di libido».
Ed ecco che un aneddoto spalanca un mondo da indagare, sul quale esistono ancora pochi e pionieristici studi, ad esempio I sacrifici umani.
D’Annunzio conosceva personalmente Antonio De Nino, archeologo abruzzese. Affascinato dal folclore, conosciuto nel corso degli scavi, De Nino getterà le basi della antropologia italiana. Il poeta e lo studioso viaggeranno, nel 1896, tra Scanno, Sulmona e Anversa degli Abruzzi. D’Annunzio raccoglierà molto materiale, poi disseminato in opere diverse. De Nino pubblicherà studi su usi e costumi del folclore abruzzese e resterà in contatto con d’Annunzio al quale suggerirà numerosi spunti. L’archeologo studierà riti sacri, favole, rimedi medici e la vita del santone Oreste De Medicis, riecheggiata dall’amico scrittore nel romanzo Il trionfo della morte (1894).
GABRIELE D'ANNUNZIO A CAVALLO
GABRIELE D'ANNUNZIO A CAVALLO
Il poeta, nelle vecchie favole tradizionali, coglieva risvolti apertamente simbolici e intuiva la presenza di uno spazio oscuro dove si nascondevano i fantasmi della violenza e della crudeltà. Vanno rilette alla luce di queste conoscenze opere come Le novelle della Pescara, antologia di racconti che sfoggia gioielli neri come Il cerusico del mare o La morte del duca d’Ofena, chiaramente giocati sul ruolo del sacrificio (umano) nelle società ancestrali poi trasfigurato nei riti della modernità.
giordano bruno guerri d annunzio cover
GIORDANO BRUNO GUERRI D ANNUNZIO COVER
Nell’Archivio del Vittoriale si conservano 34 pagine di appunti datati «1906» dall’autore. Il titolo è I Sacrifizii Umani. Lo scrittore annota i testi sacri in cerca degli episodi in cui appare un sacrificio. È possibile che d’Annunzio avesse svolto il lavoro di documentazione in vista della immaginata biografia della più grande tra le vittime volontarie: Gesù. Non ne farà niente. Intanto, però, d’Annunzio stesso ci ha fornito le prove di un interesse per niente passeggero. Non sarebbe sbagliato, anzi: andrebbe indagato, quanto la consapevolezza di certi meccanismi abbia influenzato anche l’attività da oratore e da politico.
D’Annunzio è il «mago» che incanta la folla dal balcone ma è anche il «sacerdote» consapevole di quanto sia importante suggestionare la folla con la ritualità, leggera o solenne, dei festeggiamenti pubblici, che infatti erano centrali nella vita di Fiume occupata.

MORIRE

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