lunedì 18 dicembre 2023

GLI EBREI

 Forse è vero che il tempo è galantuomo, come una volta si diceva, ovvero che restituisce a tutti quello che in realtà sono.

Oggi lo vediamo perfettamente con gli Ebrei.
Zampilla fuori un odio a priori per gli Ebrei che fino a qualche anno fa non osavano manifestare. Eppure c’era sempre stato, ben compresso nel loro cuoricino infame.
Più uno è ignorante, più uno stupido, più manifesta un odio senza limiti per gli Ebrei
Li odia perché li odia, punto e basta. Ieri come oggi, siccome non possono odiare i loro veri padroni, e, soprattutto, non possono odiare la miseria della loro mente, odiano gli ebrei, perché li odiano, punto e basta.
Sono quegli esseri di mente tanto stretta e di ignoranza tanto atavica che li odiano a prescindere, persino oltre il limite del ridicolo, accusandoli di ogni infamia.
Li odiano perché proiettano nel loro miserabile immaginario inconscio tutto quello che non sono e quello che vorrebbero essere.
Sono stupidi, ma chiamano la loro stupidità, ingenuità e buona fede; sono impotenti, ma chiamano la loro impotenza, onestà; sono vendicativi e feroci, ma chiamano il loro odio giustizia; sono volgari, ma chiamano la loro volgarità semplicità .
Così proiettano negli Ebrei tutto quello che non sono e vorrebbero essere, attribuendo loro un’intelligenza superiore, quella che loro non hanno, ma volta al male e all’inganno.
E’ così dal medioevo.
Quando passò per la Renania la cosiddetta Crociata dei Pezzenti, quella spontanea, guidata da Pietro l’Eremita e da Gualtieri senza Averi (un nome, un programma), i vescovi tedeschi, che erano anime superiori, salvarono, dando loro rifugio nelle loro proprietà, migliaia di Ebrei che altrimenti sarebbero stati massacrati da quell’orda di fanatici benpensanti.
Ovunque vai a vedere, nel corso del tempo, e ti accorgi che più uno ignorante, meschino, figlio di esseri senza storia, e più manifesta un odio folle, insensato, irragionevole, violento oltre ogni limite per gli Ebrei.
Così fu per tedeschi, per i polacchi, per i baltici e gli ucraini del secolo scorso. Vai a vedere chi erano e ti accorgi che erano in tutti i sensi la feccia della società.
Gli italiani? Lo stesso, lo vediamo ben oggi.
Solo che essendo vili, tirano fuori la loro odiosa ignoranza solo quando sono sicuri di farla franca, adesso che sanno che i musulmani sono il futuro e loro saranno i loro dhymmi.
Alfredo Morosetti

I DOLORI DEL GIOVANE WERTHER

Quando scrisse “I Dolori del Giovane Werther”, Goethe aveva 24 anni, la pubblicazione del libro, l’anno successivo, fu un evento non semplicemente confinato entro il piccolo mondo della letteratura, ma divenne un fatto di costume senza precedenti.

Il Werther divenne il vademecum esistenziale di un’intera generazione di giovani tedeschi istruiti; e, nel giro di brevissimo tempo, lo divenne anche della più parte giovani di buona famiglia, e dunque in grado di leggere, di tutta Europa.
Non ha alcuna importanza cosa Goethe avesse realmente voluto comunicare ai lettori con quella sua operetta giovanile; quale fosse il suo contenuto più intimo e più vero, magari da leggersi fra le righe. Ciò che conta fu come la gioventù europea lo lesse, quali contenuti vi volle trovare.
Fu il testo nel quale trovava giustificazione la ribellione permanente dei giovani contro i vecchi; dell’individuo contro il collettivo, ovvero l’ordine sociale e le sue regole; che trovò nell’inseguire sentimento, libero e spontaneo, contro l’obbligo e la convenzione, la chiave di volta per la felicità.
Parimenti inizia la favola del giovane incompreso, il vittimismo universale di una mente libera e aperta contro l’opprimente stantio insieme di convenzioni che governano lo scambio sociale. Regole meschine e assurde che tarpano le ali a chiunque abbia idee e generoso senso del vivere.
Nella raffigurazione dei giovani dell’epoca, il sentire era l’espressione più nitida dell’anima quella che ne definiva la natura e generava la forza con cui si sarebbe stati al mondo in un certo modo piuttosto che in un altro.
La felicità è sentire di volere e potere essere liberi; ma sentirsi liberi è essere felici. È libero chi segue il suo sentire, ma non puoi sentire il tuo sentire - il tuo vero sentire - se non sei libero.
È una rivoluzione culturale di enormi proporzioni, quella che ha disegnato una volta per tutte il senso comune del mondo moderno riguardo alle ragioni che rendono lecito l’agire di ciascuno. Se l’azione è espressione di un sentimento generoso, sincero e onesto, non solo è lecita, ma è la benvenuta non può che rendere tutti migliori, anche coloro che non ne sono direttamente investiti, ma semplici spettatori.
Del resto buona parte della letteratura femminile di successo, dall’ottocento ai giorni nostri, si regge su questo mito. Il romanzo come “Il padrone delle ferriere” non poteva essere scritto senza che nel senso comune si desse per scontato che è un sentimento genuino dovesse e potesse far crollare qualunque barriera sociale, qualunque distanza fra le anime. …
Lotte è fidanzata con Albert, un giovane serio e assennato quanto lei, in definitiva il miglior partito che potesse trovare in vista del matrimonio, quello che le avrebbe assicurato e garantito il compimento di quello che era lei stessa, la realizzazione concreta di quello che era il suo profondo desiderare: una famiglia sorretta da solide fondamenta di ordine affettivo e pratico, ossia totale abnegazione ai ruoli ben definiti di moglie e marito dei due contraenti il matrimonio, rispettosa osservanza degli obblighi sociali, dedizione assoluta al lavoro, spettante ai due coniugi. Insomma l'antica saggezza della cultura popolare trovava nella coppia Lotte/Albert il suo modello ideale: ci si sposa non per passione ma per un condiviso sentimento di affetto e per unione di intenti e intendimenti. Il suo scopo è la durata in grazia del massimo livello di armonia che le inclinazioni caratteriali di una certa coppia possono offrire.
E' in questo contesto di relazioni umane, strettamente legate alla tradizione, che viene a inserirsi Werther. E naturalmente le fa esplodere, ma non nella forma diretta e dirompente per cui tutti gli impegni presi, gli obblighi consuetudinari fra promessi sposi, vengono cancellati in nome di una reciproca passione fra amanti di tale forza, da trasportarli su di un altro piano di realtà, liberandoli di ogni obbligo verso gli altri. No, avviene esattamente nella forma opposta, in modo indiretto, attraverso l'annichilimento del soggetto della passione, ossia di Werther, che, vedendo l'impossibilità di una via d'uscita ragionevole al suo desiderare, si suicida. Il messaggio, almeno come fu letto dai contemporanei, fu inequivocabilmente questo: che giustizia, e dunque quale bene, possiamo trovare in un ordine sociale le cui istituzioni antepongono il gelido calcolo dell'utile al nobile sentire del cuore? Che felicità potremo mai trovare nel sottometterci a regole dettate dal bisogno della società di conservare se stessa, quando rimuovono il principio stesso da cui sgorga ogni possibile felicità umana, ossia il diritto, anzi il dovere, di seguire il proprio sentimento, quando questo sorge spontaneo e innocente da un cuore puro e libero da qualunque meschino calcolo d'interesse?
Werther è il prototipo dell'incompreso, la figura sociale che ha sostituito quella più antica del peccatore, rimpiazzandola in forma rovesciata.
Se la vicenda del peccatore imponeva lo snodarsi della trama letteraria di ogni racconto verso la redenzione, la figura dell'incompreso prevede la messa sotto accusa permanente dell'ordine sociale esistente e l'esaltazione del giovane che ne diviene vittima proprio perché assolutamente superiore alla meschinità grazie alla quale l'uomo comune si associa ai suoi simili e fa della comune convivenza una ragnatela di regole inderogabili e asfissianti.Werther si suicida, come Didone abbandonata. Ora questo epilogo è interessante sotto molti punti di vista.
In primo luogo, la valutazione morale del suicidio stesso. Il suicidio non è concepibile nel mondo medioevale, cioè Cristiano. Nessuno si sarebbe suicidato per amore e non perché fosse semplicemente un tabù etico. Dante non si suicida, scrive la Divina Commedia; Petrarca, il Canzoniere. Lo scopo dell'amore non era la soddisfazione di un desiderio, ma un mezzo, una via per accedere a un desiderio d'amore ancora più vasto e totalizzante, quello di Dio nel quale trovare la verità della propria esistenza.
Dunque quando Werther si suicida siamo davvero fuori dal mondo Cristiano. Il gesto viene letto secondo criteri che a tutt'oggi rimangono invariati. E' un gesto "folle", come in genere si dice, ma in fondo comprensibile, dunque meno folle di quanto retoricamente si dica e, in fondo, accettato perché accettabile. Perché? Perché il desiderio, il proprio soggettivo desiderio di felicità, è l'unica realtà riconoscibile come sensata, l'unica alla quale possiamo dare un nome. Tutto intorno opacità e impenetrabilità.
E’ una chiave di volta che guida il nostro stare al mondo. Si vive per essere felici, naturalmente; ma si è felici solo inseguendo e realizzando i propri desideri. E i desideri sono l’altro nome con cui diciamo di sentire, di provare, dei sentimenti. La modernità è questo. Siamo soli col nostro desiderio, completamente soli, e proprio non c’è nulla che possiamo inventarci come compagno, quando abbiamo fatto del desiderio l’ancora di salvataggio del nostro stare al mondo.
Alfredo Morosetti

CONTRO IL PAPA

 Lucetta Scaraffia per “La Stampa”

 

lucetta scaraffiaLUCETTA SCARAFFIA 

Non c’è dubbio che per papa Francesco il più bel regalo di compleanno sia stata la sentenza che condanna il cardinale Becciu. Tre anni fa l’aveva dichiarato colpevole in base alle accuse di un settimanale, togliendogli le cariche che aveva e le prerogative cardinalizie, sicché per Bergoglio sarebbe stato veramente grave se il lungo e tormentato processo che ne è seguito si fosse concluso con un’assoluzione.

 

bergoglio papa francescoBERGOGLIO PAPA FRANCESCO

In realtà il rischio c’era, ed era forte, perché Becciu è stato condannato per colpe sulle quali a giudizio di quasi tutti gli osservatori presenti alle lunghe sedute processuali , il dibattimento ha gettato molti dubbi decisivi: e questo nonostante il papa stesso sia intervenuto ben quattro volte durante il processo a cambiarne le regole per renderle più utilizzabili a danno dell’imputato.

 

Tutti sanno che in uno stato di diritto cambiamenti di questo tipo non sono ammissibili a procedimenti già in corso, ma in Vaticano il papa re ha sempre ragione e lo stato di diritto è evidentemente una merce sconosciuta.

 

papa francesco a santa maria maggiorePAPA FRANCESCO A SANTA MARIA MAGGIORE

Quanto appare diverso, oggi, Jorge Mario Bergoglio dal pontefice eletto dieci anni fa: […] si presentò […] come un modesto prete di città, che non riusciva ad abituarsi al lusso del Vaticano […] Scelse di abitare in un albergo, di muoversi con un’auto modesta, di viaggiare portando a mano in una vecchia borsa il suo bagaglio di carte varie. Tutte scelte che stupirono e in generale piacquero molto, tranne che in Vaticano dove non mancarono di creare molte complicazioni cerimoniali nonché molti problemi relativi alla sicurezza del pontefice.

lucetta scaraffiaLUCETTA SCARAFFIA

 

Così cominciò subito la sua contrapposizione al mondo curiale, che Bergoglio stesso ha provveduto ad esacerbare con atti di riforma confusi e spesso contraddittori. In sostanza un papa che in pubblico parla tanto di spirito sinodale all’interno del suo piccolo Stato ha avviato pratiche di comando da papa re, ignorando gli organi tradizionali che avrebbero dovuto condividere le sue scelte – in primis la Segreteria di stato – per sostituirli con persone scelte personalmente, spesso al di fuori delle gerarchie ecclesiastiche e spesso dopo un breve lasso di tempo licenziate.

 

Ma l’effetto di questo modo autocratico di governare si è visto solo con il passare del tempo. Nei primi anni una serie di interventi imprevisti e felici […] gli hanno assicurato la simpatia del pubblico […] Un papa con il cuore in mano […] questa è stata nei primi anni l’immagine pubblica di Bergoglio. Costruita anche con molte abili interviste […]

 

PAPA FRANCESCOPAPA FRANCESCO

La sua enciclica più nuova e importante è stata senza dubbio la Laudato sì, in cui il Papa ha abbracciato il progetto della lotta ambientalista, accettandone in modo un po’ acritico le tesi, ma operando una innovazione importante. Francesco infatti ha messo davanti agli occhi di tutto il mondo una realtà nascosta: cioè che a pagare i costi dell’inquinamento non erano i paesi ricchi, […] ma i poveri […] Questa è stata senza dubbio la sua stagione più felice.

PAPA FRANCESCOPAPA FRANCESCO

 

[…] Francesco piace di più ai non credenti che ai cattolici, […] in Europa le chiese infatti si svuotano sempre più in fretta, e la Chiesa assume sempre più l’aspetto di una istituzione alla deriva. Certo, si tratta di una crisi in cui di sicuro c’entra non poco lo scandalo degli abusi sessuali su minori e su religiose emersi i[…] Rispetto a questo problema, Bergoglio ha scelto una strategia […] a lui familiare: a parole condanne durissime, nella realtà appoggio sostanziale e perfino dichiarazioni di solidarietà quando gli abusatori sono suoi amici.

papa francescoPAPA FRANCESCO

 

Proprio come succede con le donne: solenni dichiarazioni sulla loro importanza nella vita della Chiesa, sulla necessità di aprire loro ruoli importanti, ma poi nella pratica assegnazione ad esse di cariche non troppo influenti, e le designate scelte sempre per la loro obbedienza […]

 

Con le donne Bergoglio ha spesso anche applicato un metodo usato per altri temi: proclamare come aperture innovative fondamentali trasformazioni che in realtà sono già in atto da anni, come ad esempio la nomina delle donne al lettorato. La stessa cosa è accaduta anche a proposito della possibilità di battezzare i trans: quando mai infatti un cristiano ha rifiutato il battesimo a una persona che voleva cambiare vita accettando la morale cattolica?

PAPA FRANCESCOPAPA FRANCESCO 

 

Ancora: ha proclamato che bisogna dare la comunione alle ragazze madri: ma mi chiedo, chi mai gliela aveva tolta? Il fatto è che la crescente ignoranza della tradizione religiosa da un lato e una stampa molto compiacente dall’altro, gli permettono abitualmente di celebrare ognuna delle dichiarazioni suddette come altrettante aperture innovative.

 

In politica estera, […] ha avuto successo, direi, solo la felice definizione del Papa di “terza guerra mondiale a pezzi”, mentre i suoi tentativi di mediazione hanno rivelato la sua difficoltà a nutrite prospettive diverse da quella tipiche di un argentino imbevuto di pregiudizi antiamericani. In realtà Francesco è stato molto abile ad evitare temi che suscitano polemiche, come quelli relativi alla bioetica, sui quali infatti si è pronunciato assai raramente e sempre in modo rigorosamente tradizionale.

 

papa francesco - giornata mondiale degli anzianiPAPA FRANCESCO - GIORNATA MONDIALE DEGLI ANZIANI 

Solo la sua consolidata immagine pubblica di innovatore ha fatto sì che i media lasciassero ogni volta cadere nell’ombra queste affermazioni, così come è avvenuto per esempio per quelle contro l’aborto. Dopo quasi undici anni, insomma, i nodi di un pontificato spesso contraddittorio, che ha liquidato una tradizione curiale che pure qualche merito forse lo aveva se la Chiesa esiste da duemila anni, stanno venendo tutti al pettine. […]

domenica 17 dicembre 2023

IL TORRONE

 Gemma Gaetani per “La Verità”

 

torrone 8TORRONE 8

Se dovessimo comporre il paniere dei dolci di Natale, certamente non potrebbero mancare panettone e pandoro. Ma c’è un altro elemento immancabile […] è il torrone. Il torrone classico ha una consistenza tra il croccante e il duro, c’è poi il torrone morbido. Entrambi sono ricoperti, sopra e sotto, da uno strato di ostia.

 

Nell’epoca contemporanea, quel velo […] è stato sostituito da una copertura in cioccolato. E non c’è solo il torrone ricoperto di cioccolato, c’è anche […]: il torrone di cioccolato […] una tavoletta di cioccolato delle stesse misure del torrone che di solito contiene nocciole.

 

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[…] Sulle origini del torrone ci sono due piste principali, le quali, a ben guardare, potrebbero non escludersi a vicenda. Quella anticoromanista e quella arabista. Andiamo per ordine.  Secondo alcuni il torrone arriva in Sicilia tramite gli Arabi. Il torrone infatti somiglia ai dolci di cui parlano gli studiosi di medicina di Baghdad Ibn Butlan e Ibn Jazla e l’arabo andaluso Abenguefith Abdul Mutarrif nei loro manoscritti. Dalla Sicilia, il torrone sarebbe poi penetrato nel resto d’Italia, in principal modo a Cremona, dove ancora oggi è un prodotto fondamentale: […] Vi arrivò, secondo alcuni, tramite la traduzione del libro di Mutarrif operata da Geraldo da Cremona.

 

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Secondo altri, cavallo di Troia sarebbe stata la traduzione dei testi di Baghdad ad opera di Giambonino da Cremona. Secondo altri ancora, il torrone sbarca al nord tramite l’imperatore Federico II di Svevia, che soggiornò spesso a Cremona nel corso delle sue campagne militari antinordiche. C’è anche la tesi secondo cui il torrone fece il suo esordio a Cremona il 25 ottobre del 1441 per il matrimonio di Bianca Maria Visconti e Francesco Sforza, su idea dei cuochi di corte che vollero creare un dolce a forma della famosa torre campanaria locale, il Torrazzo di Cremona. C’è poi l’altra pista, che è quella antico-romana.

 

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Nella seconda guerra sannitica, 321 a.C., i Sanniti di Gaio Ponzio sconfissero i Romani con un inganno e poi li fecero anche passare sotto i gioghi: le lance incrociate a Caudium, oggi Montesarchio, […] hanno dato origine alla metafora delle forche caudine […] la leggenda vuole che dopo la sujugatio i Romani non mangiassero più e che i Sanniti si adoperarono per far tornare loro l’appetito - li volevano umiliati, non morti - offrendo un dolce irresistibile.

 

torronciniTORRONCINI

 Il nome di quel dolce fatto di albume, miele e semi, il cuppedo attestato anche da Marco Terenzio Varrone, riecheggia in quello di preparazioni simili contemporanee […] Sono tutti piccoli torroncini: c’è la cupeta valtellinese, morbida e sottile, fatta con due strati di ostia che racchiudono miele e nocciole in granella, c’è la cupeta leccese fatta con mandorle e zucchero, c’è la copeta del reatino, di forma romboidale, fatta con miele e noci tritate racchiuse in foglie di alloro, e quella abruzzese, la cupét, in cui l’albume con lo zucchero si mescola sia con le nocciole per fare il torroncino e poi glassa, immacolato, la superficie del torroncino stesso.

[…]

 

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Secondo molti, queste copette sono eredi dirette, sia dal punto di vista linguistico, sia da quello formale della ricetta, del cuppedo/cupedia antico-romano, dal verbo cupio, col senso di ghiottoneria e di cosa desiderata. Esiste una folta costellazione di questi torroncini cloni negli ingredienti e nei nomi, ma secondo alcuni il nome - e la cosa - da cui essi prenderebbero le mosse sarebbero sempre arabi, dall’arabo kubbeit. Va anche detto, però, che il kubbeit era fatto col mosto d’uva. Insomma, […]

 

 la sua funzione principale: conservare per l’inverno frutta secca e semi oleosi per dare energia nella stagione che, fredda e poco luminosa, richiede al corpo di incamerare più calorie perché il corpo ne brucia di più per riscaldarsi e per tenersi efficiente come quando c’è il sole caldo e persistente a lungo in primavera o estate.

 

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[…]

 Dal punto di vista della salute e del benessere, questo dolce natalizio va considerato, appunto, un dolce. Il fatto che il torrone sia più piccolo del panettone o del pandoro non vuol dire che se ne possa mangiare uno intero. Vero è che se ne consuma un tocchetto di un parallelepipedo da 100, 200, 250 g, un tocchetto che dunque corrisponde a 10 o 20 g e non i 100 g di una fetta di pandoro o panettone che pesano 1 kg. Ma se 100 g di panettone hanno circa 320 calorie e 100 di pandoro, invece, circa 360, 100 g di torrone possono avere dalle 400 alle 600 calorie. Non sono affatto poche. […]

 

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Perciò è importante restare sempre sul tocchetto di torrone, mangiarne pochi grammi, non centinaia. […]  Zuccheri e grassi la fanno da padrone, grassi cosiddetti buoni, certo, gli insaturi della frutta secca, per lo più, che proteggono da diabete, ipercolesterolemia ed obesità, ma non bisogna esagerare perché questa frutta secca è letteralmente annegata negli zuccheri, i grassi e le proteine dell’albume, nella cioccolata se il torrone è di cioccolato e anche nella cioccolata se è uno dei due tipi precedenti ricoperto di cioccolata.

 

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Il torrone dall’impatto più leggero sulla nostra linea e sulla nostra salute è quello tradizionale di albume, zuccheri (miele o zucchero) e frutta secca, se è il mandorlato contiene mandorle non pelate, quindi abbiamo anche un ulteriore pochino di fibre. Più ingredienti aggiungiamo, più aumentiamo calorie. Queste ultime derivano per una buona parte da zuccheri, perciò il diabetico deve evitare il torrone. Anche il celiaco deve evitare il torrone fatto con ostia normale, che contiene glutine. Esistono specifici torroni per celiaci con ostia fatta di fecola di patate o senza ostia e realizzati in cucine che non lavorano glutine.

torroncini 1TORRONCINI 1

 

Chi ha problemi di colesterolo alto può pensare al via libera perché nel torrone non c’è tuorlo, ma va sempre ricordato che anche un eccesso di zuccheri non fa bene all’ipercolesterolemico, quindi il consiglio è di mangiare, eventualmente, davvero poco torrone. […]

sabato 16 dicembre 2023

IL PRESEPE

 Marino Niola per “Il Venerdì di Repubblica”

 

il presepe 2023 di piazza san pietroIL PRESEPE 2023 DI PIAZZA SAN PIETRO 

Compie ottocento anni, ma non li dimostra. Il primo presepe nasce, infatti, la notte di Natale del 1223 dalla beata creatività di san Francesco. Che ebbe l'idea di vestire gli abitanti di Greccio, in provincia di Rieti, con i panni della Sacra Famiglia, completa di bue e asinello. […] in realtà col passare del tempo il presepe si è allontanato sempre di più dalla originaria severità francescana. Diventando una sorta di giocattolo devoto, dove si mescolano sacro e profano, messaggio universale e colore locale.

 

presepe 7PRESEPE 7

[…] Ad Acireale i pastori somigliano ai pupi. In Alto Adige la grotta di Betlemme si trasferisce sulle Alpi e la Sacra Famiglia è scolpita nel legno. Le crèches francesi hanno come scenario i monti della Provenza. E in Germania i pastori della Krippe vestono i panni dei montanari bavaresi. Mentre quelli dei presepi latinoamericani indossano i tradizionali costumi andini. E la savana, con gli animali selvaggi, fa da paesaggio ai presepi africani.

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A Napoli, considerata la capitale mondiale del presepe, la nascita di Gesù Bambino ha come sfondo il Vesuvio, le montagne appenniniche e le rovine di Pompei. Ed è proprio nella città partenopea che nel Settecento la rappresentazione della Natività diventa quella sacra ammuina che lo rende sempre più popolare o, meglio, sempre più pop. Dove lo spettacolo della folla variopinta finisce quasi per metter in secondo piano la dimensione religiosa. Il risultato è che la grotta di Betlemme si trasferisce nel ventre di Napoli. E trasforma la Natività in un grande teatro di popolo. In una recita corale da Natale in casa Cupiello.

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[…] Certo è che a Napoli siamo a distanza siderale dall'invenzione umile e scarna del Poverello di Assisi.

All'ombra del Vesuvio comanda il demone barocco dell'iperbole che mescola le storie, sovrappone le scene, aggiunge personaggi. A immagine e somiglianza della concitata umanità partenopea e del suo feroce attaccamento alla vita. È il Vangelo in dialetto. Così un dogma astratto e impervio come quello dell'Incarnazione raggiunge anche i cuori più semplici.

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Trasformando Dio in una creatura, anzi in un criaturo come si dice nella città dove i figli so' piezz'e core.

Ma è proprio questa spettacolarizzazione, che trasferisce la Galilea alla Sanità, all'origine della fortuna planetaria del presepe partenopeo.


[…] se il presepe del Poverello d'Assisi rappresenta la Natività, quello di Napoli rappresenta l'umanità. E quest'anno papa Francesco ha affidato a due artigiani partenopei, Cantone e Costabile, il compito di realizzare il presepe dell'ottocentenario in piazza San Pietro. Dodici pastori a grandezza naturale tra i quali lo stesso Poverello, più altri tre francescani. È un modo per aggiornare la lettera del Vangelo riconoscendo al patrono d'Italia e al suo ordine la paternità del presepe. […]

venerdì 15 dicembre 2023

CLEOPATRA

 Corrado Augias per “il Venerdì - la Repubblica”

 

ALDO SCHIAVONE - CLEOPATRA UNA DONNAALDO SCHIAVONE - CLEOPATRA UNA DONNA

Con “Cleopatra. Una donna” (Einaudi), lo storico Aldo Schiavone completa la trilogia (o trittico) che ha già visto in libreria Spartaco e Ponzio Pilato. Due uomini e una donna, tutti collegati a vicende chiave della storia romana, tenuti insieme soprattutto dal fatto di essere "figure in penombra dove la luce è data solo dall'interpretazione". Dei tre personaggi quello che ha probabilmente più bisogno di "interpretazione" è proprio lei, Cleopatra.

 

La vulgata la conosce come una regina avida di piaceri, eroica nella morte cercata; Dante la cita due volte, la prima nel V canto dell'Inferno (Paolo e Francesca) con la secca definizione "Cleopatràs lussurïosa". La regina egiziana non si negò certo quel tipo di piaceri, politicamente però fu ben altro […]

 

Questa greca nata in Egitto (67 a.C.) arrivò a sfiorare la possibilità d'impadronirsi del mondo, progetto immane […] Meretrix regina, secondo Properzio, ma non solo; politica di una visione che, se realizzata, avrebbe spostato a oriente l'asse politico e culturale dell'Impero Romano.

 

Questo saggio ha due pregi; il primo è la competenza dell'autore, storico di grande esperienza; il secondo, la qualità della scrittura, di andamento più narrativo che saggistico. Le pagine che descrivono l'idillio tra la regina e Cesare restituiscono non solo l'incanto del rapporto ma un'esperienza che «permise a Cleopatra di diventare completamente se stessa».

 

ELIZABETH TAYLOR NEL FILM CLEOPATRAELIZABETH TAYLOR NEL FILM CLEOPATRA

Non esita l'autore a richiamare le palpitanti descrizioni erotiche di Lucrezio per rendere la temperatura passionale di quell'unione. Poi c'è Antonio naturalmente, ma è tutta un'altra storia chiusa dalla sconfitta navale di Azio (31 a.C.) che spinse entrambi al suicidio […] Si apre così la strada per il trionfo di Augusto, unico, tra l'altro, sul quale il fascino della regina aveva fallito.

venerdì 8 dicembre 2023

NAPOLEON

 

HOW RIDLEY SCOTT TOOK ONE OF THE MOST DYNAMIC, REMARKABLE FIGURES IN HISTORY AND MADE HIM BORING

From the moment the first teaser photos were released showing Joaquin Phoenix scowling underneath a bicorn hat, a great clamor was raised in anticipation of Ridley Scott’s Napoleon. In a desolate media ecosystem that seems unable to produce anything other than reboots and sequels (comic book franchises, endless Star Wars spinoffs, an octogenarian Indiana Jones, etc), an ambitious epic about one of history’s most dynamic characters was like water in a desert. Scott’s Napoleon, along with Christopher Nolan’s Oppenheimer, promised to demonstrate that there is still an appetite both among filmmakers and audiences for mature films about serious subjects that entertain audiences without infantilizing them. 

It was a pleasant dream. But then the movie was released, and people saw it. And now the kindest thing that one can say about Napoleon is it was a regrettable mistake. Unlike the real Napoleon Bonaparte, the movie lacks intellect, a coherent vision, and a clear motivation. Mercifully, it will be forgotten. Any resemblance that the events of the movie bear to the real Napoleon are cosmetic at best, and students of history will struggle to recognize the great man. 

Filmmakers, of course, are not necessarily obligated to rigidly stick to their source material, whether that source material is fictional or historical. Obsessively monitoring movies for deviations is a bad way to watch them. Creative liberties are acceptable but they should be taken with an eye to improve the story. The problem with Ridley Scott’s Napoleon is that all of his liberties make things worse. 

Take the aesthetics of the film. Among the film’s few bright spots are the production values. From start to finish, the sets and costumes are visually appealing and largely historically accurate. But they are buried underneath a stygian grey filter – no doubt intended to impart a gritty historical realism – which makes the whole film look grim. Depicting the past as inherently sterile has never made sense – paintings of the period are filled with light and color. It’s not as if the sun was darker 200 years ago. But it’s become a standard practice, and makes Napoleon dull and depressing to look at. 

And the flaws are not just with the color scheme, but in the conception of the project. It seemed that Ridley Scott wanted to make a comprehensive single-volume Napoleon biopic, and nobody was able to explain to him this was a bad idea. The film attempts to cover no less than 28 years of Napoleon’s life in 158 minutes of runtime – a feat which is accomplished by moving through it at light speed and excising vast portions of it. Napoleon’s Italian campaign, which first vaulted him to prominence, is not even mentioned. Explanatory context is not provided. We get a vague sense of what is going on, but not why. 

Ultimately, a story as colossal as Napoleon’s demands a prestige TV miniseries, or at least a trilogy of big-budget films. Scott’s movie manages to be both long and rushed. There is a constant feeling of disorientation as scenes jump forward years at a time, with little explanation of background events: this confusion lasts hours. Among the events portrayed, only the Battle of Waterloo receives meaningful screen time, perhaps half an hour. Other huge battles and coups fly past in minutes. As someone intimately familiar with the life of Napoleon and the geostrategic events in the background, I found the pace of the movie irritating and I can only imagine the experience is worse for a Napoleonic novice. 

Ridley Scott clearly recognized that the vast scope of events would create a disjointed movie, and saw the need for a central narrative element to cohere the whole thing together. His choice for this all-important narrative spinal cord was the romance between Napoleon and Josephine. In principle, this had the potential to work. But the driving force of Napoleon’s life was not, in fact, his love for Josephine – therefore, certain creative liberties had to be taken. In the film, many of Napoleon’s critical decisions – like his evacuation from Egypt in 1799 or his escape from exile in 1815 – are depicted incredibly as motivated by his desire to seek Josephine. This is not necessarily damning – one can imagine a compelling film that cleverly used a captivating Josephine romance as a plot device to tie together a sequence of epic battles and political gambits. The problem with Napoleon is that the romance is not captivating, and the battles and politics are not epic. 

The real relationship between Napoleon and Josephine was quite cinematic in its own right. Josephine was an aristocratic widow in search of protection in a violent and tumultuous political landscape – flinging from lover to lover, she found herself the object of the amorous desire of a somewhat frowny but charismatic young Corsican in the process of conquering his way to the crown. The real Josephine was considerably older than Napoleon (the dynamic is reversed in the film with the casting of a 49-year-old Phoenix and a 35-year-old Vanessa Kirby) and somewhat indifferent towards him, while he professed undying love for her and showered her with eloquent and effusive love letters. 

This is actually a very good story – an older widow who seeks protection and stability by marrying a lovesick young officer, slowly warming up to him only for the relationship to steadily devolve as he grows ever more powerful. Even after their divorce, Napoleon felt strong affection for her, insisted that she be treated well, and at the very end, her name was among the last words on his lips. That’s a good story. But it’s not Ridley Scott’s story. His Napoleon is not an eloquent, passionate suiter, but an autistic and awkward simp who literally whimpers when he wants sex. It’s not a love story but an awkward lust story – devoid of romance, and as grey and cold as the film’s color palette.

In short, the romance serves as neither a useful plot device nor a strong motivation for Napoleon but rather primarily functions to humiliate him, as Josephine mocks his desire, cuckolds him, and feigns indifference to his military exploits. It offers a distinctly contemporary retelling, which forces the great man to grovel before the feminine, informing us, in no uncertain terms, that Napoleon – Emperor, master of war – is utterly powerless before the dominant Josephine. This is encapsulated most vividly when Napoleon abandons his army in Egypt to rush home because he learns that Josephine has taken a lover – betraying his army for pity sex. Mars, God of War, prostrates himself before Venus. If even mighty Napoleon cannot escape the longhouse and the enslaving fertility goddess, what hope is there for you? 

Joaquin Phoenix in “Napoleon” (2023)

This abysmal romance is the connective tissue intended to lend coherence to the vignettes of geopolitical drama, but unfortunately these are not very good either. The film does nothing to help audiences understand why these colossal wars are occurring. Filling in the gaps ourselves, we’re led to the conclusion that Napoleon was personally responsible – a conclusion reinforced by the black screen at the end of the film informing us that Napoleon’s wars killed millions of people, just to make sure we don’t accidentally admire him. 

Joaquin Phoenix’s Napoleon appears to possess no motivation – he seems completely lost in the role, without a creative vision for the character. That’s a shame, because Napoleon was a captivating figure with contradictory sides to his personality. He was charismatic and megalomaniacal, with elements of a world-historic genius and a tyrant. As a geopolitical agent, he was not particularly hard to understand. He rose to power in a context in which France was rocked by endless war and political instability, with Paris unable to either form a stable government or bring peace. On the momentum of his own tremendous military successes, he came to believe that he could personally bring stability through victory. But peace was destined to elude him. Napoleon thought that France could know security by winning decisive victories over her enemies, but those same victories made France too powerful to peacefully coexist with her neighbors. 

Napoleon’s challenge was essentially the same faced by every would-be European hegemon. Anyone who manages to establish dominance over the European core immediately finds that they face intransigent adversaries on two flanks – Britain in the west and Russia in the east, both certain to view any European superpower with anxiety and trepidation. The long game of European geopolitics is simple: can anyone simultaneously accumulate enough naval power to defeat Britain, and enough land power to defeat Russia? So far, Napoleon, Wilhelmine Germany, and the Third Reich have all tried and failed.

A superior movie might have focused on Napoleon’s growing obsession with solving this merciless geopolitical problem with his extraordinary skills on the battlefield. That would be a compelling story, showing how Napoleon’s desire to deliver security to France became distorted by hubris. By presenting the real stakes and incentives at play, one could potentially draw a useful lesson about geopolitical realism, and the difficulty of crafting lasting international stability at the point of a sword. This film would present a compelling picture of a gifted but flawed character and explore the two sides of Napoleon’s personality – both the military genius and statesman and the terror and “Corsican Ogre” whom Tsar Alexander called the “Monster of Europe.”

Unfortunately, Ridley Scott’s Napoleon portrays neither the heroic nor the villainous side of the man. Phoenix’s Napoleon has nothing gallant or admirable about him, but neither does he come across as megalomaniacal or bloodthirsty. Instead, he’s merely petty – a whining, awkward, and emotionally stiff character with no strategic direction. His habit of whimpering for Josephine is extrapolated to international affairs when he throws a tantrum at the British ambassador, whining “you think you’re so great because you have boats.” Ultimately he comes across as so weak and pathetic that one is left completely baffled that this man-child brought Europe to its knees. 

Especially puzzling, in a movie about a man who built his entire career on his aptitude for warfare, is that there is no effort to communicate tactical logic in the battle scenes. Waterloo – the most fully developed battle in the movie – is portrayed as a brutal frontal attack, with Napoleon personally attempting to lead a cavalry charge. Austerlitz – Napoleon’s tactical masterpiece – is turned into a gimmick predicated on luring the enemy onto a frozen lake, a conceit bearing no resemblance to the true events. We are supposed to believe that the Austrian army, fighting on home territory, was not aware there was a lake there. The Battle of the Pyramids is hardly shown at all – instead, Napoleon shoots at one of the pyramids with a cannon, and the enemy general falls off his horse. Armies are presented as disorderly, with men breaking formation to charge wildly. The film does an effective job of vividly portraying the gruesome effect of Napoleonic artillery, but the logic of eighteenth-century warfare is very badly portrayed. 

Why? It’s perfectly possible to demonstrate tactical logic in battle scenes. As Peter Jackson’s presentation of the Battle of Helms Deep in LOTR’s The Two Towers shows, it’s possible to do this even in night scenes while still showing the audience what’s going on. We also know that Ridley Scott himself knows how to do this, since the iconic opening battle in Gladiator, while not a particularly accurate depiction of Roman warfare, does a good job of presenting a sequence of tactically meaningful actions, with infantry, archers, and cavalry shown working together in a synergistic way. But that Ridley Scott is MIA on the set of Napoleon

The 1970’s classic Waterloo does an excellent job demonstrating the systematic nature of Napoleonic warfare. Scott’s Napoleon depicts the same battle as a brawl between mobs clubbing each other to death at close range. These battles all feel small and feeble – Napoleonic battlefields stretched for miles, with a complex system of staff officers and couriers distributing orders. In Napoleon, the scale is radically downsized, a choice that seems needless given the use of CGI. One is left wondering what the film’s giant budget was spent on, given how boring and constrained the set-piece battles feel. 

In short, all the components of this movie are broken. The romance with Josephine is awkward and passionless; the political dimension is without context or motivation; the battle scenes are boring and devoid of tactical meaning; Napoleon himself is completely uncompelling either as a hero or a villain. If any of these elements had landed, it might have at least partially redeemed the movie – dynamic battles compensating for a meaningless romance or vice versa, or a knockout performance by Phoenix carrying the entire thing. But none of them do, resulting in 158 minutes of nothingness

And this, ultimately, is the strange result of Napoleon. Ridley Scott took one of the most dynamic, remarkable figures in history and made him boring. His Napoleon fails to compel either as a general, a statesman, a lover, or a personality. He pouts, he stares and fidgets awkwardly, he lusts for Josephine with all the sensuality and confidence of a pubescent boy, and he fights small, boring battles for incomprehensible reasons. Many of us who are admirers or aficionados of Napoleon would forgive the film for playing up Napoleon’s villainous aspects or overemphasizing the Josephine factor, for skipping major events in his life for the sake of time, or for taking creative liberties with the history. What we cannot forgive is being bored. 

Napoleon fails and bores because its creators, finally, do not believe in the subject matter. This is a film about an archetypical great man, who created world-historical events and changed the world through force of will, prodigious skill, and his genius. Napoleon’s contemporaries – both his followers and his adversaries – acknowledged his extraordinary qualities both as a battlefield maestro and a magnetic personality. Yet for some reason neither Ridley Scott nor Joaquin Phoenix can. 

When you set out to make a film that humiliates and deconstructs a great man, you are left with a boring story about a pointless figure. This humiliation is completed with Josephine, with the man of action reduced to a whipped dog, as she mocks him with her spread legs. Ridley Scott’s Napoleon is small, petty, and uncompelling – and so is his movie. 

MORIRE

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