mercoledì 4 ottobre 2023

STELE DEL CODICE DI HAMMURABI

 Quattromila anni fa in Mesopotamia comparvero i primi codici legislativi. A emanarli furono i re sumeri e babilonesi, per stabilire l’ordine sulla Terra. In un anno imprecisato tra il 1792 e il 1750 a.C., per volere del suo re, uno scultore babilonese è all’opera su un’imponente roccia di diorite nera di oltre due metri di altezza. Egli ha tagliato la parte frontale superiore del monolite, che per il resto è di forma quasi cilindrica, ricavando così lo spazio necessario per ritrarre una scena solenne. In essa il suo sovrano, Hammurabi, con indosso il tipico copricapo regale di Babilonia, alza la mano destra in segno di rispetto nei confronti di una maestosa figura seduta su un trono, Shamash, il dio del sole e della giustizia. La divinità a sua volta porge al re un bastone e un cerchio, che nell’iconografia mesopotamica costituiscono due simboli del potere regio: essendo usati per costruire edifici, il dono di essi legittima Hammurabi come “re costruttore”. Nessun dettaglio è trascurato: il seggio su cui siede il dio rappresenta la facciata di un tempio caratteristico dell’area; i suoi piedi poggiano su una pietra rialzata che raffigura i monti orientali dai quali ogni mattina sorge il sole; dalle sue spalle emanano due potenti raggi, che simboleggiano la luce della giustizia. Tutto il resto della gigantesca roccia è inciso con migliaia di caratteri cuneiformi. Questi segni costituiscono la più importante raccolta di disposizioni legislative della storia precedente all’epoca romana: il codice di Hammurabi. Dato che la maggior parte della popolazione dell’epoca non sapeva leggere, il valore di tale scena a rilievo a completamento del testo scritto risulta fondamentale: l’esposizione pubblica del monumento rafforzava l’immagine di Hammurabi come re legittimato ad amministrare la giustizia dalla diretta volontà degli dei. La storia della legge codificata era iniziata in Mesopotamia secoli e secoli prima del regno di Hammurabi. I primi codici erano apparsi infatti sul finire del III millennio a.C., in seguito alla nascita della società urbana e della scrittura. Dalla scoperta della stele di Hammurabi, nel 1901, il ritrovamento di altre raccolte di leggi ha permesso di conoscere meglio l’organizzazione delle società antiche del Vicino Oriente. Tuttavia, nonostante l’intensificarsi degli studi sulle norme presenti in codici come quello di Hammurabi, il dibattito sulla concreta imposizione delle norme è ancora aperto. Tali leggi erano applicate alla lettera oppure fungevano solo da testi celebrativi dell’azione di governo del sovrano? Dal III millennio a.C. in Mesopotamia furono varati diversi codici che testimoniano i valori alla base del potere regale e della società I primi legislatori della storia «Urukagina ha stretto un patto con Ningirsu perché l’orfano e la vedova non siano consegnati al potente». Questa frase si trova in una iscrizione reale che rende conto degli atti legislativi disposti da Urukagina, sovrano della città-stato di Lagash intorno al 2380 a.C. Di fronte al progressivo indebitamento della popolazione, Urukagina (Uruinimagina secondo altre trascrizioni dal sumero) promosse una serie di riforme volte a risolvere questa situazione, prima fra tutte il condono dei debiti. Tali provvedimenti costituiscono il primo esempio dell’importanza che l’emanazione e l’applicazione delle leggi ebbero sempre per i sovrani mesopotamici. Urukagina fu infatti il primo monarca ad aggiungere la giustizia agli altri valori propri della regalità nel Vicino Oriente: forza, virtù e valore guerriero. Ciò accadeva in un’epoca convulsa sul piano politico e sociale, durante la quale le città-stato stavano lasciando il posto a una struttura politica nuova: il vasto impero territoriale, che ebbe la sua prima manifestazione storica negli enormi domini riuniti da Sargon, il potente signore di Akkad. Dopo il crollo dell’impero accadico (2150 a.C. circa), l’egemonia nell’area passò a Ur-Nammu, il fondatore della terza dinastia di Ur. Questi riunì in un nuovo potente stato centralizzato il nord accadico e il sud sumerico. Nel prologo della raccolta di leggi a lui attribuita, egli appare come il garante della giustizia in tutto il regno: «Ur-Nammu il potente guerriero, re di Ur, re di Sumer e di Akkad, per il potere di Nanna, signore della città, e secondo la vera parola di Utu, stabilì equità nel Paese». Quindi, quasi quattro secoli prima di Hammurabi, Ur-Nammu già si vantava di incarnare uno degli aspetti che lo legittimavano come sovrano: la salvaguardia della giustizia sociale. Le trentadue leggi del suo codice furono raccolte per iscritto forse anche per agevolare il processo di uniformazione delle norme che regolavano la vita dei due popoli, accadi e sumeri. Le pene previste erano molto severe. Al punto che esse appaiono forse fin crudeli e disumane, come nel caso dell’adulterio, da Ur-Nammu punito con la morte. Nelle sue leggi era già applicata la massima biblica dell’occhio per occhio, conosciuta come legge del taglione: «Se un uomo commetteva un omicidio, quest’uomo veniva ucciso». Fonte: Storica - National Geographic Immagine: Hammurabi in piedi davanti al dio Shamash. Stele con il codice di Hammurabi. 1792-1750 a.C. Louvre, Parigi

martedì 3 ottobre 2023

MIGRANTI: IL FILOSOFO ZIZEK

 L’intervista a Slavoj Zizek inizia sventando il suo tentativo di sabotarla. «Sono davvero molto stanco» (…)

 

Paradossi. Shock. Provocazioni. Scenari catastrofici. Possibili salvezze. Il flusso dell’intelligenza di Zizek – filosofo lacanian-marxista sloveno tra i più rilevanti al mondo – travolge ogni punto di riferimento e capovolge anche gli assunti più consolidati: è un’esperienza che esalta, ma può anche causare capogiri. «Non credo che esista un altro modo per risvegliare le persone se non provocandole, scuotendo le loro certezze, strappandole dal sonnolento quieto vivere».

 

L’occasione del dialogo è l’uscita del suo libro, Libertà. Una malattia incurabile, pubblicato in anteprima mondiale in Italia da Ponte alle Grazie. Un saggio che si addentra nelle oscurità di un concetto (la libertà, appunto) intorno a cui si è costruita una parte decisiva della cultura occidentale, ma considerato oggi privo di controindicazioni, un balsamo indolore. «Invece già Kant e poi ancora Hegel sapevano benissimo che l’essere umano è una malattia della natura. Diversamente dagli animali, nulla nell’uomo è governato solo dall’istinto. La sua vita è libera. Ma, di fronte all’immensa possibilità di scelta, l’essere umano entra anche in contatto con la dimensione ambigua della libertà: può essere la fonte della più preziosa creatività, ma può anche condurre alla pazzia».

slavoj zizekSLAVOJ ZIZEK

 

È per questo che lei invita a una disciplina della libertà?

«Sartre ha scritto che mai la Francia era stata così libera come sotto l’occupazione nazista. Avevano perso ogni diritto, anche quello di parlare. Eppure, la necessità di resistere, tra paura e angoscia, era per Sartre il culmine della libertà».

 

Significa che in una situazione normale è impossibile essere liberi?

«Significa che la libertà è inscritta sempre dentro un ordine sociale, in una serie di necessità. Io e lei ora parliamo liberamente perché rispettiamo delle regole. Ma se mancano le condizioni per esercitarla, la libertà è nulla. Potrai pure essere formalmente libero di professare le tue idee, ma quando ti ammali e non hai un sistema sanitario che ti cura, avrai di sicuro altro per la testa».

 

Il disordine, invece, soffoca la libertà?

ZIZEK COVERZIZEK COVER

«Quando infrangi l’ordine, inizi un gioco molto pericoloso. Prenda le rivolte francesi di quest’estate. Giovani immigrati musulmani che si sollevano violentemente. La maggior parte degli intellettuali di sinistra le ha considerate un momento di radicale libertà. Io, invece, no».

 

Perché?

«Perché la violenza cieca che gli insorti hanno usato, distruggendo tutto quello che trovavano sulla propria strada, ha ottenuto un risultato inverso alla libertà: ha sconvolto l’esistenza delle persone normali, che hanno visto sgretolate le condizioni minime per una vita pacifica, e ha suscitato una forte reazione contraria, che alla fine ha avuto la meglio».

 

Capisce più la reazione che la rivolta?

«Penso che la sinistra dovrebbe rispettare di più i sentimenti delle persone normali. La Francia non è sola. L’ordine sociale dei Paesi sviluppati si sta disfacendo, e questo crea una serie di cortocircuiti».

 

(…)

 

Da quando la legge e l’ordine sono di sinistra?

meloni migrantiMELONI MIGRANTI

«Lei crede sia di destra avere rispetto per i timori delle persone normali? Io penso il contrario. Come penso non sia da fascisti riconoscere la legittimità dei confini. I liberal, invece, sono scandalizzati dall’idea che in Polonia il governo abbia convocato un referendum sul sì o no all’immigrazione illegale. Ma perché le persone non dovrebbero essere libere di scegliere?».

 

Ma il punto non è essere liberi di scegliere, il punto è se si possa veramente scegliere con un sì o con un no su questo tema. In Italia, per esempio, Meloni ha vinto promettendo di fermare l’immigrazione, ma non ci riesce.

«Io non sono per bloccare l’immigrazione. La mia tesi è che sia necessario regolarla. Chi entra deve farlo legalmente. Credo che se la discussione si concentrerà ancora a lungo sull’alternativa tra confini aperti e confini chiusi, si getteranno le basi per una grande ascesa della destra in Europa: dopo la Polonia e l’Italia, sarà il turno della Francia e poi ancora della Germania. E, a quel punto, cosa accadrà?».

 

Davvero, per fermare la destra, la sinistra deve assomigliarle?

il filosofo sloveno slavoj zizek 7IL FILOSOFO SLOVENO SLAVOJ ZIZEK 7

«Non è di destra andare alla radice del fenomeno migratorio. Cercare una soluzione sistemica. I liberal pensano che aprire le porte ai poveri immigrati sia un grande gesto umanitario. E che tutto si risolva con il buon cuore. Ma il problema è che chi parte dall’Africa non è povero. Non sempre, almeno. Chi parte, anche clandestinamente, è colui che può permettersi il costo del viaggio. E ciò significa che i più poveri non vengono qui, ma rimangono in Africa. Non è difficile prevedere che, nel lungo periodo, questa situazione non allevierà la pressione sull’Europa, ma la accentuerà».

 

Sa che c’è chi pensa che l’Europa sia già troppo chiusa?

«Sarebbe ora di smetterla con l’auto umiliazione occidentale. Al confine con lo Yemen, l’Arabia Saudita spara sui migranti che vogliono entrare nel suo territorio; e tutti i Paesi arabi ricchi li respingono senza pietà. E l’Europa sarebbe la fortezza del mondo?».

 

Non vorrà imitare l’Arabia Saudita.

migranti a lampedusa 5MIGRANTI A LAMPEDUSA 5

«Non sto dicendo questo. Sto mostrando un paradosso. È come per il razzismo. La tratta degli schiavi è esistita per secoli, anche all’interno dei Paesi africani. E la vera, unica novità introdotta nella storia umana dalla civiltà occidentale – a partire dal XIX secolo – è il movimento per l’abolizione della schiavitù. Nonostante ciò, oggi l’Occidente è considerato la quintessenza della discriminazione razziale. È assurdo».

 

È diventato un cantore del modello occidentale?

«No, anzi. Ho molte riserve. Ma di diverso genere. Per esempio: noi europei parliamo in continuazione di crisi, ma la verità è che viviamo in un relativo benessere. Abbiamo però di fronte delle catastrofi – il disastro ambientale, innanzitutto – di fronte alle quali il nostro sistema non può reggere. E il tardo-capitalismo non ha alcuna soluzione da offrire».

 

(...)

donald trumpDONALD TRUMP 

«Il mondo, checché ne dicano i bravi liberali, avrebbe bisogno di un comunismo di guerra: un sistema, cioè, che di fronte alle catastrofi che ci attendono crei un coordinamento internazionale, un po’ come è successo con il Covid, dove solo la cooperazione globale si è dimostrata efficace a contrastare la minaccia pandemica».

 

(…)

 

L’inclusione, secondo lei, è un falso problema?«No. Penso tuttavia che gli apostoli dell’inclusione vivano un paradosso. Dicono di lottare per non escludere nessuno, ma si dedicano notte e giorno a cacciare le persone, a metterle fuorilegge. Fanno fuori uno perché ha pronunciato una parola sessista, poi un altro perché ha fatto un’allusione omofoba. Per questo la cancel culture io la chiamo cancer culture: è un cancro, il cancro della sinistra».

 

La destra non ha paradossi?

il filosofo sloveno slavoj zizek 6IL FILOSOFO SLOVENO SLAVOJ ZIZEK 6

«Ne ha uno enorme: è contro il relativismo post-moderno ma ha come eroe il campione della post-modernità, Donald Trump. Uno che si prende gioco di tutto, incluso se stesso, che minimizza la storia e ingigantisce le sue psicosi».

 

Di Giorgia Meloni che pensa?

«Glielo dico in italiano: è una “furbetta”. È abile a non spaventare l’Europa, ma porta comunque avanti la sua agenda. Ha successo perché risponde alle domande della gente normale, a cui la sinistra non parla più».

Sull’Ucraina la pensa come lei.

«Non mi sorprende. Quella di Putin non è una guerra come le altre. È uno stupro. È la metafora che i nazionalisti russi usano per descrivere quello che stanno facendo: negare il diritto all’esistenza di una nazione che lotta per esistere, ed essere libera».

rivolta in francia per la morte del 17enne a nanterre 24RIVOLTA IN FRANCIA PER LA MORTE DEL 17ENNE A NANTERRE 24

 

Non è curioso che gli ucraini desiderino così tanto quella che lei chiama una “malattia incurabile”?

«Lo è».

 

E allora perché vuole che si ammalino anche loro?

«Perché c’è un solo farmaco che cura la libertà umana: è la tirannia, il totalitarismo. Ed è di gran lunga preferibile essere malati che schiavi».

 

sabato 30 settembre 2023

ATATURK

 Mustafa Kemal Ataturk nel 1922 fondò la Repubblica turca e, al contrario di quello che sta facendo Erdogan, abolì il Califfato e pose sotto il controllo dello Stato laico l'organizzazione islamica, che per secoli aveva influenzato il Paese ordinando come la gente doveva comportarsi e vestirsi. Devo dire che fino a qualche decennio fa, la Chiesa cattolica non era da meno. Da ragazzino ricordo che al mio paese le donne avevano timore a indossare una camicia con le maniche corte perché il prete le rimproverava durante la predica. Allego qui il bel discorso, molto coraggioso, che Ataturk pronunciò. E ciò che ha detto Ataturk sull'Islam vale per ogni religione e ogni governante.

Ecco le parole del leader turco:
"Per quasi cinquecento anni, queste regole e teorie di un vecchio arabo e le interpretazioni di generazioni di religiosi pigri e buoni a nulla hanno deciso il diritto civile e penale della Turchia.
Loro hanno deciso quale forma dovesse avere la Costituzione, i dettagli della vita di ciascun turco, cosa dovesse mangiare, l’ora della sveglia e del riposo, la forma dei suoi vestiti, la routine della moglie che ha partorito i suoi figli, cosa ha imparato a scuola, i suoi costumi, i suoi pensieri e anche le sue abitudini più intime. L’Islam, questa teologia di un arabo immorale, è una cosa morta. Forse poteva andare bene alle tribù del deserto, ma non è adatto a uno Stato moderno e progressista. La rivelazione di Dio! Non c’è alcun Dio! Ci sono solo le catene con cui preti e cattivi governanti inchiodano al suolo le persone. Un governante che abbisogna della religione è un debole. E nessun debole dovrebbe mai governare".

LA DONNA E IL CRISTIANESIMO

 "La donna è male sopra ogni altro male, serpe e veleno contro il quale nessuna medicina va bene. Le donne servono soprattutto a soddisfare la libidine degli uomini."

(San Giovanni Crisostomo, cui è particolarmente devoto Herr Joseph Alois Ratzinger, papa Benedetto XVI).
"La donna è in rapporto con l’uomo come l’imperfetto ed il difettivo col perfetto. La donna è fisicamente e spiritualmente inferiore e la sua inferiorità risulta dall’elemento fisico, più precisamente dalla sua sovrabbondanza di umidità e dalla sua temperatura più bassa. Essa è addirittura un errore di natura, una sorta di maschio mutilato, sbagliato, mal riuscito." (San Tommaso d'Aquino, Summa Teologica).
"In ogni caso la donna serve solo alla propagazione della specie. Tuttavia la donna trascina in basso l’anima dell’uomo dalla sua sublime altezza, portando il suo corpo in una schiavitù più amara di qualsiasi altra." (San Tommaso d'Aquino, Summa Teologica).
"Le donne sono destinate principalmente a soddisfare la lussuria degli uomini. Dove c’è la morte ivi c’è il matrimonio e dove non c’è matrimonio ivi non c’è morte."
(San Giovanni Crisostomo, cui è particolarmente devoto Herr Joseph Alois Ratzinger, papa Benedetto XVI°).
“Mentre non sopportiamo di toccare uno sputo o uno escremento nemmeno con la punta delle dita, come possiamo desiderare di abbracciare questo sacco di escrementi? ( il sacco di escrementi è la donna…ndr)” (Sant'Oddone abate di Cluny).
"Le donne non dovrebbero essere illuminate o educate in nessun modo. Dovrebbero, in realtà, essere segregate poiché sono loro la causa di orrende ed involontarie erezioni di uomini santi." (Sant'Agostino, padre della chiesa cristiana cattolica).
“La donna deve velarsi il capo, perché non è l’immagine di Dìo.” (Ambrogio, dottore della Chiesa, 339-397).
“Quando vedi una donna, pensa che si tratti del diavolo! Essa è come l’inferno!” (Papa Pio II, 1405-1464).
"La donna non è fatta a immagine e somiglianza di Dio. È nell'ordine della natura che le mogli servano i loro mariti ed i figli i loro genitori". (Sant'Agostino, padre della chiesa cristiana cattolica).
"Adamo è stato condotto al peccato da Eva, non Eva da Adamo. È giusto, quindi, che la donna accolga come padrone chi ha indotto a peccare." (Sant'Ambrogio, padre della chiesa cristiana cattolica).
"La donna è un tempio costruito su una cloaca. Tu, donna, sei la porta del diavolo, tu hai circuìto quello stesso maschio che il diavolo non osava attaccare di fronte. È a causa tua che il figlio di Dio ha dovuto morire; tu dovrai fuggire per sempre in gramaglie e coperta di cenci." (Tertulliano, teologo cristiano).
"Come in tutte le comunità dei fedeli, le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice anche la legge. Se vogliono imparare qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea."
(San Paolo, Prima lettera ai Corinzi, XIV, 34-35).
“Entrambe, la natura e la legge, mettono la donna in condizione subordinata rispetto all'uomo.” (Sant'Ireneo, Frammento n° 32)
"Dovere principale della moglie è provvedere al governo della casa in subordinazione al marito. All’uomo spetta l’ultima parola in tutte le questioni economiche e domestiche e la donna deve essere pronta all’obbedienza in tutte le cose: il suo posto è soprattutto in casa. Son da condannare gli sforzi di quelle femministe le cui pretese mirano ad un’ampia uguaglianza fra uomo e donna." (Papa Paolo VI°)
"Se è un bene non toccare una donna, allora è un male toccarla: gli sposati vivono come le bestie, infatti nel coito con le donne gli uomini non si distinguono in nulla dai porci e dagli animali irragionevoli." (San Girolamo, padre e dottore della chiesa cattolica).
“Le ragazze che portano la minigonna finiranno all’inferno.” (Il gesuita Wild nel XX° secolo).
“La sola consapevolezza del proprio essere dovrebbe costituire una vergogna per le donne.”
(Clemente Alessandrino, prima del 215).
“Le donne servono soprattutto per soddisfare la libidine degli uomini.”
(San Giovanni Crisostomo, Dottore della Chiesa 349-407).
"Iil seme maschile fa nascere forme perfette, ossia maschili, ma se per qualche avversità esso si guasta, allora fa nascere femmine, perché nel coito c’è solo deformità, turpitudine, immondizia, ribrezzo.”
(Sant’Alberto Magno, Dottore della Chiesa 1206-1280).
“Il valore principale della donna è costituito dalla sua capacità di partorire e dalla sua utilità nelle faccende domestiche.” (San Tommaso d'Aquino, Dottore della Chiesa e patrono delle università cattoliche 1225-1275).
"Quando una donna abbia flusso di sangue, cioè il flusso nel suo corpo, la sua immondezza durerà sette giorni; chiunque la toccherà sarà immondo fino alla sera." (Bibbia)
"Quando una fanciulla vergine è fidanzata e un uomo, trovandola in città, pecca con lei, condurrete tutti e due alla porta di quella città e li lapiderete così che muoiano: la fanciulla, perché essendo in città non ha gridato, e l’uomo perché ha disonorato la donna del suo prossimo." (Bibbia - Levitico).
"Trovo che amara più della morte è la donna, la quale è tutta lacci: una rete il suo cuore, catene le sue braccia. Chi è gradito a Dio la sfugge ma il peccatore ne resta preso." (Bibbia - Levitico).
Dignità, qual sconosciuta parola! (Lilith)

LA PAURA

 “Mai come oggi gli uomini che non temono la morte sono infinitamente superiori anche al più forte potere temporale. Per questo la paura deve essere propagata ininterrottamente. I tiranni vivono costantemente nella tremenda convinzione che a poter uscire dallo stato di paura siano in molti, non solo alcuni individui singoli, il che significherebbe con certezza la loro caduta. Questo è anche il vero motivo del rancore contro ogni dottrina del trascendente. Lì infatti si cela il massimo pericolo: che l’uomo non abbia più paura.”
Ernst Jünger (1895-1998), Oltre la linea

COME SI DISSOLVE UN IMPERO

Quando Cesare invase e assoggettò la Gallia disponeva di 6 legioni e alcune migliaia di truppe dette ‘ausiliarie’. Circa 45 mila uomini. Tutti soldati professionali, comandati da un corpo ufficiali e, soprattutto, da sotto ufficiali (centurioni) di enorme esperienza, capacità di comando, senso della disciplina al limite del fanatismo. Una macchina da guerra straordinaria, che si muoveva su di un territorio vastissimo e sconosciuto con facilità di orientamento, ottima capacità di trovare rifornimenti alimentari, perfetta strategia di movimento per non farsi mai sorprendere impreparata dal nemico. L’intera popolazione dei Galli era stimata intorno ai 5/6 milioni di abitanti. Millecinquecento Galli (ma fra essi donne, vecchi, e bambini) ogni soldato romano. Per conquistare la Gallia Cesare ci mise 10 anni, ma in diverse occasioni fu vicino a un rovescio irreparabile; la resistenza fu durissima, eroica, epica.

Quando la confederazione delle tribù germaniche situate lungo il Reno inferiore, che presero il nome di Franchi, nome significativo, giacché vuol dire ‘gente libera’, passarono sulla sponda sinistra del Reno per stabilirsi definitivamente in Gallia, lo fecero in blocco ossia portandosi dietro donne, vecchi e bambini. Complessivamente si trattava di circa 6/700 mila persone, la cui forza combattente non poteva superare i 50/60 mila guerrieri. Si trattava di uomini abili a combattere individualmente, ma sostanzialmente disorganizzati, indisciplinati e divisi fra loro da rivalità di clan, di tribù, di capi; abituati a risolvere i reciproci conflitti con duelli o con l’assassinio a freddo.
In Gallia i loro spostamenti erano condizionati pesantemente dal dover proteggere e rifornire di cibo l’enorme massa dei non combattenti. Ebbene se Cesare ci mise dieci anni a conquistare la Gallia, loro in un’estate presero tutta la parte nord fino alla Senna e nei due anni successivi il resto, fatto salvo il regno Burgundo, situato lungo il Rodano e da qualche anno lì insediato in quanto i Burgundi, fattisi cristiani romani e alleati dell’impero romano, furono fatti entrare come alleati e in quell’area sistemati.
Come è possibile che un numero così piccolo di combattenti possa avere soggiogato i 7/8 milioni di abitanti della Gallia, divenuti ottimi romani, capaci di una tecnologia superiore e soprattutto protetti da città fatte di pietra e cinte da possenti mura e non più costituite da un insieme di capanne di legno, protette da una staccionata di pali, come ai tempi di Cesare? Perché loro, come tutto il resto dei sudditi romani ovunque, erano completamente disarmati, totalmente estranei a qualsiasi idea di autodifesa e impediti dalle leggi imperiali anche a prendere in considerazione l’idea di avere in casa una spada e costituire una milizia cittadina. Erano capponi di allevamento, esattamente come oggi i sudditi dell’Unione europea.
L’esercito imperiale romano, nel V secolo in Gallia, era un esercito di carta velina. Poche migliaia di soldati, che facevano, allora come oggi, il soldato per sbarcare il lunario e si trovavano in compagnia di commilitoni in gran parte di origine germanica, esattamente come oggi in Inghilterra e in Francia, dove, oltre all’aspetto grottesco di avere nei ranghi donne da combattimento, vi è un numero non indifferente di musulmani ossia di potenziali invasori da respingere.
Ma la stessa cosa in Cina all’epoca in cui Gengis Khan passò la grande muraglia e dilagò nell’impero celeste. Battuti gli eserciti imperiali cinesi, gonfi di soldati, ma imbelli e tentennanti, dilagarono per l’immenso impero senza trovare resistenza alcuna. Milioni e milioni di cinesi, totalmente disarmati, totalmente in balìa di qualche centinaia di migliaia di cavalieri mongoli.
La logica imperiale è quella del disarmo totale dei propri sudditi che vede come possibili nemici, o, più in generale, come proprio gregge da mungere senza che possa fare resistenza alcuna, e non come la fonte della propria legittimità al comando. Disarmo materiale con leggi che puniscono con la morte chi ha un’arma, disarmo morale delle menti dei sudditi con l’idea che debba essere un altro, sempre un altro, a proteggere la sua vita, perché si è finalmente entrati nel regno della ‘civiltà’.
Ovvio che una cosa così non sarebbe stata possibile in Atene, quando ogni cittadino era tenuto per legge ad avere in casa, se appena benestante, scudo elmo lancia e spada, allo stesso modo che oggi ogni cittadino Svizzero. Ma anche per tutta la repubblica romana, quando ogni romano ben nato era protetto da una propria guardia del corpo, ogni villa da schiavi armati fino ai denti, e ogni città alleata ed entrata a far parte del sistema di dominio romano comunque capace di provvedere da sé alla propria autodifesa. La prova di ciò? Basta la semplice cronaca storica. Come fu possibile la guerra detta sociale, ossia la sollevazione di gran parte delle città italiche soggette a Roma nel secondo secolo A.C., se non fossero state armate e difese da una milizia cittadina?
Come è noto, al tempo in cui Silla battè Mario e instaurò la sua dittatura, un numero non indifferente di città, specie dell’Etruria, rimasero mariane e nemiche di Silla, che pensò di domarle una ad una manu militari. Il caso più eclatante fu quello di Volterra, che diede rifugio ad un numero consistente di partigiani mariani. Silla diresse di persona l’assedio che durò ben due anni. Due anni, per una città situata in cima ad un’aspra collina, voleva dire che le sue milizie erano in grado, non solo di resistere, ma di forzare il blocco e far entrare cibo con cui rifornire gli assediati in armi. Quando qualche secolo dopo i Longobardi se la sgropparono per l’Italia del nord e del centro non trovarono resistenza alcuna. Milano che aveva una popolazione più o meno della stessa entità numerica dell’intero popolo longobardo aprì le porte e il culo, e Volterra, già Volterra, chi sa quante ore resistette all’assedio della cavalleria longobarda?
E’ dall’epoca di Augusto che sappiamo che nessuna città italica fu in grado di difendere se stessa, in quanto armata e dotata di una propria milizia. Non abbiamo notizie di città ribelli, di sollevazioni. Magari qualche protesta, duramente stroncata a mo’ di esempio perché la cosa non si ripetesse, ma mai più sollevazioni armate. Non potevano, le città erano disarmate, private della loro milizia cittadina e protette dall’esercito imperiale. Quando l’esercito imperiale divenne una barzelletta, le città, peraltro impoverite e intristite, non furono nemmeno in grado di resistere a quattro beduini del nord. Come oggi Londra, Parigi, Marsiglia, Milano, incapaci di resistere agli incursori musulmani sia dal punto di vista pratico/organizzativo, ma più ancora su quello mentale e morale. In Svizzera, dove la gente non vuole minareti e altre cagate del genere avendo votato per referendum in merito, non si è mai verificato un episodio di guerra guidato da incursori musulmani e nemmeno mai un assalto ad una casa di Svizzeri. Lì ogni maschio adulto e valido ha nell’armadio un fucile da guerra pronto.
Non meno significativa la vicenda americana. Non il diritto, bensì il dovere di portare (carry è il termine esatto che si legge nella Costituzione) armi, è lì motivato politicamente e moralmente dall’assunto che solo la popolazione in armi potrebbe, in caso di necessità, impedire a militari, politici e altri farabutti di professione, di imporre un regime tirannico. Oggi che gli Stati Uniti si sono trasformati in un impero, nemmeno lontanamente viene presa in considerazione, dal sistema di disinformazione di massa, l’ipotesi che il regime politico potrebbe trasformarsi in una tirannia, ma il dovere costituzionale a vigilare armati è sistematicamente trasformato, dai sistemi di condizionamento ideologico di massa, in un diritto eccentrico, retaggio del passato avventuroso e selvaggio della conquista del west, da eliminare quanto prima in nome del vivere civile e democratico. Ovviamente non si dice che il dovere del cittadino a vegliare in armi fu voluto dai civilissimi e coltissimi autori della Costituzione, per lo più ricchi proprietari terrieri da secoli nelle colonie britanniche della Virginia, del Maryland o del Massachusetts, quando si riteneva che gli Stati Uniti non dovevano allontanarsi dalle coste dell’Atlantico e il Middle West, ossia la Louisiana, apparteneva alla Francia e il Far West alla Spagna. Ma la logica degli imperi è la stessa in ogni luogo e in ogni tempo.
L’Europa Occidentale oggi non è un impero, ma un sub impero che aspira a farsi impero, pur essendo già come sub impero in una fase di sfacelo. Il suo tracollo è imminente, ma avverrà non per collasso, per bensì per corrosione a ruggine. In pratica uno stato di caos generalizzato con alzate di testa qui e là. Sarà qualcosa di molto simile al dissolversi della bolscevica repubblica jugoslava, con aree musulmane che rivendicheranno l’appartenenza alla terra di Dar el Salaam e che faranno fuoco sui bianchi ancora non convinti della bontà della ricetta del Profeta o non così depallati da considerarsi dhymmi e contenti.
Ora è del tutto folle immaginare che i governi imperiali europei possano pensare che la ricetta svizzera sia vincente, anche perché, come l’antica burocrazia imperiale romana, pensano che i barbari si possano prendere per il culo all’infinito e dunque il loro impero non corra alcun pericolo esterno, mentre dei sudditi armati possano gravemente nuocere allo loro salute. Così, se dal punto di vista pratico, il suddito imperiale europeo sarà esattamente nelle condizioni dei poveri Galli all’arrivo dei Germani, ossia completamente disarmati e abbandonati, oggi è possibile invece non esserlo sul piano mentale e morale. Basta approfondire la storia del tardo impero romano.

venerdì 29 settembre 2023

I DOLORI DEL GIOVANE WERTHER


Quando scrisse “I Dolori del Giovane Werther”, Goethe aveva 24 anni, la pubblicazione del libro, l’anno successivo, fu un evento non semplicemente confinato entro il piccolo mondo della letteratura, ma divenne un fatto di costume senza precedenti.
Il Werther divenne il vademecum esistenziale di un’intera generazione di giovani tedeschi istruiti; e, nel giro di brevissimo tempo, lo divenne anche della più parte giovani di buona famiglia, e dunque in grado di leggere, di tutta Europa.
Non ha alcuna importanza cosa Goethe avesse realmente voluto comunicare ai lettori con quella sua operetta giovanile; quale fosse il suo contenuto più intimo e più vero, magari da leggersi fra le righe. Ciò che conta fu come la gioventù europea lo lesse, quali contenuti vi volle trovare.
Fu il testo nel quale trovava giustificazione la ribellione permanente dei giovani contro i vecchi; dell’individuo contro il collettivo, ovvero l’ordine sociale e le sue regole; che trovò nell’inseguire sentimento, libero e spontaneo, contro l’obbligo e la convenzione, la chiave di volta per la felicità.
Parimenti inizia la favola del giovane incompreso, il vittimismo universale di una mente libera e aperta contro l’opprimente stantio insieme di convenzioni che governano lo scambio sociale. Regole meschine e assurde che tarpano le ali a chiunque abbia idee e generoso senso del vivere.
Nella raffigurazione dei giovani dell’epoca, il sentire era l’espressione più nitida dell’anima quella che ne definiva la natura e generava la forza con cui si sarebbe stati al mondo in un certo modo piuttosto che in un altro.
La felicità è sentire di volere e potere essere liberi; ma sentirsi liberi è essere felici. È libero chi segue il suo sentire, ma non puoi sentire il tuo sentire - il tuo vero sentire - se non sei libero.
È una rivoluzione culturale di enormi proporzioni, quella che ha disegnato una volta per tutte il senso comune del mondo moderno riguardo alle ragioni che rendono lecito l’agire di ciascuno. Se l’azione è espressione di un sentimento generoso, sincero e onesto, non solo è lecita, ma è la benvenuta non può che rendere tutti migliori, anche coloro che non ne sono direttamente investiti, ma semplici spettatori.
Del resto buona parte della letteratura femminile di successo, dall’ottocento ai giorni nostri, si regge su questo mito. Il romanzo come “Il padrone delle ferriere” non poteva essere scritto senza che nel senso comune si desse per scontato che è un sentimento genuino dovesse e potesse far crollare qualunque barriera sociale, qualunque distanza fra le anime. …
Lotte è fidanzata con Albert, un giovane serio e assennato quanto lei, in definitiva il miglior partito che potesse trovare in vista del matrimonio, quello che le avrebbe assicurato e garantito il compimento di quello che era lei stessa, la realizzazione concreta di quello che era il suo profondo desiderare: una famiglia sorretta da solide fondamenta di ordine affettivo e pratico, ossia totale abnegazione ai ruoli ben definiti di moglie e marito dei due contraenti il matrimonio, rispettosa osservanza degli obblighi sociali, dedizione assoluta al lavoro, spettante ai due coniugi. Insomma l'antica saggezza della cultura popolare trovava nella coppia Lotte/Albert il suo modello ideale: ci si sposa non per passione ma per un condiviso sentimento di affetto e per unione di intenti e intendimenti. Il suo scopo è la durata in grazia del massimo livello di armonia che le inclinazioni caratteriali di una certa coppia possono offrire.
E' in questo contesto di relazioni umane, strettamente legate alla tradizione, che viene a inserirsi Werther. E naturalmente le fa esplodere, ma non nella forma diretta e dirompente per cui tutti gli impegni presi, gli obblighi consuetudinari fra promessi sposi, vengono cancellati in nome di una reciproca passione fra amanti di tale forza, da trasportarli su di un altro piano di realtà, liberandoli di ogni obbligo verso gli altri. No, avviene esattamente nella forma opposta, in modo indiretto, attraverso l'annichilimento del soggetto della passione, ossia di Werther, che, vedendo l'impossibilità di una via d'uscita ragionevole al suo desiderare, si suicida. Il messaggio, almeno come fu letto dai contemporanei, fu inequivocabilmente questo: che giustizia, e dunque quale bene, possiamo trovare in un ordine sociale le cui istituzioni antepongono il gelido calcolo dell'utile al nobile sentire del cuore? Che felicità potremo mai trovare nel sottometterci a regole dettate dal bisogno della società di conservare se stessa, quando rimuovono il principio stesso da cui sgorga ogni possibile felicità umana, ossia il diritto, anzi il dovere, di seguire il proprio sentimento, quando questo sorge spontaneo e innocente da un cuore puro e libero da qualunque meschino calcolo d'interesse?
Werther è il prototipo dell'incompreso, la figura sociale che ha sostituito quella più antica del peccatore, rimpiazzandola in forma rovesciata.
Se la vicenda del peccatore imponeva lo snodarsi della trama letteraria di ogni racconto verso la redenzione, la figura dell'incompreso prevede la messa sotto accusa permanente dell'ordine sociale esistente e l'esaltazione del giovane che ne diviene vittima proprio perché assolutamente superiore alla meschinità grazie alla quale l'uomo comune si associa ai suoi simili e fa della comune convivenza una ragnatela di regole inderogabili e asfissianti.Werther si suicida, come Didone abbandonata. Ora questo epilogo è interessante sotto molti punti di vista.
In primo luogo, la valutazione morale del suicidio stesso. Il suicidio non è concepibile nel mondo medioevale, cioè Cristiano. Nessuno si sarebbe suicidato per amore e non perché fosse semplicemente un tabù etico. Dante non si suicida, scrive la Divina Commedia; Petrarca, il Canzoniere. Lo scopo dell'amore non era la soddisfazione di un desiderio, ma un mezzo, una via per accedere a un desiderio d'amore ancora più vasto e totalizzante, quello di Dio nel quale trovare la verità della propria esistenza.
Dunque quando Werther si suicida siamo davvero fuori dal mondo Cristiano. Il gesto viene letto secondo criteri che a tutt'oggi rimangono invariati. E' un gesto "folle", come in genere si dice, ma in fondo comprensibile, dunque meno folle di quanto retoricamente si dica e, in fondo, accettato perché accettabile. Perché? Perché il desiderio, il proprio soggettivo desiderio di felicità, è l'unica realtà riconoscibile come sensata, l'unica alla quale possiamo dare un nome. Tutto intorno opacità e impenetrabilità.
E’ una chiave di volta che guida il nostro stare al mondo. Si vive per essere felici, naturalmente; ma si è felici solo inseguendo e realizzando i propri desideri. E i desideri sono l’altro nome con cui diciamo di sentire, di provare, dei sentimenti. La modernità è questo. Siamo soli col nostro desiderio, completamente soli, e proprio non c’è nulla che possiamo inventarci come compagno, quando abbiamo fatto del desiderio l’ancora di salvataggio del nostro stare al mondo.

Alfredo Morosetti

MORIRE

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