mercoledì 6 dicembre 2017

L'arabo e i cristiani

Le scritte in arabo più antiche? Sono state fatte da cristiani durante un regno ebraico. La scoperta risale al 2014 ma è sempre stata tenuta in sordina. Questioni di delicatezza politica e, forse, anche diplomatica: in Arabia Saudita queste cose possono provocare più di qualche imbarazzo.
Sono segni lasciati lungo i muri di sabbia di Bir Hima, a 100 chilometri da Najran, un luogo di passaggio che, nell’antichità, era molto battuto da commercianti e ufficiali. Risalirebbero, secondo gli esperti, al 469 o 470 d.C.. Il problema è che, insieme alle parole, ci sono delle inequivocabili croci.
La scritta è semplice: “Thawban, figlio di Malik”. Ad accompagnare il breve testo diversi simboli cristiani, a indicare che, 150 prima della nascita dell’Islam, la lingua araba era utilizzata in contesti religiosi molto diversi da quelli attuali. Sia chiaro: non è una novità. Il Corano stesso ricorda che, prima della predicazione di Maometto, la penisola arabica era occupata da religioni di ogni tipo, una varietà che determinava confusione e caos. Ecco, non era proprio così. La zona era meglio organizzata di quanto non sembrasse e, soprattutto, all’epoca c’era un regno molto importante, quello di Himyar.
Come ricorda il giornale israeliano Haaretz, forse anche per celebrare la recente vicinanza politica tra Tel Aviv e Arabia Saudita – contro il nemico iraniano – Himyar era un dominio ebraico. Era nato nell’attuale Yemen, con capitale a Zafar, vicino a Sana’a, ma si spinse fino all’interno della penisola, fino a raggiungere la zona della Mecca e confinare con quella che oggi è Riyadh. Una potenza regionale notevole con un’élite convertita al giudaismo. Una mossa strategica, più che confessionale: in un regno molto variegato (con copti etiopi, zoroastriani della Persia e cristiani ortodossi bizantini) la religione di Mose avrebbe funzionato come religione neutra, distante dalle diverse fazioni in lotta tra loro. E così a Zafar, dopo la conversione, avvenuta intorno al 380 d.C., sparirono da iscrizioni e testi regali tutti i riferimenti alle varie divinità pagane per concentrarsi su un dio solo, il “dio di Israele”. In che lingua lo facevano? In quella dei sabei e, in certi casi, in ebraico
E cosa c’entra il cristiano Thawban, figlio di Malik in tutto questo? Semplice. Era una vittima delle persecuzioni contro alcuni gruppi cristiani della città di Najran portate avanti dal regno di Himya. Le scritte ritrovate sarebbero state, secondo alcuni archeologi, una forma di commemorazione nei suoi confronti. E in che lingua lo fecero? In arabo, cioè o meglio nella lingua derivante dal nabateo: un modo per esprimere vicinanza alle altre popolazioni e sfidare il potere centrale.
Alla lunga, la minoranza cristiana, con l’aiuto degli etiopi, riesce a rovesciare il potere di Himyar, nell’anno 500. Seguono diverse battaglie, scontri e fughe per deserti e montagne, ma i giochi, ormai, erano fatti. Per il secolo successivo Himyar è un regno cristiano, pur mantenendo una forte componente ebraica. Poi arriva Maometto e la storia è nota.

lunedì 4 dicembre 2017

Il teologo Vito Mancuso

Nicola Mirenzi - Huffington Post
A Carate Brianza, si sentiva in esilio: "Mio padre e mia madre erano emigrati dalla Sicilia poco prima che nascessi. Andavo a scuola in provincia di Monza e già quando i professori facevano l'appello in classe sentivo che c'era qualcosa che non andava. Io mi chiamo Vito Mancuso. Il mio nome e cognome evocano prepotentemente il sud. Invece, crescevo nella Brianza bianchissima degli anni sessanta. Mi sentivo fuori posto e diverso. Avvertivo su di me il razzismo, la diffidenza di certa gente. Credo che dalla lacerazione tra ciò a cui appartenevo e il luogo in cui mi trovavo sia nato in me il bisogno di pensare".

Per rifondare la fede cristiana su una base laica e universale, Vito Mancuso ha affrontato duemila anni di dottrina della Chiesa, armato di Tommaso d'Aquino e Albert Einstein, di filosofia e di scienza, del suo corpo e della sua mente: tutti uniti nella lotta. Teologo, ha scritto che il peccato originale è "un'offesa alla creazione, un insulto alla vita, uno sfregio all'innocenza e alla bontà della natura". Ha definito l'inferno "un concetto teologicamente indegno, logicamente inconsistente, moralmente deprecabile". Ha incuriosito il mondo secolare e procurato allarme in quello religioso. "Svuota di significato circa una dozzina di dogmi della Chiesa"(La Civiltà Cattolica). "Ha suscitato in me un senso di profondo disagio"(Osservatore Romano) .

Leggendo il suo ultimo libro – "Il bisogno di pensare" (Garzanti) – si ha l'impressione che il margine sia per Mancuso il luogo da cui può sentire più forte l'appartenenza, come lo sradicamento è all'origine del suo bisogno di radicarsi: "Non ho mai tenuto a essere iscritto a una scuola, fosse quella hegeliana, kantiana, martiniana. Preferisco coltivare l'indipendenza, anche nei confronti dei maestri".

Lei si occupa di Dio, ma richiama sempre la carne. Perché?
Nietzsche diceva che non bisogna mai prestare ascolto a un pensiero che viene in mente quando non si è in cammino. E che avere il "sedere di pietra" – cioè, stare sempre seduti – è un peccato contro lo spirito santo. La parte del corpo con cui penso di più sono i piedi. Essi mi fanno sentire la concretezza delle cose. Giacché il pensiero è sempre immerso nel materiale.

Anche le idee lo sono?
Le idee sono delle visioni, non sono concetti che si pensano e che si elaborano: sono qualcosa che si impone alla vista, anche se li si guarda con gli occhi interiori. È questo ciò che connota le grandi intuizioni dei musicisti, dei poeti, degli artisti, degli scienziati.
Gli scienziati non lo fanno con gli esperimenti?
Quando nel 1964 Peter Higgs teorizzò l'esistenza di un bosone oltre le particelle elementari, non aveva nessun dato per sostenerlo. Lo vide. Quarant'anni dopo, al Cern di Ginevra, verificarono che c'era davvero. Fu così anche per la teoria della relatività. Einstein aveva da una parte la meccanica quantistica, dall'altra le leggi dell'elettromagnetismo: due teorie che prese singolarmente erano vere, ma insieme erano inconciliabili. La sua visione della relatività le univa. Finché non fu verificata, anch'essa era pura immaginazione.
La sua fantasia di cosa si è nutrita? 
Mio padre era un muratore, mia madre cominciò facendo la sartina. A casa mia c'erano solo due libri: un vangelo con la copertina bianca e le pagine sottilissime, e un libro di preghiere. Quando mio padre ebbe un piccolo successo economico, cominciò a comprare a rate delle enciclopedie. I volumi arrivavano una volta al mese. Io sfogliavo Le Scienze, Universi, perdendomi nelle parole e nelle illustrazioni. E poi c'erano i romanzi d'avventura di Emilio Salgari.
Fece il liceo negli anni settanta. Com'era?
Studiavo a Desio, a dieci chilometri da Milano. Era una zona operaia, vicino agli stabilimenti dell'Autobianchi. Democrazia proletaria era fortissima, come gli altri gruppi dell'estrema sinistra. Desio, però, aveva anche una grande tradizione cattolica. È la città di Don Luigi Giussani, il fondatore di Comunione e Liberazione. E ogni manifestazione finiva nella piazza che ospita la statua di Pio XI – anch'egli nato lì – con una bandiera rossa inforcata tra le tre dita benedicenti.
Lei da che parte stava?
In mezzo agli extraparlamentari di sinistra e ai ragazzi di Cielle. Ero vicino al cattolicesimo democratico, ma sopratutto ero lontano, anzi provavo allergia nei confronti di quei miei coetanei che sapevano già tutto della vita, che avevano in tasca una verità rossa, bianca oppure nera. Sentivo in loro una falsità. Avevo l'impressione che rimuovessero le contraddizioni dell'esistenza, nascondendosi dietro una citazione ritagliata dai loro testi di riferimento. Io, invece, cercavo la verità che c'era dentro ogni posizione: la verità della tesi, e quella dell'antitesi. Quando scoprii Hegel, sentii una grande affinità con la sua dialettica.
Così giovane lesse Hegel?
No, a diciassette anni lessi Dio esiste? di Hans Küng, un libro di più di mille pagine che si interroga sul rapporto tra il pensiero moderno e l'idea di Dio, dove c'era una parte dedicata ad Hegel. Quando lo finii, mi dissi: "A questo voglio dedicarmi: a pensare Dio filosoficamente". Fu una lettura decisiva. Mi cambiò la vita.
Come?
Ne parlai al prete del mio oratorio, che mi consigliò di fare dei colloqui in seminario: "Può essere un segno di vocazione sacerdotale", mi disse. Andai. Incontrai il direttore spirituale in una stanza piena di libri, a cui si accedeva percorrendo dei corridoi pieni di luci. Mi sentii nel posto giusto. Mi convinsi ed entrai in seminario.
Divenne prete?
A ventitré anni e mezzo, in anticipo di quasi due anni sui tempi canonici, il cardinal Martini mi ordinò sacerdote. Avevo fatto cinque anni di studi teologici meravigliosi, con professori eccezionali, tra i quali il cardinal Tettamanzi, e poi il cardinal Ravasi, e il cardinal Coccopalmerio, e tanti altri ancora.
Perché non continuò a fare il prete?
Perché dopo un anno mi resi conto che la mia vocazione era sì teologica, ma non sacerdotale. Due cose non mi appartenevano: una era l'obbedienza alla dottrina, l'altra era la rinuncia a esercitare la mia affettività anche a livello sessuale. Alla prima avrei potuto ovviare diventando uno di quei preti ribelli come Don Gallo. Per la seconda, invece, non c'era soluzione.
Preferì se stesso a Dio?
C'è un grande filone del pensiero teologico che crede ci sia un'infinita differenza qualitativa tra Dio e l'uomo, per cui seguire Dio significa fare un salto nel grande mistero, vivere la fede come cecità, fino a negare se stessi e opporsi alla ragione, scandalizzando il mondo. Ma questa non è la mia visione della fede. Dio, per me, è contro il consumismo, il potere, il desiderio di possesso: le manifestazioni superficiali della cultura contemporanea. Ma non è contro la corrente vitale del mondo, l'energia che si dispiega nella storia e chiede senso, giustizia, bellezza. Dio non è contro corrente. Dio è la forza che guida la corrente e la meta verso cui la corrente si dirige. È sorgente e porto, alfa e omega. E non c'è opposizione tra dimensione umana e teologica, tra corpo e spirito: è nell'armonia tra di esse che Dio si manifesta.
Papa Francesco in che direzione si muove?
La forza profetica di Francesco è così evidente che anche il mondo laico lo ascolta e lo considera un punto di riferimento. Nella Chiesa, però, una parte lo segue, un'altra lo avversa. Le tensioni sono diventate fortissime. C'è il rischio che il treno della Chiesa si spezzi.
La politica, invece?
Nel novecento, la politica è stata invasa dal pensiero. Schiere di ideologi hanno elaborato teorie che pretendevano di imporsi sulla storia, gli uomini e la loro libertà. E forse, oggi, paghiamo quell'eccesso. Senza una visione, la politica si riduce a pura amministrazione, a tecnica fredda del governo. E, per l'Italia, questo è più rischioso che per altri paesi.
Perché?
Perché senza senza delle idee capaci di organizzare la dimensione pubblica, entrano in gioco gli interessi, le lobby, le clientele, la corruzione: un campo in cui il nostro paese è sempre molto in alto nelle classifiche internazionali. Più le visioni del bene comune si estinguono, più emerge il particulare.
Cita Guicciardini. Non significa che l'Italia è sempre stata così? 
Quando ero ragazzo, non mi perdevo nemmeno una tribuna politica. Ascoltare Berlinguer, Zaccagnini, Fanfani o Almirante mi metteva di fronte a una visione del mondo. Non si trattava semplicemente di altri politici: si trattava di statisti, cioè di politici in grado di dare unità ai bisogni e agli interessi di un paese intero. Oggi, di statisti, non mi pare di vederne.
La Chiesa potrebbe fare qualcosa?
La Chiesa deve fare politica, fornendo un orientamento, parlando di economia, etica, giustizia sociale. Quello che non deve fare è scegliere un partito, anziché un altro.
Papa Francesco piace molto a sinistra, però. 
È innegabile che tra i due grandi principi che orientano la politica – la libertà (destra) e l'uguaglianza (sinistra) – insista di più più sulla seconda.
Significa che possiamo definirlo "un papa di sinistra"?
È una definizione che il papa rifiuterebbe. Ma se applichiamo – un po' impropriamente – le categorie politiche alla teologia è chiaro che a destra c'è la tradizione, a sinistra l'innovazione. Dunque: Ratzinger era una papa di destra, Francesco è un papa di sinistra.
Perché ci invita a pensare?
Per trovare pace e non diventare cattivi.
I cattivi non pensano?
Intendo cattivi nel senso latino del termine: captivi, cioè prigionieri. Prigionieri della paura che immobilizza la mente e il cuore, generando chiusura e aggressività. Le bestie aggredite, aggrediscono. Quando non esercitiamo il pensiero, noi uomini non siamo diversi.

domenica 3 dicembre 2017

Lo spirito di Cipolla

Armando Massarenti - Il Sole24Ore

Per che cosa sta la M. di Carlo M. Cipolla (1922-2000)? No, non sta per Maria, come tutti credono e come riporta anche Wikipedia. Allora sta per Mario? Non state a scervellarvi. Semplicemente non sta per niente.
O, meglio, sta solo per se stessa. M. è l'iniziale che l'autore di Vele e cannoni o di Miasmi e umori si inventò per riempire la casella middle name compilando i moduli dell'università di Berkeley dove si trasferì negli anni 50. 
E non è l'unica bizzarria che riguarda la reputazione di questo gigante della storia dell'economia. Un'altra ha che fare con il suo libro più famoso, quell'Allegro ma non troppo che, nato quasi per scherzo, è divenuto il più tenace long-seller della casa editrice il Mulino.
Costantemente ristampato, in 23 anni ha venduto in Italia 350mila copie, e nel mondo vanta edizioni in francese, tedesco, spagnolo, galiziano, catalano, greco, turco, portoghese, ungherese, ceco, rumeno, giapponese e coreano. Una fortuna e una notorietà che, ironia della sorte, nessuno dei suoi lavori 'seri' gli avrebbe mai potuto regalare. A partire dalla ponderosa Storia economica dell'Europa pre-industriale, la cui pubblicazione in italiano coincide con l'inizio della vicenda editoriale di quell'aureo libretto.
Siamo nel 1973. Cipolla chiede alla casa editrice bolognese, per la quale sta per pubblicare la traduzione della Storia, di stampare un breve testo in inglese che intende regalare agli amici per Natale.
Si tratta di una deliziosa (auto)parodia del modo di fare storia economica dell'antichità e del Medioevo. Il commercio delle spezie, in particolare del pepe, dopo la scoperta del suo potere afrodisiaco, è individuato come il vero motore dello sviluppo economico del Medioevo. Nell'agosto 1976 Cipolla chiede di stampare con le stesse modalità un altro breve testo in inglese: The Basic Laws of Human Stupidity.
Il Mulino ne tira un centinaio di copie numerate e Cipolla le regala agli amici. In scena qui c'è il tipico atteggiamento dell'economista alla ricerca di uniformità e armato di definizioni, matrici e tabelle.
Sulla base dell'analisi dei danni o vantaggi che l'individuo procura a se stesso e di quelli che procura agli altri, e data la definizione per cui «una persona è stupida se causa un danno a un'altra persona o a un gruppo di persone senza realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo un danno», Cipolla costruisce uno schema di ascisse e ordinate in cui collocare con precisione i tipi degli intelligenti, degli sprovveduti, dei banditi e degli stupidi, dal quale si evince tra l'altro che «lo stupido è più pericoloso del bandito». Tutto assolutamente plausibile.
Cipolla, con questa deliziosa parodia, sembra aver realmente scoperto le «leggi fondamentali della stupidità». Per anni però si rifiuta di tradurre il testo in italiano. Impossibile rendere lo humour swiftiano dell'originale. Ma le pressioni crescono, il passaparola si diffonde e nel 1987 Cipolla accetta di far tradurre i due testi e di riunirli in Allegro ma non troppo, uscito nel 1988. Si noti il tono sussiegoso e leggermente inesatto con cui Wikipedia racconta questo passaggio: «Cipolla approfondì il controverso tema della stupidità umana formulando la famosa teoria della stupidità, enunciata nel suo arguto libello del 1976 dal titolo The Basic Laws of Human Stupidity (The Mad Millers, 1976), poi ripubblicato in italiano nel 1988 come Allegro ma non troppo (il Mulino, 1988, Isbn 8815019804)».
Dove si vede che nessun codice Isbn viene fornito per l'editore The Mad Millers. Si tratta infatti ‐ come per la M. ‐ di un editore inesistente, che allude ai 'mugnai folli' dell'editrice bolognese che accontentarono lo studioso e che poi ne determinarono la fortuna. La banda del Mulino è assai fiera di questa storia, ma qualcosa non è andato per il verso giusto. Successo dopo successo, traduzione dopo traduzione, avveniva un fatto strano. O forse istruttivo. 
A mancare all'appello era una vera edizione inglese o americana. Bizzarro per un libro pensato e scritto proprio in quella lingua! Ma ciò la dice lunga su quanto siano spocchiosi gli editori di quei paesi. Il problema, sia detto tra parentesi, è generale e serio: molti lavori eccellenti di carattere erudito, che hanno il solo difetto di essere scritti in italiano, faticano a raggiungere il pubblico anglofono, che segue canali tutti suoi, a volte di minore qualità. Ragione di più per attrezzarsi e, come Cipolla, scrivere direttamente in inglese! Chiusa parentesi.
Ora l'editore bolognese, consapevole che la stupidità ‐ per dirla con Cipolla ‐ è «una delle più potenti e oscure forze che impediscono la crescita del benessere e della felicità umana», ha deciso di rendere disponibile al vasto pubblico dei lettori la versione originale di The Basic Laws of Human Stupidity. Dal 3 novembre sarà acquistabile in forma cartacea e in e-book nelle principali librerie online, a partire da Amazon. Trentacinque anni fa Cipolla lo regalava a pochi amici. Paradossalmente solo oggi tutti potranno leggere il testo originale dopo che in tante lingue è diventato un bestseller. Nessuno invece potrà mai leggere il seguito alle Leggi fondamentali che Cipolla avrebbe voluto intitolare I rumpabal nella storia.

martedì 28 novembre 2017

L'uomo creativo

Alain Touraine: ecco l’uomo
nell’era della creatività 

Nel testo uscito in Francia nel 2015 e tradotto da il Saggiatore il decano 
dei sociologi riflette sul significato dell’essere nel mondo contemporaneo 

Peter Kogler (Innsbruck, Austria, 1959), «Next» (2016, installazione, particolare), courtesy dell’artista/Ing Art center BruxellesPeter Kogler (Innsbruck, Austria, 1959), «Next» (2016, installazione, particolare), courtesy dell’artista/Ing Art center Bruxelles
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Sebbene non faccia mistero della propria diffidenza nei riguardi della filosofia, è un saggio filosofico. Anche se non intende esserlo. Mi riferisco a Noi, soggetti umani, pubblicato ora da il Saggiatore e uscito in Francia nel 2015. L’autore è Alain Touraine, uno dei maggiori sociologi viventi. Non è un caso che il filosofo Vincenzo Milanesi l’abbia invitato all’Università di Padova a presentare il suo libro. Sul retro del quale si legge: «Sono contento di essere finalmente riuscito ad approdare in un territorio che non avevo ancora potuto esplorare. Così contento che vorrei fosse considerato come il mio primo libro». Che il «territorio» di cui egli parla non sia il trapelare della filosofia? In effetti, se il libro mostra le grandi capacità analitiche che sono proprie del suo autore, tuttavia non è un discorso specialistico che debba confrontarsi con altre forme della specializzazione scientifica, ma si presenta come una comprensione del nostro tempo, che ponendosi al di sopra di ogni analisi specialistica intende valere come visione totale di esso e del suo passato. E questo è sempre stato il carattere del sapere filosofico. Dicendolo, non intendo partecipare a una disputa tra forme di sapere che si contendono un povero primato. Si tratta di capire con che lanterna si guarda il mondo e, vedendo che cosa esso è, di prendere le misure per viverci. 
Il saggio di Alain Touraine, «Noi, soggetti umani», è edito da il Saggiatore (traduzione di Massimiliano M. Matteri, pp. 308, euro 29)
Il saggio di Alain Touraine, «Noi, soggetti umani», è edito da il Saggiatore (traduzione di Massimiliano M. Matteri, pp. 308, euro 29)
Per Touraine si sta uscendo dalla società industriale per entrare in quella dove si fa largo la coscienza dei «diritti universali» dell’uomo: libertà, uguaglianza, fratellanza, riassunte dal concetto di «dignità». Gli uomini hanno questi diritti per la loro «creatività» «senza limiti». Capacità di «creare e trasformare non solo il loro ambiente, ma anche loro stessi e l’interpretazione che danno alle loro pratiche» (pagine 13-14). Il nostro è il tempo in cui la «capacità umana di autocreazione e di autotrasformazione», che è anche capacità di autodistruzione, va scoprendo sé stessa. E la creatività umana richiede la fine del «sacro», il rifiuto del rimanere «sottoposta alle decisioni di un Dio» (pagina 94) e di ogni potere che voglia limitarla e controllarla e che oggi si incarna soprattutto nel capitalismo finanziario, nello Stato totalitario e nelle varie forme di tirannia. In questa «creatività» consiste l’essere «soggetti umani». Il «soggetto umano» ha una «dignità» che lo pone al di sopra di tutto perché egli ha la capacità di stare «al di sopra di tutte le istituzioni, di tutti gli interessi, di tutti i poteri». 
Alain Touraine (1925, foto LaPresse)
Alain Touraine (1925, foto LaPresse)
Il concetto di «creatività» è il nucleo del libro. Che è sì ricchissimo di descrizioni suggestive del modo in cui le vecchie e le nuove forze si scontrano, si incontrano, si uniscono, si mescolano, e delle ambiguità, sfaccettature, sfumature di questi processi, ma che presenta quel nucleo come qualcosa di indiscutibile, e non ne considera la lunga genesi. Si guardi all’esito di essa, a quel che Nietzsche scrive. «Che cosa mai resterebbe da creare se gli dèi esistessero»! Nulla! Ma l’uomo è creatore: il «non più creare» è la «grande stanchezza» che Zarathustra vuol tener lontana da sé: dunque «via da Dio e dagli dèi»! (Così parlò Zarathustra, «Sulle isole beate»). È necessario saper scendere nel sottosuolo di queste affermazioni per capire il loro esser tutt’altro che esclamazioni velleitarie. Ma a sua volta Nietzsche si muove pur sempre nel clima dove l’idealismo pensa a fondo il concetto di creazione umana. E questo concetto non rinvia forse al più lontano passato di ciò che chiamiamo «Occidente»? 
Nel libro di Touraine non c’è pagina in cui la creazione umana non venga nominata. Ma non esiste una pagina in cui il significato di questa parola venga definito e se ne veda la storia. Troppo filosofica. È vero che egli considera sempre il creare nel suo incarnarsi in concrete forme storiche di carattere politico, religioso, economico, ma nemmeno queste forme sono presentate in modo da far trovare in esse in che consista il «creare». A farlo trovare è stata la filosofia, sin dal suo grande inizio presso il popolo greco. Creare: far crescere, generare, produrre. 
Nel Convivio Platone definisce la produzione (poiesis) dicendo che essa è la «causa» (aitia) per la quale «una cosa qualsiasi passa dal non essere all’essere». Certo, oggi le parole «essere» e «non essere» («niente») danno fastidio a molti. Eppure si può dire che ormai sul Pianeta ogni azione e ogni forma di coscienza (religione, scienza, politica, industria, tecnica, vita quotidiana, lo stesso inconscio, ecc.) si reggono su ciò che è indicato da quelle parole e, sì, sul modo in cui Platone ha definito la produzione. Far esser e non essere le cose è la forma suprema di potenza. L’uomo ha sempre creduto nella propria capacità creativo-distruttiva. Da quando Adamo ha creduto di poter essere come Dio. Ma la filosofia prende coscienza del significato radicale di ciò in cui l’uomo crede. Lo dico perché Touraine dà giustamente importanza al prender coscienza di ciò che si è. 
È vero: per la tradizione filosofica le cose del mondo passano dal non essere all’essere solo in quanto esiste un Dio immutabile (e il mondo è appunto questo continuo passare — e il suo inverso, cioè la distruzione). Nietzsche e pochi altri — ossia coloro che chiamo «gli abitatori del sottosuolo filosofico del nostro tempo» — mostrano invece che se esistesse un Dio non potrebbe esistere quel passare: non potrebbe esistere il mondo. Lo mostrano e vincono questo grandioso e terribile scontro, anche se la superficie del nostro tempo — e Touraine si trova nella più numerosa delle compagnie — si limita sostanzialmente a non voler più alcun Dio immutabile e alcuna delle forme inviolabili che Dio assume nel mondo, quali il diritto e il bello naturale, la verità definitiva, lo Stato assoluto. Quella compagnia si limita a esprimere il proprio bisogno che Dio e il Sacro e la loro Legislazione non esistano. Un bisogno, una fede. Non sembra casuale che a un certo punto Touraine scriva che l’affermazione dei diritti fondamentali dell’uomo, fondati sulla coscienza della sua «creatività», è «la fede nell’uomo» (pagina 21). Comunque, con Dio o senza Dio, la convinzione nell’esistenza del passaggio dal non essere all’essere e viceversa si è fatta sempre più presente nella storia, fino a presentarsi come il sottinteso di tutto ciò che oggi viene compiuto sulla Terra. 
Di particolare rilievo è il problema che emerge dal rapporto che Touraine istituisce tra la tecnica moderna e l’uomo in quanto coscienza della propria illimitata «creatività». Sia pure in mezzo a una folla di controspinte, la tecnica (da lui considerata sempre, mi sembra, nel suo essere unita alla produzione industriale) starebbe conducendo verso la maturazione di quella coscienza. Va però osservato che se quell’illimitata «creatività» esistesse sarebbe essa la forma suprema di tecnica — l’essenza della tecnica essendo appunto la capacità di trasformare il mondo. Nel passo sopra richiamato Platone aggiunge appunto che la tecnica è poiesis. Quindi la tecnica di cui parla Touraine — che è quella visibile, nota a tutti — sarebbe un mezzo per incrementare la potenza di tale forma suprema e avrebbe una potenza inferiore a quest’ultima. Se non fosse così e la potenza suprema spettasse alla tecnica di cui parla Touraine, questa potenza non lascerebbe prevalere la «creatività» umana. E l’intera prospettiva di Touraine sarebbe soltanto un’utopia irrealizzabile. 
Ma la «creatività» umana non può essere la forma suprema della potenza. Infatti, esiste oggi nel mondo, oltre ai due protagonisti considerati in questo libro, un convitato di pietra, meno visibile, di cui nemmeno Touraine tien conto. Il prevalere di questo convitato è la dimensione verso la quale il mondo sta andando. Si tratta della tecnica che non ha come scopo la realizzazione dei valori via via apparsi lungo la storia dell’uomo. Si tratta della tecnica che dunque non ha come scopo i valori del capitalismo (industriale o finanziario), o del «comunismo» cinese, o della coscienza religiosa, della tradizione filosofica dell’Occidente, né quelli, raccomandati da Touraine, della Rivoluzione francese. Si tratta della tecnica che ha come scopo l’aumento indefinito della propria potenza e che quindi è inevitabile che, sebbene ancora sullo sfondo, abbia a prevalere su ogni altro tipo di tecnica oggi in primo piano. 
Per far vivere i valori al servizio dei quali si trova, la tecnica è infatti costretta a sottrarre energia alla promozione della propria potenza. Il che non accade al convitato di pietra, cioè alla tecnica che dedica ogni energia a tale promozione. Per ora abita anch’essa nel proprio sottosuolo. Dal punto di vista di quei valori essa è «male» estremo. Ma coloro che prima abbiamo chiamato «gli abitatori del sottosuolo filosofico del nostro tempo» non mostrano forse che quei valori sono «morti»? Una volta che la «creazione» — «produzione» viene pensata come poiesis, cioè come passaggio dal non essere all’essere, e la distruzione come il passaggio inverso, questa «morte» è inevitabile. Si tratterà poi di guardare in faccia questo pensiero che sorregge l’intera storia dell’Occidente e ormai del Pianeta, per stabilire se le sue spalle sono in grado di sostenere un peso così immane.

domenica 26 novembre 2017

Antiche parolacce

PRIAPO POMPEIPRIAPO POMPEI

Da quando l'uomo è venuto al mondo, ha cercato espressioni efficaci - le cosiddette parolacce - per esprimere rabbia e sdegno. Se è molto probabile che già nella Preistoria i nostri antenati tirassero "accidenti" quando si facevano male o litigavano con qualcuno, è certo che dagli Antichi Egizi in poi il turpiloquio fu sdoganato, come testimoniano i reperti che ci sono pervenuti. Ma cosa urlavano gli antichi quando perdevano la pazienza e quali parolacce avevano nel loro vocabolario?

ANTICO VASO GRECOANTICO VASO GRECO
BESTEMMIE EGIZIANE. Gli Egizi nel III-II millennio a.C. bestemmiavano già senza ritegno. Almeno stando all’interpretazione di alcuni geroglifici e papiri, in cui Nefti, la dea dell’oltretomba, era definita una “femmina senza vulva”, il dio Thot un essere “privo di madre” e Ra, il dio Sole “con la cappella vuota”. I reperti che ci sono pervenuti però sono ancora troppo pochi per ricostruire l'arte della parolaccia del popolo del Nilo.

GRECI. Abbiamo molte più informazioni invece sugli antichi Greci. Loro a differenza degli Egizi preferivano non scherzare con gli dei. In compenso imprecavano  “per l’aglio”, “per il cane” e “per la capra”! Il filosofo Pitagora (VI secolo a.C.) credendo che i numeri fossero a fondamento della realtà imprecava addirittura con i numeri. Se si arrabbiava, si dice che gridasse: "Per il numero 4!". 
POMPEI 1POMPEI 1

Quanto a turpiloquio poi erano maestri: il poeta Archiloco già nel VII secolo a.C. scriveva versi in rima (i cosiddetti "giambi"). E all'occorrenza non andava per il sottile:
"Il suo cazzo (...) come quello di un asino di Priene
stallone gonfio di cibo eiaculava"
scrisse. Lui che era capace di raggiungere anche sublimi vette di lirismo. Come in questo giambo:
"Cuore, o cuore, sballottato da insolubili dolori,
rialzati, resisti contro chi ti tratta male, opponi
il petto, piazzato accanto alle tane dei nemici
con tenacia: e, se vinci, non ti rallegrare assai,
o, se perdi, non crollare, messoti a lutto in casa,
ma rallegrati per i beni e per i mali soffri
non troppo: ammetti come questo ritmo è della vita".

ALLA ROMANA. Gli antichi latini non erano meno pudichi dei Greci. Nel loro vocabolario si trovano termini come stercus (merda), mentula(membro maschile), futuere (fottere), meretrix (prostituta) e scortum(sgualdrina). Tutte espressioni comparse anche sui graffiti dei muri di Pompei.

porno a pompeiPORNO A POMPEI
COME UN AUTOGRILL. Leggere i graffiti di Pompei è un po' come leggere le frasi scritte in un bagno all'autogrill: si va da "Appollinare, medico di Tito, in questo bagno egregiamente cagò" a un altrettanto entusiastico "Che gioia inculare!". Ma si può trovare anche un "memorabile" commiato: "Piangete ragazze, il mio cazzo vi ha abbandonato. Ora incula i culi. Fica superba addio!"


Ma quando proprio si indispettivano, come esprimevano la loro rabbia? Solitamente davano al nemico del “sannita” . I fondatori dell’Urbe, infatti, consideravano questi italici, che si erano opposti strenuamente alle loro legioni, montaniagrestes e latrones, cioè “montanari”, “rozzi” e “briganti”. "Sporco sannita" poteva insomma essere un insulto della peggior specie.

PAROLACCE D'AUTORE. Le parolacce in alcuni casi, come già in Archiloco, erano anche messe nero su bianco. Lo fece in Grecia il commediografo Aristofane (V secolo a.C.), inventore di offese capaci di suscitare grande ilarità tra il pubblico. Il suo scopo era infatti attaccare i governanti con un linguaggio volutamente "basso" per farsi capire dal popolo.

ffresco pompeiFFRESCO POMPEI
Lo stesso che fece secoli dopo il poeta latino Marziale (I secolo d.C.) che si divertì a irridere l'oziosa vita della metropoli romana. Per farlo raccontava aneddoti che avevano come protagonisti uomini impotenti o donne corrotte, con l'obiettivo di mettere a nudo la "bassezza" umana.

Lo stile che gli risultò più efficace erano gli epigrammi, versi composti da frasi brevi e taglienti, come questo: “La merda Basso, la fai in un vaso d'oro - e non ti vergogni, tu./ Il vino lo versi nel vetro. Dunque la tua merda vale di più”.
MEDIOEVO TRIVIALE. medioevali, razzisti e classisti, consideravano offensivo il termine “villano”, che indicava l’abitante della campagna, proprio com’era offensivo per i Romani dare del “sannita” a qualcuno. Non solo la provenienza, anche le professioni e il cibo più umile originavano termini sprezzanti per ogni occasione: i siciliani del Trecento erano mangiamaccarruna, i napoletani mangiafoglia (di cavolo). E nello stesso periodo si poteva squalificare un avversario dandogli del votacessi o dello “scardatore di castagne di villa”.

Nei comuni medioevali divisi in fazioni e perennemente in lotta fra loro era facile offendere qualcuno in base al suo schieramento: a mal ghibellino cacato si poteva rispondere con sozzo guelfo traditore, ma anche con “fiorentino marcio” o, all’occorrenza geografica, con “sozzi marchisani” o “sozza romagnola”.

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Insomma, è evidente che gli uomini del passato offendevano e dicevano parolacce per sfogare rabbia, odio, indignazione o frustrazione, o, secondo alcuni antropologi, per provocare la reazione fisica dell’avversario.

MORIRE

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