domenica 17 settembre 2017

L'età adulta


La via degli dei - Davide SusanettiLA VIA DEGLI DEI - DAVIDE SUSANETTI
Per i Latini, sempre contenti di appropriarsi delle tradizioni greche, le «iniziazioni» erano gli initia, una parola derivata dal verbo inire , «entrare»: il rito d' iniziazione conduce, fa entrare in un' altra più piena dimensione. I Greci però, spiega Davide Susanetti nel libro La via degli dei (Carocci), preferivano un altro termine, più interessante: teletè , che significa completamento. Il rito di iniziazione è un rito che conclude e porta a compimento un percorso, dandogli senso.

SOLDATO GRECO MACEDONESOLDATO GRECO MACEDONE
Per questo le iniziazioni religiose, come i misteri di Eleusi vicino Atene, erano così importanti: scoprendo la sua natura divina e immortale, l'iniziato raggiungeva finalmente la verità, comprendeva il senso ultimo della sua esistenza - che nulla era stato casuale nel lungo percorso della sua vita. La meta del viaggio era vicina, ormai.

E chiaramente indicata: nelle tombe degli iniziati venivano deposte delle laminette d'oro contenenti indicazioni dettagliate sulla geografia dell' aldilà. «Accanto un bianco cipresso, v'è sulla destra una fonte; non ti fermare, poi ne troverai un' altra». Più chiare di Google Maps, conducevano i defunti, ormai assurti al rango di esseri divini, in luoghi meravigliosi in cui avrebbero goduto per l'eternità di una vita beata.

I SOLDATI NELL ANTICA GRECIAI SOLDATI NELL ANTICA GRECIA
Questo percorso di iniziazione alla riscoperta di se stessi era cominciato molto prima, fin dalla nascita si potrebbe dire, attraverso snodi decisivi. Intanto si doveva sopravvivere, e non era poco, visto che nell' antichità l'abbandono dei figli (e ancora di più delle figlie) era pratica diffusa e per niente esecrata.

Il passaggio decisivo era invece quello che segnava l'ingresso nell' età adulta. Bambini e ragazzi, certe pagine di Aristotele lo spiegano con chiarezza, non erano considerati esseri umani a tutti gli effetti. Incapaci di parlare e ragionare, incerti nei movimenti nei primi anni; in seguito totalmente dominati dalle sensazioni e dalle passioni (sia detto di passaggio, dopo i lunghi mesi estivi trascorsi con l' amata prole: come dargli torto?), apparivano ancora vicini al regno animale. Ma almeno potevano essere allevati e educati, così da essere introdotti nel mondo degli uomini.

IL CITTADINO SOLDATO NELL ANTICA GRECIAIL CITTADINO SOLDATO NELL ANTICA GRECIA
In che cosa consistesse il rito di passaggio all'età adulta era scontato: la guerra per i ragazzi, il matrimonio per le ragazze. Non si scherzava né nell'uno né nell' altro caso. Il padre poteva vendere come schiava la figlia, se avesse scoperto che intratteneva rapporti sessuali prima di sposarsi. Quanto ai ragazzi, a Sparta soprattutto, è un miracolo che sopravvivessero alle prove che dovevano affrontare.

La krypteia prevedeva che i giovani fossero lasciati soli, senza vestiti e cibo, con un coltello soltanto: dovevano nascondersi di giorno e agire di notte. E già che c'erano dovevano tendere imboscate agli iloti (le popolazioni asservite che lavoravano per Sparta) per ricordargli chi comandava. Meno esagitati, gli Ateniesi istituirono la pratica dell'efebia, due anni di servizio militare obbligatorio, a difesa della città.

I SOLDATI NELL ANTICA GRECIAI SOLDATI NELL ANTICA GRECIA 
Questa ossessione militarista potrebbe sembrare eccessiva. Ma in un mondo caratterizzato da una situazione conflittuale permanente era fondamentale. Cittadino in senso proprio è chi difende la propria patria. Fortunatamente, poi, le cose cambiano: i tempi si fecero meno incerti, e l' addestramento militare fu progressivamente integrato dall'istruzione. Era un cambio di prospettiva notevole. Si poteva contribuire al bene della propria comunità - questo significava entrare nell' età adulta: prendersi cura del prossimo - non solo con le armi, ma anche con l'intelligenza e la conoscenza. Non male come idea, in attesa di diventare dèi ad Eleusi.

Ebrei contro Hitler

Mirella Serri per “la Stampa”

RITCHIE BOYSRITCHIE BOYS
Nell' autunno del 1942 una notizia volò di bocca in bocca nella valle del Maryland dove l'esercito aveva attivato il campo militare di Fort Ritchie: i nazisti erano arrivati in America e si stavano esercitando proprio da quelle parti. Un paio di operai che si erano addentrati nell' area top secret del campo raccontavano di aver visto un plotone con l'uniforme della Wehrmacht che marciava spedito: «Links, zwei, drei».

Non era un miraggio ma non si trattava di fedelissimi di Hitler negli Usa, bensì di giovani militari ebrei tedesco-americani la cui vicenda è stata per decenni dimenticata e che adesso è stata ricostruita sulla base di diari ritrovati dallo scrittore e giornalista Bruce Henderson in Fratelli e soldati. La vera storia degli ebrei che sconfissero Hitler (in uscita da Newton Compton).

I giovani che procedevano al passo dell' oca furono ribattezzati i Ritchie Boys, combattevano sotto la bandiera a stelle e strisce e si stavano esercitando per trasformarsi in perfetti soldati tedeschi pronti a infiltrarsi nelle linee nemiche.
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Ma si stavano allenando anche ad apprendere nuove tecniche di guerra, ovvero gli interrogatori dei prigionieri messi in atto per la prima volta dagli americani e dai britannici dopo lo sbarco in Nord Africa. Erano tutti ebrei nati in Germania da dove erano fuggiti verso la fine degli Anni Trenta lasciandosi alle spalle amici e parenti che non avrebbero mai più rivisto.

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Dopo l' addestramento di otto settimane nel Maryland, i circa duemila ragazzi che frequentarono i 31 corsi ottennero la cittadinanza americana e poi furono paracadutati in Francia: al seguito del generale Patton conquistarono Nantes, Orléans, Nancy e parteciparono nel dicembre del 1944 alla battaglia delle Ardenne.

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Il loro intervento fu decisivo nella sconfitta tedesca. Un rapporto a lungo tenuto riservato dell' esercito americano ha rivelato che quasi il 60 per cento delle informazioni attendibili sul nemico raccolte in Europa furono frutto del lavoro svolto dai Ritchie Boys addestrati dal Military Intelligence Training Center (Mitc).

Il loro segreto? I Ritchie Boys erano a conoscenza delle abitudini, del modo di esprimersi, della mentalità e della psicologia dei connazionali nazisti.
Ma soprattutto operavano spinti da un drammatico e personale coinvolgimento.
Racconta Martin Selling, uno dei più famosi Ritchie Boys divenuto abilissimo nello «spremere» i prigionieri, che un ufficiale appena catturato gli chiese con arroganza dove aveva imparato così bene il tedesco. «Nel lager di Dachau», rispose Martin. A questo punto il graduato non svenne ma per la paura se la fece letteralmente addosso.
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Ma era proprio vero: Martin era stato chiuso in quel campo di concentramento e ne era uscito vivo per miracolo. Non aveva comunque nessuna intenzione di applicare torture analoghe a quelle che gli erano state inflitte. Al contrario. Doveva agire sui prigionieri con grande velocità: le informazioni sui movimenti delle truppe, sulle postazioni difensive, sui campi minati e sul morale dei tedeschi diventavano rapidamente obsolete. E poi Martin e gli altri ragazzi che si chiamavano Werner Angress, Stephan Lewy, Guy Stern proprio per aver subito l' orrore della sopraffazione nazista non amavano la violenza.

Erano a conoscenza, per esempio, che i tedeschi temevano di essere catturati dai sovietici e di finire in Siberia. Allestirono così una pittoresca tenda russa dove Guy si fingeva un isterico Commissario sovietico con alle spalle una gigantesca fotografia di Stalin. L' espediente fu molto efficace nel convincere i nazisti a vuotare il sacco.
La vera storia degli ebrei che sconfissero HitlerLA VERA STORIA DEGLI EBREI CHE SCONFISSERO HITLER 
Solo in alcuni casi, rammenta ancora Martin, si dovette ricorrere alle maniere forti. Così costrinse un detenuto assai reticente a scavarsi la fossa. E ottenne le notizie che desiderava.

Nel febbraio 1945 quando Guy fu informato che Marlene Dietrich avrebbe portato in scena il suo show per la Uso (United Service Organizations) nei pressi della sua armata, convinse la celebre attrice e cantante berlinese a fare un' escursione. La portò a visitare le gabbie dove erano chiusi i soldati della Wehrmacht. Voleva dare un segnale di pace e informare i detenuti che la loro collaborazione sarebbe stata preziosa per evitare un ulteriore spargimento di sangue.

Il momento più tremendo per i Ritchie Boys fu quando si imbatterono per la prima volta in un lager, nel sottocampo di Wöbbelin. Capirono così l' indicibile orrore che aveva inghiottito genitori, fratelli, amici. Ma i Ritchie Boys non chiedevano vendetta e non cambiarono nemmeno allora i loro metodi di interrogatorio. Furono eroi dissimulati e protagonisti di azioni che non finirono sotto la luce dei riflettori anche perché l' America postbellica non era pronta per ricordare le loro imprese. Molti di loro persero la vita ma la loro storia esemplare è caduta nel dimenticatoio fino ai nostri giorni.

Un altro Codice di Leonardo?

Daniele Abbiati per “il Giornale”

RITRATTO DI GINEVRA DE BENCIRITRATTO DI GINEVRA DE BENCI 
C' è un altro «codice da Vinci». E a trovarlo è stata una «beautiful mind». Ma Dan Brown e Russell Crowe, questa volta non sono della partita. La partita è stata infatti giocata da Carla Glori e da messer Leonardo. E a vincerla è stata la signora, studiosa d'arte e specialista del genio toscano. Grazie a una illuminante intuizione: studiare non un' opera, bensì il suo (pardon) posteriore.

Sul retro della cosiddetta «Gioconda americana», cioè il ritratto di Ginevra de' Benci realizzato fra il 1475 e il '76 e conservato alla National Gallery di Washington, c' è un motto: «Virtutem forma decorat». Ebbene, anagrammandolo, Carla Glori ne ha tratto 50 frasi che, messe insieme, raccontano proprio la storia di Ginevra.

RITRATTO DI GINEVRA DE BENCI - DETTAGLIORITRATTO DI GINEVRA DE BENCI - DETTAGLIO
Sappiamo bene della passione di Leonardo per le macchine, ma non sapevamo ancora che ne aveva ideata una di tipo «alfabetico». Ed eccoci serviti. La chiave per risolvere il tutto è stata aggiungere al motto «virtutem forma decorat» la parola iuniperus, ovvero il rametto di ginepro che compare al centro del motto, simbolo di purezza.
Un decoro, appunto, da coniugare con una virtù che potremmo definire sherlockiana, da parte dell' esaminatrice.

Ma che cosa dicono, queste cinquanta frasi? No, non sono cinquanta sfumature di grigio.
Tutt' altro, sono un racconto, o un romanzo, o una sceneggiatura come si deve. O una fiction, come dice la stessa Carla Glori: «La fiction anagrammata è eccezionalmente fedele rispetto alla biografia di Ginevra datata 1474. L' identificazione del Bembo, definito eruditus, optimas, orator, poeta... è immediata.

RITRATTO DI GINEVRA DE BENCIRITRATTO DI GINEVRA DE BENCI 
Lo sposo Luigi Niccolini viene definito ferus, rudis, usurpator». Insomma, Leonardo avrebbe così vendicato, a futura memoria, la povera ragazza data in sposa a un uomo che non amava, il banchiere Niccolini, e dunque sottratta all' uomo che amava, l' ambasciatore veneziano Bernardo Bembo.

Leonardo, geometricamente inappuntabile, ha in sostanza impugnato questo triangolo che non poteva stare in piedi e lo ha trasformato, «sotto 'l velame de li versi strani», come diceva Dante, in un plot, una trama, un copione. Se avesse inventato anche la televisione, l' avrebbe già proposto in prima serata.

sabato 16 settembre 2017

La melanzana

Giancarlo Saran per “la Verità”

Le sue origini partono da lontano, sicuramente dall' India, anche se qualcuno sostiene che il tutto sia iniziato in Cina, alcune migliaia di anni fa. In realtà le melanzane sono giunte a noi tramite l' invasione araba dell' Andalusia e di lì si sono diffuse in tutta l' Europa meridionale. Nella penisola la porta di entrata è stata molto probabilmente la Sicilia: ora l' Italia è il primo produttore europeo con una serie di varietali che si traducono in un uso estremamente versatile in cucina.

melanzane vanno tenute a temperature ambienteMELANZANE VANNO TENUTE A TEMPERATURE AMBIENTE
Il debutto in società non fu dei più facili. Gli arabi le chiamavano al badingian (più o meno «uova del diavolo») e, se consumate a crudo, potevano dare mal di testa, insonnia, perfino isteria nella vulgata popolare, tanto è vero che, nel 1513, l' agronomo Gabriel Alonso de Herrera arrivò a sostenere che «gli arabi le portarono in Europa per uccidere con essa i cristiani». In Occitania, invece, l' idioma locale le appella vietase (tradotto letteralmente «pene d' asino») ascrivendo alle innocenti melanzane addirittura effetti afrodisiaci.

Nel Bel Paese la melanzana vanta un' anagrafe molto varia a seconda dei campanili. È chiamata petronciana da Pellegrino Artusi nell' idioma toscano, marignana nel Lazio, molignana in Campania, mulingiana in Sicilia. La radice verbale «mela» nell' italiano medievale spesso era premessa a nomi stranieri di frutta e verdura, come il melangolo e il melograno. Nell' Italia centro meridionale la melanzana si è trovata bene perché adatta al clima degli orti mediterranei, caldi d' estate, mai freddi d' inverno.

PARMIGIANA DI MELANZANEPARMIGIANA DI MELANZANE 
La prima citazione letteraria si trova nel Trattato della coltura degli orti e giardini dell' agronomo Giovanni Vittore Soderini, pubblicato nel 1550. Era stata adottata dai frati carmelitani che la coltivavano nei loro orti, assieme ad altre piante medicamentose e alimentari. La diffusione extra conventuale avvenne agli inizi del diciannovesimo secolo. Indipendentemente dalla forma (lunga, tonda) o dal colore (nero, viola, rosso, bianco) la melanzana è un prodotto poco conosciuto per le sue proprietà.

Appartiene ai 30 smart food, cioè i prodotti che fanno bene alla salute, e addirittura ai sette super cibi anticellulite, in quanto combatte la ritenzione idrica.
Ricca di fibre, povera di zuccheri, parte da una base di 17 chilocalorie per 100 grammi.
In realtà bisogna andarci piano nelle preparazioni perché assorbe molto i condimenti.
Contiene nasunina (che combatte i radicali liberi, quindi invecchiamento e malattie cardiovascolari), antocianine (antitumorali), quercetina (abbassa il colesterolo) e altri principi attivi che la rendono materia prima per la buona dieta.
melanzaneMELANZANE

Al palato è regina. Alcune sue preparazioni sono leggenda nella tradizione gastronomica italiana. La più conosciuta è sicuramente la parmigiana, la cui origine è contesa alla città emiliana da Napoli e la Sicilia.

Vince quest' ultima. Diversi gli elementi a comprovarlo. Innanzitutto il fatto che il Parmigiano è emigrato verso l' Italia meridionale solo dopo il secondo conflitto mondiale. Poi l' etimologia stessa, in quanto per parmiciana, dalle parti di Palermo, si intendono quelle listarelle di legno che vanno a formare le persiane, un richiamo quindi alla formazione a strati della parmigiana stessa.

PARMIGIANA DI MELANZANEPARMIGIANA DI MELANZANE 
È pur vero che sono intese «alla parmigiana» quelle composizioni a strati di verdure molto in voga alla corte rinascimentale parmense.
La prima traccia scritta della preparazione della parmigiana la si ritrova in un testo pubblicato nel 1837 dal nobile napoletano Ippolito Cavalcanti, duca di Buonvicino: «Cucina teorico pratica». Questo orgoglio del made in Italy ha un marchio identitario nell' isola del Gattopardo, anche perché dai locali viene da sempre chiamata «parmigiana di melanzane», mentre altrove recita «melanzane alla parmigiana».

VINCENZO BELLINIVINCENZO BELLINI
Con varianti che, risalendo lo stivale, trovano ulteriori impronte locali legate ai prodotti della tradizione. Se in Sicilia fondamentale è il caciocavallo (e uova sode come optional), in Campania diventa la mozzarella fior di latte. Discorso tutto diverso in Calabria, dove la ricca imbottitura oltre al pomodoro d' ordinanza, e uova sode affettate, si arricchisce della salsiccia piccante affumicata.

Nella Sila si passano le fette di melanzana alla brace, senza friggerle, per cui quel sentore di lieve affumicatura dà ulteriore turbo al tripudio calorico. Il segreto per gustare al meglio la parmigiana è papparsela ripusata», cioè dopo che avrà smaltito i bollori del forno perché così «si lascerà tagliare docilmente a fette come una torta». Proprio per le proprietà assorbenti della polpa, può amalgamare al meglio gli umori delle diverse componenti.

Nella hit parade delle preparazioni che vedono la melanzana protagonista non può mancare la pasta alla Norma, la quale non è la prima cuoca che si è inventata la ricetta, ma una precisa citazione dell' opera di Vincenzo Bellini, catanese, che gli dedicò il commediografo Nino Martoglio quando gliela servirono in maniera impeccabile ed egli esclamò: «Ma è come una Norma». Oltre alla ricetta, in questo piatto quello che fa la differenza, è il rito che la accompagna.
PARMIGIANA DI MELANZANEPARMIGIANA DI MELANZANE 

«Quannu a pasta è 'nta pignata, cci voli a taula conzata» che, tradotto per i non residenti, vuol dire questo. La pasta (generalmente maccheroni) va spadellata con la salsa di pomodoro. Giunto il piatto al tavolo, si versa un altro cucchiaio di pomodoro, si pone una fogliolina di basilico, quindi ogni commensale piglia a proprio piacere le fette di melanzane fritte servite a parte. Su questo ognuno si grattugia in proprio la ricotta di pecora (salata o infornata).

Tra le molte varietà di melanzane non tutte sono l' ideale per le diverse ricette (un' antologia) cui si presta questo prodotto in base alle valenze organolettiche anche se, oramai, nella grande distribuzione si trovano solo due varietà, la lunga palermitana e la tonda fiorentina. Motivo in più per elogiare l' impegno di chi si è attivato a risollevare le sorti della melanzana rossa della Basilicata (che, in realtà, si trova anche in alcune zone del Cilento campano). Una storia curiosa, di immigrazione di ritorno.

Tra la fine dell' Ottocento e gli inizi del Novecento molte di queste popolazioni emigrarono in cerca di fortuna nelle colonie italiane in Eritrea. Molti di loro tornarono poi in patria, prima del conflitto mondiale, portando tra i ricordi d' oltremare una curiosa melanzana rossa che ricordava un pomodoro, la meringiana a pummadora, la melanzana a pomodoro.
PARMIGIANA DI MELANZANEPARMIGIANA DI MELANZANE 

Della stessa forma e colore, con la polpa dal sapore fruttato, leggermente amarognolo e piccante. Fu la salvezza di quelle zone durante gli anni della miseria, grazie alla pianta, molto resistente, commestibile in tutto, foglie comprese, che ricordano un po' gli spinaci usati nelle minestre.

Prodotto in via di estinzione (veniva consumato generalmente sott' olio o sott' aceto, proprio per quei suoi sentori di peperoncino), ultimamente è stato valorizzato con un pieno recupero, sia nelle aree coltivate che nell' inventiva delle preparazioni culinarie, in particolare nella capitale di coltivazione, Rotonda, nel Potentino, assieme al confratello locale, il fagiolo bianco. Le melanzane sono molto eclettiche, come detto, dalle insalate ai contorni (la caponata su tutti), in varianti diversissime: a bistecca, impanate (le napoletane melanzane in carrozza), ripiene (la Puglia avrebbe molto da dire) ma forse non tutti sanno che le melanzane, al dessert, meritano un capitolo a parte.

PARMIGIANA DI MELANZANEPARMIGIANA DI MELANZANE 
Le melanzane al cioccolato sono un vanto della costiera amalfitana e sorrentina. Leggenda racconta che a Maiori le suore di Santa Maria della Misericordia erano particolarmente abili in cucina. Capitò che, da quelle parti, venisse in vacanza una nipote dello zar di tutte le Russie, Nicola II. Talmente presa dalla bellezza dei luoghi, la fanciulla si trattenne sino a completare una gravidanza nel frattempo avviata.

Per allietare puerpera e infante, le premurose suorine portarono all' albergo dov' era alloggiata un cesto con il meglio dei loro prodotti, tra cui una curiosa preparazione in cui le melanzane, fritte d' ordinanza, erano tuttavia abbinate a una crema di cioccolato e a un trito di mandorle, amaretti e pezzetti di cioccolato. Il tutto debitamente frollato in ghiacciaia.
La neomamma ne fu talmente conquistata che la voce presto si sparse e le suore regalarono la loro ricetta ai maestri pasticcieri della costiera tanto è vero che, adesso, le melanzane al cioccolato sono diventate testimonial della festa dell' Assunta dove tutto il paese ne consuma beate quantità.

Una redenzione recente, tuttavia, perché una ventina d' anni fa, allo scrivente, capitò un episodio divertente. In uno storico locale di Amalfi, al momento del dessert, incuriosito da questa singolare proposta, alla richiesta di lumi dopo averne scoperto le intriganti proprietà, il cameriere rispose: «Sa, devo presentarlo come una specie di tiramisù, altrimenti l' abbinamento scoraggia molti turisti». Ma forse le melanzane hanno trovato ora chi le protegge da lassù, tra le suorine di Maiori.

giovedì 14 settembre 2017

Storia delle verdure

Caterina Soffici per “la Stampa”

La favolosa storia delle verdure - Evelyne Bloch DanoLA FAVOLOSA STORIA DELLE VERDURE - EVELYNE BLOCH DANO
Cosa hanno in comune una carota e George Sand? Apparentemente niente. In verità la stessa biografa. Si chiama Évelyne Bloch-Dano, francese, membro della giuria del Prix Fémina e del Prix François Mauriac, famosa per le sue biografie, tradotte in molte lingue. Ha scritto principalmente di donne: Madame Zola, Flora Tristan, La signora Proust (in italiano per Il Melangolo, nel 2006). La sua ultima biografia è dedicata alle verdure.
Agli ortaggi Évelyne Bloch-Dano applica lo stesso meccanismo che funziona con le persone. Perché ci incuriosiscono le vite dei personaggi famosi?

La favolosa storia delle verdure - Evelyne Bloch DanoLA FAVOLOSA STORIA DELLE VERDURE - EVELYNE BLOCH DANO 
Perché vogliamo sapere le loro abitudini, le origini, gli aneddoti, come hanno raggiunto la fama. «La biografia delle verdure raccontata come una movimentata storia degli esseri umani» ha scritto il New York Times .

Sfogliare La favolosa storia delle verdure (Add editore, pagg. 190, euro 16) è un po' come entrare nella cucina della nonna, dove i cibi non sono soltanto un incontro di odori, colori e sapori, ma potenti miscele in grado di evocare ricordi, sensazioni, momenti. «Le verdure possiedono un' aura simbolica che va oltre il mero valore calorico o commerciale» scrive nella prefazione lo storico Michel Onfrey, fondatore tra l' altro della Università Popolare del Gusto d' Argentan e ispiratore del lavoro.

La favolosa storia delle verdure - Evelyne Bloch DanoLA FAVOLOSA STORIA DELLE VERDURE - EVELYNE BLOCH DANO 
Le verdure, sono uno dei primi prodotti che l' uomo ha iniziato a consumare. Sono lo stato primordiale dell'alimentazione. Distratti dalla presenza sempre più invasiva di chef, sottochef e nutrizionisti vari, ci sfugge il valore arcaico dell' ortaggio, guardiamo insomma le sue calorie reali (e per questo in un mondo ipernutrito e intossicato le verdure non sono mai state così popolari), mente dimentichiamo le «calorie affettive» che si nascondono in una carota, un cavolo, un topinambur o una zucca.

ODORE DI POVERTÀ
Prendiamo il cavolo, tra gli ortaggi più popolari. E' dappertutto, a cominciare dai detti: entrarci come il cavolo a merenda, salvare capra e cavoli, testa di cavolo, non capirci un cavolo, cavoli riscaldati. Il cavolo è l' ortaggio per eccellenza fin dall' antichità. Cappuccio, verza, bianco e rosso, cavolfiore, navone, broccoli, broccoli romano, cavolo rapa, cavolini di Bruxelles, rutabaga Perché così tanti?

Evelyne Bloch DanoEVELYNE BLOCH DANO
Perché il cavolo è addomesticabile e per questo l'uomo l'ha forgiato per i suoi usi, anche se in natura se ne trovano ancora specie selvatiche. Sulle falesie della Manica, per esempio, ce ne sono ancora di spontanei dai fiori gialli. E' così popolare perché c'è sempre stato: era già presente nel Paleolitico ed è stato «domesticato» 7000 anni fa. Così come la zuppa di cavolo pare sia una delle ricette più antiche, spiega Bloch-Dano.

Nel Medioevo è una delle basi dell' alimentazione contadina, poi inizia a incarnare l'odore di povertà, «puzzo tremendo» che si ritrova in varie citazioni letterarie: da Emile Zola a George Orwell. Per poi venire riabilitato oggi come «medico dei poveri», perché sano e accessibile a tutti. Ma a rischio estinzione: nel 1890 se ne contavano 1.012 varietà, oggi sono solo 33.

I COLORI DELLA ZUCCA
Evelyne Bloch DanoEVELYNE BLOCH DANO 
Lo stesso dicasi della zucca, in mille colori e forme, dalla zucca classica a quelle del castello di Villandry, dai raffinati motivi a scacchiera. La zucca ha anche molte vite: le prime ricette risalgono ai tempi di Plinio e Apicio, si mangia, è decorativa e si secca. Una volta svuotata venivano usate come recipienti, coppe, gabbie per uccelli, strumenti musicali o borracce e nell' antica Roma anche come galleggianti per bambini. In Africa è sinonimo di intelligenza e fertilità, da cui probabilmente la torta di zucca per Thanksgiving e la zucca di Halloween.

porzioni di broccoliPORZIONI DI BROCCOLI
La carrellata della Bloch Dano ricostruisce la storia di dieci ortaggi e la arricchisce con aneddoti, poesie, citazioni letterarie e ricette. E ce ne sono anche di meno comuni, come la pastinaca (la radice bianca) che poi sarebbe la cugina sfortunata della carota, che nei secoli l' ha spodestata dalle tavole, almeno del Mediterraneo, perché nel Regno Unito si trova ancora ovunque. Per Samuel Beckett «ha il gusto della violetta» e anche Céline nutriva per lei una certa passione. E, come tutte le verdure antiche, sta tornando di moda nelle cucine dei grandi cuochi e nei mercati biologici. Perché se Cracco per fare il figo usa lo scalogno, altri vanno a cercare le verdure in via di estinzione.

lunedì 11 settembre 2017

Nabokov pensiero

Davide Brullo per il Giornale


Visitare Vladimir Nabokov nel suo studio era come fare un tour nel cervello di Dio il giorno prima della creazione. Lo studio era spoglio, pieno di schede. Sulle schede, Nabokov appuntava brandelli di romanzo. «Non scrivo di seguito, partendo dal principio per passare al capitolo successivo», raccontava a un giornalista, nel 1962, per passare al capitolo successivo», raccontava a un giornalista, nel 1962, «mi limito a riempire i vuoti del quadro del puzzle che ho ben chiaro in mente prendendo un pezzo qua e un pezzo là».

Le schede, poi, impilate, chiarite, limate, davano come risultato il romanzo. Nabokov, che per passare il tempo creava enigmi per gli scacchi, era un entomologo di genio, «per circa quindici anni, dopo essermi trasferito in America nel 1940, ho dedicato un'enorme quantità di tempo più ancora di quanto ne abbia concesso alla scrittura e all'insegnamento allo studio dei lepidotteri».

HEMINGWAYHEMINGWAY
Catturava farfalle, «non poche farfalle sono state battezzate con il mio nome, e in questi casi il mio nome diventa nabokovi». In certe foto lo si vede maneggiare un enorme acchiappafarfalle, la rete è delicata e traslucida come il velo da sposa di una zarina. Con la stessa acribia, Nabokov, il più intelligente scrittore dell'Occidente moderno, catalogava, pinzava e metteva sotto teca i suoi personaggi.

Nel 1969 la rivista Time gli dedica la copertina. Il romanziere, che vantava una discendenza da Gengis Khan («pare abbia messo al mondo il primo Nabok, un principotto tataro del dodicesimo secolo che sposò una damigella russa») e il cui genitore, Vladimir Dmitrievich Nabokov, già Ministro di giustizia sotto lo zar Alessandro II, fu ucciso da «due biechi manigoldi, il 28 marzo 1922, durante una conferenza a Berlino», è ritratto con la testa ampia, qualche farfalla che svolazza intorno al cranio, gigantesco, la cattedrale di San Basilio sopra la spalla destra e il titolo, roboante, «Il romanzo è vivo. E vive in Antiterra».

NabokovNABOKOV
Il titolo fa riferimento al romanzo pubblicato quell'anno da Nabokov, Ada o ardore, ambientato nel mondo parallelo di Antiterra. Ada è il sesto romanzo scritto in inglese (non il più bello, ma il più complesso) di uno scrittore che ha saputo scrivere capolavori in russo (La difesa di Luzin e Il dono, ad esempio), quando, in esilio dalla Russia «rivoluzionaria» («in Russia, nemmeno il genio può salvare») viveva tra Berlino e Parigi («deve sapere che eravamo disperatamente poveri e io davo lezioni di tutto, di tennis, di boxe, di grammatica»), ed è installato dalla Modern Library, con tre libri (Lolita, Fuoco pallido e Parla, ricordo), tra i 100 capolavori della letteratura in lingua inglese del Novecento.

Secondo la leggenda, Nabokov odiava essere intervistato («mi vanto di essere una persona priva di interesse per il pubblico: non mi sono mai ubriacato, non dico mai le parolacce, non c'è nulla che mi annoi quanto i romanzi politici e la letteratura a sfondo sociale») e disprezzava le interviste. Secondo la leggenda, Nabokov negava la pubblicazione di interviste che non fossero raffinate dal suo maglio linguistico. «Le domande dell'intervistatore devono essere inviate per iscritto, ricevono risposte scritte, e le risposte devono essere riprodotte alla lettera».

camusCAMUS
Nel 1973 Nabokov fu diabolico: estrasse alcune interviste dal suo archivio (una ventina), le rassettò a dovere, riscrivendole, poi le pubblicò come Strong Opinions (in Italia ha tradotto tutto Adelphi in Intransigenze, nel 1994). Il volume era adornato da una prefazione d'autore, dall'incipit superbo, da romanzo: «Penso come un genio, scrivo come un autore eminente e parlo come un bambino». Ora, quarant'anni dopo la morte di Nabokov anche gli dèi, infine, finiscono sotto terra Robert Golla, in Conversations with Vladimir Nabokov (University Press of Mississippi, pagg. 224, $ 60.00), stampa le restanti interviste, così come furono pubblicate, tra il 1958 e il 1977.

NABOKOVNABOKOV
Comunque lo leggi, Nabokov è sempre corrosivo e salutare: disprezza la Beat Generation («non m'interessano le scuole o i movimenti, non appartengo ai club»), dileggia «le pretenziose assurdità di Mr. Pound, quell'impostore integrale», ritiene una truffa il successo planetario del Dottor Zivago («i sovietici spararono ipocrite bordate contro il romanzo di Pasternak allo scopo di aumentare le vendite all'estero un qualsiasi russo intelligente capirebbe subito che è un libro filobolscevico»),

ama Anna Karenina («il supremo capolavoro della letteratura dell'Ottocento») ma «detesto ardentemente I fratelli Karamazov e quella atroce litania che è Delitto e castigo, adora l'Ulisse di Joyce ma «inorridisco davanti a Finnegans Wake» e «non sopporto Hemingway» e «Brecht, Faulkner, Camus per me non significano un bel niente e devo farmi forza per non sospettare un complotto contro il mio cervello quando vedo critici e colleghi scrittori che ne parlano come di grande letteratura». Nabokov, cannibale del linguaggio, lo scrittore che edificò l'impero della pura individualità contro le «spaventose insulsaggini della propaganda sovietica», rischia di essere più interessante dei suoi arzigogolati romanzi?

domenica 10 settembre 2017

Muray contro i buonisti

Alessandro Gnocchi - il Giornale
Lo scrittore francese Philippe Muray (1945-2006) è l'ennesimo segreto della cultura europea che nessun editore voleva rivelare al lettore italiano. Non solo «fa discutere» ma è davvero «controverso». 
Non avrebbe potuto, peggio: non avrebbe voluto, sedersi davanti a Fabio Fazio. Aveva e ha una carica provocatoria irriducibile agli schemi. Non appartiene al mainstream sinistrorso né a quello (infinitamente più piccolo) destrorso. È una spina nel fianco di tutti: reazionari e progressisti. Insomma, Muray è proprio fastidioso. Sono stati quindi coraggiosi i due editori che gli hanno dato la parola: Mimesis, che oggi propone L'Impero del Bene, e Miraggi, che ha stampato l'anno scorso il non meno interessante cari jihadisti... (su questo, vedi box a parte). Due saggi agili che rivelano solo un aspetto della personalità artistica di Muray, anche romanziere e critico.
Ne L'Impero del Bene (traduzione e introduzione di Francesca Lorandini, Mimesis, pagg. 104, euro 12) Muray osa l'inosabile: punta il dito contro i buoni e i caritatevoli. L'ipocrisia tartufesca ha sempre prodotto danni. Le citazioni da Molière, De Sade, Céline e molti altri «immoralisti» sono lì a dimostrarlo. Mai però era stata elevata a tratto principale dell'ideologia dominante. Occhio alle date. L'Impero del Bene è del 1991... Incredibile: sembra scritto ieri e non è una frase da fascetta editoriale. La cultura del piagnisteo di Robert Hughes, celebrato saggio contro il politicamente corretto, risale invece al 1993. I due libri hanno molto in comune e Muray non è meno acuto o divertente di Hughes. Il secondo però ha avuto successo perfino in Italia. Muray resta invece un perfetto sconosciuto. Insomma, avevamo un Robert Hughes alle porte di casa ma fino a ora nessun editore italiano lo ha ritenuto interessante.
Il punto di partenza de L'Impero del Bene è il seguente: «Ci troviamo oggi in una situazione che ricorda ma è mille volte peggio, è mille volte più inquietante quella del Seicento, quando avere un'opinione propria, essere un individuo, mostrarsi come individuo (e non un avanzo di individuo farlocco, di scarto, di quelli che sanno distinguersi grazie al vestito, la macchina, il look, gli hobby, eccetera) costituiva la definizione stessa di eresia. La libertà di pensiero è sempre stata una malattia. Oggi, finalmente, possiamo dirci completamente guariti. Chi non declama il catechismo collettivo è additato come pazzo». Il catechismo collettivo è la legge dell'Impero del Bene.
I confini dell'Impero del Bene sono quelli del conformismo dei nostri tempi, che impone la virtù e rifiuta il Male. Non che il Male sia scomparso. Tutt'altro. Ma noi non siamo più capaci di riconoscerlo e addirittura ci sforziamo di amarlo. Il Bene è dappertutto. Nelle battaglie «civili» come nel salutismo. Il politicamente corretto è l'arma imperiale più potente, la Morte nera che stabilisce chi può parlare (in nome del Bene) e chi deve tacere (tutti gli altri). Spiega Muray: «Ogni secolo ha il suo Tartufo. Il nostro è un po' cambiato. È cresciuto, ha cambiato look. È socio fondatore di varie associazioni NO a qualcosa, CONTRO qualcos'altro, ha frequentato le migliori università e scuole di specializzazione, è socialista moderato o progressista scettico o centrista del terzo tipo». Dietro tanto parlare di Virtù e Bene, si nascondono i vecchi valori del socialismo, spogliati delle parti ormai ridicole, tipo la dittatura del proletariato. Il Grande Fratello è diventato «carino, simpatico, conviviale, rassicurante». Praticamente «un filantropo pieno di offerte irrefutabili e carico di progetti irreprensibili». Che portano al collettivismo, alla redistribuzione, alla uguaglianza. A scapito della comodità di essere liberi. E ormai a scapito perfino della comodità di essere vivi, poiché la nostra bontà ci spinge a tollerare gli intolleranti.
Ma i buoni almeno sono davvero buoni? Muray: «La smania di persecuzione freme sotto l'ondata di crociate filantropiche». I buoni odiano con un'intensità spaventosa. Nel regno del Bene, l'esilio, sotto forma di bavaglio, è la condanna comminata a chi non si sottomette. L'indifferenziato nel sesso ti sembra forzare la mano alla natura, con conseguenze indesiderabili? Sessista. Pensi che l'immigrazione non controllata sia controproducente per gli italiani e per gli immigrati stessi? Xenofobo. Trovi inaccettabile che alcuni musulmani vogliano imporre una visione del mondo in cui la legge discende da dio? Razzista. Esigi il rispetto delle regole senza deroghe? Fascista. Giudichi il multiculturalismo un esperimento fallito che porta alla frammentazione e quindi alla implosione della società? Fascista e xenofobo. Ti pare assurdo giudicare il passato con gli occhi di oggi, e dare la caccia al Male nei secoli dei secoli? Fascista, xenofobo e ignorante. Chiedi di poter almeno discutere di tutto ciò? Populista, qualunquista, carogna. Non basta la pubblica riprovazione? Si possono sempre approvare leggi in favore di ogni minoranza reale o sedicente (col risultato inevitabile di distruggere lo stato di diritto a colpi di eccezioni, Giovanni Sartori docet).
Ma chi è l'imperatore? Non c'è alcun complotto. È tutto alla luce del sole. Muray: «A chi fa comodo il Terrore del Bene? A tutti, tranne a me, o quasi. Ai gangster di Stato, ai ricattatori morali o materiali delle lobby, e alla massa di spettatori che partecipano incessantemente alla festa e chiedono nuove misure di espansione del Terrore, con tanto di sanzioni per i contravventori». Così, in nome del Bene, il cosiddetto Occidente, secondo Muray già morto da tempo, dice addio all'individualismo e alla libertà, cioè a tutto quello che rende la vita se non bella almeno tollerabile.

MORIRE

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