martedì 31 ottobre 2023

LA CANCELLAZIONE DELLA CULTURA

 Roberto Buffagni

Il nuovo premier britannico, di origine indiana, annuncia che farà chiudere le sedi dell'Istituto Confucio nel Regno Unito. L'Istituto Confucio, come il British Council o la Società Dante Alighieri, si limita a favorire lo studio della lingua e della cultura cinese, non è una diabolica operazione di guerra psicologica architettata dallo SM cinese. Possono senz'altro esservi agenti segreti cinesi - o britannici, italiani, etc. - che si accreditano come dipendenti dell'Istituto Confucio, del British Council,  etc. Se esso viene chiuso, le spie si accrediteranno con una diversa "leggenda". Insomma l'Istituto Confucio è - meraviglia! - una istituzione culturale, preziosa per introdursi alla conoscenza di una lingua (difficile) e di una cultura (antichissima, ricchissima, molto diversa dalla nostra e, nel caso di specie, dalla britannica). Dunque, anche dal ristrettissimo pdv della sicurezza nazionale britannica, abolire l'Istituto Confucio è una decisione autolesionista, perché se lo UK designa la Cina come nemico, dovrebbe fare di tutto per migliorare la conoscenza il più possibile diffusa della cultura cinese, così allargando il bacino di potenziali reclute necessarie per l'analisi delle tendenze in atto in Cina (ovviamente per combattere con successo un nemico è indispensabile conoscerlo meglio che si può).  Questa decisione del nuovo Premier britannico è insomma una decisione del tutto stupida, e chi l'ha presa è, almeno sotto un profilo importante della sua personalità, un imbecille. 
Quali sono le giustificazioni di questa imbecillità di un uomo che, a giudicare dal suo CV, per altri versi imbecille non è? Vediamo. La prima e la più facile è l'effetto "spin": così, sui media il Premier fa la bella figura del decisionista che schiaffeggia la grande potenza cattiva e comunista, e si appella alle inclinazioni più stupide e identitarie del suo elettorato. La seconda giustificazione è una cosa più seria e più grave: l'idea che la cultura sia un'arma direttamente politica, perché all'azione politica si affida il compito di creare la cultura, censurando e promuovendo a seconda degli interessi politici in vigore; o per dir meglio, il cortocircuito tra politica e cultura, la quale ultima viene integralmente politicizzata, ed è vero, interessante, valido, fruttuoso quel che è politicamente utile, mentre  è falso, superfluo, dannoso e sterile quel che non lo è: perché quel che è politicamente utile o meglio "politicamente corretto" è CULTURALMENTE VALIDO ed ETICAMENTE GIUSTO. Questa è in effetti la tendenza che prevale nell'attuale pensiero dominante occidentale, ed è, va da sé, la MORTE della cultura (e l'iniezione letale per l'intelligenza di chi ci casca).  
Sino al termine della Guerra Fredda, i due grandi campo geopolitici trovavano, seppur tra varie difficoltà, un terreno di comprensione culturale comune sulla base dell'umanesimo borghese, certo diversamente interpretato, ma formante un campo di intesa e di comunicazione nel quale i nemici potevano continuare a intendersi reciprocamente come uomini aventi pari dignità, pari possibilità di affrontare "i problemi che nessuno può risolvere per noi", ossia gli interrogativi perenni che si pongono da sempre e per sempre agli uomini e alle loro civiltà, una delle principali funzioni della cultura, da sempre. Purtroppo, l'umanesimo, che è una gran bella cosa, è molto fragile, perché il suo fondamento è il senso religioso, la capacità di rivolgere la propria attenzione al grande mistero che ci supera e ci contiene come l'amnio contiene il bambino nel grembo materno; per farla corta e un po' semplicistica il fondamento dell'umanesimo è Dio, parola nella quale ciascuno, e ciascuna civiltà, scorgerà significati diversi, e mai esaustivi perché come disse nel XV secolo Nicola da Cusa, la verità è infinita, e noi possiamo approssimarci ad essa come un poligono si inscrive nel cerchio, ossia mai perfettamente finché il poligono non diviene cerchio esso stesso, ciò che accade solo quando ce ne andiamo all'altro mondo e la realtà del Vero ci sommerge. Dio non va forte sull'attuale mercato delle idee e delle sensibilità, sembra addirittura che sia un prodotto obsoleto, come un modello di automobile d'epoca non più in fabbricazione: lo si vede ancora circolare nelle strade ma non si può più acquistare dal produttore, sparito da decenni; tocca impazzire per trovare i pezzi di ricambio e si finisce per dover supplire con un difficile, precario faidate. Suscita ancora un po' di curiosità e magari di ammirazione per la sua eleganza, come quando vedi passare una Isotta Fraschini e ti sovvengono scenari Liberty high brow, le vestaglie di Fortuny, Proust che va a cenare al Ritz, le grandes horizontales, e altri ricordini farlocchi ma piacevoli (per cinque minuti). Poi si riprende a vivere la vita vera. Però è difficile, vivere "la vita vera" ossia sta roba che ci succede ogni minuto, viverla senza Dio; molto difficile. Difficile vivere e difficile pensare. Invece, è facile diventare imbecilli.

lunedì 30 ottobre 2023

I MORALIZZATORI

 Filippo Ceccarelli per “la Repubblica – D- Maxi”

 

SAVONAROLA E BEPPE GRILLO - REPUBBLICA DSAVONAROLA E BEPPE GRILLO - REPUBBLICA D

La predicazione della virtù è cosa molto antica e come tale probabilmente insita nell'animo umano - il che consiglia senz'altro di accoglierla con il più sano e giustificato scetticismo, ieri come oggi.

 

L'età d'oro può collocarsi alla fine del Medioevo, quando l'Italia era instancabilmente percorsa da vere e proprie star dell'ammaestramento morale capaci di mobilitare vastissime platee che correvano nelle piazze ad ascoltare Bernardino da Siena, Bernardino da Feltre, Giovanni da Capestrano, Roberto Caracciolo da Lecce, Girolamo Savonarola, che per breve tempo giunse al potere a Firenze, anche se poi, come accade a parecchi moralizzatori, fece una brutta fine.

 

(…)

 

Quindi niente storia o morale, ma pura attualità, o per meglio dire utile analogia. Per cui se con i sermoni quattrocenteschi nasce, come autorevolmente acclarato, l'idea moderna di pubblico, ecco che al giorno d'oggi gli antichi pulpiti sono diventati elettronici e in buona sostanza, secondo il perenne viavai delle umane vicende, i predicatori delle pubbliche virtù sono tornati fra noi, in tv e sui social, a riprova che nulla mai sparisce per sempre.

ADRIANO CELENTANO E BERNARDINO DA FELTRE - REPUBBLICA DADRIANO CELENTANO E BERNARDINO DA FELTRE - REPUBBLICA D 

 

 

Il tutto espresso in modo consono alla fascia oraria, quindi con parole infuocate o ridanciane, e in tal modo passa o meglio ripassa l'insegnamento e l'intrattenimento morale del XXI secolo, amen. Veniamo rapidamente alle ragioni di questo ritorno predicatorio che ha a che fare con la fine delle utopie, il tramonto degli ideali, l'esaurirsi delle culture politiche e lo svuotamento delle istituzioni che si combinano con l'evoluzione tecnologica al grado zero delle idee e dei progetti.

 

Per quanto riguarda l'Italia grosso modo la riattivazione, o risveglio che sia, può farsi risalire alla stagione di Mani Pulite, là dove fin dal nome sembrava di cogliere un'ansia di purezza.

 

BERNARDINO DA SIENA MARIO GIORDANO - REPUBBLICA DBERNARDINO DA SIENA MARIO GIORDANO - REPUBBLICA D 

Quanto all'identificazione dei ruggibondi quaresimalisti, così come dei giocosi giullari dell'assoluto, si buttano lì alla rinfusa i nomi di Celentano e Beppe Grillo, Saviano e Mario Giordano, il fronte no-vax e gli apocalittici di Last generation, fino ad arrivare al mondo alla rovescia del generale Vannacci; anche se poi l'elenco, a partire dall'urlo di guerra "onestà! onestà!" dei cinque stelle tende a ingrossarsi fino a comprendere gli infiniti video nei quali in pratica tutti gli esponenti dell'attuale classe politica accarezzano bambini, abbracciano vecchiette, donano il sangue, consolano i sofferenti, coccolano cuccioletti, baciano rosari e crocifissi, ostentano i frutti del lavoro e della terra e mangiandoseli - àmmete! - fanno il bene della nazione ed esercitano la loro conclamata bontà, fede, generosità e amore per il prossimo.

 

Elementare, generica e soprattutto senza passato e senza spigoli, la pubblica virtù diventa così comodo patrimonio di ciascuno e di tutti purché compresi nel novero degli educatori e moralizzatori. Mos italicus era detto lo stile italiano, appunto, attraverso cui in modo più che espressivo gli antichi omelisti si aiutavano con le mani, le smorfie, le imitazioni, pure ballando e cantando.

roberto vannacci nel 2018ROBERTO VANNACCI NEL 2018

 

Così, al pensiero dei "vaffa-day" è irresistibile evocare Bernardino da Siena che diversi secoli prima aveva sollecitato la platea a uno sputo di massa per spegnere il fuoco del peccato, "e parve che tuonasse" "Ad predicationem!" era il segnale. Ma già allora Dante, Boccaccio e poi gli umanisti diffidavano. Per forza di cose anche il sospetto che i predicatori fossero vanitosi e imbroglioni faceva riferimento alla virtù, ma che ci si può fare? Dopo tutto la storia insegna che tutto passa e basta solo prendere la vita un po' meno sul serio e aspettare.

sabato 28 ottobre 2023

L'IRAN E L'OCCIDENTE

 

di Federico Rampini

L’Iran ha un ruolo centrale nella nuova guerra in Medio Oriente, come protettore di Hamas, Hezbollah, e altre milizie jihadiste in tutta l’area. Ma perché questo paese ha una posizione così antagonista verso Israele, l’America, l’Occidente? Non è sempre stato così, al contrario. Prima che a Teheran prendesse il potere il clero sciita con la rivoluzione khomeinista del 1979, questo paese era un alleato dell’Occidente e ne abbracciava molti valori, anche se non tutti. Ricostruire la storia persiana degli ultimi cent’anni è essenziale per avere una comprensione delle dinamiche attuali. (Persia e Iran sono la stessa cosa e gli iraniani oggi rivendicano orgogliosamente l’eredità dell’impero persiano). 

Per capire l’anno tremendo che fu il 1979, è necessario fare un salto all’indietro, nella seconda guerra mondiale. Precisamente nell’agosto 1941, quando l’Iran subisce due invasioni militari in rapida sequenza: dalle truppe britanniche e da quelle sovietiche. È allora che le antichissime vie della seta si trasformano nelle moderne vie del petrolio, implicano l’Occidente nelle vicende politiche del mondo arabo-persiano, con comportamenti predatori e ingerenze golpiste.

Su quell’area del mondo a volte aleggia l’impressione di essere rimasti inchiodati in quel periodo, un passato che non passa mai. A qualcuno fa comodo che sembri così. Le loro classi dirigenti autoritarie si sono prodigate per indottrinare i popoli in quel senso, racchiuderli in una bolla ideologica in cui si ripete all’infinito la storia dei soprusi occidentali.

È un alibi comodo per distrarre l’attenzione dalla corruzione spaventosa, dall’incapacità di diffondere benessere e diritti. Però quei soprusi nel passato ci furono. E la nozione di Occidente va spesso intesa in senso lato, includendo quell’Unione sovietica che era ideologicamente europea in quanto marxista, soprattutto atea. Perciò è simbolico il fatto che l’agosto del 1941 si apra con quelle due invasioni rivali ma solidali, inglese e sovietica

L’importanza dell’Iran in quel frangente della seconda guerra mondiale – in agosto non c’è ancora stato l’attacco di Pearl Harbor e quindi gli Stati Uniti non sono entrati nel conflitto – è due volte strategica. Per contrastare l’avanzata delle truppe tedesche che sembra travolgente sia in Europa sia in Medio Oriente, inglesi e sovietici hanno bisogno di bloccare l’accesso di Adolf Hitler agli idrocarburi. Il greggio sta diventando la fonte di combustibile più usata a fini militari, soppianta il carbone. L’Iran è già allora uno dei paesi più ricchi di petrolio. Inoltre i suoi porti controllano rotte marittime cruciali anche per collegare altre nazioni petrolifere. Infine il vasto territorio persiano è una via di transito tra l’Europa e l’India, la più vasta colonia britannica. 

Gli strateghi nazisti nella fase dell’avanzata trionfale pensano di poter conquistare la parte più vicina dell’impero britannico; l’altra, più orientale, la lasciano agli alleati giapponesi. Le vie della “seta-petrolio” sembrano sul punto di vacillare da un dualismo russo-britannico a un controllo nippo-germanico. È a questo punto che scatta l’offensiva congiunta di Londra e Mosca per blindare il Golfo Persico con l’invasione a tenaglia dell’Iran. Le divergenze tra i due alleati Winston Churchill e Josef Stalin (quest’ultimo è stato fino a poco prima il complice di Hitler) furono messe da parte per promuovere gli interessi comuni in una regione di vitale importanza strategica ed economica. Per molti iraniani una simile interferenza esterna era intollerabile. Nel novembre 1941 ci furono manifestazioni al grido di «Lunga vita a Hitler!».

Nel duello tra l’Occidente e la Russia per il controllo dell’Iran, in questo periodo è in vantaggio il primo. Londra ha messo le mani sulle risorse energetiche del paese. La sua forza è la multinazionale Anglo-Persian Oil Company, poi ribattezzata Anglo-Iranian, cioè la madre dell’attuale Bp (British Petroleum). La pessima fama di quest’azienda tra gli iraniani è giustificata dalla sua avidità. Si tratta di un’azienda privata, però l’intreccio d’interessi con il governo di Londra a quell’epoca è totale. È in questo periodo che sulla scena politica iraniana si affaccia Mohammad Mossadeq: un nazionalista laico, il cui primo obiettivo è l’indipendenza economica, il controllo sulla ricchezza petrolifera. 

Dopo Pearl Harbor, con l’ingresso degli Stati Uniti nella guerra l’importanza del petrolio diventa ancora più evidente. La partecipazione americana fa fare un salto di dimensione “industriale”, le sorti del conflitto si giocano sulla produzione di armamenti e sulla logistica intercontinentale, perciò anche sull’accesso alle materie prime. Il presidente Franklin Roosevelt fa irruzione dentro il Grande Gioco per il controllo sulle vie della seta-petrolio, in parte come alleato-fiancheggiatore di Londra, in parte con un disegno autonomo: già s’intravvede l’aspirazione americana a sostituire la Gran Bretagna nel ruolo di potenza globale. In Iran i primi ventimila soldati americani arrivano nel dicembre 1942. A Teheran alla fine del 1942 s’insedia il quartier generale dell’intero comando Usa per il Golfo Persico. Arrivano i petrolieri americani; le loro prime valutazioni rivelano immense potenzialità per l’estrazione dell’oro nero. Gli accordi tra compagnie petrolifere dei due paesi, benedetti da Churchill e Roosevelt, vengono equiparati a una Yalta delle materie prime (il riferimento è al vertice di Yalta dove Stalin e Roosevelt si divisero buona parte del mondo in sfere d’influenza).

Ma questa Yalta delle materie prime giunge quando l’era degli imperi coloniali sta tramontando. Gli Stati Uniti praticano un’egemonia di tipo nuovo; hanno un atteggiamento ambivalente, abbracciano la causa dell’emancipazione dei popoli, non sono interessati a prolungare il colonialismo tradizionale degli inglesi. E poi sulla scena mondiale si affaccia l’Urss con un messaggio anti-imperialista. Ben presto questa diventa – dopo la sconfitta dei nazifascismi – la nuova priorità degli americani: arginare la marea comunista. L’ideologia comunista sostiene le aspirazioni dei popoli arabi e persiano all’indipendenza. Il socialismo di matrice sovietica sembra agli americani una versione moderna dell’Islam, capace di dilagare in una conquista-lampo lungo le vie della seta. 

Per fermare l’avanzata dei rossi, l’America oscilla tra diversi approcci: cerca dei compromessi ragionevoli con gli interessi dei petro-Stati; oppure aizza il clero locale contro i pericoli del marxismo ateo; o infine ricalca i metodi inglesi e organizza trame, ingerenze nella politica locale. Comincia un travaso di denaro verso le classi dirigenti del Medio Oriente, che prefigura su scala ridotta quel che accadrà con gli shock petroliferi degli anni Settanta e lo tsunami di petro-dollari. Nuovi flussi di “ricchezza facile” ed enormi rendite parassitarie.

L’episodio più importante per il futuro dell’Iran – l’antefatto per capire la rivoluzione khomeinista del 1979 – avviene dopo la fine della seconda guerra mondiale, ed è segnato dall’allineamento tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Nel 1951 Mossadeq diventa primo ministro. Immediatamente fa quello che aveva promesso: nazionalizza la compagnia petrolifera Anglo-Iranian. Apre una strada maestra verso il controllo sulle ricchezze del sottosuolo, che poi ispirerà Nasser in Egitto, Gheddafi in Libia, e molti altri leader nazionalisti. Il laico Mossadeq trova inizialmente l’appoggio del clero musulmano. L’ayatollah Kashani per sostenerlo nel settembre 1951 proclama una «giornata nazionale di odio contro il governo britannico»

A Londra è il panico. E non solo nel quartier generale dell’Anglo-Iranian. Proprio per l’intreccio fra pubblico e privato, le sorti di quell’azienda si ripercuotono sulle casse dello Stato. Il governo di Sua Maestà è sull’orlo della bancarotta. Le spese militari della seconda guerra mondiale hanno dissanguato il Tesoro britannico. Quattro anni prima ha dovuto accettare la liquidazione della colonia più vasta, l’India. Se perde anche il petrolio persiano, la Gran Bretagna rimane senza la sua fonte più ricca di valuta pregiata. Collasso finanziario e crisi valutaria sono alle porte. È una questione di vita o di morte, così la percepisce la classe dirigente di Londra. 

Per bloccare Mossadeq bisogna coinvolgere gli americani. I servizi segreti britannici riescono a convincere la neonata Cia, che si fa complice di questo disegno: bisogna dimostrare che dietro Mossadeq spunterà ben presto il demonio comunista dell’Urss. La tesi non è del tutto infondata: Mosca tesse le sue trame, il partito filo-sovietico Tudeh ha organizzato manifestazioni popolari in Iran contro gli inglesi, a cui hanno partecipato soldati dell’Armata rossa. L’Urss soffia sul fuoco delle rivolte anti-occidentali e potrebbe diventarne la beneficiaria: il precedente più importante è la vittoria di Mao Zedong in Cina nel 1949. 

In combutta con gli inglesi la Cia si procura la complicità dello scià Reza Pahlavi; e anche l’appoggio dell’ayatollah Kashani, rapidamente convintosi che il pericolo maggiore è l’avanzata del comunismo ateo. Il 19 agosto 1953 col nome in codice di Operazione Ajax va in porto il primo di una serie di golpe targati Cia. Per le sue conseguenze di lungo termine forse questo è il più nefasto di tutti i colpi di Stato orditi dagli occidentali. Mossadeq viene arrestato, al suo posto lo scià nomina come primo ministro un generale. Per la Gran Bretagna il sollievo è solo temporaneo, il golpe si rivela una vittoria di Pirro. Washington infatti impone la fine del monopolio dell’Anglo-Iranian, sostituta da un consorzio di cui fanno parte ben cinque compagnie petrolifere Usa. Ha inizio una nuova storia, quella dell’Iran come alleato di ferro degli Stati Uniti, piattaforma essenziale per l’influenza americana sulle vie della seta-petrolio.

Dal 1953 al 1979, per un quarto di secolo l’Iran diventa laboratorio per un esperimento di modernizzazione e secolarizzazione di un grande paese a maggioranza musulmana. Qualcosa di simile lo aveva fatto Ataturk in Turchia. A Teheran l’aggancio con l’Occidente è ancora più stretto. Quell’esperimento viene descritto così dallo storico Ervand Abrahamian: «Per decenni l’Iran fu diretto da uomini moderni, ben rasati, capaci di parlare perfettamente l’inglese e il francese, e vestiti da stilisti italiani. Per decenni l’Iran fu ammirato negli Stati Uniti come un alleato indispensabile, un eccellente cliente dell’industria bellica, perfino un gendarme nel Golfo Persico». 

L’Iran dello scià era coccolato da Washington come oggi lo è l’Arabia saudita. Con una differenza non marginale. Sotto lo scià ci furono riforme laiche all’avanguardia rispetto ad altri paesi islamici: la parità dei diritti delle donne, insieme con un notevole miglioramento del loro accesso all’istruzione, anche universitaria. Quello che l’Arabia saudita accenna a voler iniziare solo oggi, e timidamente, fu fatto in modo radicale dallo scià di Persia settant’anni prima. Ma proprio lì matura una premessa per l’avvento della teocrazia degli ayatollah. Lo scià che riconosce pieni diritti alle donne, è lo stesso che viene percepito da molti iraniani come un servo dell’America. Respingere l’imperialismo yankee e ripudiare l’emancipazione femminile, volere il riscatto nazionale e il ritorno ai tabù di una società patriarcale, per una parte degli iraniani diventano tutt’uno

Patriottismo e religiosità retrograda si alleano fino a confondersi. L’eredità di Mossadeq, cioè l’aspirazione all’indipendenza economica, viene raccolta da due forze in competizione tra loro: da una parte la sinistra marxista del partito Tudeh legato a Mosca; dall’altra i mullah. Negli anni Sessanta e Settanta un pezzo del clero sciita diventa il principale concorrente dei comunisti, nella gara per la leadership dell’opposizione allo scià. L’ago della bilancia saranno i mercanti dei bazar: è una borghesia medio-alta di antichissime tradizioni imprenditoriali, per due millenni tra i più attivi intermediari delle vie della seta. I mercanti, e i loro figli diplomati nelle università dello scià come medici o ingegneri, diventano la base sociale di una nuova predicazione sciita che risale a pensatori radicali come Ali Shariati. Quest’ultimo è formato alla Sorbona, in quella Parigi dove l’ayatollah Khomeini vive in esilio negli anni finali dello scià, preparando il terremoto che rovescerà il monarca

La rivoluzione islamica è sconvolgente, e non solo nella “nostra” prospettiva. Nel 1978-79 esplodono le rivolte e si consuma la fine della monarchia. L’America perde un alleato cruciale, l’Iran le si ritorce contro e diventa un avversario indomabile. L’episodio che rimane più impresso nella nostra memoria (rievocato anche dal film «Argo») è l’occupazione dell’ambasciata americana a Teheran, la lunga odissea dei funzionari americani tenuti in ostaggio. L’irruzione degli studenti militanti espugna la sede diplomatica il 4 novembre 1979. Tra le motivazioni degli studenti c’è la protesta contro l’asilo offerto allo scià fuggiasco in America (Reza Pahlavi morirà di cancro poco tempo dopo). Negli archivi dell’ambasciata i militanti islamici sperano anche di trovare le prove che fu la Cia a organizzare il golpe contro Mossadeq. L’occupazione-sequestro dura 444 giorni. L’impotenza degli Stati Uniti in quel frangente contribuisce alla perdita di credibilità del democratico Jimmy Carter, presidente per un solo mandato: un anno dopo l’irruzione nell’ambasciata di Teheran verrà sconfitto dal repubblicano Ronald Reagan. In mezzo al lungo sequestro ci sta pure un altro episodio tragico per l’America: quando Carter dà il via libera a un’operazione di commando speciali per liberare gli ostaggi (partendo dalla portaerei Uss Nimitz nel Golfo Persico), il blitz fallisce in modo disastroso per la collisione nel deserto fra un elicottero e un aereo Usa, in cui muoiono otto militari

Fra le vittime della rivoluzione khomeinista ci sono i tanti iraniani uccisi o imprigionati e torturati; più un milione di esuli. A cominciare dai comunisti iraniani filo-sovietici, tra i primi a finire in carcere o uccisi. E poi tutto quel che ne segue: il cocktail esplosivo che dal 1979 alimenta l’idea di uno “scontro di civiltà”. L’antiamericanismo portò molti occidentali a simpatizzare per gli islamismi, senza prevedere le stragi di cui avrebbero disseminato il pianeta. L’obiettivo proclamato dalla teocrazia sciita di distruggere lo Stato d’Israele, il sostegno a milizie di terroristi in tutto il Medio Oriente, va visto in questo scenario più ampio, di una guerra santa contro gli infedeli e l’Occidente.

lunedì 23 ottobre 2023

IL DISPREZZO PER LA DEMOCRAZIA DI ANTONIO GRAMSCI

Antonio Gramsci che ha pagato per le sue idee con la sofferenza del carcere, lunghi anni, quasi tutta una vita rinchiuso in gattabuia, è una cosa; Antonio Gramsci degli scritti sociologici dell'Italia del suo tempo, ancora oggi utilissimi per definirne il carattere, nello scorrere della storia d'Italia, è un'altra cosa; ma Antonio Gramsci è davvero letto dai suoi estimatori che lo citano anche online come un santino del socialismo che non fu?

Gramsci odiava la piccola e media borghesia, e scrisse che i commercianti di città, i piccoli proprietari "sono la classe più vile, la più inutile, la più parassitaria, corrotta, dissoluta, putrescente, servile...È gente che va espulsa dal campo sociale, come si espelle una volata di locuste da un campo semidistrutto, col ferro e col fuoco".
(Forse questa "classe" sociale citata da Gramsci ha letto davvero questo passaggio, questo giudizio senza speranza, e così sta politicamente vicina alla sinistra politica come un'ancora di ferro pesante sta a galla nel mare).
Poi ci sono "I Quaderni del carcere", diari e appunti, annotazioni che Gramsci iniziò a scrivere nel febbraio del 1929. Li ho ripresi in mano dopo vari anni. Nei "Quaderni" la dittatura è considerata un sistema di governo necessaria, poiché piega la resistenza delle classi borghesi al benessere collettivo delle classi subalterne. Il partito comunista è elevato a Principe, al quale sta il compito di "disciplinare", "ordinare", "selezionare", ogni settore della vita pubblica, culturale, scientifica, artistica, economica. Bisogna conquistare l'egemonia. Prima della signora Meloni e dei suoi Fratelli d'Italia a cui sta a cuore l'egemonia culturale, televisiva, era il Partito Comunista di Gramsci e Togliatti ad avere questa fissa, necessaria per scolpire l'uomo nuovo, l'italiano nuovo.
Sugli "Scritti giovanili 1914-1918" (l'edizione che possiedo, è del 1975, Einaudi) c'è l'opinione del giovane Gramsci sulla democrazia, il liberalismo (che non mi risulta da lui cambiata nel tempo) in uno scritto del 1918 che apparve su "Il Grido del Popolo".
"La democrazia- scrive Gramsci- ha una funzione morbosa, di confusionismo, di scrocco, di predicazione della incoerenza. È impaludamento, più che effettivo progresso".
Non mi stupisce, quindi, della destra italiana l'interesse alle opere di Antonio Gramsci.
Il suo giudizio sulla democrazia, il liberalismo non e' così difforme da quanto dicono o scrivono i populisti destrorsi delle autarchie, o "democrazie autoritarie" dei tempo d'oggi in Europa orientale.
Ora le democrazie rappresentano una piccola parte del globo, minoritaria, che tende a rimpicciolirsi, e sono sotto costante attacco, esterno e dalle quinte colonne che lavorano a corroderla internamente. Ci si domanda dove andremo a parare di questo passo, con vari nemici delle democrazie: esterni e interni; e a che serve riempire le strade d'Italia di figure umane e politiche di cui si è letto poco o nulla, e di cui si fa un gran parlare senza l'umiltà e la fatica necessaria che si deve fare prima di proferir giudizio e dire tante belle cose, senza dirle tutte.
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lunedì 16 ottobre 2023

ETTORE MO

 di VALERIO PELLIZZARI

C’è una citazione di Eugenio Montale, un minuscolo grappolo di parole messe in fila dal premio Nobel, che piaceva ad Ettore Mo: “Noi della razza di chi rimane a terra”. Il cronista randagio, volentieri solitario, cittadino perfetto tra la umanità appiedata, senza fare differenze tra etnie, religioni e culture, raramente ha trovato in giro per il mondo una porta chiusa che non lo facesse entrare e una bocca che non volesse parlare con lui. Possedeva una sensibilità lieve e disarmata, un lasciapassare unico davanti alle vicende degli sconosciuti.

E un’altra frase piccola, breve, si collega a questa di Montale. Quando un giorno qualcuno, con un microfono in mano, pose una domanda piuttosto strampalata : “Quale animale vorrebbe essere?”. Ettore aveva risposto: “Un asinello. Perché quando raglia non è per fame, ma per malinconia”. La sua biografia è conseguente, porta proprio come titolo una antica filastrocca: “Ma nemmeno malinconia”. Parole e musica per migranti, e non solo, per vittime della lontananza, della solitudine, che lo hanno accompagnato come una colonna sonora sotterranea, carsica. 

IMPOSSIBILE EREDITÀ

Il titolo del libro non piaceva ai signori del marketing della casa editrice. Ma assieme alla foto un po’ malandrina in copertina scattata da Luigi Baldelli forma la carta di identità perfetta di un inviato speciale che non ha lasciato eredi e nemmeno ne troverà in futuro. Era nato l’1 aprile 91 anni fa, il suo funerale è avvenuto di venerdì 13. Anche l’ironia si aggirava volentieri attorno a lui.

Il suo tavolo in albergo, a volte in locande sgangherate, a volte in stanze eleganti, dava l’idea di una consuetudine monastica, di un rito rispettoso: la macchina da scrivere, la carta, e il taccuino degli appunti erano sempre disposti in ordine. Non c’era il caos di corpi estranei che avvolgeva l’habitat improvvisato e pittoresco di altri colleghi, in quella altalena sempre incerta di arrivi, soste brevi o snervanti, e poi partenze che scandiva le corrispondenze dall’estero fino a venti anni fa. A volte Mo  batteva velocemente i tasti ma senza scrivere realmente, per prendere tempo davanti alla fatica di governare il linguaggio, di stendere le parole o per ingannare in modo infantile il cronista della stanza accanto che credeva di essere già stato sconfitto sentendo quel ticchettio. 

CAMIONISTA FINLANDESE

I guerriglieri afgani lo hanno preso infinite volte con loro a piedi o seduto dietro su una motocicletta sgangherata, le donne cecene chiuse nei sotterranei di Grozny sbriciolata  lo hanno sfamato e riscaldato durante l’assedio, un camionista finlandese nerboruto  lo trasportò da Tampere fino al Kazakistan cibandolo amorevolmente con orrende miscele di asparagi e mirtilli liofilizzati, con un coltellaccio penzolante sotto il volante come ultima protezione. Le suore di Saranda nell’Albania in rivolta gli fecero posto sulla loro unica jeep per farlo arrivare a Valona, condizione non sufficiente per sfuggire in un uliveto a degli scalmanati con i kalashnikov, impugnati da mani pericolosamente tremolanti, che lo accusavano di essere una spia greca.

Mentre le suore di Arona, si può dire vicine di casa, dopo aver sentito una sua memorabile intervista con Milena Gabanelli infarcita di imprecazioni tonanti verso Colui che governa sopra le nuvole, gli diedero egualmente l’assoluzione. Quello resta un vero scrigno della sua vicenda umana e letteraria. Altre suore in precedenza, spagnole, lo avevano ingaggiato come docente di francese per le ragazze del loro collegio, dopo avergli chiesto di recitare l’Ave Maria in francese, probabilmente per la prima volta nella vita. In quel caso la sua scuola personale di giornalismo, con lavori precari e spesso improbabili, non era ancora terminata. Doveva ancora entrare nell’ufficio del Corriere a Londra, al gradino più basso. Ci fu un dibattito surreale se abbreviare la sigla ‘vice’ o quel cognome di solo due lettere.

 GESÙ BAMBINO DORME

Molti anni dopo invece Bernardo Valli ritornava da Sarajevo in guerra, vedendolo disteso sul sedile posteriore dell’auto aveva chiesto: “Gesù bambino si è addormentato?”. E qualcosa di simile doveva sentire lo sconosciuto salumiere di Gorizia, copia fisica quasi perfetta di Mo, emerso un giorno casualmente verso il tramonto proprio sul confine sloveno. Come il buon samaritano il sosia sconosciuto gli proponeva in dono per motivi ignoti alcuni capi del suo guardaroba. Ma lo stesso bisogno di tenerezza, di rivestire il prossimo non necessariamente ignudo, sentiva anche Giuliano Zincone quando gli regalò una protettiva, pregiata sciarpa rossa in via del Corso a Roma, prima di una delle tante partenze verso il rigido inverno afgano.

Quel governo comunista gli negava ostinatamente il visto di ingresso. I servizi segreti non sopportavano di essere stati irrisi ripetutamente da quel giornalista italiano che non assomigliava a rambo ma scavalcava ad alta quota illegalmente i suoi confini, in compagnia dei guerriglieri. Sempre temerario. Una volta aveva nascosto i dollari necessari al viaggio in fondo al sacco con la biada per il mulo o il cavallo. In vita mia non ho mai usato la parola Eccellenza, perché non credo esistano uomini eccellenti, senza un qualche difetto. A cominciare dal mondo della politica. Solo una volta ho usato quella parola in una lettera al presidente Najibullah per chiedere il via libera all’ingresso di Ettore a Kabul, quando i sovietici ormai sconfitti si ritiravano. Un cedimento che non ha portato alcuna fortuna. E che tolse a Mo il piacere, ma anche il diritto, di vedere e chiudere la sua storia più faticosa e più lunga. 

“INCONSISTENZA FISICA”

Veniva spontaneo proteggere Ettore, con quel cognome sincopato, che più breve non si può, in apparenza trafugato a un cittadino cinese, e con la sua statura modesta. Da lui stesso definita “inconsistenza fisica” nei momenti in cui il buon umore lo abbandonava. In compenso ha avuto sempre al suo fianco un angelo custode generoso. Che lo ha protetto da cannoni, fucili, mine e da tutte le  altre insidie belliche possibili, compreso il tradimento delle persone. Attività esercitata volentieri lungo certi confini. Anche se poi lui stesso aggiungeva che l’altezza modesta configura un bersaglio ridotto, e che quindi gli bastava un coraggio dimezzato rispetto alla media. Un protettore che lo ha fatto arrivare a destinazione in ogni luogo, con itinerari disegnati caparbiamente che sembravano ignorare la forma reale del mappamondo. Come quando la rotta banale dal Tagikistan a Kabul fu bloccata dal colera, sostituita alla fine da una specie di periplo del pianeta.

Un angelo custode che ha contribuito a recuperare la carta di credito del giornale rimasta più volte in mani estranee, in zone impervie, e a ritrovare il passaporto destinato a subire sparizioni ancora più allarmanti. Angelo affiancato in concreto nella sua opera metafisica da Ferruccio de Bortoli che negli anni ha protetto la umiltà  di questo inviato come un padre protegge un figlio o un fratello aiuta l’altro. Non sono mai uscite parole di vanteria dalla bocca di Ettore. Quando un giorno di settembre a Londra era riuscito a intervistare i Beatles, ormai divi inavvicinabili, i fans in delirio avevano chiesto l’autografo anche a lui. Filosoficamente per l’occasione citò un proverbio inglese: “Anche il cane più piccolo e malconcio ha diritto al suo giorno fortunato”.  E’ una specie di trilogia che, assieme alla citazione iniziale di Montale e all’asino malinconico, ignora la parola “carriera” nel suo significato contemporaneo più selvaggio. Non a caso anche l’archivio che ha lasciato è una specie di cantiere aperto, frammentato, non è pronto per le celebrazioni, proprio come fa chi coltiva con reticenza la propria biografia.

MONASTERI COME CASERME

Queste righe qui sotto raccontano un capitolo inedito nella storia di Ettore, a parte quello che scrisse sul Corriere dopo quel viaggio. Andavamo in Tibet nell’estate 1988 dopo la rivolta del 1987, la più violenta dopo la annessione e repressione militare cinese degli anni ‘50. I tibetani colpevoli di insubordinazione avevano incendiato e distrutto ma ancora avevano usato i kalashnikov presi alla polizia come bastoni per malmenare gli agenti, non usandoli per sparare. I monasteri erano stati brutalmente organizzati come caserme, monaci e religiose erano stati imprigionati e torturati. Eravamo entrati a piedi dal Nepal, perché la strada era franata. Al ponte dell’amicizia tra i due paesi un cinese in abiti borghesi, con una pistola infilata dietro tra la cintura e i pantaloni, si era accontentato delle banalità che gli aveva raccontato l’agente di viaggio di quel minuscolo gruppetto.
Noi eravamo conciati con delle magliette rosa e azzurre che reclamizzavano la città di Katmandu, dei cappellini flosci, e un minimo di borraccia e zaino. Le sanguisughe attendevano inesorabili sulla pendice della montagna bloccata dalla frana. Due giovani svizzeri convenzionali in tutto completavano una apparente banalità dei viaggiatori. Ettore per l’occasione aveva scelto l’identità del professore di musica lirica, quasi autentica, attingendo in parte alla sua esperienza passata di cantante e alla passione per le romanze. Ma la notte prima di metterci in viaggio all’Oberoi di Katmandu aveva incontrato un americano che voleva sapere tutto della sua professione. Ci eravamo proposti in anticipo di dire sempre solo cose banali. Ma l’americano era veramente molesto, il suo sembrava un interrogatorio. Così, per scrupolo residuale, era stata incollata una ricevuta bancaria di dollari sul passaporto di Ettore, studioso di musica in quel caso, per nascondere la inopportuna parola press che ancora campeggiava su una pagina. 

A PALLONE CON I SOLDATI

La strada verso Lhasa aveva superato un passo di oltre cinquemila metri. Ettore non sentiva mal di testa ne’ vomito, anzi giocava a pallone con i soldati cinesi. Un fisico  indistruttibile.  Mentre attraversavamo una landa particolarmente desolata si accorse che in tasca non c’era più il passaporto. Iniziò una ricerca disperante, avevamo visitato un monastero ormai lontano, la capitale era ancora a qualche giorno di viaggio. La fortuna quella volta forse chiese aiuto al Dalai Lama stesso e da quell’altipiano color ocra emerse magicamente il libretto con il simbolo della Repubblica italiana. Nella marcia verso l’antica capitale buddista incontravamo cartelli cinesi di ammonimento alla popolazione che il nostro ottimo, indimenticabile accompagnatore, tibetano con passaporto nepalese, ci traduceva tra l’indifferenza di altri viaggiatori ignari. Viaggiare per non conoscere.

A Lhasa non arrivava mai il buio perché gli orologi cinesi sono regolati tutti sull’ora di Pechino, mentre il Tibet sta più o meno sopra l’India. Ma l’ossigeno tibetano non bastava ai cinesi saliti dalla pianura, si vedevano tra loro molte bombolette di colore nero per respirare meglio. Il Tetto del mondo non era esattamente casa loro. Quando cominciava a scendere il sole andavamo a incontrare testimoni, protagonisti di quella rivolta, in vicoli stretti, in vecchie case, su per scalette di legno scricchiolanti e scivolose per il burro salato diffuso che si mette nel the. Non avevamo bisogno dell’ossigeno ma nemmeno eravamo una presenza che si confondeva tra la folla locale. Avevamo raccolto molte testimonianze e documenti scritti, racconti di prima mano. Il nostro accompagnatore sapeva che ormai le autorità ci tenevano d’occhio, che aspettavano qualche passo falso, ma non faceva trapelare nulla. Eravamo arrivati per strada dal Nepal, ripartivamo nella stessa direzione, ma in aereo. 

IL METALDETECTOR SUONA

La notte prima della partenza dovevamo nascondere le testimonianze raccolte, per portarle fuori ma anche prima di tutto per proteggere le persone incontrate. Decisi di dividere appunti e documenti tra libri, carte geografiche e fotografie, fedele all’idea della “Lettera rubata” descritta da Edgard Allan Poe che tutti cercano ma che in realtà è davanti a loro. Ettore invece aveva deciso di piegare i fogli e metterli all’interno degli scarponi, sotto i piedi. La mattina dopo passo i controlli dell’aeroporto senza problemi. Quando è il momento di Ettore il metaldetector suona e si accende. La guardia cinese indica di rimuovere le scarpe e di farle passare da sole sul nastro. Ci guardiamo con due sguardi inerti. Il nostro accompagnatore sembra di pietra. Le scarpe aperte ripassano sul nastro, si vedono bene i caratteri tibetani dei fogli, ma il poliziotto pensa ad altro. Saliamo in aereo. Quando siamo fuori dallo spazio aereo cinese il sangue riprende il suo ritmo abituale. Qualcuno deve avere parlato con l’angelo custode. 

Su suggerimento di un grande amico diplomatico quelle carte che abbiamo con noi non le mandiamo al Palazzo di vetro dell’Onu, dove la Cina può utilizzare il suo diritto di veto. Le prove di violenze e torture le portiamo a Ginevra, presso la Commissione dei diritti umani. Lì non possono essere bloccate. E lì per la prima volta la vicenda tibetana trova un punto di approdo. Avendo letteralmente camminato sotto i piedi di Mo.   

SENZA L’AGENTE

La sua ricchissima storia può essere contenuta dentro un lungo repertorio di battute brevi. Montanelli un giorno a Parma lo criticò pubblicamente e affettuosamente perché –ormai famoso e pluripremiato-  dissipava il suo talento scrivendo poco. Non rielaborava e riconfezionava cose già scritte. A Londra, di ritorno dal Vietnam, lavorò da mattina a sera per scrivere quell’articolo e approdare esausto in un ristorante indiano. Era decisamente lontano da quella deriva produttiva ad oltranza che progressivamente ha visto comparire gli agenti dei giornalisti, per introdurli nel mondo televisivo, radiofonico, dei dibattiti, delle presentazioni, come si fa con i cantanti, gli attori, gli sportivi. Anzi nella vita di Mo c’è tutto un capitolo al contrario: gli era stato offerto un progetto editoriale con testi rilegati e titoli programmati, e con contratto definito, con numeri e percentuali, che poi senza spiegazione non ha prodotto nulla. 

Ma parallelamente c’è un capitolo balcanico non scritto, che gli fa onore più di tanto premi ricevuti. Verso la fine del secolo scorso la piccola Albania era in piena dissoluzione. Il mulino di Tirana era stato assaltato come in una scena ottocentesca, la gente si aggirava attorno a quel grande edificio con il viso e gli abiti bianchi di farina. A Tepelene la caserma dell’artiglieria era stata svuotata, i cannoni portati via con i trattori perché i contadini pensavano che quel metallo poteva trasformarsi in attrezzi agricoli. E da un camion carico di kalashnikov fermo ai bordi della strada quelle armi uscivano per essere ripagate dai contadini con grandi angurie. 

COMBATTENTI TACITURNI

Intanto la guerriglia indipendentista del Kosovo organizzava le sue forze in montagna, su al confine con la ex Jugoslavia. Mo si arrampicò in quella zona ma nessun guerrigliero stranamente voleva confidarsi. Al contrario i ribelli che aveva incontrato in giro per il mondo avevano sempre voluto  raccontare, trovare sostegno nei media stranieri, e più erano modeste le loro forze più contavano sull’aiuto di quelle parole. Scrisse un lungo articolo che raccontava quella guerriglia taciturna, furtiva. Il testo non fu pubblicato perché Mo non poteva fallire, tornare a mani vuote. Invece aveva ragione lui, quella non era guerriglia tradizionale, patriottica, separatista. Quelle erano le avanguardie armate pronte a creare un stato di appoggio alla mafia balcanica, come si era visto chiaramente sul confine macedone, dove signori vestiti con il doppiopetto nero gessato e una specie di Borsalino in testa verificavano l’arrivo dei profughi loro clienti e davano conferma sul cellulare di completare il pagamento.

Mo tornò indietro, non tenne nemmeno copia di quel testo mai stampato. Non c’era nella sua testa il concetto di rivendicazioni. A suo modo aveva ragione Montanelli, il talento di Ettore era sprecato, a volte. Subentrò qualcuno decisamente più creativo. Il suo aiutante albanese fiutò al volo il nuovo arrivato. Rinunciò subito ai dollari di compenso che riceveva dicendo semplicemente: con questo non voglio lavorare. Riconosceva la etnia di “chi rimane a terra”, senza avere letto Eugenio Montale. 

domenica 15 ottobre 2023

PRIMA DI PIAZZA NAVONA

 La famosissima Piazza Navona, che nasconde molteplici bellezze e punti segreti di Roma, un tempo aveva un’altra utilità. Nell’antica Roma, lì dove oggi sorgono le Fontane dei Fiumi e di Nettuno oltre a Palazzo Pamphilj, c’era lo Stadio di Domiziano. un’ arena per gli eventi voluti dall’imperatore romano, dove lui e i nobili erano soliti assistere alle leggendarie gare tra bighe romane.

Questa storica piazza di Roma nasconde molteplici segreti, come la leggenda del lago o la famosa finestra di Palazzo Pamphilj. Quello che non possiamo vedere, però, sono i resti dello Stadio di Domiziano. I ruderi dell’arena imperiale, infatti, si trovano a quasi 5 metri di profondità sotto il manto stradale che compone questa zona.
Se ci hanno affascinato numerosi particolari “poco conosciuti” di Piazza Navona, la particolarità dello Stadio di Domiziano vede addirittura un unicum in tutta la storia romana e mondiale. L’arena voluta dall’Imperatore, infatti, è l’unica costruita in muratura per lo svolgimento di eventi. Ma nessun’altra, da quel momento in poi, vide una simile costruzione da parte degli architetti
A confermare l’unicità di una struttura come lo Stadio di Domiziano, inoltre, sono anche i dati scientifici raccolti dalle varie università che studiano la Roma Antica. Sul suolo del Centro Storico e nel resto del territorio capitolino, infatti, non sono state rilevate strutture analoghe fatte con la muratura. Possiamo pensare, a questo punto, come sia stato un unico utilizzo di questa particolare tecnologia edilizia per l’epoca.
È possibile vedere lo Stadio di Domiziano o quello che ne rimane? Assolutamente sì. Infatti, lo spazio rientra nell’area di riferimento al Parco Archeologico di Piazza Navona. Come spesso accade nelle aree abitate con ruderi romani, possiamo vedere una “città sotterranea” sotto il manto stradale del Centro Storico e soprattutto dell’area del Rione VI del Parione, ovvero cuore del I Municipio capitolino.
Come Viterbo e Napoli, anche Roma possiede una sua Città
Lo Stadio di Domiziano, al pari degli altri ruderi romani, hanno la capacità di farci tornare nella Roma di 2000 anni fa. Quello che è stato riportato alla luce dagli archeologi, tra antiche strutture o segni di civiltà romana, proiettando qualunque persone nelle abitudini del cittadino antico romano. Una visita capace di dare molto culturalmente, come spiegano anche le guide chiamate a far visitare questi spazi dove trasuda storia e leggenda.
Non solo la società che viveva Roma oltre due millenni fa, ma anche la concezione dello sport per uno dei popoli su cui si fonda la cultura occidentale. Perché a riprova dello Stadio di Domiziano, il popolo romano aveva una fortissima propensione per l’attività sportiva (anche se le discipline erano molto diverse da quelle attuali).
Si ricorda che l'imperatore Domiziano era il secondo figlio di Flavio Vespasiano, colui che dopo guerre civili al seguito della morte di Nerone, fu proclamato sovrano dai legionari e che progetto' la costruzione del Colosseo costruito ove era sito il lago della Domus Aurea di Nerone,
anfiteatro che continuo'Tito ( delizia del genere umano che distrusse il tempio di Gerusalemme e sotto il cui regno di verificò l'eruzione del Vesuvio) e poi ultimato da Domiziano che morì dopo una rivolta dei centurioni romani .

PALESTINA

 Un po' di storia

Prima di Israele c'era un mandato britannico, non uno stato palestinese.
- Al Mandato britannico
esisteva l'impero ottomano, non lo Stato palestinese.
- Prima dell'Impero Ottomano, c'era lo Stato Islamico Mamluk d'Egitto, non lo Stato palestinese.
-Prima dello stato islamico di Mamluk d'Egitto, esisteva l'Impero di Ayubide, non lo Stato palestinese. Goffrey IV di Bulonskij, noto come Goffrey de Bouillon, conquistò Gerusalemme nel 1099
-Prima dell'Impero Ayubide esisteva il Regno francese e cristiano di Gerusalemme, non lo Stato palestinese.
-Prima del Regno di Gerusalemme esistevano gli imperi di Omeyad e Fatimid, non lo Stato palestinese.
-Prima degli imperi dell'Omeyad e Fatimid, c'era l'impero bizantino, non lo Stato palestinese. -Prima dell'impero bizantino c'era l'impero romano, non lo stato palestinese.
- Prima dell'Impero Romano, c'era lo Stato Hasmonees, non lo Stato palestinese.
- Prima dello stato Hasmoneysk, era lo stato Selevkid, non lo stato palestinese.
-Prima dell'impero Selevkid esisteva l'impero di Alessandro di Macedonia, non lo Stato palestinese.
-Prima dell'impero di Alessandro di Macedonia, c'era l'impero persiano, non lo stato palestinese.
-Prima dell'Impero persiano c'era l'Impero Babilonia, non lo Stato palestinese.
-Prima dell'Impero Babilonia esistevano i regni di Israele e della Giudea, non lo Stato palestinese.
-Prima dei regni di Israele e della Giudea esisteva il Regno d'Israele, non lo Stato palestinese.
-Prima del Regno d'Israele, c'era una teocrazia delle dodici ginocchia di Israele, non dello stato palestinese.
- Prima delle dodici generazioni della teocrazia israeliana, c'era un agglomerato di città-imperi indipendenti Canaan, non lo stato palestinese.
Infatti questo pezzo di terra era tutto TRANNE LO STATO PALESTINA.
Sergej Spektor

MORIRE

  www.leggo.it  del 5 aprile 2024   JULIE MCFADDEN- 1 Julie McFadden è un'infermiera molto famosa sui social perché condivide le sue esp...