martedì 27 giugno 2017

David Lynch

Giuseppe Videtti per la Repubblica

Stringe gli occhi come un bimbo, l' espressione di chi si sta esplorando, non certo di uno che brancola - l' incarnato s' illumina, i tratti si distendono, i settantun anni si cancellano, non è più solo la pettinatura rockabilly a farlo ragazzo. David Lynch sta meditando con alcuni studenti e insegnanti e sponsor della Scuola IMT Alti Studi di Lucca nella Sala della sagrestia di San Francesco.

Ci sono fior di professori e rappresentanti di sette paesi (tra cui Cina e Turchia) impegnati in un' indagine scientifica sui benefici della tecnica della Meditazione Trascendentale riscoperta e adattata ai nostri tempi dal Maharishi (quello dei Beatles), di cui Lynch è da quarantaquattro anni infaticabile apostolo (ben più esposto di Clint Eastwood, il più longevo dei meditanti vip).


Più tardi, al Cinema Astra, è accolto da una moltitudine di ragazzi - talmente giovani! sembra di stare a un concerto di musica industrial - che hanno fatto una fila di ore sotto la canicola per assicurarsi un posto alla proiezione sul grande schermo dei primi due episodi di Twin Peaks, il ritorno della serie tv cult in onda ogni venerdì su Sky Atlantic HD.

C' è un tifo da stadio quando le musiche di Badalamenti si diffondono in sala, poi il silenzio, risucchiati dagli incubi che nessuno sa rappresentare meglio di lui; il racconto, solo apparentemente dispersivo, procede geometrico e minuzioso attraverso tutti i diversi stati di coscienza che il regista ha sperimentato con la meditazione. Una studentessa, avrà diciotto anni, lo segue con lo sguardo e mormora: «Chissà se si rende conto del potere che ha sulla gente». Ma Lynch insiste: l' orrore che rappresenta, da Eraserhead a Velluto blu a Twin Peaks non è un' estensione della sua personalità.

«Non c' è bisogno di soffrire per mostrare la sofferenza, di essere paranoici per dettagliare gli incubi », dice la mattina dopo nella tenuta di campagna dove si ristora ogni volta che viene in Toscana, come se le sconcertanti visioni del protagonista Dale Cooper (Kyle MacLachlan) non fossero frutto della sua sceneggiatura.

Perché ha aspettato tanto prima di girare il sequel di Twin Peaks che il mondo aspettava?
«Non è stata una strategia, semplicemente sono stato occupato in altre attività; quando le tue giornate sono piene il tempo vola. Non avevo dimenticato le parole di Laura Palmer, un personaggio che amo molto: "Ci vediamo tra venticinque anni". Eccoci».

Immagino avrà avuto delle pressioni incredibili per accelerare i tempi.
«Incredibile a dirsi ma le pressioni maggiori sono arrivate dal pubblico. I fan sono decuplicati, poi centuplicati negli anni. A un certo punto il desiderio è diventato irrinunciabile anche per me».

Quando si è reso conto che Twin Peaks stava diventando un culto tra i giovanissimi?
«Credo sia stato il potere del passaparola a favorire il contagio. I ragazzi che c' erano ieri alla proiezione non erano neanche nati quando girammo i primi episodi».

La cifra è rimasta la stessa, ma la nuova edizione dà spazio a un Lynch se possibile più visionario: esistenze che sterzano all' improvviso, inaspettatamente, paurosamente. Da dove arriva tutto questo?
«Dalle idee, senza non si fa nulla. Quando le idee arrivano, le vedo scorrere come su uno schermo televisivo incorporato nel cervello, le sento, posso assaporarne le sensazioni, scrutare i volti delle persone, il loro look, il modo di parlare. Annoto ogni cosa, poi quando è il momento di scrivere la sceneggiatura basta uno sguardo agli appunti e quelle idee riaffiorano. È un processo irrinunciabile, a volte veloce, altre lentissimo».

Da dove arrivano le idee? Dai sogni? Dalle intuizioni? Dal quotidiano?
«Non si sa, non c' è una regola. Lo dico sempre, desiderare un' idea è come mettere un' esca sull' amo. Ecco, l' amo cui abboccano le idee è il desiderio».

Qualcuno ha azzardato che Twin Peaks, a suo modo, è una soap opera, ma lei non sembra d' accordo.
«No! Twin Peaks incorpora diversi generi, soap, drammatico, commedia».

Il mondo dell' intrattenimento è profondamente cambiato negli ultimi vent' anni. Lei ne è ancora parte o preferisce considerarsi un outsider?
«Gli artisti che si esprimono in maniera personale sono comunque degli outsider, non fanno parte di una community né condividono il loro modus operandi, ora come allora. Sono cambiati i formati, il lungometraggio, il film comunemente inteso è decisamente in crisi. La nuova frontiera è la tv via cavo e la cosa non mi disarma perché ho sempre amato le storie che continuano. Cimentarmi in un film di diciotto ore anziché in uno di due è stimolante. Mi piace l'idea di una storia che possa andare avanti all' infinito».

La Meditazione Trascendentale è stata in qualche modo un antidoto alle molte insidie di Hollywood?
«Decisamente sì, perché è una tecnica che permette di conoscere il livello eterno della vita, quello della infinita conoscenza. Potenzia l' intelligenza illimitata, la creatività, la felicità, l' amore, la libertà, l' energia, la pace.

È la chiave d' accesso al tesoro che abbiamo dentro. L' illuminazione mette in fuga gli stress e le negatività dello star system. Non esiste cura migliore della MT per la tristezza, la depressione, la sofferenza, l' odio, la rabbia e la paura. La soluzione è dentro di noi, dobbiamo solo far entrare la luce ed eliminare la spazzatura. È il solo modo di trasformare il tormento dell' esistenza in un gioco, a quel punto vivere diventa divertente ».

Attraverso la meditazione aspiriamo alla nostra pace interiore e a quella del mondo, ma poi abbiamo Trump, le guerre fredde, i conflitti mediorientali, il terrorismo, il problema dei rifugiati e i cambiamenti climatici. Ce la faranno i discepoli del Maharishi impegnati nel Global Country of World Peace a far trionfare il buon senso?
«In realtà i problemi sono molti, molti di più di quelli che lei ha elencato. Il Maharishi usava la parabola dell' albero: non puoi giudicare il suo stato di salute da qualche foglia che diventa gialla e cade, il giardiniere accorto si prende cura anzitutto delle radici - cioè il livello più profondo, quello trascendente appunto.

I gruppi che lei ha menzionato sono vitali, perché lavorano per cambiare la coscienza collettiva eliminando le tensioni e le ansie, combattendo avidità e corruzione. L' anelito alla pace e all' armonia è dentro di noi, c' è sempre stato e ci sarà sempre, dobbiamo solo riportarlo in superficie».

Chi era David Lynch prima di praticare la Meditazione Trascendentale? Ne ha memoria?
«Oh sì! un uomo pieno di rabbia, non tanto depresso quanto preoccupato dal futuro, pessimista. Ricordo un episodio che risale all' epoca dei miei primi corti, ero seduto a un tavolo fissando il muro, preoccupato, quando qualcosa accadde dentro di me: avevo tutto il necessario, le apparecchiature, la location perfetta, avrei dovuto essere la persona più felice del mondo, ma lo ero solo in superficie, dentro ero vuoto, infelice. La Meditazione spazzò via tutte le incertezze in meno di una settimana. La mia prima moglie (Peggy Reavey) non riusciva a crederci.

"Dov' è finita la tua rabbia?", mi disse. Non avevo sufficienti cognizioni per risponderle che trascendere è un' esperienza olistica che impegna tutto il cervello».

Perché tanto amore per il film Il mago di Oz? È l' unico manifesto di cinema appeso nel suo studio di pittore.
«Mi affascina l' idea della ricerca della strada di casa».

Lei l' ha finalmente trovata?
«Sì, attraverso la Meditazione. Siamo scintille della fiamma divina, siamo usciti e ci siamo persi, e ci è piaciuto, ma sappiamo che il nostro obiettivo finale è trovare la strada di casa - il figliol prodigo torna sempre, e quando riappare si fa festa. Tornare a casa vuol dire illuminazione suprema, scoprire chi siamo davvero. È un meraviglioso viaggio da affrontare insieme, non importa di che religione siamo o qual è il colore della nostra pelle o che lavoro facciamo. La Meditazione Trascendentale è una tecnica a disposizione di tutti, facile, pratica. È scientificamente provato, funziona!».

lunedì 26 giugno 2017

L'infanzia di un capo

Marco Giusti 

Lo so che fa caldo che si muore, ma stavolta merita uscire di casa per vedere una grande opera prima presentata ormai ben due anni fa in quel di Venezia e che lasciò dietro di sé un notevole interesse per il suo autore. Sto parlando di L’infanzia di un capo (The Childhood of a Leader) diretto da un attore di 27 anni, Brady Corbet, che lo ha scritto assieme a Mona Fastvold. 

Girato in 35 mm con una fotografia bellissima e particolare, il film può vantare una colonna sonora strepitosa di Scott Walker che è di per sé un evento, visto che adatta alla storia una sorta di partitura alla Alban Berg di grandissima potenza, ma è anche una delle poche opere prime viste negli ultimi festival teso alla ricerca di un nuovo linguaggio di messa in scena e che cerchi, anche se con non poche contraddizioni e un’ambizione smisurata, una sua strada tra Lars Von Trier e Michaek Hanecke.
  
Tratto, in parte, da un racconto di Jean-Paul Sartre, che alla fine del film viene citato insieme a Musil, Arendt come fonte di riferimento, ci racconta la fanciullezza di un piccolo mostro alla fine della Grande Guerra, qualcosa che ci porterà al nazismo in un’Europa schiava del capitalismo e impaurita dal marxismo.

Il piccolo Prescott, o Prescott il bastardo, Tom Sweet, un bambino biondo scelto per la somiglianza del figlio di Ryan O’Neal in Barry Lyndon, è il figlio di un alto uomo di stato americano, il Liam Cunningham di Games of Thrones, e di una fredda francese che parla ben quattro lingue, Berénice Bejo, che ha probabilmete una storia con il bel Robert Pattinson e detesta il marito.

La famigliola vive in un castello in Francia dove il padre sta costruendo gli accordi tra i potenti dei paesi coinvolti nella guerra che porteranno al Trattato di Versailles. E’ in questo contesto che il piccolo Prescott coverà il suo odio verso la famiglia e verso ogni sorta di controllo e di potere coinvolgendo la cameriera, Yolande Moreau, e l’istitutrice, Stacy Martin. Inutilmente la madre cercherà di riportarlo alla ragione e il padre proverà a farne un figlio disciplinato.
  
Come spiegano bene la musica di Scott Walker e una fotografia scurissima di Lol Crawley, Prescott seguirà una percorso che lo porterà a qualcosa che ancora non conosciamo, ma che ha già dentro di sé tutti i germi degli anni che seguiranno. Complesso, spesso oscuro e non sempre tenuto, è comunque un’opera prima di grande potenza che coinvolge un cast ricchissimo e talenti diversi. In sala da giovedì.

domenica 25 giugno 2017

Pompei

«Se qualcuno ricerca in questa città teneri amplessi, sappia che qui le ragazze sono tutte disponibili»: inciso su una parete interna della Basilica, quasi una locandina dell’azienda di soggiorno, l’allettante graffito non lasciava dubbi sulla principale attrazione turistica di Pompei. 
Si andava a fare un giro sotto il Vesuvio un po’ come oggi a Cuba o in Thailandia. Colonia Cornelia Veneria Pompeianorum, era chiamata la città negli suoi ultimi decenni, e mai nome fu più coincidente con il proprio destino. 
La grande dea dell’amore, Venere, era effigiata ovunque e in tutte le (più imbarazzanti) posizioni, dalla nascita nella conchiglia agli intrighi adulterini con Marte, alla conseguente vendetta del legittimo sposo Vulcano. E il suo influsso ebolliva riversandosi generosamente su cittadini e forestieri. 
Ne fanno fede le iscrizioni. Rovelli, manie, ossessioni sono sempre gli stessi, da duemila (e chissà quanti più) anni a questa parte, e il lessico che li veicola conserva singolari assonanze con quello d’oggi. «Restituta, lèvati la tunica, facci vedere pilosum cunnum» incita l’avventore di un’osteria. 
«Qui ho trafitto di brutto la signora...» proclama trionfante un anonimo gladiatore, dalla parti della Palestra. «Qui Quinzione futuit natiche sculettanti» ribatte un altro, con tanto di firma. E un altro annota: «Ninfa, fututa; Amomo, fututa, Perenne, fututus» (donne e uomini, faceva poca differenza: la bisessualità era normale). 
Né erano soltanto maschili le vanterie: una certa Euplia fa sapere che «qui si è congiunta con uomini gagliardi a volontà», mentre «Romula, di uomini, mille, diecimila». 
Amori mercenari, soprattutto. Negli ultimi anni prima dell’eruzione a Pompei si annoveravano 35 bordelli, per una popolazione tra gli otto e i dodicimila abitanti (a titolo di confronto, le sartorie erano 29, i panifici 35, le tintorie 18, le osterie 120, gli alberghi 44). 
A eccezione dell’unico lupanare sorto proprio con questa destinazione, si trattava per lo più di ambienti ricavati nelle locande o in zone separate delle ville più signorili, dove il dominus non disdegnava i proventi del lenocinio, esercitato per il tramite di un liberto. 
Nella casa dei ricchissimi fratelli Vettii, per esempio, offriva la sue prestazioni la schiava Eutichide, «di belle maniere, per 2 assi» (un asse corrispondeva a una razione di vino, o a mezza di pane). 
Anche la prostituzione maschile, per uomini e donne, era praticata: Menandro, pure lui «di belle maniere», costava a sua volta 2 assi. Più caro un tale Marittimo, 4 assi (che specificava: «virgines ammittit»), mentre c’era chi arrivava fino a 5 sesterzi, pari a 20 assi. I prezzi tenevano conto delle prestazioni: molto apprezzate la fellatio e il cunnilingus. 
Sulle pareti delle cellae meretricae, affreschi e bassorilievi avevano lo scopo di eccitare il desiderio e di illustrare la specialità della casa riproducendo i cosiddetti schemata Veneris, le figure dell’amplesso, quelle stesse poeticamente raccomandate da Ovidio nell’Ars amatoria. In un caso, il quadretto è accompagnato da una scritta curiosa: «Lente impelle», spingi piano.
Quel che emerge, dai reperti erotici pompeiani oggi ospitati nel «Gabinetto segreto» del Museo archeologico di Napoli, è un modo di vivere la sessualità più giocoso e leggero, pur nella pesantezza verbale e figurativa, con il membro virile rappresentato ovunque e nelle combinazioni più fantasiose, come amuleto contro il malocchio e portatore di prosperità.

Non per niente è proprio in relazione a questi reperti, catalogati da Giuseppe Fiorelli, che a metà ‘800 comiciò a diffondersi il termine «pornografia». Straordinario, fra gli altri, il tintinnabulum di bronzo con un gladiatore che combatte contro il proprio fallo trasformato in una fiera che lo assale. Una battaglia tra le proprie contrastanti spinte (tra la ragione e la volontà, si potrebbe dire in termini schopehaueriani) che doveva ripetersi ogni giorno migliaia di volte, alle falde del Vesuvio. Finché un’altra più rovente eruzione mise fine a tutto.

JFK a Berlino

Milena Gabanelli per il “Corriere della Sera”

Berlino Ovest, 26 giugno 1963, davanti a una folla immensa, Kennedy pronuncia il memorabile discorso sulla libertà che conclude con: «Ich bin ein Berliner» (io sono berlinese). L' autore di quelle parole, diventate immortali, si scopre oggi, è Frederick Vreeland, un elegante novantenne, figlio di Diana, la donna che rivoluzionò la moda americana, ma soprattutto il defilato depositario di quasi un secolo di storia.


«Sì, diciamo che questo è il mio piccolo posto nella storia. Lavoravo per la Cia a Berlino, quando nel '63 ho ricevuto l' ordine di passare al National Security Council alla Casa Bianca, con l' incarico di occuparmi di Africa e alcune visite ufficiali, fra cui quella di JFK a Berlino. Passavo con lui un' ora nel suo ufficio tre volte la settimana. Nei vari governi che ho attraversato, non ho mai visto nessuno insistere così tanto per avere informazioni sui Paesi che visitava; ed era affascinante vedere questo cervello sempre alla ricerca del modo migliore per affrontare i problemi. Quel giorno durante il briefing mi dice "Preparami una frase molto corta da ricordare in tedesco".

Mi sono consultato con i miei colleghi più brillanti, e alla fine è saltata fuori la citazione di Martin Lutero: "Io sono qui, resto qui, non posso fare altrimenti". A Kennedy però non è piaciuta l'idea che un cattolico come lui attingesse da un discorso del grande eretico. Allora lì per lì gli ho detto "Ich bin ein Berliner". L' ha trovata perfetta poi l' ho allenato sulla pronuncia, dove invece era disastroso!»

Questo retroscena non si è mai saputo?
«Si trova traccia in "Conversations with Kennedy", di Ben Bradlee del Washington Post , autore della sua biografia e suo grande amico».

Frederick Vreeland è uno degli ultimi testimoni della Guerra fredda. Al servizio della Cia e del Dipartimento di Stato dal 1951 al 1985, poi direttore generale dell' Aspen Institute a Roma, quindi ambasciatore in Marocco, ha il distacco di chi ne ha viste tante: reclutatore di spie, consigliere di presidenti, mediatore fra governo e ambasciata americana a Roma in anni di fuoco, dal 1978 al 1985.

Come si convince un funzionario straniero a tradire il suo Stato?
«Prima devi individuare "l' asset" di cui hai bisogno e sapere tutto di lui, poi inizi un lento lavoro di preparazione. Nel '73 ero a New York, e con questa procedura ho iniziato il reclutamento del numero due della delegazione sovietica all' Onu, Arkady Shevchenko, consigliere personale del ministro degli Esteri Gromiko».

Cosa faceva per voi?
«Ci raccontava cosa succedeva agli alti livelli del ministero degli Esteri sovietico; lui conosceva molte cose».

Come lo ha convinto?
«Era un intellettuale e io facevo parte di un gruppo letterario a Manhattan; l' ho portato lì qualche volta, e siamo diventati molto amici. A quel livello loro non erano molto sorvegliati. Ovviamente gli abbiamo dato dei soldi, ma la motivazione principale era il disgusto verso il suo Paese, tant' è che poi ha chiesto asilo politico. Ma i russi non gliel' hanno perdonata; anni dopo morì, probabilmente avvelenato».

Dal '57 al '62 lei si trovava a Bonn e poi a Berlino, qual era la sua attività prima e dopo il Muro?
«A Bonn tenevo i contatti con i funzionari delle ambasciate dell' Europa dell' Est, mentre negli anni passati a Berlino Ovest, dove la Cia aveva tanti agenti, ero l' unico che poteva andare oltre il Muro perché avevo passaporto diplomatico. Lì la persona più interessante era un tedesco che passava le serate con i suoi amici apparatchik , e noi volevamo sapere quello che facevano e pensavano.

Mi ero organizzato così: a Berlino Ovest usavo la mia macchina personale per arrivare fino a un certo posto, facevo un tratto a piedi, poi salivo su un' altra macchina che mi aspettava e mi portava in un nostro appartamentino. Lui arrivava, quasi sempre ubriaco, e mi raccontava tutto quello che aveva sentito dai dirigenti del partito di Berlino Est.


Il mio compito era quello di mantenere un' amicizia personale, pagarlo, e permettergli poi di fuggire da Berlino Est per venire a Berlino Ovest. Registravo tutto quello che diceva nelle ore passate insieme, poi passavo il resto della notte a trascrivere quello che poteva essere interessante per Washington e i dettagli dell' incontro: come era arrivato, a che ora, per essere sicuri che non ci fosse nessuno a sorvegliare».

Proprio come nei film.
«Forse Il mio lavoro per la Cia però non è mai stato ufficiale, perché ho lasciato il governo come dipendente del Dipartimento di Stato. Solo nel 1989, quando Bush, quello buono, mi ha presentato al Senato per diventare ambasciatore, il mio curriculum è diventato noto».

Quanto c' è di vero in quello che conosciamo sull' omicidio Kennedy?
«Il rapporto ufficiale che pretende di coprire tutto, non copre tutto. Qualcuno ha sparato anche dalla strada, ma non lo abbiamo mai trovato. Ci sono molti dettagli di quell' omicidio che non conosceremo mai».

Nell' anno passato alla Casa Bianca sarà stato testimone anche della vitalità extraconiugale del presidente, di cui non si è mai saputo nulla. Lo avete coperto voi o i tanti amici giornalisti?
«I giornalisti si alternavano alla Casa Bianca giorno e notte, li conosceva tutti, tutti sapevano, e lui non si dava da fare per nascondere, ma non hanno mai scritto una riga. Le racconto questa: una mia cara amica un giorno mi fa vedere un orologio Cartier e mi dice: "Me lo ha dato ieri sera Kennedy, dopo aver fatto l' amore con me alla Casa Bianca". Poi mi ha spiegato che era il regalo fatto al presidente due giorni prima da Marella Agnelli in visita».

Ha riciclato il regalo di Marella Agnelli con l' amante di turno?
«Sì! Non aveva limiti! Ma anche in Francia era così! Ho passato 7 anni a Parigi, e il presidente poteva fare qualsiasi cosa e nessuno scriveva niente! Era una tradizione adesso sarebbe impossibile».

Lei ha lavorato anche con Bob Kennedy.
«C' è un episodio che non posso dimenticare. Dopo la morte di John, Bob si è presentato come candidato alla presidenza, mentre era senatore di New York. Io seguivo tutti i suoi discorsi, e ogni volta attaccava la Palestina a sostegno di Israele. Questa strategia va bene a New York perché gli ebrei sono una parte cruciale della città, ma negli altri Stati non ce n' è bisogno. Un giorno gli ho detto "Bobby, è tutta l' America che vota, e voterà per te, se continui così non funzionerà".

Lui si è consultato con il direttore della campagna elettorale che ha detto: "Prima dobbiamo farlo eleggere, poi ci penseremo". Una settimana dopo lo hanno ucciso. Il mio ambasciatore alle Nazioni Unite mi ha mostrato il diario dell' attentatore palestinese sul quale ogni giorno scriveva: "Bob ha criticato ancora gli arabi". Il giorno in cui lo ha ucciso ha scritto: "È andato troppo lontano, adesso va fermato".

Se avessi insistito di più chissà. Le dirò invece che due anni dopo il direttore della sua campagna si è presentato come senatore a New York e ha annunciato per la prima volta di essere ebreo».

La straordinaria memoria per i dettagli sconfina in una punta di reticenza sul periodo 1978-1985. In quegli anni, mentre in Italia succedeva di tutto, lui era a Roma presso l' ambasciata americana, a osservarci.

Qual era il suo mandato?
«C'era il timore che il Partito comunista italiano prendesse il potere e uscisse dalla Nato, e per Washington era importante sapere cosa avessero intenzione di fare. Quello che era invece importante per me è che Berlinguer andava in chiesa e faceva battezzare i bambini. In tutta Europa un capo comunista non andava mai in chiesa. Inoltre Berlinguer era d'accordo sulla partecipazione italiana alla Nato... erano segnali interessanti».

Non vi ha allarmato il compromesso fra la Dc e il Pci?
«Non avevamo una politica contro».

Cosa pensavano gli americani dell' omicidio Moro?
«Io sono arrivato a Roma dopo, a ottobre del '78. Fino a quel momento non avevamo molta considerazione per gli atti di terrorismo delle Brigate rosse in Italia. Eravamo concentrati sul comunismo come "il" problema mondiale. Con l' omicidio Moro abbiamo capito che il nostro principale alleato nel Sud Europa era in pericolo, e questo poteva mettere in pericolo anche tutta la nostra strategia di difesa mondiale».

Sono gli anni della strage di Bologna e dell' esplosione di un aereo su Ustica. Il radar Nato di Napoli aveva registrato tutto immagino.
«Esatto».

Voi avete visto quello che è successo, ma noi abbiamo aspettato 20 anni prima di chiedervi i tracciati, e a voi non è mai venuto in mente di consegnarceli prima «Esattamente a me nessuno ha chiesto nulla, anche perché non seguivo direttamente la questione».

Il rapimento del generale Nato Dozier invece lo ha seguito lei. Dicembre 1981. Com'è andata?
«Dentro l' ambasciata io ero il responsabile della liberazione di Dozier, e la prima cosa che ho detto al mio ambasciatore è stata questa: "Durante l' affare Moro i servizi italiani erano divisi, carabinieri e polizia hanno indagato separatamente, ed è finita molto male. Quindi la prima cosa che dobbiamo fare è pretendere che l' Italia abbia un solo corpo dedicato alla ricerca, e una sola persona di riferimento".

Il ministro dell' Interno Rognoni voleva essere lui a occuparsi del coordinamento, ma io non ho accettato. Il ministro ha tante altre cose da fare, perciò abbiamo insistito molto anche con il premier Spadolini: "Dovete indicare qualcuno che dedichi tutto il suo tempo a coordinare le forze di polizia fino a quando non avrete trovato il generale". Si immagini, il Pentagono e tutte le Forze armate americane erano pronte a venire qui, ma ho convinto l' ambasciatore Rabb che Dozier dovevano trovarlo gli italiani, da soli. E così è andata».

Sa che non ci crede nessuno?
«Lo so, gli italiani sono fatti così».

Sono tutti convinti che i dieci migliori uomini del team fossero vostri.
«Non è vero, e i nomi sono noti. Noi chiaramente eravamo pronti a intervenire, in caso di richiesta. Pensi che ogni giorno ricevevo pressioni dal Pentagono, e mi dicevano: "Il generale è in questo paese del Veneto, in una piccola casa vicino al fiume, al secondo piano di un edificio blu". Sa chi dava queste informazioni al Pentagono?
Una chiromante! Capisce? Là dentro c' era qualcuno che cercava informazioni in questo modo!».

Tornando al Pci, che in quegli anni cresceva fino a diventare il primo partito alle Europee dell' 84. Come veniva sorvegliato questo fatto?
«Avevamo dentro l'ambasciata la sezione politica, io ero consigliere per gli affari esteri. Eravamo in otto a sorvegliare tutta la politica italiana e la crescita del Pci, come le ho detto, era molto monitorata, ma non la ritenevamo veramente pericolosa; era un comunismo di facciata: pensi che Rabb era un buon amico del sindaco comunista di Roma Luigi Petroselli, e cenavano spesso insieme».

Erano anche gli anni del Papa polacco, come veniva seguito?
«Lui era considerato un Papa politico, che lavorava prima di tutto per il partito di Solidarnosc, quindi c'era un tremenda attenzione, e dentro al Vaticano c' era un ambasciatore che aveva un rapporto diretto con il Dipartimento di Stato. Quello che so è che il numero due della Cia veniva a Roma regolarmente, tre volte l'anno, per incontrare il Papa e consegnargli direttamente i rapporti che erano importanti per lui. Erano visite segrete che nessuno doveva conoscere».

Quindi lo avete supportato?
«Certamente! Tutto quello che il Papa ha chiesto, noi glielo abbiamo dato».

Mentre iniziava lo sgretolamento dell' Unione Sovietica, in Italia al governo c' era Craxi, che a voi non piaceva tanto perché strizzava l' occhio al mondo arabo. La crisi di Sigonella è stato un episodio casuale o il frutto di una tensione in Medio Oriente che stava via via crescendo?
«È una buona domanda, ma Sigonella era fuori dal mio perimetro. Io però ero d'accordo con Craxi: penso che abbia fatto bene a non ammettere interferenze sul sequestro dell' Achille Lauro e a difendere il principio di sovranità. Cosa pensavano a Washington non so».

Invece dei servizi segreti italiani cosa pensavate, che erano deviati, o rispondevano a un gioco solo?
«Noi pensavamo che fossero completamente disorganizzati: il ministero dell' Interno controllava una parte, quello della Difesa un' altra, la presidenza del Consiglio una terza, e ognuno andava per conto proprio. Ma all' epoca anche il capo della Cia non parlava con il capo dell' Fbi. Immagina cosa significhi questo?».

È opinione diffusa che con la Francia e Germania concordiate le politiche, mentre con l' Italia non negoziate nulla. Insomma, non ci prendete sul serio?
«Siete voi i primi a non prendere sul serio il vostro governo! Siete convinti che solo chi è capace di far spettacolo possa essere eletto e rieletto. Berlusconi ha fatto show business per 15 anni! Certo, con Trump oggi a noi succede la stessa cosa».

Sembra che gli Usa preferiscano un' Europa disgregata, e non forte e unita.
«Non è vero, per me la Brexit è un disastro, e se ognuno tornerà con la propria moneta sarà una storia tragica! Certamente Trump non farà nulla per evitare questa frammentazione».

C' è la convinzione che farà qualcosa per frammentarla 
«Non lo so; l' unica cosa buona di Trump è che, al contrario di tutti i politici e di tutti noi che abbiamo lavorato per la politica, è capace di cambiare prospettiva in un secondo. Può fare cose completamente diverse da quelle promesse in campagna elettorale. Però, se riescono a fare l'impeachment, il giorno stesso diventerà presidente il suo vice, Mike Pence, che è molto peggio! Lui è un uomo di estrema destra e resterà fedele alle posizioni di estrema destra!».

Quindi dobbiamo augurarci che Trump resista?
«La risposta è sì, perché sappiamo già che Trump perderà le lezioni intermedie, quindi ci sarà un Parlamento per metà democratico e per metà di estrema destra, dunque un Senato bloccato fino alle prossime elezioni. Poi verrà sicuramente eletto un democratico».

Karin Slaughter

Il male non è una cosa da pazzi
Karin Slaughter: la violenza sta fra di noi e ha sempre una motivazione, io la racconto
L’autrice americana torna in libreria con «La morte è cieca» (HarperCollins), suo esordio
di MARCO BRUNA - Corriere della Sera 
Quando arriva il momento di raccogliere il frutto di anni di ricerche e di trasformare l’ispirazione nel prossimo romanzo, Karin Slaughter lascia la casa di Atlanta, in Georgia, dove vive, per isolarsi nel suo rifugio tra le montagne vicino al confine con il Tennessee. «L’ha costruito mio padre, mi serve per dimenticare ogni distrazione», racconta l’autrice, impegnata in questi giorni in un tour europeo che la porterà a Milano lunedì 26 giugno. «Passo lì due o tre settimane, scrivo e basta, fino a quando non sono esausta. Quindi torno a casa per recuperare una routine decente. Quando mi sento di nuovo pronta, riprendo la macchina, guido per due ore e mi rimetto al lavoro. Lì, nel mio ufficio. Sola».
Karin Slaughter ha deciso che si sarebbe dedicata completamente alla scrittura nel 1997. Ha i capelli biondi e gli occhi azzurri. È sempre stata appassionata di storie criminali — il suo cognome, tradotto in italiano, significa massacro. Al college ha studiato poesia del Rinascimento. Ha lasciato gli studi poco prima della laurea. È nata a Covington, in Georgia, il 6 gennaio 1971, ed è cresciuta nella vicina Jonesboro. «Ci sentivamo degli intrusi in quella piccola cittadina. Vivevamo in un quartiere benestante ma non eravamo ricchi. Mio padre gestiva una concessionaria di automobili, mia madre era una casalinga. Sono la più piccola di tre sorelle. I miei genitori hanno divorziato quando ero bambina. Sono stata cresciuta dalla mia matrigna». Nel censimento del 2010, Jonesboro, 45 minuti di auto da Atlanta, contava 4.724 abitanti.
Karin Slaughter ha esordito nel 2001 con il thriller La morte è cieca (Blindsighted), che HarperCollins ha da poco ripubblicato in Italia. Da allora ha venduto 35 milioni di copie ed è stata tradotta in 36 lingue. La passione per il crimine è sbocciata quando aveva 8 o 9 anni, quando Atlanta era sotto shock per una serie di omicidi in cui furono coinvolti almeno 28 tra bambini e adolescenti afroamericani. Il caso è conosciuto come The Atlanta Child Murders: dal 1979 al 1981 la città visse sotto la minaccia di un serial killer ossessionato dalle sue giovani vittime. La polizia arrestò nell’81 Wayne Williams, un afroamericano di 23 anni, al quale vennero imputati solo due degli omicidi. Williams venne condannato a due ergastoli nel 1982. «In quegli anni ho capito quanto la violenza riesca a trasformare radicalmente la comunità in cui vivi: prima di quei fatti di sangue i miei vicini erano molto aperti, avevano fiducia l’uno nell’altro. Dopo i primi omicidi cambiarono completamente, così come la mia famiglia. Non potevo più girare con la bicicletta nei posti che amavo, dovevo sempre dire ai miei genitori dove andavo e con chi. Ero affascinata dal modo in cui il crimine agiva nella mente delle persone. Volevo saperne di più».
La morte è cieca, il volume che ha inaugurato la serie ambientata nell’immaginaria Grant County, deve molto a quel fatto di cronaca: nel libro il sospettato è un maniaco a cui piace infliggere terribili torture alle proprie vittime. La chiave per scoprire l’identità del killer è la coroner Sara Linton; lo scenario è la tranquilla Heartsdale, cittadina della Georgia. Il passato della protagonista, come in tutte le storie della Slaughter, gioca un ruolo fondamentale. Un tema che ritorna anche in Scia di sangue (2017, HarperCollins), l’ultimo capitolo di un’altra serie che ha per protagonista il detective nato dalla penna della scrittrice, Will Trent. «Will è un sopravvissuto, ha alle spalle una vicenda di dolore e abbandono. Non aveva una famiglia, è stato dato in affidamento sin da piccolo. Una volta maggiorenne, quando non si è più tutelati dalle leggi sull’affidamento, ha passato qualche tempo in un centro per senzatetto. E si è trovato di fronte a una scelta: seguire la strada del crimine o quella della legge. Si trattava di scegliere se vendicarsi di un sistema che lo ha umiliato o lottare per cambiare le regole di quella società».
Non è difficile immaginare da dove provenga l’ispirazione di Karin Slaughter: il tasso di criminalità di Atlanta è tra i più alti degli Stati Uniti. Secondo l’Fbi, nel 2015 ci sono stati, su un campione di 100 mila abitanti, 94 omicidi, 170 stupri e 1.995 furti. «Il crimine è ovunque, basta guardarsi intorno. Le mie storie prendono spunto da tematiche sociali. La violenza sulle donne è una di queste. Un criminale non decide di fare del male perché è un pazzo, ha sempre una motivazione: è quello che cerco di portare alla luce nei miei libri, perché credo che ciò che nobilita il lavoro di uno scrittore sia la sua capacità di capire il contesto in cui vive».
Karin Slaughter ha consolidato nel corso della sua carriera una routine sistematica. Lavora anche a più storie contemporaneamente e impiega di solito uno o due anni per completare le ricerche per un nuovo romanzo, che scrive in media in quattordici settimane. Quando è impegnata nella scrittura l’unica persona con cui ha contatti è la sua editor. Non permette a nessun altro di leggere le prime stesure del libro. Ha impiegato otto anni per trovare un agente, che negli Stati Uniti significa avere maggiori probabilità di essere pubblicati. Si confronta spesso con il Georgia Bureau of Investigation (Gbi) — per cui lavora Will Trent e con cui è in contatto grazie alle conoscenze politiche del padre —: lì si informa sui tipi di crimine che devono affrontare ogni giorno agenti e detective e su come portano avanti le indagini. Assiste anche ad autopsie per raccogliere dettagli utili alle sue storie.
Il Sud è la sua fonte di ispirazione, il luogo dove nasce tutto. «Penso che gli scrittori che nascono qui siano i migliori», dice ridendo, «perché il Sud ti offre dei dettagli, ha un’identità». Tra i contemporanei ama Lisa Gardner, Lee Child, Michael Connelly, Mo Hayder — «i soliti sospetti» — mentre tra i classici hanno avuto un ruolo determinante nella sua formazione Margaret Mitchell (nata e morta ad Atlanta) — «soprattutto Via col vento» — e Flannery O’Connor (nata e morta in Georgia). «Ero una bambina che veniva da una piccola cittadina del Sud, e a quelle come me veniva detto di stare al proprio posto, che non sarebbero mai state all’altezza dei maschi. Queste autrici mi hanno permesso di interessarmi a ciò che amavo. Leggerle è come se mi avesse liberato, come se mi avesse dato la licenza di scrivere di quel che volevo».
Quando non scrive, cosa che accade molto raramente, Karin Slaughter ama leggere — «mi piace di tutto, dalla letteratura alla storia» — e guardare le sue serie tv preferite, The Americans e Breaking Bad. Ama i gatti — «ho fatto costruire delle gattaiole nel mio chalet in montagna così possono entrare e uscire. Nelle mie storie ucciderei chiunque, tranne un animale» — e odia viaggiare in aereo. Si è sposata da poco dopo 25 anni di relazione.
Il suo detective, Will Trent, non ha l’aspetto dell’eroe, e neanche i modi. È schivo e riservato. Ed è dislessico, come la sorella maggiore dell’autrice, un dettaglio che lo fa apparire quasi come un outsider. Il contrario del cattivo. Il suo personaggio ricorda un po’ quello che scriveva nel 1944 Raymond Chandler nel saggio The Simple Art of Murder (La semplice arte del delitto): «L’uomo che solca le strade del crimine è egli stesso l’opposto di un criminale».
«Ognuno di noi nella vita deve affrontare qualche avversità. Io non faccio altro che raccontarlo in modo diverso attraverso le mie storie».

Claudio Lolli

Fulvio Abbate per “il Dubbio”

Claudio Lolli è il Leopardi della canzone italiana d'autore, un poeta, l'unico ad aver detto in anticipo perfino sui sociologi che le nostre strade sarebbero state "disoccupate dai sogni". Lolli aveva visto bene, lui per tutti noi, ed era soltanto il 1978. Adesso, solo per lui, cantautore, poeta, scrittore, ex insegnante di lettere in un liceo della sua Bologna, giunge la Targa Tenco "per il Disco in assoluto", accade in occasione dell'uscita del nuovo album "Il grande freddo" (La Tempesta Dischi) e di un libro che ne ripercorre i testi, i pensieri, e perfino il volto con le foto di Erik Toccaceli, "E' vero che il giorno sapeva di sporco" di Mario Bonanno, Stampa Alternativa.

Come fai adesso a spiegare ai ragazzi che tutto ignorano, se non i luoghi comuni sulle colpe dei genitori già "comunisti" o "contestatori", poveri stronzi che volevano fare la rivoluzione, chi è davvero Lolli? Esatto, come gli restituisci il suo canto, il suo recitar cantando la rivolta e perfino la malinconia?

Basterà dirgli che è un poeta come già Pascoli o Pavese o Neruda? Cazz!, com'è difficile riavvolgere il nastro spezzato di questa storia dall'inizio, il suo esordio, cioè l'arrivo di un'elegia  dolente e insieme politica, canzoni di rivolta e insieme d'amore, lontane lontane dagli inni con grancassa e ottoni ammaccati, assai oltre gli Ivan Della Mea, i Pietrangeli, le Giovanna Marini, sia detto senza nulla togliere alla grazia di questi ultimi.

C'è di mezzo l'incanto della grana della sua voce, del suo discorso poetico. Ogniqualvolta abbiamo la sensazione che la poesia - nel senso dell'emozione che sospende il tempo del quotidiano - manchi alla canzone, manchi all'Italia "civile", manchi al mondo della rivolta, facciamo puntualmente ritorno a quel suo album che aveva il volto di una banconota, le antiche 5000 lire di Colombo, lì dentro c'erano gemme come "Aspettando Godot" e "Michel"...

Ora, quest'ultimo disco, intitolato, neanche a farlo apposta, "Il grande freddo", tra cinema e storia, sembra quasi una metafora, pronta a fare torto a una profonda verità. La voce di Lolli, in questi anni, sebbene segreta, ha continuato a darci calore, ci bastava raggiungerla nel purgatorio dei vinili finiti ai piani bassi delle scansie, molto aldilà delle battute dei cazzari analfabeti che lo associano alla tristezza e alla "sfiga", battute degne di chi non sa andare oltre un "daje!" e un "anvedi", oltre il cipster-sound dei Rovazzi e dei Gabbani, un mondo di hipster che ha sfondato anche a sinistra, Jovanotti su tutto, cipster-song pure lui.

L'ho già detto: per comprendere cosa sia mai divenuto il mondo in questi nostri anni, basterebbe tornare ad ascoltare "Disoccupate le strade dai sogni", un ellepì che vale dieci cento mille diecimila editoriali di Umberto Eco o di Eugenio Scalfari o di Franco Ferrarotti, li vale per lucidità chirurgica. Lolli, cantando nel 1978, spiegava verso cosa saremmo, appunto, andati: "Disoccupate le strade dei sogni ed arruolatevi nella polizia, ci sarà bisogno di voi per un nuovo progetto il socialdemocrazia...". 

La malinconia, certo, ma anche la consapevolezza della parola che si fa canzone, davvero sarebbe bastato ascoltare quel disco per capire dove siamo adesso, in quale sottoscala della povertà materiale e del fantastico. C'è poi quell'altro suo pezzo che prova a raccontare la pasta umana della nostra borghesia, quasi un sinonimo di Lolli:  "Vecchia piccola borghesia, vecchia gente di casa, non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia..." E ancora: "... vecchia piccola borghesia, il tempo un giorno ti spazzerà via...".
  
Da molti anni già, ai suoi concerti, un istante dopo quell'"un giorno...", Lolli ferma la musica e apre un inciso doveroso, la parentesi della coscienza del limite, Lolli, insomma, aggiunge un "forse", un "chissà", un "non è escluso", un "tuttavia", un "tu che dici?", segno che c'è perfino modo di virare la denuncia nella sua sorella siamese, l' ironia. E non c'è rabbia in tutto ciò, soltanto coscienza del dopo.

Oppure: "Ho visto anche degli zingari felici", del 1976, che è forse il suo disco-carta di credito, una piccola sinfonia, un canto generale generazionale che un po' si fa anche inno, soprattutto dove dice  "riprendiamoci la vita la terra la luna e l'abbondanza". Chi l'ha mai più vista quell'abbondanza? Quell'abbondanza poetica che Claudio Lolli ci ha donato, lui che nella canzone "Anna di Francia" abbatte per sempre ogni retorica musicale "colta":  "... e Luigi Nono è un coglione".

Come fai a spiegare Claudio Lolli al tempo di una sinistra che sembra avere perso ogni bandolo poetico, a parte barba da santo Hipsterone e tatuaggi da Festival Tattoo Bar, e tuttavia ha fatto proprie le merci del consumo indistinto spettacolare? Come fai a spiegare versi di canzoni come " Potrò mai perdonare a te ragazza piccola il bacio che hai preferito gettare dal balcone, quel bacio che non mi hai voluto regalare nemmeno il giorno prima della rivoluzione " a chi è arrivato adesso?

Eppure, quando vado ai suoi concerti, prima che salga sul palco, gli dico sempre: Claudio, mi raccomando, canta, donaci il crescendo, fino a "Borghesia" che tutti pretendono per sollevare perfino il pugno chiuso nonostante tutto, canta piuttosto che parlare tra i pezzi, ti prego, ci siamo capiti, siamo d'accordo?

Forse, per davvero raccontare Claudio Lolli dovrei partire dal dato personale, dal vissuto, affinché tutti capiscano e provino a immedesimarsi. E' il 1971, quando la canzone politica, d'improvviso, trova un piede di porco poetico pronto lì, in pugno, a scardinare le inferriate della retorica militante, portandoci tutti oltre, è proprio Lolli a rompere il lucchetto del conformismo, con il suo album, appunto, il suo volto sulla banconota al posto di Cristoforo Colombo. In quegli anni, quando un amico me lo fa scoprire, in quegli anni, io, giovane militante comunista, sono ancora convinto che si dica Pink Freud, giuro... Poi, improvvisamente, tutto si illumina, e la luce mi viene da Claudio Lolli.

Nel mondo, in quei giorni, c'è ancora la guerra del Vietnam e tuttavia, intanto, nei palazzi di fronte a casa mia, i ragazzi del quartiere festeggiano, ballano, dentro i loro mangiadischi c'è Lucio Battisti con "Emozioni" e "La canzone del sole", da sotto, dalla strada, sento il rumore dei bicchieri di plastica accartocciati, li vedo che si baciano lassù in terrazza, e anch'io vorrei una ragazza da baciare, vorrei essere accarezzato, baciato, che mi gettassero un bacio, appunto, dal balcone, ma vorrei anche una canzone che mi restituisse il bisogno di rivolta, ed è allora proprio allora che mi viene incontro la voce di Claudio Lolli, il suo canto, la sua emozione, la sua grazia poetica. Il Premio Tenco è solo un minuscolo risarcimento.

Medioevo

La Lettura, 4 giugno 2017
Aboliamo il Medioevo, di Amedeo Feniello

Fasi cronologiche, periodizzazioni, scansioni temporali: questioni importanti. Perché spezzare il tempo e il suo divenire non è un atto neutro. Ma rappresenta qualcosa di artefatto. Di congiunturale. Provvisorio, legato al momento, alla sua fase storica. Alle società e alle epoche in corso. E, perciò, continuamente sottoponibile a giudizio. A modificarsi a seconda delle evoluzioni, poiché fondato su convenzioni che variano al variare di sensibilità, gusto e stagioni. Eppure questo problema, il problema del periodizzare, anche noi storici di frequente lo sottovalutiamo. Così, continuiamo (per comodità pedagogica, per consuetudine) a tagliare la storia a fette, con un tempo costruito artificialmente, frazionato in cinque momenti. E, sin dai banchi della scuola elementare, sappiamo che la storia si divide in un’età preistorica, una antica, una medievale, una moderna e una contemporanea. Cinque grandi compartimenti che tutto contengono. Che tutto facilitano. Che tutto rasserenano, eliminando soverchie controversie.
Questa suddivisione è conveniente ma genera problemi. Ed è proprio il periodo che chiamiamo Medioevo – questo orrido buco nero su cui pesano disprezzo e condanna (chi di noi non ha usato almeno una volta, per parlare di una situazione degradante, il termine «medioevale» o, peggio ancora, «feudale»?) – che, di dubbi, ne produce più di altri. Perché non ci si fa caso, ma dobbiamo esserne consapevoli: il Medioevo non è altro che una costruzione ideologica. Fino al XIV secolo, nel parlare di storia, l’unica rottura concepibile in Occidente era la nascita di Cristo: un avvenimento cruciale che trasformava la storia da unidimensionale in bidimensionale, con un prima e un dopo. A cominciare invece da una serie di personaggi straordinari – come Francesco Petrarca – affiora la prima grande frattura, con l’idea di una grande stasi temporale che si poneva a metà tra un’antichità immaginata e una modernità tutta ancora da immaginare. L’età di mezzo. Il Medioevo.
Cos’è allora il Medioevo? È una parola fantasma. Inventata. Che, una volta nata, da sola non bastava. Serviva che venisse precisata; che le si attribuissero connotati; che si strutturasse. Fino a una data centrale: il 1688, quando, appena 330 anni fa, Christoph Keller, il Cellario, nella sua opera Historia medii aevi, adotta per primo, in maniera formale, degli estremi cronologici: e presenta un intervallo quasi monolitico composto da mille anni inclusi tra due estremi, il regno dell’imperatore Costantino (306-337) e la caduta di Costantinopoli, nel 1453.
Oggi, considerare il Medioevo come un blocco uniforme, senza nuances, suonerebbe ridicolo. Come si fa ad abbracciare, con un solo sguardo, l’evoluzione della specie umana e i suoi comportamenti lungo un tempo così estremo per la sua intensa disparità? O valutare all’unisono gente mossa da impulsi tanto diversi, come Alboino, Carlo Magno, Luigi IX di Francia, Giotto o Cosimo dei Medici, solo perché vissuti tutti, disgraziatamente, entro questo intervallo? È assurdo. Tanto quanto parlare di idealtipo dell’uomo medievale. Tuttavia, se ci si svincola da questo preconcetto e si tenta di segmentare il Medioevo, l’affare si complica. A partire dai limiti cronologici. Comincia davvero in un momento preciso? E quando finisce? Chi lo decide? Giacché, si badi bene, non siamo davanti a postulati, ma a scelte.
Prendiamo, ad esempio, la nascita. Se ci ragioniamo, adoperare una data precisa è pratico ma fuorviante. In quanto inganna e distorce il fluire del tempo, creando strappi e salti innaturali. Con studenti e insegnanti che, ho potuto verificarlo di persona, continuano a immaginare che, una volta deposto l’ultimo imperatore romano nel 476, il giorno dopo l’umanità cambia faccia, precipitando nell’inevitabile declino di un mondo calpestato dalla barbarie mentre 24 ore prima si navigava nello splendore!
Al di là dell’ironia, si tratta di generalizzazioni ingenue, ma purtroppo diffuse. Quando può essere meglio adoperare un’altra strada, con lo scindere dal Medioevo una fase duratura, non fondata su un unico, grande avvenimento periodizzante ma su un grappolo di episodi-chiave che ne cadenzano il cammino. Nel 1971, Peter Brown, nel suo libro The World of Late Antiquity (Il mondo tardo antico, Einaudi, 1974), inaugurava questa strada parlando di Tardoantico: un lunghissimo e instabile periodo che va dal 200 all’800 d.C. nel quale la lenta dissoluzione dell’antico mondo mediterraneo lascia il posto alla creazione di tre civiltà, tutte continuatrici, ognuna a suo modo, della civiltà ellenistico-romana: l’Occidente europeo, Bisanzio e l’Islam. All’interno del quale non bisogna cercare un singolo episodio dominante ma una serie di fatti-cerniera che saldano l’intera epoca, in una sequenza che, per esempio, dalla Constitutio Antoniniana di Caracalla del 212 passa attraverso Adrianopoli (378), il sacco di Roma di Alarico del 410, l’Egira del 622, Poitiers nel 732 e giunge fino alla morte di Carlo Magno nell’814.
Analogo problema sta nel definire la conclusione, con periodizzazioni che assumono un’estrema elasticità. Che si riduce d’ampiezza se si seppellisce il Medioevo nel corso del Trecento, quando, per gli storici dell’arte, comincia una fase del tutto nuova per lo spirito e la cultura umana, che ha spinto a creare un’altra bolla temporale, definita in area anglosassone early modern Renaissance. Oppure si dilata, con un Rinascimento che viene assorbito in toto in un lungo Medioevo, assimilato come sua parte essenziale: un tipo di lettura che ne estende i contorni ai primi decenni del Cinquecento. Senza contare poi gli studi economici, dove la lenta età preindustriale prolunga i suoi tentacoli nel Settecento, tanto da lambire la prima rivoluzione industriale.
E per le demarcazioni interne? Cosa c’è dopo il Tardoantico? C’è una lunga fase, compresa tra metà del IX e fine dell’XI secolo, caratterizzata da una sequenza di fenomeni diversi e tumultuanti, nella quale convivono accanto a forti periodi di caos politico e sociale i primi segnali di ripresa. Un’«età dell’anarchia», che si può chiudere con l’evento periodizzante della Prima Crociata e si confonde con la successiva, che copre il XII e il XIII secolo: l’epoca delle rinascite, con le grandi sperimentazioni politiche, sociali ed economiche che vanno dalla ripartenza delle città alle esperienze comunali, dal feudalesimo alle rivoluzioni agricole e commerciali. Secoli che terminano con l’inizio della grande epoca delle distruzioni creative trecentesche, con il prevalere degli Stati-nazione; di una nuova concezione del lavoro e della finanza; e di un rinnovato ambiente culturale e di sollecitazione tecnologica che è il Rinascimento.
Se queste distinzioni aiutano a declinare meglio il discorso, finiscono comunque per proporre sempre visioni d’insieme che si intrecciano tra loro, ma non tengono conto della miriade di variabili che rappresentano il dato pregnante del mondo medievale. Cui sarebbe meglio sostituire, all’etichetta uniforme di «Medioevo», quella forse più pertinente di «società medievali», adatta a distinguere un contesto, come fu quello occidentale, dove ogni cosa apparve difforme da un luogo all’altro, da una regione all’altra e perfino da una città all’altra. In cui nozioni di comodo come quelle di crescita o di crisi, spesso adoperate nelle periodizzazioni, appaiono eccessive, considerata l’impossibilità di valutare, con delle espressioni che tutto vogliono contenere, un mondo che, nei fatti, fu incontenibile, parcellizzato, incostante e variabile.
D’altra parte, bisogna riflettere su un altro aspetto: la nozione di Medioevo a chi appartiene? Solo all’Occidente cristiano, dove la parola significa qualcosa, mentre altrove, nel resto del mondo, comunica poco o nulla. Fino a qualche decennio fa, potevamo infischiarcene. Ma oggi, in una dimensione dove la storia globale ribadisce il suo ruolo, il concetto di Medioevo perde importanza, in una logica in cui la storia si amplifica e smarrisce i suoi tradizionali connotati. Infatti, se si considera l’intero globo come unità di misura, i nostri termini cronologici si relativizzano e non funzionano più. Che senso ha assumere come punto di riferimento la deposizione di Romolo Augustolo? Nessuna, se il nostro punto di osservazione spaziale diventa, come ha fatto di recente Frederick Starr nel suo Illuminismo perduto (Einaudi), l’Asia centrale. E il metro «Medioevo» diventa ancora più incoerente se prendiamo in considerazione regioni come il centro Africa o addirittura il mondo precolombiano. Ma questo metro continuiamo a usarlo, imponendolo. Con una tendenza a considerare tutto ciò che è al di fuori di noi come corrispondente alla nostra stessa cultura.
In questo atteggiamento, di voler riprodurre a tutti i costi il medesimo schema cronologico occidentale anche per realtà diverse dalla nostra, si nasconde un vecchio presupposto eurocentrico. Mossi come siamo, come ha sottolineato scherzosamente lo storico dell’Oriente Urs App, dal «meccanismo d’Arlecchino», secondo cui l’uomo occidentale ragiona come la maschera veneziana, ossia «pensa che il resto del mondo sia la riproduzione esatta della sua famiglia, e agisca di conseguenza». Invece, i paradigmi si stanno allentando, anche quelli riguardanti il nostro modo di periodizzare. Dopo più di 300 anni da Cellario è venuto il momento di proporne, per il Medioevo, di nuovi. Più attuali. Aderenti alle sfide che ci aspettano.

Scansioni temporali
Sul numero #286 de «la Lettura», uscito il 21 maggio, il paleoantropologo Giorgio Manzi ha posto l’esigenza di introdurre una nuova visione della storia, in modo da comprendervi anche le vicende del genere umano che precedono il sorgere della civiltà egizia e di quella mesopotamica. Su «la Lettura» #117 del 16 febbraio 2014 si è svolto un dibattito sul libro di Jacques Le Goff (1924-2014) Il tempo continuo della storia (traduzione di David Scaffei, Laterza, 2014), in cui il grande storico francese metteva in discussione le periodizzazioni classiche e proponeva di prolungare la durata del Medioevo fino al XVIII secolo. Hanno partecipato alla discussione Giuseppe Galasso, Franco Cardini, Maurice Aymard La svolta L’editto di Caracalla, chiamato anche Constitutio Antoniniana, è un provvedimento assunto nel 212 dopo Cristo, con cui veniva riconosciuta la cittadinanza romana a tutti gli abitanti liberi dell’impero, tranne i dediticii (categoria sulla cui natura si discute molto tra gli studiosi). L’editto, da cui alcuni storici fanno cominciare il Medioevo, venne emanato dall’imperatore Marco Aurelio Severo Antonino Pio Augusto, detto Caracalla (188-217), che regnò dal 211 alla morte Bibliografia Un grande classico sugli albori del Medioevo è il libro postumo Maometto e Carlomagno (1937) dello storico francese Henri Pirenne (1862-1935), la cui edizione italiana più recente è uscita nel 2015 da Laterza nella traduzione di Mario Vinciguerra, con prefazione di Ovidio Capitani. Autunno del Medioevo (1919) è il titolo di un altro libro famoso, scritto dallo storico olandese Johann Huizinga (1872-1945), la cui edizione più recente è stata pubblicata da Bur nel 2015, tradotto da Bernard Jasink, con l’introduzione di Eugenio Garin. Risale invece al 2009 l’edizione più recente del libro del francese Marc Bloch (1886-1944) Lavoro e tecnica nel Medioevo (traduzione di Giuliano Procacci, Laterza). Lavori più recenti: Jacques Le Goff, Il Medioevo. Alle origini dell’identità europea (traduzione di Giovanni Ferrara degli Uberti, Laterza, 1996); Giuseppe Sergi, L’idea di Medioevo. Fra storia e senso comune (Donzelli, 2005); Giovanni Vitolo, Medioevo. I caratteri originali di un’età di transizione (Sansoni, 2000). Sul passaggio dall’Antichità al Medioevo: Stefano Gasparri, Cristina La Rocca, Tempi barbarici (Carocci, 2012). Da segnalare anche il Dizionario del Medioevo di Alessandro Barbero e Chiara Frugoni (Laterza, 1994), completato dalla raccolta di documenti e illustrazioni, curata sempre da Barbero e Frugoni, Medioevo. Storia di voci, racconto di immagini (Laterza, 1999).

DIONIGI

  L’invenzione dell’Anno Domini L’opera di Dionigi il Piccolo ( Dionysius Exiguus ), monaco oriundo della  Scythia Minor  (l’odierna Dobrugi...